0.2 – Religione e macrobiotica (.htm)
Il secondo
elemento che ha finora condizionato la diffusione della macrobiotica ad una
ristretta élite è il fattore religioso. E come, parlando dei filosofi, abbiamo
suscitato la opposizione di tutti coloro che difendono la ortodossia di un
insegnamento codificato su un piano accademico così, sul piano religioso,
finiamo per incontrare l’opposizione intransigente di tutti coloro che
difendono una ortodossia cristiana che si è sedimentata nei secoli e non riesce
più a confrontarsi con le proprie origini.
Applicare
alla propria vita i principi macrobiotici significa vivere una dimensione religiosa
che è, contemporaneamente, nuova e antichissima. Nuova perché ci porta su
posizioni in conflitto con la ortodossia oggi imposta, antichissima perché
grazie ad essa ci si trova ripuliti da tante incrostazioni dogmatiche fino a
giungere alla certezza interiore che il messaggio cristiano nella sua purezza
iniziale coincide esattamente con il messaggio essenziale delle altre grandi
religioni storiche; tutte le grandi religioni, infatti, hanno dato origine nel
corso dei secoli alle chiese come istituzioni di potere che hanno finito per
inquinare un discorso iniziale di spiritualità con i compromessi di carattere
politico ed economico e i privilegi che le gerarchie ecclesiastiche, diventate
strutture separate dall'insieme dei credenti, hanno potuto impunemente
autoconcedersi.
A questo
proposito proviamo a riflettere sulla seguente citazione di un passo tratto da S. Agostino:
Item quod
dixi: Ea est nostris temporibus christiana religio quam cognoscere ac sequi
securissima et certissima salus est, secundum hoc nomen dictum est, non
secundum ipsam rem, cuius hoc nomen est. Nam res ipsa quae nunc christiana
religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani,
quousque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat,
coepit appellari christiana.
Cum enim
eum post resurrectionem ascensionemque in coelum coepissent apostoli praedicare
et plurimi crederent, primum apud Antiochiam, sicut scriptum est, appellati
sunt discipuli christiani.
Propterea
dixi: Haec est nostris temporibus christiana religio, non quia prioribus
temporibus non fuit, sed quia posterioribus hoc nomen accepit.
(s. Agostino
- Retractationes libro I; XIII, 3)
In lingua
italiana questo passo sostanzialmente dice:
Allo
stesso modo, come ho già in precedenza affermato: Ai giorni nostri quella
religione cristiana che è salvezza certissima e sicurissima conoscere e
praticare, è stata definita tale per quanto riguarda il nome, non per il suo
contenuto, cui il nome si riferisce. Infatti quella stessa cosa che oggi viene
definita religione cristiana c'era già presso gli antichi e non cessò mai di
esistere fin dall'inizio del genere umano, fino a quando il Cristo si incarnò e
in quel tempo la vera religione, che già esisteva, incominciò a essere chiamata
cristiana.
Quando
infatti, come è scritto, dopo la resurrezione e l'ascensione in cielo gli
apostoli cominciarono a predicare la sua dottrina e molti a crederla, questi
furono chiamati discepoli cristiani per la prima volta nella regione di
Antiochia.
Per tale
motivo ho affermato: questa è la religione cristiana dei nostri tempi, non
perché non esistesse in epoche precedenti, ma perché assunse questa
denominazione in epoca successiva.
Nei
filosofi citati dal punto 1.1 (Eraclito) al punto 1.12 (Nietzsche) si è voluto
fare emergere, pur nella estrema sinteticità del discorso, proprio quel
messaggio di verità di cui ha parlato Agostino, verità che risale a culture ed
epoche storicamente non definibili dal momento che, prima di emergere nel
pensiero dei filosofi occidentali, era trasmessa oralmente nelle religioni dei
misteri e nei riti di iniziazione di civiltà che da quella egizia ci rimandano
necessariamente alla preistoria di culture come quelle induista, taoista e
shintoista.
