Hegel è uno dei filosofi che meglio
hanno “smaterializzato” il mondo; Leibniz è stato il primo filosofo e
scienziato moderno a proporre questa tesi, però ai suoi tempi pochissimi sono
riusciti a seguire fino in fondo le intuizioni che egli proponeva; quando Hegel
lo ha fatto, e siamo agli inizi dell’Ottocento, non solo verrà capito ma il suo
pensiero diventerà il punto di riferimento privilegiato per i filosofi del
tempo: Hegel sarà un filosofo che andrà per la maggiore per circa cent’anni;
ancora nei primi decenni del Novecento, con l’Idealismo, la sua visione del
mondo sarà capace di influenzare pesantemente le scelte culturali e politiche
di molti stati europei.
Oggi nessuno parla di Hegel perchè
ha parecchie “colpe”. La prima è quella di essere stato un filosofo che ha
praticamente demolito tutte le religioni storiche, nel senso che le ha definite
come espressione di un livello inferiore di conoscenza rispetto alla filosofia
e, questo, non gli è stato perdonato nè dai cattolici nè dai protestanti. In
realtà, questa affermazione era già stata fatta dalla maggior parte dei
filosofi precedenti ma, a partire da Hegel, si comincia a vedere un diverso
atteggiamento delle autorità statali nei confronti di questa tesi che, anzi,
verrà strumentalizzata sul piano politico. Anche per questo si finirà per
identificare il pensiero hegeliano con una posizione ideologica di estrema
destra. Ma su questo discorso torneremo.
Hegel è un filosofo ateo, ma è un
ateismo che per tanti versi richiama quello della religione buddhista. Il
Buddhismo venera Buddha e lo venera come un uomo particolarmente evoluto, un avathar, un salvatore, un Gesù Cristo
ridimensionato come uomo evoluto e non figlio di Dio e seconda persona della
Trinità. Il Buddhismo non ha sviluppato una teologia perchè Dio è,
semplicemente, il mondo.
Il Buddhismo, a livello popolare,
prevede innumerevoli divinità che esistono tra l’assoluto e l’uomo per cui il
popolino, all’interno di una cultura buddhista, andrà ad offrire l’incenso ad
una particolare divinità, così come il cristiano dello stesso livello va ad
accendere la candela davanti alla statua di santa Rita, fa il pellegrinaggio al
santuario della Madonna di Lourdes o ad altri santuari più o meno noti: luoghi
ed entità che finiscono per diventare momenti di preghiera privilegiati
rispetto a Dio, perché a livello popolare si sente più vicini a noi un
qualsiasi santo o la Madonna.
Hegel è portatore di una dimensione
religiosa estremamente sofisticata, evoluta, impegnativa, nella quale Dio, come
figura che si può pregare e a cui ci si può rivolgere non c’è più. Questa
religiosità si caratterizza nell’affermazione che tutto ciò che esiste è
espressione di una razionalità assoluta: è come dire che tutto ciò che esiste è
all’interno di Dio o, se vogliamo, è manifestazione di Dio. Non c’è nulla che
non abbia in Dio la sua radice e, come provocatoriamente più volte abbiamo
affermato, anche Satana e il male sono momenti di un progetto divino che noi
non riusciamo ancora a capire.
Questa è la conclusione della
filosofia hegeliana, che è poi quella di Eraclito evoluta e approfondita come
oltre duemila anni di storia potevano consentire: Dio è la compresenza degli
opposti, che insieme determinano una dimensione di razionalità che ancora oggi
ci risulta scomoda.
E’ un altro dei motivi per cui non
si parla più di Hegel: se le religioni istituzionali lo hanno sempre visto come
il fumo negli occhi, lo stato lo ha invece guardato con interesse, ma era uno
stato di tipo autoritario, uno stato di destra che non ammetteva i principi
democratici per noi, oggi, irrinunciabili. In realtà potremmo chiederci perché
Hegel ha potuto assumere una posizione così nettamente negativa, senza mezzi
termini, contro le religioni storiche in un’area come quella tedesca dove
pochissimi anni prima Kant era stato diffidato dal re di Prussia a parlare
della religione con troppa libertà: Kant stava portando avanti un discorso
sulla religione naturale, una specie di super-religione al di sopra di tutte le
religioni storiche, e il re di Prussia lo ha censurato dal momento che in terra
tedesca chiesa e stato sono sempre stati alleati. Kant aveva a suo tempo
obbedito, però aveva saputo poi mantenere nei confronti del potere politico una
notevole autonomia e non ha mai legittimato il potere politico esistente, non
ha mai detto che lo stato prussiano del tempo fosse la migliore forma di
organizzazione statale, anzi ha affermato a chiare lettere che lo stato e la
chiesa che pretendono di non dover rendere conto alle critiche della ragione
commettono un sopruso e finiscono per indebolirsi con le loro stesse mani di
fronte alle critiche della filosofia.
