1.12 -   Nietzsche                        (.htm)

 

Nietzsche muore nel 1900 e chiude il XIX secolo rimettendo in discussione tutte le certezze accumulate fino a quel tempo.

Per chi già lo conosce come filosofo, potrà sembrare strano il fatto che sia stato scelto come occasione per riflettere in positivo e per arrivare a un livello di fede e di vita religiosa più intensa.

Nietzsche è il filosofo che ha invitato l’uomo a liberarsi da qualunque verità precostituita, a liberarsi dalla scienza e dalla storia, a liberarsi dal cristianesimo e dalla morale.

Poteva già sembrare discutibile l’affermazione che Hegel è un filosofo profondamente religioso dal momento che ha definito le religioni istituzionali come livello rozzo e ingenuo rispetto alla consapevolezza filosofica, ma affermare che la dottrina nietzscheana che predica la liberazione dalla morale sia una possibile strada per giungere ad una religiosità più profonda potrebbe essere accettabile solo da un mistico che, in Dio, giustifica come voluto dalla Provvidenza tutto ciò che si realizza nella storia.

Cominciamo con il dire che le provocazioni di Nietzsche possono essere utili per scuoterci di dosso certe dimensioni di verità che si condividono a livello di massa, ma che finiscono per essere delle incrostazioni sul piano intellettuale, dei paraocchi che ci impigriscono mentalmente.

Leggiamo una brevissima citazione tratta dalla Prefazione di Così parlò Zarathustra, dove Nietzsche fa dire a Zarathustra le seguenti parole: Vi scongiuro, fratelli, siate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene, essi sono dei manipolatori di veleni sia che lo sappiano o no. … L’uomo è come l’albero, più egli vuole elevarsi su verso l’alto e verso la luce e con sempre maggiore forza le sue radici devono cercare di penetrare la terra.

Qui si prospetta una dimensione di tipo eracliteo ed hegeliano ma c’è una enorme differenza tra Hegel e Nietzsche: Hegel fonda la realtà proprio sulla contrapposizione degli opposti ma, all’interno di questa contrapposizione degli opposti che regge il mondo e costituisce il Dio vivente di Hegel, la nostra realtà singola, individuale, esistenziale svanisce, tanto che i singoli individui nella filosofia hegeliana diventano “combustibile dell’Essere”; Nietzsche invece rappresenta la rivolta del singolo che tende a uscire dalla massa, dal gregge, dal grigiore in cui finisce per sparire la maggior parte degli uomini e propone il superuomo che, più correttamente, potrebbe essere tradotto con l’oltreuomo, cioè l’uomo che evolutivamente siamo chiamati a diventare, che rappresenta nel nostro futuro la meta a cui la specie umana tende proprio sul piano evolutivo.

Si tratta, in altre parole, di un uomo più consapevole e per raggiungere questo obiettivo ci si deve liberare dalla scienza, dalla storia, dal cristianesimo, dalla morale, dalla verità, nel senso che dobbiamo liberarci dalle verità che ci sono state calate passivamente, che abbiamo accettato in modo acritico per diventare più coscienti e recuperare una dimensione di verità che sia finalmente nostra, finalmente autentica. Con Nietzsche dobbiamo acquisire la grinta e la capacità di utilizzare criteri e valori che abbiamo personalmente verificato avendo, se necessario, pagato il prezzo per capire che scelte diverse sono erronee.

Con il superuomo nietzscheano abbiamo la proposta più stimolante e più pericolosa di questo filosofo, pericolosa anche perché può essere fraintesa e strumentalizzata creando così le premesse per non riuscire a vedere le preziose opportunità per ripensare la nostra vita in termini più autentici. E’ un discorso che già abbiamo fatto a proposito di Hegel, il cui pensiero è stato utilizzato per oltre un secolo da chi gestiva il potere per legittimare il proprio ruolo anche in chiave filosofica. Il superuomo nietzscheano è stato utilizzato, soprattutto nell’area di cultura tedesca, come giustificazione di una politica inaccettabile e perversa nei confronti delle minoranze e di tutti coloro che non avevano i requisiti della razza ariana.

Nietzsce è però, come Hegel, un grande filosofo il cui pensiero resta valido nonostante e al di là delle possibili strumentalizzazioni. Se è vero che la visione del mondo di Nietzsche è difficile da trasformare in formulazioni di senso univoco, però si può recuperare pienamente il suo invito a rimettere in discussione tutti i valori che ci troviamo come retaggio culturale fin dalla nascita utilizzando quelle che, a suo tempo, erano le provocazioni socratico-platoniche circa la non insegnabilità della verità.

La proposta di Nietzsche è una proposta per uomini forti, ed egli è perfettamente cosciente che nel momento in cui afferma che dobbiamo liberarci da queste verità subite passivamente, c’è il grosso rischio di perdere il controllo della situazione, rischio in cui egli stesso ha finito per soccombere.

Quando Nietzsche ci invita a rimettere in discussione i valori della tradizione non intende affermare che li si deve rifiutare quanto, piuttosto, che dobbiamo farli diventare veramente nostri. La vita non deve svolgersi all’insegna del “chissà che cosa dice la gente” né delle aspettative dell’ambiente e delle persone che ci hanno cresciuti e “costruiti”.

D’altra parte la non insegnabilità della virtù non implica, ad esempio, che si debba passare attraverso l’esperienza della tossicodipendenza per potere poi, come “ex”, affermare il rifiuto della droga: in una ottica platonica l’”anima antica”, che ha già accumulato nelle vite precedenti adeguate esperienze di crescita, sente dentro di sé l’intima adesione a valori che dalla famiglia, dalla scuola, dall’ambiente gli provengono e, in tal caso, il suo comportamento è sempre e comunque adesione spontanea e autentica a valori che vengono vissuti come tali e non subiti da un più o meno recriminato condizionamento.

Non è però necessario passare attraverso esperienze che possono lasciare pesantemente il segno nella nostra vita per sentirci in sintonia con le proposte nietzscheane.

Considerato che la morte di questo filosofo è avvenuta in conseguenza di una polmonite che ha demolito le ultime difese di un organismo che era, ormai da anni, debilitato da malattie che nello squilibrio mentale avevano soltanto il sintomo più eclatante, può sembrare assurdo sottolineare che all’interno della sua visione del mondo, come punto focale della sua filosofia, sia sottolineata, come meta da raggiungere, la grande salute, il perfetto dominio del proprio corpo. Così come può sembrare assurdo richiamare l’intuizione socratico-platonica della non insegnabilità della virtù dal momento che lo stesso Nietzsche fa risalire a Platone l’inizio della caduta dei valori autentici.

Tuttavia, a parte l’osservazione che si può ancora discutere se Nietzsche contesti il pensiero platonico di per se stesso o per come è stato strumentalizzato e interpretato, noi stiamo facendo qui con queste nostre riflessioni esattamente ciò che Nietzsche ci invita a realizzare: stiamo rileggendo i filosofi per ripensare noi stessi per avere, ciascuno di noi, un più ricco ventaglio di punti di riferimento per costruirci la nostra personale visione del mondo. Non abbiamo scelto un filosofo sposandone in blocco il pensiero ma ne abbiamo scelti diversi e, tutti in vario modo utilizzandoli, stiamo cercando di intuire nella sostanza quel pensiero esoterico complessivo che potrà diventare la guida dei nostri passi sulla strada della evoluzione. In questo senso stiamo cercando di realizzare il cammino di esperienza religiosa proprio di quel terzo tipo di credente proposta nella introduzione (v. punto 0.2, sui rapporti tra religione e macrobiotica): un tipo di credente che, pur accettando e non potendo fare a meno della dimensione comunitaria della fede, non teme di affrontare la solitudine della ricerca religiosa più profonda che il mistero di Dio impone. Stiamo cercando di prospettare l’esperienza del credente che si riconosce contemporaneamente sia nella solitudine dello stadio religioso della proposta kierkegaardiana che nella vertigine del superuomo nietzscheano: questo credente è condannato dalla ortodossia di tutte le religioni istituzionali e, proprio per questo, finisce per trovarsi su un sentiero che pochi hanno il coraggio di affrontare.

