0.1-                        Filosofia e macrobiotica       (.htm)

 

Le persone che si sono interessate alla macrobiotica sono già relativamente numerose, ma solo una modesta percentuale di queste hanno poi utilizzato il nuovo punto di vista facendolo diventare una scelta di vita condotta con coerenza e costanza.

I custodi di questo sito ritengono che ciò sia dovuto non già a possibili limiti della dottrina macrobiotica quanto piuttosto a tre fattori principali che, poi, sono alla radice della conseguente difficoltà a superare il primo periodo, non facile, in cui ci si ritrova a dover modificare le proprie abitudini di vita da tempo acquisite.

Questi tre fattori sono da un lato una ancora non adeguata chiarezza sul piano filosofico, la poca autonomia sul piano religioso e, infine, la difficoltà personale a rimettere in discussione le certezze acquisite dalla scienza ufficiale. Questi tre fattori sono spesso strettamente collegati tra loro, per cui è bene esaminarli con una certa attenzione.

Tutti gli esseri umani hanno una propria visione filosofica, intendendo con questo non già una scelta operata all’interno di quei sistemi filosofici normalmente studiati nella scuola media superiore, quanto piuttosto un proprio personale modo di dare un senso alla vita.

Chi ha già studiato o si è personalmente interessato alla storia della filosofia distingue nettamente il piano filosofico da quello religioso mentre chi non ha dimestichezza con la dimensione filosofica come momento speciale della cultura tende naturalmente a sovrapporre, nella visione del mondo che lo aiuta ad affrontare la vita, il momento filosofico a quello religioso: è in questo senso che abbiamo affermato che qualunque persona ha una propria visione filosofica. Il fatto è che il più delle volte non ci si rende conto di questa sovrapposizione e si finisce per ridurre semplicisticamente il problema alla possibile alternativa dell’essere d’accordo con i principi religiosi che ci sono stati insegnati o nel rifiutare questa possibile soluzione.

Occorre invece, se si vuole affrontare con maggiore consapevolezza la dottrina macrobiotica, fare chiarezza su questa distinzione perché la proposta macrobiotica, come viene esposta in questo sito, è sintesi di filosofia, religione e scienza nel senso che in essa i tre momenti della ricerca della conoscenza possono convergere dando origine a una forza interiore eccezionale che necessariamente, però, si sostituisce alle certezze in precedenza sedimentate.

In questo senso è fondamentale acquisire un minimo di dimestichezza con il discorso filosofico perché altrimenti diventa alto il rischio di avvicinarsi alla macrobiotica come ad una moda e, come tale, capace di suscitare interessi superficiali e perciò incapaci di portare a scoprire il potenziale rivoluzionario di questo modo di vivere.

 

All’interno della cultura occidentale contemporanea, e da diversi secoli ormai, parlare di filosofia è fare un discorso con una sua specificità per cui essa si distingue dalle altre discipline o linee di ricerca.

Ora, se definiamo la filosofia come desiderio e ricerca di conoscenza e la distinguiamo sia dalla scienza che dalla religione, scopriamo che, nella misura in cui la scienza, con le sue applicazioni sul piano tecnologico, ha finito per imporre la sua dimensione come l’unico modo serio e produttivo di intervento sul mondo, ha costretto la filosofia a difendere un suo spazio che il tempo ha visto progressivamente ridursi.

Oggi la filosofia è sovente un sapere accademico che si è ridotto, da un lato, ad essere un momento particolare all’interno di una scienza che cerca di recuperare o ridiscutere i propri fondamenti, e in tal senso viene chiamata epistemologia, dall’altro, si riduce a difendere la legittimità del suo esistere come storia della filosofia, proprio in quanto matrice da cui è emersa quella scienza che ha fatto dell’uomo il manipolatore del mondo come mai prima si era verificato. Ancora, nella dimensione filosofica noi oggi vediamo utilizzato un linguaggio da iniziati inaccessibile alla gente comune; un livello di ricerca in archivi e biblioteche in cui si passa un’intera esistenza per giustificare una cattedra universitaria; un dialogare all’interno di una ristretta comunità di specialisti che giustificano la società con le sue tendenze di sviluppo oppure la contestano, apparentemente in modo anche radicale, ma in realtà rimanendo sempre saldamente abbarbicati a quelle strutture e istituzioni che vedono nella filosofia un parente povero ma le cui nobili origini ne legittimano la presenza a livelli accademici.

Qui invece si vuole riproporre la filosofia come il momento più alto di conoscenza a cui l’uomo possa tendere, anche se in questo senso non può godere di molto favore da parte delle istituzioni che detengono il potere.