Hegel, invece, non ha dovuto fare i
conti con la censura perché ha fatto una scelta di campo sul piano politico
legittimando il governo prussiano come realtà che si autogiustifica per il
fatto stesso che esiste. Ciò ha finito per porre Hegel in una situazione
privilegiata e il suo pensiero ha avuto da parte della struttura statale una
considerazione e un rispetto tali, per cui ha avuto spazi più ampi nella
critica contro le religioni storiche.
In realtà, però, il pensiero
hegeliano è qualcosa che va oltre la semplice giustificazione del dato, della
realtà esistente: dal pensiero hegeliano nascerà Marx, la cui dottrina politica
è la versione di sinistra del pensiero hegeliano. Marx è stato un grande
teorico dell’economia e della politica e il suo pensiero costituisce in questi
campi una pietra miliare della cultura occidentale, ma dal punto di vista
filosofico ha finito per cadere in una ingenuità che Hegel ha evitato. Infatti,
nel momento in cui Marx elaborerà la sua visione del mondo finirà per creare
quella che è stata definita come l’ultima religione storica: il Marxismo è
l’ultima religione nata nell’Occidente, perché ci delinea un mondo futuro che è
il paradiso, un mondo nel quale non ci saranno più sfruttati né sfruttatori.
Ora, se dal punto di vista economico
il pensiero di Marx ha delineato una dottrina che bisogna assolutamente
conoscere per capire a fondo l’evoluzione storica dell’economia e, dal punto di
vista politico, può ancora essere un punto di riferimento valido per le aree
del pianeta economicamente più arretrate, dove ancora si devono registrare
situazioni di sfruttamento della mano d’opera analoghe a ciò che era l’Europa
della prima metà dell’Ottocento, dal punto di vista filosofico il suo pensiero
è datato e difficilmente potrà ancora, in futuro, uscire dalla sua pur
fondamentale posizione di tassello storicamente importante della evoluzione del
pensiero umano.
La teoria hegeliana invece non è
affatto superata ed è ancora oggi pienamente valida, nel senso che può ancora
dare potenti intuizioni per la spiegazione del mondo e se nessuno parla più di
Hegel è perché è “fuori moda”: una filosofia come quella hegeliana ci toglie
qualunque possibile alibi, lo toglie a tutti, perché nel momento in cui ci si
lamenta di qualcosa egli ci fa osservare che il reale è razionale. Non stai
bene? Si sono create le cause per cui oggi devi avere questo malessere: Hegel
non ti impedisce di andare dal medico, però contemporaneamente ti ribadisce che
se stai male è prima di tutto colpa tua, poi potrai incolpare il medico di non
essere bravo come tu vorresti nel trovare la cura giusta, ma in realtà sei tu
la causa del tuo problema.
Ecco cosa significa l’affermazione
che il reale è razionale. Non possiamo, tanto per fare un esempio, lamentarci
della immigrazione clandestina quando noi stessi siamo a livello planetario
corresponsabili degli squilibri che ne hanno creato le premesse.
Hegel è il filosofo che ci mette di
fronte alla realtà dicendoci che questa è il risultato logico e ineluttabile di
una serie concatenata di cause che anche noi abbiamo voluto o permesso. In un
simile contesto maledire il presente è solo un atto di ignoranza ed è la
peggiore premessa per poterlo modificare: il filosofo si fa carico di tutte le
sue corresponsabilità come singola cellula che compone la più ampia realtà
sociale e può soltanto guardare in avanti partendo da una analisi quanto più
razionale possibile del passato. E qui la filosofia hegeliana si rivela meno
ingenua di quella di Marx: questi proponeva una mitica età dell’oro nel nostro futuro,
nel senso che il risultato della lotta politica della classe rivoluzionaria dei
proletari avrebbe portato alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Hegel, molto più realisticamente, trae dalle premesse della sua filosofia la
conclusione che la dialettica sociale potrà affinarsi e diventare meno rozza e
brutale ma non potrà mai comporsi in una armonia perfetta perché l’essere
stesso si costituisce come dialettica dei contrari.