Parlando di Leibniz si è affermato che egli ci ha aperto spiragli incredibili per una visione del mondo più evoluta: gli infiniti universi possibili in Dio sono tutti veri e sta soltanto a ciascuno di noi trovare l’energia sufficiente per andarli a visionare e, nel momento in cui troviamo in noi stessi la forza per andare a vedere un nuovo universo, trasciniamo con noi il mondo intero: è una intuizione che si pone come proposta di vita di inaudita potenza.

Che cosa offre Nietzsche, in più, rispetto a questa proposta che è già così potente?

Leibniz ci prospetta la direzione verso cui camminare lasciando però alle singole monadi, coerentemente con la propria dottrina, il compito di sviluppare in rapporto alla propria evoluzione il percorso di crescita di consapevolezza; Nietzsche, pur non essendo riuscito a realizzare in concreto la scelta, ha però intuito molto bene la nuova prospettiva: a differenza di Leibniz, afferma che dobbiamo puntare ad una dimensione di spiritualità nella quale l’anelito verso Dio, verso lo Spirito si accompagni con il contemporaneo sprofondamento delle radici terrestri, per cui la nostra anima può evolvere, può maturare, può diventare più santa nella misura in cui essa impara a dominare il corpo, ma a dominarlo non in modo stupido, come se il corpo fosse soltanto una palla di piombo, un peso da cui liberarci quanto prima possibile: la grande salute che dobbiamo raggiungere presuppone un corpo capace di esprimersi sempre al meglio delle sue possibilità.

E' un discorso che abbiamo toccato già in Platone: all’inizio egli parla del corpo come prigione dell’anima ma, una volta introdotta la nuova prospettiva della realtà del piano spirituale, il secondo Platone parla del corpo come salvagente dell’anima, come scudo che la protegge, che le permette di fare le esperienze di cui essa aveva bisogno per crescere in consapevolezza.

Si ritorna così alla citazione di Agostino che afferma che la verità l’uomo l’ha sempre avuta se solo avesse voluto e saputo cercarla, e Nietzsche sta ripetendo le stesse cose: guai puntare alla santità a scapito della nostra corporeità, perché se siamo incarnati è perché abbiamo bisogno del corpo, e qui stiamo facendo un discorso che va oltre Nietzsche, almeno finchè siamo in questo stadio evolutivo. Noi siamo spirito e corpo e privilegiare l’uno a dispetto o a danno dell’altro è solo una scelta, nella migliore delle ipotesi, da ignoranti: i cosiddetti santi che si sono rotolati nelle spine per tenere a freno le pulsioni fisiche sessuali, sono stati dei poveri fanatici, e disgraziati coloro che hanno avuto a che fare con persone di quel genere. Anche Buddha ha affermato le stesse cose quando precisa che la via migliore per l’uomo per raggiungere la santità è la via di mezzo, del giusto equilibrio. Un conto è digiunare, altra cosa è tenere sotto controllo le proprie pulsioni nel momento in cui siamo a tavola: ciò che dobbiamo raggiungere è la capacità di apprezzare i buoni sapori del cibo, ma sempre conservando il dominio di questa dimensione di piacere.

Nietzsche afferma che dobbiamo rivalutare il nostro rapporto con la terra e a non abbandonarci alla semplice speranza ultraterrena che finisce per diventare una sorta di anestetico che ci snerva e riduce la capacità di affrontare la vita con la grinta necessaria per essere vittoriosi qui e ora, non in un paradiso che ci attende dopo la morte. In questo senso Nietzsche propone di realizzare lo spirito dionisiaco che nella cultura della Grecia antica simbolizzava l’ebbrezza della vita al di fuori di ogni vincolo subito passivamente ma, attenzione, non l’ebbrezza della vita che ti porta a diventare tossicodipendente o etilista o che ti porta ad assecondare sempre e comunque gli istinti della dimensione animale: con l’ebbrezza dionisiaca, Nietzsche intende liberarci dalle catene della verità che non è stata da noi sperimentata come autentica e che, perciò, finiamo per subire, per cui la nostra vita diventa un alternarsi di momenti in cui rispettiamo con rammarico regole contro cui non osiamo ribellarci oppure ci lasciamo andare a comportamenti agognati ma con il conseguente senso di colpa per la libertà che ci siamo concessa.

In ultima analisi, l’ebbrezza dionisiaca sarà autentica liberazione soltanto se, insieme, avremo il completo dominio di noi stessi.

Ad un discepolo che gli chiede un consiglio circa la sua intenzione di sposarsi il maestro Zarathustra dice: “Ho una domanda che è destinata a te solo fratello, come uno scandaglio io faccio scendere questa domanda nell’anima tua perché io sappia quant’è profonda: sei tu il vittorioso, il sacrificatore di te stesso, il dominatore dei sensi, il sire della tua propria virtù? O il tuo desiderio ti è suggerito dalla bestia che è in te, da bisogno? O dalla solitudine? O dal malcontento di te stesso? Tu devi edificare sopra te stesso, ma prima di tutto devi aver finito di edificare te stesso e devi essere retto di corpo e di anima. Non devi solo propagarti, ma propagare oltre te stesso.”

Questo è l’autentico Nietzsche, che ci invita ad un dominio di noi stessi non in vista di un qualsiasi vantaggio personale: non dobbiamo coltivare un corpo atletico per vincere le olimpiadi, ma fare crescere l’artigiano, il filosofo, lo studioso, il ricercatore, l’artista che è in noi rendendolo, contemporaneamente, dominatore del proprio corpo in termini di efficienza. Tutti potremmo avere un corpo più efficiente di quello che abbiamo se solo ci imponessimo ogni giorno mezz’ora di ginnastica: non è necessario andare in palestra, basta mettersi nella propria camera da letto su una stuoia, magari ascoltando della buona musica: mezz’ora della nostra giornata per rendere il corpo più flessuoso, perché l’energia vitale scorra meglio nei meridiani che si sviluppano all’interno del nostro corpo. Questo è il senso della proposta nietzscheana e quando tu avrai un corpo più efficiente ti sarà più facile perseguire ideali di carattere elevato, di carattere spirituale, ti sarà più facile, nel senso che ti sentirai più forte, più potente, mens sana in corpore sano.

Quando Nietzsche afferma che dobbiamo liberarci dalla scienza e dalla tecnologia non vuole portarci al medioevo, quando afferma che dobbiamo liberarci dalla storia non vuole portarci all’ignoranza, alla non cultura: vuole semplicemente che ci liberiamo da quella dimensione di verità che poi diventa una autentica prigione come quella rappresentata dal tipo di scienza che ci chiede di fidarci ciecamente di essa e a non pretendere di organizzare strutture di controllo a cui essa debba rendere conto.

La dimensione scientifico-tecnologica che diventa una gabbia mentale è quella che non ha mai criticato pubblicamente la società di gestione del tunnel del Monte Bianco che in trenta anni di attività non ha trovato il denaro per adeguare l’impianto ormai obsoleto alla consapevolezza dei rischi nel frattempo maturata. Per non parlare della ricerca scientifica che ha proposto come soluzione al problema energetico le centrali nucleari, da un lato lasciando troppo spazio ai rischi connessi agli errori umani e, dall’altro, continuando a tacere pubblicamente sul fatto che, a distanza di decenni dall’inizio della costruzione di queste centrali, rimaneva completamente da risolvere il problema dello smaltimento delle scorie radioattive.

 Pensiamo alla medicina: limitandoci ad un piano di ordinaria quotidianità, pochi anni or sono valeva la regola per cui la pressione arteriosa corretta era quella che si otteneva sommando a 100 gli anni di età, per cui con 70 anni di età era giusta la pressione massima di 170. In questi tempi si afferma invece che la pressione ideale a qualunque età è intorno ad 80 come minima e 130 come massima, oltre la quale è già opportuno riguardarsi.