A questo punto occorre ridefinire il significato del termine conoscenza: se con esso intendiamo la capacità di trasformarsi in risultati concreti sul piano materiale, la filosofia non è in grado di sostituirsi alla scienza. Pur convinti che la filosofia sia il momento più qualificante l’essere umano come realtà cosciente di sé, non abbiamo nessuna pretesa di operare questa sostituzione: inevitabilmente si deve ricorrere alla scienza per la soluzione dei problemi esistenziali nella loro dura immediatezza ma, al di là di questo ordine di problemi e, anzi, paradossalmente, nella misura in cui questi problemi vengono progressivamente risolti grazie alla scienza applicata, riemerge insopprimibile e contemporaneamente inappagato il bisogno di dare un senso al nostro esserci e al nostro essere nel mondo.

In tal modo la filosofia diventa un momento di ricerca e di riflessione che va oltre la scienza e si sovrappone alla religione nella misura in cui vuole essere un momento di consapevolezza conquistata in modo personale e non recuperata come verità già definita che altri ci possono offrire.

In realtà poi il discorso diventa via via più dialettico e sfumato, per cui lo scienziato che si chiede il perché e l’origine della materia sta facendo un discorso filosofico, proprio in quanto le sue ipotesi non si traducono e per chissà quanto tempo non potranno tradursi in ipotesi falsificabili sul piano oggettivo sperimentale. Così, d’altra parte, il credente che, non pago di una fede che gli impone di rinunciare alla critica razionale nei confronti di asserzioni definite come dogmi e misteri da credere nella loro irrazionalità, tenta la strada intuitiva per andare al di là di ciò che nel testo sacro è diventato una formula che le varie istituzioni religiose pretendono di avere decodificato una volta per tutte, si ritrova anch’egli su un piano che è filosofico. Quel piano, cioè, che si qualifica come il tentativo di giustificare e comprendere se stessi giungendo a conquistare la pace e la serenità interiore e, quindi, a riconciliarsi con la vita, ma con la sensazione di gestire personalmente questa ricerca.

Non per nulla sia questo tipo di scienziato che questo tipo di credente sono normalmente considerati scomodi all’interno delle istituzioni: in campo religioso, specie nell’area cattolica e islamica, la difesa di verità definitivamente acquisite è dura e intransigente; nell’area scientifica questa chiusura è meno rigida e gli spazi per una possibile rimessa in discussione di verità cristallizzate sono più ampi. Ma, anche in campo scientifico, la vischiosità di un sapere ancorato a certezze acquisite ha sempre reso dura la vita a chi proponeva ipotesi di spiegazione della realtà comportanti la revisione critica di quelle certezze con le quali, per esempio, si sono giustificati finanziamenti e creazione di grosse strutture di ricerca e di potere.

Alla luce di queste considerazioni possiamo affermare che qualunque essere umano che voglia affermare la propria libertà di ricerca è portatore di una esigenza filosofica, intendendo con ciò una concezione della vita all’interno della quale l’individuo trova la giustificazione delle proprie scelte e delle proprie posizioni.

E’ perciò indispensabile affrontare le riflessioni proposte in tutte le suddivisioni del punto 1: da Eraclito a Nietzsche è un progressivo crescere di consapevolezza che ci aiuta a trovare in noi stessi la forza di affrontare la vita senza più avere il bisogno di sentirsi approvati e giustificati da una autorità costituita che ci gratifica e ci promette quella serenità di spirito che può essere soltanto una conquista interiore.

Il discorso esposto dal punto 1.1 (Eraclito) al punto 1.14 (Ohsawa) non è e non vuole essere una esposizione del pensiero dei singoli filosofi. Piuttosto, da ciascuno di questi filosofi, si è voluto estrarre e sottolineare stimoli e intuizioni capaci di portare a ciascuno di noi materiale sufficiente per costruirci una personale visione del mondo con cui scoprire nella macrobiotica quella marcia in più che ci darà una sensazione di conoscenza e, quindi, di potere mai prima sperimentati.

Le riflessioni che i filosofi suggeriscono vengono esposte in modo da renderle accessibili a tutti, alla condizione che si sia disposti ad affrontare questa lettura come una necessaria fase di iniziazione. Chi si avvia a questo lavoro non avendo mai prima d’ora affrontato simili argomenti non deve pretendere da se stesso comprensione facile e immediata alla prima lettura nella certezza che, con il tempo, la maturazione che comunque le letture ripetute gli consentiranno costruirà in lui un livello di consapevolezza filosofica più che sufficiente per sentirsi autogestito.

Chi non riesce ad affrontare questo compito non si illuda di trovare nella macrobiotica come dieta la soluzione ai suoi problemi: la macrobiotica come dieta funziona e dà il meglio di sé solo in quanto applicazione sul piano dietetico di principi filosofici, la cui assenza rende velleitario il tentativo di affrontare in modo autonomo e adeguato la gestione delle difficoltà che si pretendeva di risolvere.