Sono pochi
i cristiani che sono a conoscenza del fatto che le più importanti festività
cristiane, come lo stesso simbolo della croce e del crocifisso, sono una
riedizione di festività e simboli preesistenti, e questi pochi preferiscono non
affrontare il problema che la citazione di Agostino propone, sempre perché la
pigrizia mentale e la paura di ritrovarsi soli nella ricerca li porta a subire
passivamente una verità che gli "addetti ai lavori" gli danno preconfezionata.
L'esperienza
religiosa individuale, infatti, può essere vissuta a livelli diversi, dando
origine a diverse figure di credenti che possiamo distinguere sinteticamente in
tre livelli, dal punto di vista della autenticità come tensione di fede.
C'è una
dimensione religiosa, tipica della stragrande maggioranza di coloro che
frequentano chiese e religiosi, che consiste nel lasciare alla gerarchia
ecclesiastica il compito e il diritto di definire la verità come messaggio di
salvezza che può dare un senso alla vita. Questo spazio di potere che la
chiesa ha da secoli saldamente in pugno le è stato lasciato da quella pigrizia
mentale e intellettuale con la quale, chi più chi meno, tutti ci ritroviamo a
dover fare i conti e sono relativamente pochi coloro che hanno rivendicato come
un proprio inalienabile diritto-dovere quello di trovare risposte personali ai
perché sul senso della vita.
C'è poi
una seconda dimensione religiosa molto sfumata come area ma, d'altra parte,
costituita da una minoranza di credenti. Quella minoranza che ha messo a fuoco
la inadeguatezza e le contraddizioni, quando non le vere e proprie assurdità,
sul piano teoretico e dei comportamenti pratici che caratterizzano la gerarchia
ecclesiastica che si autopropone come modello e guida ad una autentica vita
cristiana.
La
posizione critica di questa minoranza nasce dal bisogno di chiarezza
dottrinaria e coerenza della sua applicazione che l'istituzione-chiesa così
poco ha dimostrato nel corso della sua storia: da qui sono sempre scaturite
quelle riforme religiose che dalla ortodossia sono poi state dichiarate, quando
non addirittura annientate, come eresie. Tuttavia la paura di scoprirsi soli di
fronte al mistero della vita ha spinto molti di costoro ad accettare di entrare
in nuove chiese, in nuove strutture religiose che, se pure su posizioni meno
provocatorie, finiscono per riproporre gli inconvenienti e le contraddizioni,
specie sul piano filosofico, che caratterizzano la dottrina cattolica.
In questa
seconda area di religiosità, per tanti versi molto sfumata, forse si possono
inserire alcuni dei visitatori di questo sito come credenti critici e poco
inclini a farsi suggerire scelte preconfezionate ma, contemporaneamente, non
ancora disposti a quella scelta radicale che caratterizza una terza dimensione
religiosa, quella che Kierkegaard ha vissuto in modo filosoficamente sofferto e
drammatico. E' la scelta di chi accetta di confrontarsi, assolutamente da solo,
con il mistero della vita. E' una solitudine che spazia dalla fredda e inattaccabile
logica con la quale Leibniz caratterizza la autoconsapevolezza delle monadi
alla terribile e tragica autosufficienza del superuomo nietzschiano, tragica
nel senso che se non trova uno spazio per una realizzazione positiva rischia di
sfociare nella psicosi schizofrenica. Tra questi due estremi, Leibniz e
Nietsche, si può individuare quel terzo tipo di solitudine che Kierkegaard ha
esemplificato nel racconto/mito di Abramo che, su richiesta di Dio, accetta la
prospettiva di sacrificare quell'unico figlio che rappresentava per lui tutto
il senso della vita. Questa dimensione religiosa sfocia perciò,
necessariamente, nella nevrosi e non sappiamo fino a che punto sia poi così
preferibile alla follia a cui è approdato Nietzsche.