Che la verità della scienza cambi con il tempo non è solo una possibilità ma è inevitabile, dal momento che la scienza è ricerca continua e, quindi, un progressivo affinare le proprie conoscenze. L’errore non sta nella scienza come ricerca ma in tutti quei comportamenti che, magari in buona fede ma più spesso per malcelati interessi economici, tendono a far passare come indiscutibili i risultati di volta in volta raggiunti dalla ricerca scientifica.

Negli anni del secondo dopoguerra in Italia si è cominciato ad affermare la necessità di una alimentazione molto più ricca di proteine di origine animale, discorso che in altri paesi era stato proposto già in epoca precedente e si è giunti anche a lanciare sul mercato cibi a base di carne opportunamente trattati perché potessero essere utilizzati dai bambini in tenera età, che ancora non avevano i denti per affrontare un tipo di alimentazione così impegnativa. Dopo alcuni decenni ci si è resi conto che nel nostro paese abbiamo problemi di salute legati, sostanzialmente, ad una ipernutrizione, problemi che condividiamo con quei paesi che una volta ci guardavano dall’alto in basso considerandoci dei poveracci che sopravvivevano a base di pane e pasta. La gabbia mentale da cui dobbiamo liberarci è quella per cui, di fronte per esempio a quest’ultimo problema, ci sentiamo sostanzialmente orgogliosi di dover affrontare problemi di sovralimentazione piuttosto che recriminare per i valori tradizionali della nostra cultura alimentare che abbiamo perso.

Nietzsche è stato definito, insieme a Marx e a Freud, uno dei grandi distruttori di certezze. Potremmo aggiungere Einstein che ha distrutto le certezze della scienza dell’Ottocento. Einstein, a suo tempo, quando propose la teoria della relatività suscitò una reazione violentissima nell’ambito accademico della scienza, tanto che qualcuno disse che solo la mente bacata di un ebreo poteva proporre una teoria come quella della relatività che faceva saltare le certezze dello spazio tempo.

Non occorre essere degli scienziati per tenersi aggiornati sulle ipotesi di quegli studiosi che hanno il coraggio di andare contro corrente. Abbiamo già accennato, parlando di Leibniz, a Bohr e a Schrödinger. Potremmo qui citare un breve passo tratto da Il Vangelo secondo la scienza di Piergiorgio Odifreddi (Einaudi Tascabili): a pag. 82, parlando di David Bohm, studioso della teoria dei quanti, ci dà un esempio concreto di come si possa essere propugnatori della dimensione scientifica mantenendo al tempo stesso la capacità di essere critici nei confronti della verità sedimentata:

Egli (David Bohm) propone di abbandonare la visione metafisica ancora dominante, basata sull’essere di una divisa molteplicità, e di passare invece all’alternativa del divenire di una indivisa totalità. Dal fluire della totalità si distaccherebbero le strutture momentanee che noi chiamiamo in certe condizioni oggetti e in altre pensieri: sia la materia che la mente sarebbero dunque entrambe solo fugaci astrazioni dal flusso universale.

Nietzsche ci invita a non lasciarci asservire dai vantaggi immediati garantiti come sicuri dall’ultima ricerca scientifica e, invece, ad essere sempre critici, perché quella scienza e tecnologia che ieri hanno progettato e costruito l’automobile, arrivando poi a modificare l’ambiente naturale in funzione del nuovo mezzo di trasporto, ci hanno conseguentemente creato città invivibili e sono quella stessa scienza e quello stesso tipo di interessi economici che oggi ci assicurano che gli alimenti transgenici risolveranno i problemi del mondo perché avremo più cibo con minore spreco, dal momento che questi alimenti transgenici avranno la capacità di autodifendersi dai parassiti: e sono quegli stessi ricercatori che oggi non mettono in risalto la possibilità che tra alcuni decenni potremmo essere costretti a constatare che gli alimenti transgenici hanno delle proprietà mutagene, per cui anche l’uomo si ritroverà ad avere delle mutazioni genetiche assolutamente impreviste.

Sono già passati oltre cento anni dall’invito di Nietzsche e siamo ancora qui a discutere se sia opportuno o meno garantirci strutture di controllo e di critica imparziali, che abbiano come unico obiettivo la dimensione etica di Kant, che affermava la necessità di non strumentalizzare mai l’essere umano ma di vederlo invece sempre e solo come fine.

 

Allo stesso modo mai credere ad una scienza storica che pretende di farci accettare interpretazioni sedimentate come indiscutibili: la storia va studiata avendo sempre un occhio attento a quelli che sono i nostri problemi di oggi e, conseguentemente, mettendo sempre in conto sia il fatto che i problemi attuali di coloro che si dedicano allo studio e alla interpretazione dei documenti storici possono diventare elementi condizionanti sia la consapevolezza che gli antichi erano uomini sostanzialmente come noi, che avevano i nostri stessi bisogni, ambizioni, paure, angosce, desideri, speranze.

Questa rilettura della storia ci permetterebbe di fare delle vere e proprie riscoperte, come quella di constatare che una dottrina economica della seconda metà del Settecento che sui testi di storia viene liquidata come definitivamente superata, può ancora essere oggi fonte di utili intuizioni: la fisiocrazia, per esempio, teoria economica che definì come unica attività veramente produttiva l’attività agricola, mentre tutte le altre sono attività che si limitano a trasformare e a consumare.

Questa affermazione si basava sulla constatazione che se si semina un sacco di grano e se ne raccolgono 10, si registra un utile netto ben evidente, mentre quando si produce una zappa in realtà si è solo modificato un minerale che è stato estratto dalla terra e che adesso nella miniera non c’è più, per cui, sul piano delle risorse di base del pianeta, si deve registrare un consumo più che una produzione.

La fisiocrazia oggi potrebbe essere utilmente recuperata, chiaramente alla luce dello sviluppo scientifico tecnologico attuale, per evidenziare che l’umanità si sta comportando sulla terra come un’astronauta imprevidente che, su una navicella spaziale, non tiene presente che le scorte sono limitate e vanno utilizzate con la maggior parsimonia possibile. L’unica fonte che per l’uomo è praticamente inesauribile è l’energia del sole e, insieme all’energia del sole, sono per noi praticamente inesauribili solo quelle direttamente conseguenti ad essa come il vento, le onde e la temperatura dell’acqua del mare, lo scorrere dell’acqua dei fiumi, le biomasse e, grazie alla attrazione gravitazionale della luna, l’utilizzo dell’alternarsi delle maree.

Nel momento in cui, al termine del XX secolo, ci stiamo rendendo conto di avere commesso un grande errore bruciando sconsideratamente enormi quantità di petrolio o puntando su tecnologie nucleari che sono state sviluppate prima di tutto a scopi distruttivi, errori che si sarebbe potuto ridimensionare sviluppando le tecnologie connesse con l’energia rinnovabile, appare evidente la superficialità con cui nelle scuole superiori si è parlato della teoria fisiocratica come di un reperto museale, buona soltanto come conoscenza storica che a un certo livello di cultura è doveroso possedere.

 

Ma il discorso va avanti, diventa più provocatorio per un credente, quando Nietzsche afferma che dobbiamo liberarci dalla verità, anche qui per recuperare freschezza e autenticità per quanto riguarda i principi e valori che ci ispirano nella nostra vita.

Liberarci dalla verità può significare avere il coraggio di prendere atto che per l’essere umano la Verità, come verità ultima e definitiva, è irraggiungibile, pur restando la direzione verso cui orientare la nostra vita e, grazie a questa consapevolezza, diventare costantemente vigili e critici nei confronti di quelle verità relative che pure sul piano esistenziale arriviamo a mettere a fuoco, per rivederle e aggiornarle costantemente quando invece l’autorità e il potere economico, politico e religioso tenderebbero, come già osservava Kant, a imporcele, impedendoci l’uso della critica fatta alla luce della nostra ragione.