Il mondo non finirà mai e ogni
momento si propone come un dato che dovrà necessariamente essere superato,
quindi Hegel, se è vero che come uomo può fare una scelta di destra, come
filosofo non dirà mai a chi è al potere che può dormire sonni tranquilli in
quanto espressione della volontà di Dio, espressione della razionalità
assoluta, perché Hegel come filosofo farebbe immediatamente il discorso che gli
antichi romani nella loro saggezza politica facevano fare a uno schiavo durante
la cerimonia del trionfo.
Al generale romano che aveva vinto
una guerra e tornava a Roma vittorioso dopo aver conquistato nuovi territori,
veniva concesso l’onore del trionfo: il generale vittorioso con la corona
d’alloro in testa passava su un cocchio in mezzo a due ali osannanti di folla,
ma sul cocchio c’era uno schiavo che, tra gli osanna della folla, ripeteva
nell’orecchio del generale vittorioso: “Ricordati che sei un uomo come tutti
gli altri e prima o poi ti toccherà morire esattamente come tutti gli altri”.
La filosofia hegeliana nel momento
in cui accetta e giustifica la realtà dell’uomo che vince e del partito che
raggiunge il potere, al tempo stesso sottolinea proprio alla realtà vincente
che per il fatto stesso che esiste il vincitore si creano le condizioni perché
nasca un’opposizione e prima o poi tutto si capovolgerà.
Il discorso hegeliano può essere
molto bene sintetizzato e intuito a fondo se pensiamo alla nostra realtà
individuale: ciascuno di noi in questo momento sa di esserci e questo sapere di
esserci viene definito da Hegel come il momento di sintesi, sintesi di una
realtà precedente che noi siamo stati, sintesi di tutta la nostra storia
precedente, però nel momento in cui sono consapevole della mia individualità
come sintesi di 60 anni di vita, in quel preciso momento questa sintesi viene
automaticamente messa in discussione perché l’attimo di consapevolezza appena
colto già si presenta come catturato e inglobato da quel passato da cui si
distingueva. La consapevolezza di questo istante è sintesi di tutto il mio
passato ma viene rimessa in gioco in modo dialettico da quel futuro che per la
mia coscienza non c’è ancora ma che ineluttabilmente si contrappone ed è altro
dall’istante attuale; in questo senso la sintesi del passato è,
contemporaneamente, tesi: tesi in quanto contrapposta alla antitesi
rappresentata dal futuro, da ciò che ancora non sono e che, proprio per ciò, si
contrappone come diverso, come quel qualcuno che non sono ancora.
Tesi, antitesi e sintesi sono la dimensione dell’Essere; già con Eraclito, si
affermava la razionalità dell’Essere come divenire ma si trattava, anche lì, di
una razionalità che ci mette in crisi: noi oggi siamo ancora legati alla logica
di tipo aristotelico cristallizzata dalla ortodossia cristiana che è
sintetizzata nell’affermazione A=A, che poi, in termini concreti, significa: io
sono una persona per bene, ci sono le carogne, bisogna fare qualcosa contro di
loro e nel momento in cui chiedo il porto d’armi perché il mondo è pieno di
carogne, non voglio sentirmi dire che la richiesta del porto d’armi è già la
manifestazione in me di quella stessa dimensione di aggressività che sto
rimproverando agli altri; no, io sono una persona per bene, la mia è la parte
della onestà e del rispetto delle leggi per cui non accetto di sentirmi dire
che l’idea di viaggiare con la pistola in tasca nasce dalla stessa radice di
violenza contro cui combatto.
Questa è la trasposizione sul piano
individuale di una secolare tradizione religiosa che ci ha costruito un mondo
eternamente dicotomizzato per cui c’è Dio che è il bene, e naturalmente io sono
dalla sua parte, e Satana come suo eterno nemico, personificazione del male che
si manifesta in tutti coloro che non la pensano come me.