Coloro che
abbiamo definito come credenti del secondo livello non hanno ancora deciso di
tentare la strada della liberazione totale, perché spaventati da tutti i rischi
e le prove che questa scelta necessariamente comporta. Costoro sono critici nei
confronti della chiesa e della gerarchia ecclesiastica quando esse, come così spesso succede,
si comportano in modo incoerente ma, al tempo stesso, sono ancora legati ai
dogmi e alle suggestioni che si ritrovano sedimentati nell'inconscio. Nel senso
che non riescono a liberarsi dalla concezione antropomorfica dell'essere divino
per cui, quando la vita scorre in modo accettabile, non hanno difficoltà a
vivere pensando che tutta la realtà sia governata da questa entità che sa quel
che vuole e persegue i propri fini, che pure ci restano sconosciuti. Quando
però le cose non ci convincono e le esperienze che ci piovono addosso creano
sofferenze, essi finiscono necessariamente per trovarsi dilaniati dalla
necessità di scegliere tra un abbandono fiducioso alla divina provvidenza che
sa quello che fa, oppure ribellarsi a questa entità divina incomprensibile nel
momento in cui impone esperienze che tutto il nostro essere si rifiuta di
considerare meritate. E non è certo con la nietzchiana tragica decisione di
volere che succeda ciò che un destino inafferrabile ha già deciso che possiamo
salvarci e tornare a vivere con un minimo di motivazione e di speranza.
La vita di
chi si trova su quello che è stato definito come secondo livello di fede è,
così, perennemente oscillante tra una fiducia che il mondo sia bello quando
tutto fila liscio o, per lo meno, non ci sentiamo immeritatamente perseguitati
e l'esperienza angosciante di depressione totale quando ci sentiamo schiacciati
da eventi a cui non sappiamo come rispondere. E' un modo di vivere certamente molto
più dignitoso di chi ha rinunciato una volta per tutte alla propria autonomia
di giudizio, ma non è certo un bel vivere.
Quella che
qui si propone è la scelta della terza dimensione di fede che, oggi, si
prospetta come realizzabile positivamente, senza cadere nella nevrosi
kierkegaardiana o nella psicosi nietzschiana. E vi viene prospettata non
come un messaggio di salvezza che
per la prima volta venga proclamato al mondo: è la verità che s.Agostino diceva essere accessibile da sempre
per gli uomini di sufficiente volontà e coraggio ma che, proprio per questo, è
sempre stata una strada che ha visto ben pochi viaggiatori.
Oggi,
almeno nella nostra area di cultura occidentale, c'è un grosso vantaggio rispetto ai ridotti spazi di manovra
offerti in passato, da un lato perché la chiesa come istituzione che difende i
propri privilegi non può più giungere a quelle forme di repressione brutale che
per tanti secoli hanno caratterizzato la sua reazione e, dall'altro, perché
oggi esiste la possibilità di verificare giorno per giorno su se stessi, sul
proprio essere fisico, la verità della affermazione che il mondo ha un senso
per chi ha la forza di aprire gli occhi.
Non è,
questa, una scoperta recente: già Buddha e, con altre parole, Gesù Cristo hanno
affermato che vivere in modo autentico significa aprire gli occhi per scoprire,
a un primo livello, che le malattie spariscono. Quando poi si giunge ad un
livello superiore si può realizzare la personale verifica che, con la morte del
corpo fisico, non è affatto finita una esperienza esistenziale altrimenti
definita dalla attuale ortodossia come unica e irripetibile.
In altre
parole, quella dottrina che spiega il mondo e la nostra vita, che nella storia
della cultura occidentale vediamo emergere in molti filosofi dai presocratici
ai giorni nostri, ha, oggi, la possibilità di trasformarsi da teoria bella e
affascinante ma, per certi versi, troppo sfuggente e misteriosa, in regole
pratiche di vita che permettono di verificare personalmente che il mondo e la
nostra esistenza individuale sono veramente realtà che possiamo scegliere
quando si è compresa la dialettica yin/yang, la dialettica dei poli opposti
complementari.
Tale
dialettica, in quanto regge il mondo, ha caratteristiche di eternità e di
infinitudine e perciò in ultima analisi ci resterà sempre sfuggente, ma in
quanto dimensione che presiede al nostro esistere personale può nella realtà
quotidiana trasformarsi in una verifica rigorosa, quando le variabili in gioco
siano sufficientemente contenute.