Nietzsche, in una lettera del 24 febbraio 1886 scritta ad un amico, ci dà un esempio concreto di capacità di critica nei confronti dell’autorità costituita, in questo caso dello stato, che allora solo una minoranza aveva il coraggio di mettere in discussione: “Non mi è rimasto alcun rispetto per la Germania di oggi, anche se il paese è irto di armi come un porcospino. E’ questa la forma più stupida, più depravata, più mendace dello “spirito tedesco” che sia mai esistita.

Siamo in piena epoca bismarkiana, quando la Germania stava progettando di diventare uno stato che avrebbe dominato il mondo: Nietzsche a chiare lettere si schiera contro quel tipo di scelta perché vuole liberare l’uomo, non creare il superuomo che mette il proprio piede sul collo di altri uomini, vuole fare di ogni uomo un essere veramente libero, cosciente, che quando fa delle scelte le fa per se stesso, non per gli altri.

Facciamo un altro esempio di che cosa può significare la liberazione dalla verità così come ci viene preconfezionata dai mass-media e dal potere economico.

Si legge sui giornali di aerei caduti al suolo in fase di atterraggio o di decollo per un “vuoto d’aria” quando non appaiono evidenti altre cause sul piano tecnico. In realtà non esistono vuoti d’aria e il fatto che nessuno di noi li ha mai sperimentati nella vita quotidiana ci porta a credere proprio ciò che si vuole farci credere e cioè che si sia trattato di una fatalità dovuta a una situazione assolutamente eccezionale. La realtà, invece, consiste nel fatto che si è avuta la concomitanza di due eventi: il primo che si verifica sempre, ogni volta che un aereo decolla o atterra, e il secondo è un fattore meteo che tutti abbiamo già sperimentato.

Il primo evento è costituito dal fatto che, per atterrare, l’aereo deve ridurre la velocità fino al punto da sfiorare la velocità di stallo, la velocità cioè che garantisce la portanza, in altre parole la capacità da parte della superficie alare di utilizzare la resistenza del vento creata con la velocità di avanzamento nell’aria per sostenere il peso dell’aereo. Nel caso dei grossi aerei civili tale velocità non è mai inferiore ai 200-250 km\h: in tale fase, che necessariamente si affronta tutte le volte che un aereo atterra o decolla, è sufficiente che le condizioni del vento, che in tale fase deve sempre essere contrario al moto di avanzamento dell’aereo, abbiano a mutare all’improvviso in senso sfavorevole, come quando si sta avvicinando un temporale che comporta dei moti turbinosi e rotatori dell’aria, perché venga meno la portanza della superficie alare e l’aereo venga come schiacciato al suolo da una forza che in quel momento la potenza dei motori non è più o non è ancora in grado di contrastare.

Il problema si potrebbe ridurre allungando le piste degli aeroporti per consentire la possibilità di iniziare la fase finale di atterraggio con una velocità maggiore, cosa che per altro è raramente realizzabile nella attuale dislocazione geografica degli aeroporti, ma la cosa è comunque improponibile con l’attuale livello tecnologico perché non siamo ancora in grado di costruire pneumatici capaci di sopportare l’impatto con il terreno di un aereo così pesante che si stia movendo con una velocità più di tanto superiore a quella di stallo.

Tutto questo però non si dice perché il giornale o la televisione che facessero queste considerazioni farebbero nascere grossi problemi sul piano economico perché quanta gente, se conoscesse il motivo vero per cui a volte l’aereo cade in fase di atterraggio o di decollo, quanta gente prenderebbe ancora l’aereo?

Ancora, quando si parla del buco nella fascia terrestre di ozono che ci protegge da radiazioni solari nocive si citano le automobili, il riscaldamento delle case, l’attività industriale e i gas usati negli impianti di refrigerazione come possibili cause di questo fatto, ma nessuno si ricorda di citare i milioni di tonnellate di cherosene che gli aerei bruciano in alta quota creando le premesse per un degrado della fascia di ozono ben più rapido e pesante di quanto non faccia una analoga combustione a livello del mare. Anche qui la verità andrebbe a toccare interessi costituiti troppo forti perché i mass media possano permettersi di metterli sotto accusa.

Liberarci dalla verità in senso nietzscheano significa diventare critici, diventare consapevoli, sapere che siamo manipolati, e questo renderebbe più difficile ai soliti media convincerci della necessità di portare la guerra in determinate aree geografiche per motivi umanitari, quando gli stessi motivi umanitari potrebbero essere invocati per innumerevoli altre situazioni che, invece, vengono ignorate perché non rientrano negli interessi immediati delle potenze che dominano il pianeta.

 

Si diventa scomodi, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista religioso nei confronti delle istituzioni e, in questo senso, ci si deve anche liberare dal cristianesimo, liberarsi cioè da quella condizione di passiva accettazione delle scelte che l’istituzione religiosa ha fatto nella sua storia.

Un esempio tipico di come il Cristianesimo abbia fatto proprio tutto un insieme di elementi che risalivano a tempi anteriori alla nascita di Cristo rivendicandone poi, a distanza di secoli, la “proprietà” può essere quello delle festività cosiddette cristiane.

Prendiamo in considerazione il Natale, l’Epifania, la Pasqua e la Pentecoste.

La festività cristiana del Natale, il giorno celebrativo della nascita di Gesù Cristo, è stato fissato dalla Chiesa cristiana il 25 dicembre: perché proprio quel giorno, quando non esiste alcun documento storico sul quale poter legittimare tale scelta? In realtà il 25 dicembre si festeggiava da tempo immemorabile un evento astronomico importante con la festa del Sol Invictus: la Chiesa non riuscendo a cancellare questa festività, perché era troppo antica e troppo radicata nella realtà concreta dei tempi, l’ha fatta sua, scommettendo sul fatto che con la sparizione delle tradizioni pagane tale ricorrenza avrebbe finito per diventare tutta e soltanto cristiana.

Prima di tale manipolazione la festa del Sol Invictus fissata per il 25 dicembre voleva sottolineare la certezza acquisita, in tale giorno, del ritorno ciclico della primavera e della stagione estiva.

Tutti gli anni il ciclo astronomico determinato dall’inclinazione dell’asse terrestre e dalla rivoluzione  della Terra intorno al Sole porta progressivamente dal solstizio d’estate, intorno al 20 giugno, al solstizio d’inverno, intorno al 20 dicembre, al progressivo ridursi della giornata considerata come ore complessive di luce, per cui il Sole progressivamente, giorno dopo giorno, nasce sempre più spostato da est verso sud e tramonta sempre più spostato da ovest verso sud, cioè stringe il suo arco nel cielo e il suo giornaliero movimento apparente è sempre più basso nel cielo, per cui l’uomo primitivo aveva la sensazione che si stesse approssimando la fine del modo, poiché le giornate diventavano sempre più corte e il Sole scaldava sempre di meno. Ora, indipendentemente dal fatto che gli antichi già sapessero o meno che la Terra ruotava intorno al Sole -l’esoterismo afferma che gli iniziati dei livelli più alti ne erano a conoscenza, ma non è questo il momento di approfondire la questione-, era certamente di comune esperienza la consapevolezza del ridursi delle ore di luce con la corrispondente espansione del buio e del freddo delle ore notturne.

I sacerdoti, che erano a quell’epoca  detentori della conoscenza astronomica necessaria, tenevano i conti e registravano che fino al 22 – 23 di dicembre le giornate s’accorciavano sempre di più e il Sole ogni mattina  sorgeva riducendo sempre più il suo arco nel cielo; mentre, a partire da quel momento che poi venne chiamato solstizio, il processo che da sei mesi era stato evidenziato si invertiva. Con il 25 dicembre si festeggiava la certezza che anche in quell’anno si poteva essere certi che era finita la fase involutiva del percorso del Sole nel cielo perché la constatazione del nuovo evento era stata verificata per due volte consecutive, controllando attentamente la posizione del Sole al suo sorgere.