Hegel ha il coraggio di affermare
che Dio è la radice unitaria e infinita del bene e del male: Dio come realtà
vera è l’abisso infinito e misterioso da cui emergono vita e morte. In questa
ottica rientriamo in quei discorsi provocatori, paradossali che avevamo già
fatto con Eraclito, e che a noi danno fastidio perché, in quanto occidentali,
siamo figli della logica aristotelica male interpretata che ci porta ad
utilizzare distinzioni quanto più possibile nette e definitive, per cui
facciamo fatica a seguire Hegel mentre ci invita a riflettere sul fatto che
nessuno di noi ha mai visto nella realtà spazio temporale qualcosa che sia
sempre uguale a se stesso.
Stiamo inseguendo questa illusione
da quando l’uomo esiste. L’esoterismo afferma che la radice di questo bisogno
ce la portiamo dentro di noi ed è la chiave per risolvere tutti i nostri
problemi: anche se nella pratica nessuno ha mai visto qualcosa che fosse anche
solo per un istante uguale a se stesso continuiamo a cercare delle prove e
delle conferme in questa direzione per il fatto che ciascuno di noi, come
momento dell’Essere eternamente Uno e, quindi, uguale a se stesso, ciascuno di
noi ha in sé queste radici unitarie che ci spingono verso la soluzione
prospettataci da Parmenide e da Spinoza. Il nostro “errore” consiste nel fatto
che cerchiamo una conferma che Dio è Uno in una direzione sbagliata, cioè nella
dimensione spazio-temporale. In realtà anche lì si rivela la unicità
dell’essere ma la sua è una evidenza che si rivela solo a chi è capace di
guardare il piano esistenziale con la lente della metalogica di Eraclito e
Pitagora e della dialettica di Hegel.
Tutto ciò che siamo riusciti a
trovare è stata la eterna evidenza e identità degli assiomi
matematico-geometrici, la perfezione delle figure geometriche, l’affascinante e
inquietante incommensurabilità della circonferenza del cerchio, l’intuizione
dell’infinito che si esprime con la stessa potenza nella linea retta e in
ciascuno degli infiniti punti di cui essa è composta, ma nessuno di noi ha mai
visto queste “cose”, nessuno di noi le ha mai toccate con la mano: sono oggetti
di pura intuizione perché si trovano in una dimensione iperuranica,
trascendente; sono in quella dimensione spirituale che Hegel definisce come
realtà vera, perché nella dimensione materiale non esiste un filo d’erba
perfettamente identico ad un altro e lo stesso filo d’erba non è neppure per
una frazione di secondo uguale a se stesso.
Io vengo al mondo e vedo le
fotografie che del Cervino ha scattato mio padre; alcuni decenni dopo scatto
anch’io una fotografia di questa montagna proprio da quel lago dove già mio
padre era rimasto affascinato da questa montagna: controllando le due foto ho
l’impressione che il Cervino sia sempre lì, che sia sempre uguale. In realtà
sappiamo che il Cervino fotografato da me non è più quello di mio padre perché,
nei decenni nel frattempo intercorsi, il gelo, il vento, la pioggia hanno
modificato la massa piramidale del monte così come allo stesso modo è stata
modificata ciascuna delle pietre che dalle vertiginose pareti della montagna
sono precipitate a valle.
Nel pensiero di Hegel, come già in
Cusano, Bruno, Spinoza e Leibniz si ribadisce con forza che l’Infinito non
ammette ritorni né repliche e l’unica identità possibile è quella parmenidea
dell’Essere che è eternamente se stesso.
C’è di Hegel una citazione che è
riportata in molti testi scolastici: “ A stento l’opinione riesce a farsi un
concetto della diversità dei sistemi filosofici; essa, piuttosto, nella
diversità scorge più la contraddizione che non il progressivo sviluppo della
verità. Il bocciolo dispare nella fioritura e si potrebbe dire che quello vien
confutato da questa; similmente, all’apparire del frutto, il fiore vien
dichiarato una falsa esistenza della pianta, e il frutto subentra al posto del
fiore come sua nuova verità. Tali forme non solo si distinguono, ma ciascuna di
esse dilegua anche sotto la spinta dell’altra perché esse sono reciprocamente
incompatibili. Ma in pari tempo la loro mobile natura le eleva a momenti
dell’unità organica, nella quale non solo non si respingono, ma sono anzi
necessarie l'una non meno dell'altra e questa egual necessità costituisce ora
la vita dell’intero.” (G.W.F. Hegel
Fenomenologia dello Spirito – La Nuova Italia – Firenze, 1933)
Cioè l’albero è vivo perché in
questo momento sta mettendo i germogli, tra un mese avrà i fiori che, con il
tempo, diventeranno i frutti e a fine stagione anche i frutti cadranno come le
foglie: l’albero è vivo per questo continuo cambiare che è un continuo morire a
se stesso. Noi siamo vivi perché stiamo morendo, perché stiamo trapassando
dalla nascita alla morte: la vita è un traghettare dalla nascita alla morte, la
vita non è l’opposto della morte, ma è un andare verso la morte. La morte si
pone, perciò, come sintesi della vita ma, a sua volta, nel momento in cui essa
si afferma come realtà in atto si pone come tesi a cui, automaticamente, si
contrapporrà l’antitesi, per cui la morte si rivela come il serbatoio da cui
riemerge la vita.