Il
discorso del punto 1.13, dedicato alla nuova dimensione geometrico-matematica
dei frattali, intende proporre stimolanti riflessioni sul fatto che la visione
del mondo che emerge da Eraclito, Parmenide, Pitagora e Platone, con le potenti
intuizioni di Leibniz viene oggi riscoperta dalla scienza contemporanea,
riproponendo in un certo senso la stessa considerazione agostiniana già citata.
I frattali
ci parlano di un mondo che, se a prima vista si caratterizza caotico e
imprevedibile, ad un esame più approfondito risulta invece armonia e rigore
coniugando contemporaneamente i due principi di Bellezza e Armonia che sono poi
sintetizzati dall'affermazione platonica che l'Essere è Bene.
Contemporaneamente
la matematica ci pone di fronte alla constatazione, inquietante sul piano
esistenziale ma perfettamente coerente e stimolante sul piano filosofico, che
l'eterno infinito presente in cui siamo immersi e di cui siamo espressione ci
risulta, in quanto realtà infinita, perennemente sfuggente e quindi ci fa
intuire il senso della affermazione hegeliana che l'attimo ha, nella sua
assoluta impalpabilità, una potenza infinita che per la nostra attuale limitata
capacità di percezione e autopercezione si traduce come divenire, come scorrere
del e nel tempo. Anche la fisica, nel corso di questi ultimi decenni, è giunta
ad intuire questa dialettica nel momento in cui propone di considerare il
fotone e l'elettrone come lo stesso evento visto contemporaneamente nella
doppia direzione della freccia del tempo; l'astrofisica da parte sua arriva a
proporre l'ipotesi che la realtà del nostro universo che si annichila nei buchi
neri potrebbe costituire la nascita di nuovi universi mai perfettamente
identici a quello di origine. Questa dialettica, contraddittoria sul piano
della logica della quotidianità, esprime invece la dimensione vera dell'Essere,
per cui il divenire di Eraclito e di Hegel è l'altra faccia dell'eterno
infinito presente di Parmenide, a cui si riferiscono le intuizioni della
vertiginosa insondabilità divina propria dei mistici di ogni tempo.
Tutte
queste considerazioni non ci portano più, oggi, puramente e semplicemente ad
una teologia negativa ma alla esaltante possibilità di ritrovare certezze
solide nel momento in cui, accettando di rinunciare alla pretesa di capire il
senso del mondo nella sua totalità, riduciamo le variabili in gioco e cerchiamo
"soltanto" di capire meglio come funziona il nostro esistere
individuale nella realtà spaziotemporale.
In altre
parole, per esempio, partendo dalla realtà accettata delle proprie caratteristiche
genetiche si può, quando si è giovani, impostare un modo di vivere che porterà
alla salute e al benessere psicofisico sempre sotto controllo; quando l'età è
più avanzata il discorso si complica perché, oltre al nostro corredo genetico,
si sono accumulate nel corso degli anni scelte di vita che possono avere
intaccato in modo notevole le potenzialità di energia vitale di cui eravamo
dotati in partenza. Nonostante ciò, tuttavia, in qualunque età si decida di
sperimentare una corretta gestione delle energie yin/yang, con le quali finiamo
giorno per giorno per ricostruirci attraverso le scelte del cibo, delle
bevande, dell'aria che respiriamo e dei pensieri che coltiviamo, è possibile
toccare con mano i cambiamenti concreti sul nostro stato di benessere
psicofisico, traendone prove progressivamente sempre più fondate che si tratta
veramente di quel messaggio di salvezza che da tempi immemorabili è stato
disponibile agli uomini di buona volontà.
Ecco il
senso del discorso della terza parte, dedicata ad una proposta dietetica che
dal Taoismo a Pitagora propone un nuovo-antichissimo tipo di ascetismo e di
esperienza religiosa.