 Il 25 di dicembre si festeggiava l’inizio della certezza che sarebbero tornati il caldo, il sole estivo, la buona stagione: era una grande ricorrenza astronomica che veniva festeggiata e che la Chiesa non poteva cancellare, per cui con la ricorrenza della nascita di Cristo, che in realtà nessun documento ci dice sia nato il 25 dicembre, la Chiesa modifica la festa del Sole, inizio del nuovo anno, con l’inizio della salvezza grazie alla nascita di Gesù Cristo.

Nell’antico Egitto, proprio nella ricorrenza di questo grande evento astronomico, iniziava un rito molto particolare, che si sarebbe poi concluso il 6 di gennaio; data nella quale la Chiesa con l’Epifania festeggia la manifestazione della divinità che il Vangelo di S. Matteo (2, 1-12) afferma essere avvenuta a saggi che provenivano dall’oriente e che la tradizione cristiana dei secoli successivi ha poi definito come tre Re Magi. Nell’antico Egitto, invece, il 6 gennaio era un momento importante nel quale si manifestava ancora una volta sulla terra un potere eccezionale, una vera e propria manifestazione della divinità che può sorgere ed affermarsi nell’essere umano: una ricorrenza, possiamo dire, antica quanto il sapere esoterico e che veniva celebrata come rito particolare e segretissimo non solo in Egitto ma, nell’oriente, ovunque ci fossero templi e scuole iniziatiche con allievi che avessero raggiunto i livelli più alti di iniziazione.

Il rito consisteva in questo: con il 25 dicembre, c’è la prova verificata che il Sole sta tornando a salire nell’arco del cielo e si celebra l’evento con la festa del Sol Invictus, a partire da quel giorno nelle religioni dei misteri, nei templi egizi, in India, nel Tibet, nei più grandi monasteri gli allievi iniziati ai livelli più alti, quelli che devono affrontare la “prova ultima” iniziano, il 25 dicembre, una novena di digiuno e preghiera, -anche la novena che ancora oggi il Cristianesimo utilizza è una “invenzione” precedente- che porta al 3 di gennaio. Il 3 di gennaio questo allievo che doveva affrontare la prova suprema viene in certi templi disteso, in certi altri legato a una struttura a forma di croce, in certi posti la croce è una croce di Sant’Andrea, a forma di X, guarda caso nelle catacombe cristiane dei primi secoli la croce compare sempre come la X,  erano i due legni a forma di X a cui l’uomo, braccia e gambe distese, veniva legato e, lì, entrava in stato di catalessi, in altre parole entrava in una sorta di sonno autoindotto. Un sonno, però, nel quale non si dorme 7 o 8 ore e poi ci si sveglia, perché si è dormito abbastanza, ma un sonno durante il quale il corpo viene coscientemente abbandonato dall’anima, dai corpi sottili, per tre giorni. Utilizzando un vocabolario esoterico possiamo dire che il corpo più denso, quello materiale, resta lì con il corpo eterico, mentre dal corpo astrale in su i corpi più sottili se ne vanno coscientemente.

Ciò è possibile, secondo certe teorie proprie delle religioni misteriche, perché è stata fatta per anni tutta una serie di esercizi, di dieta, di forme di autodominio e di autocontrollo ben specifici, per cui si riesce a stare fuori dal corpo per tre giorni, cioè molto più di quanto non succede alle persone normali. Tutti noi, infatti, usciamo ogni notte dal corpo fisico come corpi sottili durante le fasi di quel sonno profondo da cui riemergiamo senza avere nessun ricordo, sono quei periodi della notte in cui, se si viene svegliati, ci si sente rintronati, ci sembra di uscire da un abisso, siamo con le ossa rotte, abbiamo perfino mal di testa, mentre ci sono fasi del sonno in cui basta lo sbadiglio di chi ci dorme vicino per svegliarci. I momenti in cui siamo fuori dal corpo sono quelli in cui neanche le cannonate vi svegliano e se qualcuno ci prova sono le occasioni  in cui, svegliandoci, abbiamo la sensazione di essere più stanchi di quando ci eravamo coricati. Però gli uomini normali vivono questa dimensione di distacco al massimo per un’ora e poi c’è il rientro immediato, si va a ricaricare le pile a livelli più alti e poi si ritorna, ma con una sorta di automatismo, assolutamente non cosciente. Quando, invece, si diventa capaci di uscire coscientemente dal corpo si impara progressivamente a prolungare le uscite, ma stando sempre molto, molto attenti a dosare la lunghezza, per cui il tempo dell’uscita deve corrispondere a un tipo di esercizi che si è già stati capaci di superare, perché altrimenti si rischia di morire sul serio: il rischio che correva l'allievo che affrontava questa prova era proprio questo, dovendo superare un distacco per un tempo così lungo, doveva affrontare questa prova avendo egli la certezza di aver fatto negli anni precedenti gli esercizi che doveva fare, cioè non era possibile arrivare a questo punto e barare, perché in questo caso ci si giocava la pelle e, passati i tre giorni, si trovava un cadavere su quella croce, mentre invece se l’iniziando era stato un discepolo serio e aveva fatto quello che doveva fare, ecco che riusciva per tre giorni a stare fuori dal corpo.

Che faceva in quel tempo l’anima? La coscienza dell’iniziando andava a verificare che cosa voleva dire essere morti: negli scritti dei Padri della Chiesa si trovano diversi cenni al riguardo, proprio in riferimento al periodo di tempo trascorso tra la “morte e la risurrezione” di Gesù Cristo, quando il suo corpo resta per tre giorni nel sepolcro, prima della resurrezione.

In questa esperienza si va a visionare tutti i livelli di realtà che si sperimenterà con la morte: quando si  muore ci sono vari livelli, si attraversa la fase dell’inferno, cioè quella fase di realtà in cui vanno a finire le anime poco evolute, quelle più materiali, più legate ad un certo tipo di piaceri. L’anima evoluta non si ferma in quella dimensione di realtà, passa e va perché, per lei, è come entrare in un ambiente maleodorante, e se tu sei un’anima evoluta schizzi via immediatamente. Il discepolo in quei tre giorni di prova andava a visionare tutti questi mondi a livello cosciente: era stato precedentemente istruito, gli si era detto che cosa avrebbe visto e percepito, ma un conto era sentirle dire un conto è entrare nella realtà del proprio inconscio. In altre parole, era un vero e proprio “esame psicanalitico” in cui non si poteva barare perché durante quella esperienza si veniva immersi nella realtà dei pensieri, paure, angosce che abbiamo sedimentato nell’inconscio e che, faticosamente, cerchiamo di controllare nello stato di veglia: in quella situazione si era superato quello che la tradizione esoterica chiama il guardiano della soglia che, in condizioni normali, ci “difende” dal fondo di cattiveria che a livello inconscio ancora costituisce la nostra personalità. Questa prova può essere superata solo se si è stati capaci di sviluppare una consapevolezza e una forza di volontà capaci di affrontare tutte le paure e le angosce, le mostruosità e le cattiverie che abbiamo tanto o poco coltivato con i nostri pensieri fin dalla più tenera età e che abbiamo ereditato dalle precedenti esperienze di incarnazione. Lì questi pensieri vengono vissuti come realtà autentiche e se non si è sufficientemente forti si viene divorati da queste energie negative; se, invece, si è sufficientemente forti si avrà la capacità di dire a se stessi che sono energie negative che noi stessi abbiamo posto in essere e alimentato ma che, se siamo forti a sufficienza, non possono avere su di noi il sopravvento.