Hegel non ha affrontato il discorso
specifico della reincarnazione perché a lui non interessa la realtà del singolo
individuo.
Per noi, giustamente ma, anche,
inguaribilmente individualisti, il messaggio hegeliano diventa difficile da
accettare perché è portatore di una dimensione di religione impegnativa e
filosoficamente corretta, nella quale si viene costretti ad accettare il mondo
e a non pregare Dio perché ce lo cambi, tuttavia lo stesso Hegel ci apre una
prospettiva di straordinaria potenza: l’attimo che stiamo vivendo come
occasione che possiamo utilizzare per realizzarci a livelli più alti. Con Hegel
ritorna il discorso del finito che è espressione dell’infinito, ritornano le
suggestioni di Cusano: in quella realtà che noi definiamo finita, come il
segmento, ci sono infiniti punti geometrici e il finito si rivela portatore,
rivelazione dell’infinito.
Se paragoniamo l’eternità ad una
linea retta, la nostra vita può essere vista come un segmento, un “pezzo”
dell’eternità, ma all’interno della nostra vita troviamo infiniti punti
geometrici, infiniti attimi di coscienza: anche l’attimo è espressione
dell’infinito, e ne può diventare, per noi, l’intuizione più potente: sono i
due modi opposti, estremi di intuire l’infinito, nel quale, come già osservava
Cusano, gli opposti coincidono.
Quella che noi chiamiamo realtà
spazio temporale è una serie di gabbie, per cui vediamo il punto geometrico
come intuizione dell’individuo: è la monade, un centro di coscienza
nell’Essere, e poi in quanto siamo portatori di una dimensione di infinito mai
perfettamente realizzata sul piano esistenziale, ecco che questo attimo, questo
punto geometrico lo vediamo affermarsi nel tempo, fino a delineare un segmento
come successione dei punti di consapevolezza, segmento che poi “vogliamo
vedere” radicato in una retta che, dilatandosi all’infinito in entrambe le
direzioni del passato e del futuro, rappresenta il nostro tentativo di
esorcizzare i buchi neri delimitanti la nascita e la morte.
Tuttavia la linea retta, per quanto
colta come espressione di un bisogno interiore, non può appagarci perché non
abbiamo il coraggio di accettare la prospettiva che in noi si esaurisca tutta
la realtà dell’essere, per cui vogliamo necessariamente pensare che esistano
altre infinite rette che esprimano il tu, l’altro da noi, per cui il piano si
propone come l’infinito “contenitore “ di questi centri di coscienza con cui
abbiamo bisogno di sentirci in interazione. Ma l’esperienza della nostra vita
ci spinge ad una ulteriore dilatazione della intuizione dell’infinito che, dal
piano come semplice contenitore delle linee rette, si trasforma nella
tridimensionalità dello spazio che meglio ci aiuta a concepire la compresenza non
solo di esperienze esistenziali individuali ma l’interazione di culture, di
religioni, di filosofie che conferiscono uno spessore temporale e storico al
“contenitore” del tutto. Tutte queste “diverse” intuizioni dell’infinito non
possono coesistere come entità separate, stante la radice unitaria dell’Essere,
per cui si va dall’intuizione di Dio come origine del mondo proposta dalla
religione, allo sfero di Parmenide, eventualmente aggiornato nell’ipersfera
della scienza contemporanea: è l’infinito che ci costituisce e che ci spinge
sempre oltre.
E qui ritorniamo alla scoperta della
potenza infinita dell’attimo, che Hegel ci propone.