Ecco
allora, di qui, la dialettica yin/yang sfumare nella legge del karma per cui la
realtà dell'attimo presente è rigorosamente e necessariamente determinata dalle
incalcolabili variabili che sono state messe in gioco, in precedenza, da noi
stessi e dal resto della realtà con la quale abbiamo interagito: poiché
nell'attimo presente si condensa la totalità del nostro essere -e qui utilizziamo
le intuizioni hegeliane attraverso una rilettura che ai suoi tempi era molto
più difficile da fare- e poichè, al tempo stesso, nella nostra persona si
manifesta la infinita potenza dell'Essere, possiamo mettere in atto nuove
scelte consapevoli che ci porteranno ad andare a visionare, tra gli infiniti
possibili futuri, tutti ugualmente veri ed esistenti nella dimensione
leibniziana di Dio, quello che, a posteriori, risulterà poi essere il logico e
necessario sviluppo delle premesse che sono state poste in atto. Questa
possibilità di trasformare la necessità, il presente come inevitabile risultato
del passato, in libertà, come libera scelta tra gli infiniti futuri può essere
un esempio di come funziona la dialettica yin/yang per cui lo yin sfuma e si trasforma
nello yang per poi ulteriormente capovolgersi nell'eterno divenire
dell'infinito gioco della vita.
Quando
sentiamo dire che questo continuo trasformarsi e ritrasformarsi dei due poli
che costituiscono l'essenza dell'essere, che è poi stata nel secolo scorso
magistralmente riproposta come intuizione da Fichte, da Schelling e da Hegel,
risulta non convincente e non chiaro, si rivelano da un lato i limiti propri
della cultura occidentale quando si esalta, giustamente, per le proprie
realizzazioni tecnologico-ingegneristiche ma poi da questa dimensione di forza
pretende, non più legittimamente, di ridurre la realtà ultima dell'essere a
questa dimensione di concretezza per cui tutto ciò che non è esattamente
misurabile diventa, nella migliore delle ipotesi, arte e suggestione poetica,
quando non mistificante filosofia che pretende di avere intuito come e perché
funziona il mondo; dall'altro emerge la personale difficoltà a rimettere in
discussione le proprie certezze acquisite che, soprattutto sul piano dei valori
con i quali si è giunti ai giudizi etici, non si accetta possano sfuggire di
mano quando si entra, da soli, nella dimensione dialettica della metamorfosi
yin/yang.
E' questa,
in conclusione, la difficoltà più grande perché quando si entra nel livello di
fede filosoficamente più elevato ci si trova soli, sotto vari punti di vista:
innanzitutto perché progressivamente svanisce la figura di quel dio
antropomorfo che la maggior parte dei credenti vuole poter pregare e, magari,
maledire: viene perciò a mancare la figura di quella entità personale che ci
può aiutare, giudicare, punire e dobbiamo solo più fare i conti con la legge
del karma, la legge di causa-effetto. Questa nuova consapevolezza è,
contemporaneamente, una formidabile liberazione e un carico di responsabilità
mai prima sostenuta dall'essere umano, responsabilità che nei momenti di crisi
ti fa sentire, con il suo enorme peso, ancora più difficilmente sostenibile il
cammino evolutivo in solitudine che si è osato intraprendere.
Questo
nuovo livello di fede ha, alla sua base, la certezza che il mondo esprime
sempre razionalità, bellezza e armonia per cui, quando abbiamo davanti agli
occhi qualcosa di ostile, di cattivo e di doloroso dobbiamo trovare la forza di
riconoscere che stiamo guardando il mondo come quando proviamo a leggere una
carta stradale con la scala sbagliata e ci sorprendiamo perché i conti non
tornano.
Avere fede
significa credere fermamente che noi siamo in Dio e, quindi, il male come
realtà assoluta non esiste: è il grande messaggio di Platone che, come
iniziato, era a conoscenza di quella sempre esistita verità cui si riferiva
Agostino e che la chiesa cristiana dei suoi tempi ben conosceva.
Non è,
questa, una verità comoda né facile ed è anche per questo che la chiesa cristiana,
che nei secoli successivi si trasformerà in un centro di potere e di privilegi,
finirà con il perderla.