Al termine di questa prova, al mattino del 6 gennaio, quella croce, quel sarcofago in cui c’è il corpo dell’iniziando che ha affrontato l’ultima prova vengono messi, se siamo in Egitto, all’interno del tempio o della piramide dove all’alba il primo raggio di Sole scalderà il viso di quel corpo che da tre giorni è in catalessi e il calore del Sole che sorge fa ritornare le condizioni perché l’anima, i corpi sottili che erano usciti possano rientrare e in quel giorno si festeggia la nuova manifestazione della divinità in terra, cioè di un essere umano che rivela in sé poteri che per gli altri uomini sono divini. Ecco il significato della Epifania: Dio che si rivela al mondo come uomo che è riuscito a dimostrare agli altri uomini che si possono raggiungere poteri “divini”. Era un rito importante, che i vescovi cristiani dei primi secoli conoscevano, e questo rito veniva ricordato con una festività che la Chiesa non poteva ignorare né sopprimere e che, quindi, ha cercato di mimetizzare con la storia dei Re Magi.

La chiesa cattolica in questi ultimi anni ha cercato di abolire la festività dell’Epifania, evidentemente perché la storia dei cosiddetti Re Magi non è per essa così importante e, svanito il ricordo della festività originaria, non è più strumentalmente così necessaria come nei primi secoli. La decisione di abolirla è poi stata revocata perché c’è stata una protesta generale, in realtà dettata da fattori di tipo consumistico, ben lontani da quelli che, prima dell’era cristiana, avevano determinato per il 6 di gennaio una ricorrenza molto particolare.

Vediamo ancora alcune brevi considerazioni sulla festività di Pasqua e di Pentecoste. Sono entrambe, prima dell’era cristiana, feste mobili della cultura e della religione ebraica ma, in realtà, sono tipiche feste legate all’attività agricola e, come tali, sono presenti anche in altre culture del tempo. Sono feste mobili, in quanto collegate con le fasi lunari che allora erano i punti di riferimento normale per le operazioni soprattutto di semina.

La Pasqua era la ricorrenza con cui si festeggiava il risveglio della natura e l’inizio delle operazioni di semina delle colture primaverili. Allora, come oggi, la Pasqua cadeva nel primo sabato, per gli ebrei, o la prima domenica, per i cristiani, dopo il plenilunio della primavera, per cui può comparire dal 22 marzo al 25 aprile.

Già nella cultura ebraica la festa di Pasqua si era sovrapposta alla precedente festa agricola delle semine con la celebrazione del ricordo della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e l’uccisione tradizionale dell’agnello sacrificale ricordava l’evento biblico dell’angelo di Dio che uccise tutti i primogeniti egiziani evitando, “passando oltre” le case abitate dagli ebrei, le cui porte erano state segnate con il sangue dell’agnello.

Nel caso dei cristiani la ricorrenza della resurrezione di Gesù Cristo viene a coincidere con una festività che nel mondo pagano corrispondeva al risorgere della potenza generatrice della natura.

Per quanto riguarda la Pentecoste, anch’essa festa mobile e fissata 49 giorni dopo la Pasqua, era nel mondo ebraico la festa del ringraziamento per le messi ormai formate che bene auguravano il raccolto ormai prossimo. Nella religione cristiana abbiamo con questa ricorrenza il ricordo della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, sui Discepoli e su Maria : evento da cui inizia la pubblica predicazione del nuovo messaggio religioso ad opera di coloro che, vivo Gesù Cristo, erano stati magari discepoli attenti e scrupolosi, ma incapaci di esporsi in prima persona, come le defezioni e i tradimenti durante la cattura, la prigionia, la condanna e la esecuzione del loro profeta avevano dimostrato.

Anche in questo caso l’evento che costituisce il motivo di celebrazione della festività dei cristiani viene quindi a sovrapporsi ad un rito precedente che, come festività agricola, essi avrebbero comunque trovato in qualunque altra regione del mondo antico.

Nel corso del ventesimo secolo abbiamo assistito all’ultimo tentativo di sostituzione di una precedente festività non accettata dalla chiesa con un’altra di matrice cattolica: fino ai primi anni del Novecento la festa del 1° maggio era una ricorrenza scelta dai socialisti e non riconosciuta dallo Stato, per cui il non recarsi al lavoro in tale giorno poteva essere motivo di licenziamento. In Italia, con Giolitti a capo del governo, si ebbe il riconoscimento di tale festività che però la Chiesa Cattolica ha snobbato per decenni: era e rimase per lungo tempo una festa degli operai politicizzati, una invenzione della sinistra potenzialmente rivoluzionaria. Con il tempo questa ricorrenza venne riconosciuta in tutti i paesi industrializzati fino a diventare, nella seconda metà del ventesimo secolo, una festività civile praticamente in tutto il pianeta. A questo punto la Chiesa Cattolica non ha più potuto ignorare la festa e, pur non avendo particolari motivi per combatterla come invece aveva con la festa del Sol Invictus, con l’Epifania e con la Pasqua, ha utilizzato il medesimo procedimento che nel passato la ha permesso di appropriarsi in esclusiva di tali festività: ha spostato al primo maggio la festa di S. Giuseppe, precedentemente stabilita al 17 marzo, sottolineando il fatto che tale santo era stato da essa proclamato come patrono dei lavoratori. Oggi che Marx è morto, il comunismo è morto e neppure il socialismo gode di ottima salute può ben sperare che, con il passare del tempo, si possa verificare ciò che è successo per le altre grandi festività “cristiane”.

 

Il discorso che è stato fatto sulle festività può essere ripreso anche per quanto riguarda la croce, simbolo fondamentale per il cristianesimo. A questo riguardo possiamo fare due importanti osservazioni che i cristiani normalmente ignorano.

 

La prima osservazione è che la croce, in forme diverse, è già presente molto prima del Cristianesimo.

Compare sulle ancora misteriose sculture dell’isola di Pasqua, così come compare nei graffiti preistorici dell’area nordeuropea.

Nell’estremo oriente come intersezione del principio Yang     con quello Yin  | , per cui si ha:   -|-

 

Compare nell’antico Egitto sia come Tau :     Т

 

che come croce ansata  

 

In India :    +

 

In Persia  :

 

 

 

Così anche in Pitagora, come già abbiamo visto nel capitolo 1.3.

 

Per quanto riguarda la presenza di questo simbolo nell’isola di Pasqua e nei graffiti preistorici si possono fare soltanto ipotesi –per l’esoterismo vale la più volte citata affermazione di s. Agostino-, mentre negli altri casi abbiamo la possibilità di spiegare che cosa si intendesse velare e al tempo stesso significare con questo simbolo nelle culture su citate.

Nell’estremo oriente lo Yin (lo spirito) e lo Yang (la materia) sono i due principi ultimi dell’essere a cui si possa giungere nell’umana ricerca sul senso del mondo che, come realtà manifesta, nasce proprio dal loro dialettico intersecarsi: lo Yin e lo Yang, in quanto principi ultimi separati e distinti indicano le radici dell’essere e, in quanto tali, sono solo intuibili;

 se incrociati :     –|–

 

simbolizzano invece con il loro dialettico intersecarsi l’emergere della realtà percepibile.

 

La stessa cosa avviene per l’antico Egitto, dove l’intersecarsi dei due principi opposti e complementari, il principio maschile e femminile,

vengono simbolizzati con il Tau  :       Т

a cui può essere aggiunta nella parte superiore il cerchio esprimente l’infinito, che dà così origine

 

alla croce ansata dei faraoni :            

 

Nell’India la croce, con lo stesso significato di origine del mondo, appare come  + e al centro di essa viene visto, immobilizzato, il dio Khrisna che esprime la eterna forza generatrice dell’essere che si esprime ed è, insieme, incatenata nell’essere come manifestazione finita.

 

In Persia la croce si presenta come svastica perché i quattro prolungamenti

rappresentano i quattro punti cardinali, per esprimere sia la totalità dell’essere

nella sua manifestazione che l’intuizione del movimento circolare che

simbolizza il divenire attraverso il quale l’essere si esprime.