Il modo corretto per uscire dal
tempo non è quello di aspettare di essere morti per sentirci immortali, ma è
quello di sprofondare tutta la nostra coscienza nell’attimo che stiamo vivendo,
per scoprirne la potenza infinita: le più grandi decisioni della nostra vita,
quelle che hanno rappresentato le svolte importanti, sono state prese in un
certo istante della nostra vita. Forse le abbiamo poi ripensate e rimesse in
discussione, però c’è stato l’istante in cui ciascuno di noi ha deciso di
smettere di fumare, ha deciso di sposarsi, di fare quel certo tipo di studi, di
non licenziarsi ma di continuare a
lavorare dove già si trovava … : se non riusciamo a individuare questo
istante è perchè non siamo ancora capaci di coglierlo in tutta la sua potenza.
Ogni attimo della nostra vita può
avere questo spessore infinito, infinito perché ogni volta che noi facciamo una
svolta entriamo in uno spazio-tempo che si apre a infinite possibili variazioni
completamente nuove, che non riusciamo ancora a percepire ma che da
quell’istante riveleranno la loro infinita potenzialità.
Hegel, nel momento in cui viene
utilizzato in questi termini, è un filosofo che non sarà mai superato: è un
filosofo che può andare fuori moda in un’epoca come quella di oggi, nella quale
non vogliamo sentirci dire da un lato che siamo esattamente ciò che ci siamo
meritati di essere e, inoltre, che oggi viviamo nel mondo che abbiamo voluto o
permesso, o consentito. Hegel non ci piace nel momento in cui una rilettura del
suo pensiero apre gli spazi per la constatazione che se vogliamo che il mondo
cambi non dobbiamo aspettare che lo cambi chi è al potere, il partito per cui votiamo,
la chiesa a cui ci sentiamo legati: se vogliamo che il mondo cambi dobbiamo in
questo momento decidere di fare noi qualcosa per cambiarlo e cominciando da noi
stessi. E’ vero che Hegel afferma che siamo sempre e comunque dei burattini
manovrati da energie più grandi di noi ma, andando oltre Hegel, avremo la
soddisfazione di avere scelto il nuovo spazio di manovra del burattino che pure
ancora dobbiamo essere.
Hegel è uno Spinoza moderno, però
mentre Spinoza propone un discorso che è quello del mistico che ha trovato la
visione del mondo, grazie alla quale qualunque pena e sofferenza viene a
trasformarsi in serena contemplazione della infinita realtà dell’Essere divino,
Hegel, pur privilegiando la dimensione “divina”, non dimentica mai che tutto continuamente
evolve e si capovolge. Un rabbino che apprezzava Hegel ha proposto
un’interpretazione cabalistica interessante del fatto che la Bibbia comincia
con la lettera “bet”.
Nella scrittura ebraica, che procede
da destra verso sinistra, la lettera bet (ב) risulta aperta verso sinistra,
quindi in avanti nel senso della scrittura e della lettura ed essendo la prima
lettera del testo sacro ha, dal punto di vista cabalistico, una importanza
tutta particolare. Il suo aprirsi-concludersi in avanti è stato interpretato
come un invito a non pretendere di rimettere in discussione o a rimpiangere il
passato perché l’uomo, a questo riguardo, può soltanto prendere atto del
passato accettandone la razionalità in quanto evento storico, mentre la sua
responsabilità personale deve impegnarsi verso il futuro perché è in questa
direzione che può essere utilmente impegnata la nostra energia.
Il passato va accettato non
passivamente nel senso che, riconoscendolo come espressione della assoluta
razionalità dell’Essere, non hanno più alcun senso le recriminazioni e i
rimpianti ma, proprio perché ciò che è passato ha espresso la razionalità di un
precedente rapporto causa-effetto così, con questa consapevolezza, ci impegnamo
nel presente non più schiacciati da un passato che ci è piovuto addosso, ma
piuttosto con la forza di chi ha capito che è nell’attimo presente che posso
utilizzare la dialettica dell’essere per far sì che, nel mio prossimo futuro,
io possa riconoscere nel passato l’espressione della mia volontà che ha saputo fare
propria la dimensione razionale dell’essere.
E’ in questa ottica che Hegel
afferma che la filosofia è come la nottola di Minerva: è come la civetta che
salta fuori dal suo nido solo all’imbrunire, solo quando il giorno è concluso.