La svastica nazista aveva i quattro prolungamenti nella direzione opposta determinando, per ciò stesso, l’intuizione de l movimento circolare in senso centrifugo e, a questo punto, la conoscenza della dialettica yin/yang può spiegare tante cose.

Infine nel messaggio pitagorico la croce nasce come sviluppo del cubo:        

che viene indicato come la figura solida che meglio simbolizza l’essere

del mondo manifesto.

In questo sviluppo il quadrato comune allo sviluppo del braccio verticale ed orizzontale simbolizza l’Uno come infinita origine e sintesi dell’Essere; il braccio orizzontale, con i due quadrati opposti al centro, simbolizza la dialettica contrapposizione dei principi opposti e complementari -Bene/Male- costituenti l’Uno e, nella misura in cui la contrapposizione si cristallizza e non si risolve in un momento di consapevolezza superiore, simbolizza la materia; il braccio verticale, con i tre quadrati restanti, simbolizza l’intuizione della Essenza Trinitaria dell’Essere ed esprime la dimensione spirituale della intuizione metalogica dell’Uno all’”internodel quale la tensione dialettica Uno-Due, Bene-Male, ... recupera la propria identità nel Tre, come sintesi di consapevolezza eternamente presente.

 

Da notare, ancora, che nell’India, nella Persia e nell’antico Egitto la croce  si presenta anche come  X,

che era la struttura in legno su cui veniva  affrontata la suprema forma di iniziazione.

Guarda caso, è proprio questa forma di croce che compare nelle catacombe romane dei primi secoli, per cui l’affermazione che i primi cristiani vedevano nella morte del corpo un evento che veniva rapportato alla suprema forma di iniziazione nella quale l’anima del defunto poteva compiere un passo fondamentale nella crescita di consapevolezza ed evoluzione spirituale è, per lo meno, da prendere in considerazione.

 

E qui passiamo alla seconda riflessione sulla croce, che i cristiani normalmente ignorano.

Nelle catacombe romane dei primi secoli non compare mai il crocifisso, cioè la figura umana di Gesù Cristo sulla croce: esistono diverse forme di croci, ma non il crocifisso.

Su queste catacombe un simbolo spesso ricorrente è quello del disegno stilizzato di un pesce con sotto scritto ΊcJύV e sotto ancora la croce di Sant’Andrea:  X

 ΊcJύV, che poi è il termine greco che in italiano si traduce come pesce, è un acronimo, una sigla, nel senso che è costituito di lettere ciascuna delle quali è l’iniziale di un’altra parola, Ίhsoυ̃V CristόV Qeoυ̃ UiόV Swtήr”, quindi: Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore.

 

La prima forma concreta di crocifisso che si conosca nella storia del Cristianesimo è quella portata dal papa Gregorio Magno alla regina dei Longobardi Teodolinda, nel 590 d.C. e, guarda caso, sarà nel secolo successivo che comparirà per la prima volta nelle catacombe a Roma, la figura del crocifisso, prima non compare mai.

 

Queste considerazioni sulle vere origini dei simboli e delle festività fondamentali del cristianesimo, considerazioni che non possiamo qui approfondire perchè il discorso ci porterebbe troppo lontano e su termini di ricerca troppo specifica e tecnica, sono ignorate dalla maggior parte dei cristiani e da molti secoli taciute dalla Chiesa e devono farci riflettere.

Ancora una volta scopriamo che il Cristianesimo ha utilizzato simboli potenti che derivano da altre culture, da altre religioni, e di questo non si fa qui una colpa al Cristianesimo perché sono simboli universali, che bene esprimono un certo tipo di intuizioni. Se mai, la grave colpa del Cristianesimo, dopo essere stato perseguitato, è quella di essere diventato un persecutore, con la pretesa arrogante di autodefinirsi l’unica versione possibile della Verità disponibile per l’uomo proprio quando, non a caso, esso ha perduto il senso vero e originario dei simboli che pretende suoi propri: di questa arrogante e presuntuosa appropriazione indebita nessun pontefice ha mai chiesto pubblicamente perdono.

E’ una critica non di poco conto, ma i discorsi che vengono fatti qui non intendono demolire il Cristianesimo, quanto piuttosto farlo tornare alla purezza iniziale, quando sapeva convivere con altre dimensioni di Verità e si presentava come religione a quei tempi rivoluzionaria per il suo impegno a proporre il messaggio di verità agli umili, ai semplici e agli emarginati, come già aveva fatto Gesù Cristo.

Messaggio di verità che fino ad allora era riservato ad una ristretta cerchia di iniziati e che andava comunque dosato con cautela perché dirompente, allora come oggi.

Come esempio pensiamo al segno della croce che da molti secoli viene insegnato ai cristiani:

Mano sinistra sul petto, si porta la mano destra alla fronte, dicendo “Nel nome del Padre”, si sposta la mano destra al petto dicendo “e del Figlio”, si sposta ancora la mano destra sulla spalla sinistra e poi su quella destra dicendo “e dello Spirito Santo”, infine si congiungono le mani a palme distese dicendo “Così sia”.

Una minoranza di persone più avvedute e colte percepisce che in questo segno della croce si compiono con la mano destra quattro movimenti indicando le quattro direzioni opposte dei bracci della croce ma, ai quattro gesti-direzioni, corrispondono solo tre entità “Padre, Figlio, Spirito Santo”, per cui, ancora una volta, si può notare che nell’evoluzione del Cristianesimo si sia persa la consapevolezza esoterica che nel Segno della Croce era racchiusa.

Il segno della croce che gli iniziati, molto prima dell’avvento del cristianesimo compivano era il seguente:

Mano sinistra sul petto, si porta la mano destra alla fronte, dicendo “Nell’Essere”, si sposta la mano destra alla spalla sinistra dicendo “che è Bene”, si sposta la mano destra alla spalla destra dicendo “e Male”, si sposta la mano destra al petto sopra la mano sinistra dicendo “io esisto”, si congiungono le mani a palme distese dicendo “e faccio le mie scelte”.

Questo rito e la relativa formula non vanno intesi nella ottica dello gnosticismo che assolutizza la contrapposizione Bene/Male all’interno della quale l’essere umano viene schiacciato da una dimensione di eventi da lui assolutamente incontrollabili ma va, invece, inserita come momento conclusivo di estrema sintesi nel messaggio esoterico che, nella cultura occidentale, emerge soprattutto nel pensiero di Pitagora e Platone che vede con l’uomo sorgere, evolutivamente ineluttabile, la divina consapevolezza all’interno della quale sia il Bene che il Male sono inseriti come momenti necessari nella razionalità, giustizia e armonia assoluta dell’Essere.

Il super uomo nietzscheano che riesce a realizzare in se stesso l’equilibrio yin/yang grazie al quale la salute non è più un evento casuale ma una conquista cosciente non si limita a riconoscere l’esistenza del Bene e del Male, posizione tipica dello gnosticismo, ma li fa esistere, li fa emergere facendo le proprie scelte andando, con ciò, a visionare negli infiniti universi possibili racchiusi nell’abisso e silenzio dell’Essere quello spazio tempo che l’uomo comune considera come il “contenitore” del nostro io: con Nietzsche si realizza l’intuizione leibniziana per cui ciascuno di noi fa emergere la realtà che abbiamo saputo meritarci.

Quando ci avviciniamo a questa dimensione di consapevolezza siamo pur sempre dei credenti che si inchinano al mistero dell’essere, ma meno ingenui e capaci di criticare e mettere sotto accusa le scelte della gerarchia ecclesiastica: oggi la chiesa cattolica potrebbe godere di maggiore prestigio e non avere tutte le oggettive difficoltà che incontra nel tentativo di riavvicinarsi alle altre religioni e alla società civile se tra i suoi fedeli non ci fosse stata la passiva acquiescenza che essa da troppi secoli ha imposto.

Quella chiesa che ha condannato Galileo ha fatto bene? Oggi diciamo che non ha fatto bene, ma per secoli un buon cristiano ha dovuto chinare la testa e tacere; è lo stesso tipo di chiesa che ha proclamato in pieno diciannovesimo secolo l’infallibilità del pontefice e l’immacolata concezione della Vergine, tutte cose che non riguardano la sostanza del messaggio evangelico di salvezza e che rendono oggi molto più difficile arrivare ad una riconciliazione che per certi versi sarebbe stata già fattibile con i Protestanti. Tutto questo perché nell’Ottocento un papa come Pio IX, incurante del fatto che per secoli la chiesa non aveva mai sentito il bisogno di proclamare questi due nuovi dogmi, li ha imposti.

Il pensiero nietzschiano diventa una preziosa occasione per ripensare al nostro ruolo di credenti all’interno di qualunque Chiesa per diventare degli anti-teologi, nel senso di essere capaci di contrapporci come voce attiva nel momento in cui le strutture di potere tendono a definire in termini rigidi, che prima o poi finiscono inevitabilmente per rivelarsi storicamente datati, quella che è la verità del momento.

Quando Nietzsche invita a non sperare in una dimensione ultraterrena può andar bene il suo discorso proprio perché, in nome di una futura felicità ultraterrena, si può essere invitati a chiudere gli occhi di fronte ad una realtà contro cui bisogna combattere oggi: finchè si è sulla Terra è questo il campo di battaglia, è qui che ci si deve comportare da vero cristiano che nel momento in cui dovrà rendere conto di ciò che ha fatto non potrà scaricare la responsabilità sul sacerdote, sullo psicanalista, sul guru di turno.

Qualcuno si chiederà a questo punto quale sia il ruolo del sacerdote, ma dobbiamo entrare in una dimensione nella quale in realtà ogni cristiano è sacerdote, perché siamo tutti ugualmente figli di Dio: la figura del sacerdote è quella che all’interno della comunità dei credenti si propone come esempio di vita coerente dal punto di vista religioso per cui, al limite, non è più la figura che svolge soltanto questa missione che, in troppi casi, si è trasformata in professione.

Sacerdoti sono tutti i membri della comunità che si propongono come esempio autentico di vita e che diventano il punto di riferimento come coerenza di vita cristiana: sono gli anziani che le antiche comunità dei cristiani eleggevano come loro guida e che con la loro testimonianza ed esempio favorivano la crescita spirituale di tutti i membri della comunità. Non siamo nati per restare perennemente intruppati in un gregge agli ordini di un pastore che non risponde del proprio comportamento se non ad una gerarchia che è diventata un vero e proprio corpo separato.

Liberarci dal cristianesimo può anche significare, e qui abbiamo una ultima provocazione di stampo nietzscheano, rileggere il Vangelo alla luce di quelle intuizioni filosofiche riemerse continuamente nella nostra cultura e che Agostino ha riconosciuto come radice ultima del cristianesimo del suo tempo.

Rileggiamo uno dei passi del Vangelo in cui si riportano le parole che a Gesù Cristo vengono attribuite dagli evangelisti nell’episodio dell’Ultima Cena:

 Gesù prese il pane, fece la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai discepoli e disse: ”Prendete: questo è il mio corpo.”

Poi prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e tutti ne bevvero.. Gesù disse: “Questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini. Con questo sangue Dio conferma la sua alleanza.”  (Marco 14, 22-24)

Da secoli l’ortodossia cattolica afferma che queste parole, pronunciate dall’officiante nel momento della consacrazione durante la Messa, trasformano realmente l’ostia e il vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. I protestanti non accettano l’interpretazione dell’ortodossia cattolica e riconoscono nel rito dell’Eucarestia semplicemente un rito di aggregazione per rendere più sentito e profondo il legame interpersonale nella comunità dei credenti.

Proviamo a reinterpretare questo passo considerandolo come l’ultimo messaggio di Gesù Cristo ai suoi discepoli, messaggio che racchiude sinteticamente nella metafora della equazione:  pane=carne \ vino=sangue                                                                                                                               il nucleo fondamentale del messaggio esoterico di salvezza e di liberazione dell’illuminato e che diventa:

Prendete e mangiate, in questo pane c’è quella vita che è la Vita, è l’energia divina che tiene in piedi il mondo, perché l’energia che ha fatto crescere il chicco di grano è la stessa identica energia che fa crescere il filo d’erba, che fa crescere l’animale e che porta l’animale uomo alla possibilità di raggiungere il livello di consapevolezza più alto sulla Terra. Questa vita è l’energia che tiene in piedi il mondo e, come forma vivente prodotta dalla terra, viene offerta in sacrificio per voi.

L’uomo per vivere deve uccidere, sempre e comunque, come tutti gli altri esseri viventi: se è un uomo che ha aperto gli occhi a un livello di religiosità superiore non ucciderà più esseri viventi che sono i suoi fratelli minori, non ucciderà più i mammiferi, gli animali che evolutivamente gli sono ormai molto vicini, ma ucciderà un chicco di riso, un chicco di grano che sono esseri perfetti, compiuti, che non possono più evolvere oltre. Se raggiungiamo questa consapevolezza, ci comportiamo di conseguenza diventando vegetariani e noi avremo da un lato la vita eterna nel senso che ci costruiremo con una energia pulita, una energia che ci permetterà di realizzare progressivamente le potenzialità evolutive che l’esoterismo afferma essere proprie del nostro attuale livello di sviluppo fino a farci diventare signori del tempo, perché non saremo più travolti dal divenire come gli altri animali e gli esseri umani non ancora evoluti: riusciremo a diventare capaci, esattamente come Gesù Cristo, di vincere la morte perché la attraverseremo senza perdere la consapevolezza della nostra identità personale toccando così con mano che la morte è la conclusione di un ciclo che è, dialetticamente e contemporaneamente, l’inizio di una nuova esperienza di vita. Dall’altro lato, con una alimentazione vegetariana gestita in armonia con i principi che reggono il mondo, quella grande salute che Nietzsche ha intuito diventa una conquista possibile.

Questa interpretazione del testo evangelico, se vogliamo tornare ai tre tipi di credenti descritti nella introduzione, suonerà come eretica ed inaccettabile al credente del primo tipo, a quello che ha deciso una volta per tutte che la verità che gli è stata proposta fin dall’infanzia non si discute.

Al credente del terzo tipo, a quello che non ha paura di affrontare la solitudine di un percorso di fede frutto di una personale e faticosa ricerca, risulterà invece evidente che l’essenza del messaggio cristiano di salvezza non può consistere in una misteriosa e scientificamente insostenibile trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di una vittima sacrificale come Gesù Cristo, nella infallibilità del pontefice romano, nella immacolata concezione e assunzione in cielo di Maria, ... quanto piuttosto nella consapevolezza, ancora oggi a distanza di duemila anni raggiunta da pochi, che la Vita è Una e tutto ciò che esiste la esprime.

Proprio per questo chi ha raggiunto la nuova-antichissima consapevolezza comprende che l’essere umano può nutrirsi con qualunque forma di essere vivente ma solo quando opererà la scelta vegetariana si renderà conto non più per fede ma per esperienza personale, con il suo stato di salute, che il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue del Dio vivente che in noi si esprime al livello più alto sul piano della Terra.

Qui si innesta il discorso sulla macrobiotica intesa come regole dietetiche grazie alle quali si può veramente raggiungere il dominio delle proprie condizioni di salute. La proposta nietzscheana della grande salute può diventare realtà e, per il credente, non solo l’occasione per sperimentare un più alto livello di autoconsapevolezza ma la quotidiana esperienza della legge divina che regge il mondo per cui la malattia è, semplicemente, il risultato ineluttabile di uno squilibrio yin\yang: la gente comune si ammala per ignoranza e chi ha raggiunto la conoscenza si ammala per colpa.

Nel primo caso la malattia si rivela come una “benedizione di Dio” che ci spinge sulla strada della crescita di consapevolezza, nel secondo caso si rivela come momento di giustizia assoluta.