La filosofia ci permette di capire
il senso delle cose solo dopo che sono avvenute, nel senso che, con la
dialettica degli opposti, si può cogliere il divenire degli eventi storici come
processo logico che si realizza. Di qui la possibilità, per l’uomo, di
impegnarsi per determinare il futuro, pur con la considerazione che in Hegel,
come già in Leibniz, ciò non significa la certezza di poter scegliere e
determinare il nostro futuro in modo assolutamente sicuro. Come, infatti, negli
infiniti possibili futuri di Leibniz il gioco delle infinite variabili che
sfuggono al nostro controllo può fare apparire, per certi versi, presuntuoso il
tentativo della monade di fare emergere nella propria coscienza uno
spazio-tempo perfettamente definito a propria scelta così, in Hegel, la coscienza
evoluta del filosofo, che ha realizzato la consapevolezza del “punto di vista
dell’Assoluto”, può certamente tentare di muoversi con una sua autonomia nella
dialettica dei contrari ma sempre nella consapevolezza, anche qui, che il
tentativo può rivelarsi presuntuoso dal momento che nella visione hegeliana del
mondo il soggetto individuale è strumento dello spirito oggettivo rappresentato
dagli stati che determinano la storia e, questi ultimi, sono a loro volta
strumenti dello Spirito Assoluto che si afferma su una dimensione di
razionalità assoluta che, in quanto tale, si rivela come razionalità, al
singolo individuo, sempre e soltanto a cose fatte.
La prospettiva di poterci
“destreggiare” nella razionalità dell’Essere, che per Hegel ci schiaccia e ci
trascende, va oltre il pensiero hegeliano e ci potrà essere suggerita dal
progetto del superuomo nietzscheano che assumerà una dimensione di coscienza
tragica perché, se è vero che qualunque nostra scelta può a posteriori essere
vista come il realizzarsi di un destino che già era scritto, sarà pur sempre un
destino individualmente scelto con una lucidità e determinazione sovrumane.
Il senso di ciò che avviene nel
mondo si può capire solo a posteriori e nessuno può chiedere a Dio che cosa
voglia realizzare perché in realtà non c’è un Dio che vuole, una realtà
antropomorficamente comprensibile che abbia un futuro davanti a sé: Dio come
realtà vivente è il divenire, l’eterno divenire, che non ha spiegazione se non
nella sua dimensione di razionalità assoluta che, in quanto tale, coincide con
“l’Essere è” di Parmenide.
Per questo si può affermare che,
nella filosofia hegeliana, gli individui sono il combustibile dell’essere in
quanto sono sempre e soltanto delle marionette nelle mani di un “burattinaio”
che non esiste come realtà antropomorficamente concepibile. In questa ottica un
personaggio come Napoleone si riduce ad essere la prima delle marionette. Sotto
questo punto di vista la grandezza di Kant e di Nietzsche, rispetto ad Hegel,
consiste nell’aver osato credere che il singolo individuo sia capace di
giungere ad operare scelte autentiche e responsabili.
Kant aveva chiarito che un’azione si
dice giusta, moralmente giusta quando l’uomo è posto come fine dell’azione, non
strumento e mezzo; in altre parole, quando si decide di fare una certa cosa, ci
si deve chiedere se si è presa questa decisione perché l’umanità diventi
migliore o perché una certa parte dell’umanità o addirittura un singolo
individuo stia meglio: in questo caso non è un’azione moralmente giusta, perchè
è l’umanità come insieme il fine per cui si deve lavorare. Hegel non accetta
questo discorso, perchè per lui l’umanità, le sue angosce, i suoi dolori, le
sue sofferenze sono la vita dell’Essere: il bocciolo deve morire perché ci sia
il fiore, il fiore deve morire perché ci sia il frutto, il frutto deve morire
perché l’albero sia vivo, il bocciolo, il fiore, il frutto sono vittime
sacrificali della vita dell’albero e questa si propone come realtà superiore:
Hegel ha puntato la sua attenzione su questa dimensione.
Nietzsche è un grande filosofo anche
perché ha tentato di opporsi a filosofie come quelle di Parmenide, di Plotino,
di Spinoza, di Hegel, nelle quali la realtà dei singoli si scioglie
nell’assoluto. Se siamo dei mistici possiamo anche trovare interessante questa
prospettiva, però nel momento in cui siamo un individuo che ha le sue speranze
e ambizioni, i suoi ricordi e i suoi progetti, l’idea di accettare che io
eternamente sono in Dio può essere, in certi momenti della vita, una sorta di
autocastrazione.
Nietzsche si ribellerà a questa
prospettiva e, anche se è un filosofo che sarà difficile far accettare come
portatore di una dimensione religiosa, è, però, un filosofo che ci potrà dare
quella spinta che ci può aiutare a ritrovare una dimensione religiosa più
personale, più originale, capace di farci diventare protagonisti della vita e
non capaci soltanto di pregare e sperare che Dio ce la mandi buona.
Ed è grazie alle suggestioni
nietzscheane che possiamo servirci del pensiero hegeliano per giungere proprio
là dove egli non ha osato o voluto arrivare: è il discorso, già fatto, del
filosofo che, giunto alla intuizione metalogica della dialettica dell’essere,
affronta l’infinita potenza dell’attimo forte della consapevolezza raggiunta.
E’ proprio in questo modo, grazie al pensiero di filosofi come Hegel che si
sono succeduti nel tempo, che possiamo essere affascinati dalla potenza delle
intuizioni leibniziane della realtà come infinito ipertesto divino nel quale le
infinite possibilità che si aprono davanti a noi sono tutte ugualmente vere e,
quindi, praticabili se solo riusciamo ad evolvere al punto da non essere più
momento di passività ma soggetti che attivamente scelgono il percorso
esistenziale.
L’affermazione hegeliana che la sua
era l’ultima filosofia possibile è, contemporaneamente, vera e falsa,
confermando anche qui la metalogica che egli ha riscoperto ed evidenziato.
E’ vera nel senso che le sue
intuizioni nella cultura occidentale già compaiono in Eraclito e Pitagora ma
sono di gran lunga più antiche in culture diverse e, in questo senso, è una
filosofia che esiste da sempre e che, non potendo come tale diventare datata,
può soltanto essere aggiornata in rapporto alle nuove conoscenze
progressivamente raggiunte in campo scientifico. Nel Corpus Hermeticum,
un’opera nella quale sono compendiati scritti diversi dell’epoca ellenistica
–siamo nel II-III secolo dopo Cristo- che riportano un sapere che ha radici
culturali ben più antiche, si cita un dialogo tra Ermete Trismegisto e suo
figlio Tat:
Tat: “...il mondo è
necessariamente Dio. Come può essere, allora, che in ciò che è Dio, che è
l’immagine del Tutto, ci siano cose morte? Infatti la morte è corruzione, e la
corruzione è distruzione, ed è impossibile che alcunchè di Dio possa essere
distrutto. Ma non muiono nel mondo gli esseri viventi, o Padre, sebbene siano
parte del Mondo?”
Ermete: “Taci, figlio mio, perchè
tu sei indotto in errore dalla apparenza del fenomeno. Gli esseri viventi non
muoiono ma, essendo corpi composti, si dissolvono; e questo non è morte, ma la
dissoluzione di un miscuglio. Se si dissolvono, non è per andare incontro alla
distruzione, ma ad un rinnovamento. Che cos’è infatti l’energia della vita? Non
è movimento? E cosa c’è nel Mondo che sia immobile? Niente!.”
(Corpus
Hermeticum XII – Sull’intelletto comune).
D’altro canto, l’affermazione
hegeliana è discutibile nel senso che, se per filosofia intendiamo il modo con
cui ciascuno di noi giustifica se stesso nel mondo e ne trae la conseguente
possibilità di scegliersi il percorso esistenziale, esistono tante filosofie
quanti sono gli individui e, ciascuna di queste, perennemente nuova, autentica
ed originale.
La macrobiotica, come momento di
applicazione sul piano dietetico dei principi della dialettica che da Eraclito
a Hegel nella storia della filosofia occidentale più volte è riemersa,
coniugata con la potenza delle intuizioni di Leibniz e delle provocazioni di
Nietzsche, può diventare il momento in cui ciascuno di noi può verificare
giorno per giorno, nel suo stato di salute, il proprio livello di comprensione
della dialettica yin yang che regge il mondo e può rivelarsi come il momento di
liberazione che da secoli i più grandi filosofi e i più grandi profeti hanno
cercato di individuare. Con un limite, storicamente finora sempre confermato,
consistente nel fatto che, stante l’attuale livello medio dell’umanità, sarà
per molto tempo ancora una scelta aristocratica, nel senso etimologico del
termine.