Nietzsche muore nel 1900 e chiude il
XIX secolo rimettendo in discussione tutte le certezze accumulate fino a quel
tempo.
Per chi già lo conosce come
filosofo, potrà sembrare strano il fatto che sia stato scelto come occasione
per riflettere in positivo e per arrivare a un livello di fede e di vita
religiosa più intensa.
Nietzsche è il filosofo che ha
invitato l’uomo a liberarsi da qualunque verità precostituita, a liberarsi
dalla scienza e dalla storia, a liberarsi dal cristianesimo e dalla morale.
Poteva già sembrare discutibile
l’affermazione che Hegel è un filosofo profondamente religioso dal momento che
ha definito le religioni istituzionali come livello rozzo e ingenuo rispetto
alla consapevolezza filosofica, ma affermare che la dottrina nietzscheana che
predica la liberazione dalla morale sia una possibile strada per giungere ad
una religiosità più profonda potrebbe essere accettabile solo da un mistico
che, in Dio, giustifica come voluto dalla Provvidenza tutto ciò che si realizza
nella storia.
Cominciamo con il dire che le
provocazioni di Nietzsche possono essere utili per scuoterci di dosso certe
dimensioni di verità che si condividono a livello di massa, ma che finiscono
per essere delle incrostazioni sul piano intellettuale, dei paraocchi che ci
impigriscono mentalmente.
Leggiamo una brevissima citazione
tratta dalla Prefazione di Così parlò Zarathustra, dove Nietzsche
fa dire a Zarathustra le seguenti parole: Vi scongiuro, fratelli,
siate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze
ultraterrene, essi sono dei manipolatori di veleni sia che lo sappiano o no. …
L’uomo è come l’albero, più egli vuole elevarsi su verso l’alto e verso la luce
e con sempre maggiore forza le sue radici devono cercare di penetrare la terra.
Qui si prospetta una dimensione di
tipo eracliteo ed hegeliano ma c’è una enorme differenza tra Hegel e Nietzsche:
Hegel fonda la realtà proprio sulla contrapposizione degli opposti ma,
all’interno di questa contrapposizione degli opposti che regge il mondo e
costituisce il Dio vivente di Hegel, la nostra realtà singola, individuale,
esistenziale svanisce, tanto che i singoli individui nella filosofia hegeliana
diventano “combustibile dell’Essere”; Nietzsche invece rappresenta la rivolta
del singolo che tende a uscire dalla massa, dal gregge, dal grigiore in cui
finisce per sparire la maggior parte degli uomini e propone il superuomo che,
più correttamente, potrebbe essere tradotto con l’oltreuomo, cioè l’uomo che
evolutivamente siamo chiamati a diventare, che rappresenta nel nostro futuro la
meta a cui la specie umana tende proprio sul piano evolutivo.
Si tratta, in altre parole, di un
uomo più consapevole e per raggiungere questo obiettivo ci si deve liberare
dalla scienza, dalla storia, dal cristianesimo, dalla morale, dalla verità, nel
senso che dobbiamo liberarci dalle verità che ci sono state calate
passivamente, che abbiamo accettato in modo acritico per diventare più
coscienti e recuperare una dimensione di verità che sia finalmente nostra,
finalmente autentica. Con Nietzsche dobbiamo acquisire la grinta e la capacità
di utilizzare criteri e valori che abbiamo personalmente verificato avendo, se
necessario, pagato il prezzo per capire che scelte diverse sono erronee.
Con il superuomo nietzscheano
abbiamo la proposta più stimolante e più pericolosa di questo filosofo,
pericolosa anche perché può essere fraintesa e strumentalizzata creando così le
premesse per non riuscire a vedere le preziose opportunità per ripensare la
nostra vita in termini più autentici. E’ un discorso che già abbiamo fatto a
proposito di Hegel, il cui pensiero è stato utilizzato per oltre un secolo da
chi gestiva il potere per legittimare il proprio ruolo anche in chiave
filosofica. Il superuomo nietzscheano è stato utilizzato, soprattutto nell’area
di cultura tedesca, come giustificazione di una politica inaccettabile e
perversa nei confronti delle minoranze e di tutti coloro che non avevano i
requisiti della razza ariana.
Nietzsce è però, come Hegel, un
grande filosofo il cui pensiero resta valido nonostante e al di là delle
possibili strumentalizzazioni. Se è vero che la visione del mondo di Nietzsche
è difficile da trasformare in formulazioni di senso univoco, però si può
recuperare pienamente il suo invito a rimettere in discussione tutti i valori
che ci troviamo come retaggio culturale fin dalla nascita utilizzando quelle
che, a suo tempo, erano le provocazioni socratico-platoniche circa la non
insegnabilità della verità.
La proposta di Nietzsche è una
proposta per uomini forti, ed egli è perfettamente cosciente che nel momento in
cui afferma che dobbiamo liberarci da queste verità subite passivamente, c’è il
grosso rischio di perdere il controllo della situazione, rischio in cui egli
stesso ha finito per soccombere.
Quando Nietzsche ci invita a
rimettere in discussione i valori della tradizione non intende affermare che li
si deve rifiutare quanto, piuttosto, che dobbiamo farli diventare veramente
nostri. La vita non deve svolgersi all’insegna del “chissà che cosa dice la
gente” né delle aspettative dell’ambiente e delle persone che ci hanno
cresciuti e “costruiti”.
D’altra parte la non insegnabilità
della virtù non implica, ad esempio, che si debba passare attraverso
l’esperienza della tossicodipendenza per potere poi, come “ex”, affermare il
rifiuto della droga: in una ottica platonica l’”anima antica”, che ha già accumulato
nelle vite precedenti adeguate esperienze di crescita, sente dentro di sé
l’intima adesione a valori che dalla famiglia, dalla scuola, dall’ambiente gli
provengono e, in tal caso, il suo comportamento è sempre e comunque adesione
spontanea e autentica a valori che vengono vissuti come tali e non subiti da un
più o meno recriminato condizionamento.
Non è però necessario passare
attraverso esperienze che possono lasciare pesantemente il segno nella nostra
vita per sentirci in sintonia con le proposte nietzscheane.
Considerato che la morte di questo
filosofo è avvenuta in conseguenza di una polmonite che ha demolito le ultime
difese di un organismo che era, ormai da anni, debilitato da malattie che nello
squilibrio mentale avevano soltanto il sintomo più eclatante, può sembrare
assurdo sottolineare che all’interno della sua visione del mondo, come punto
focale della sua filosofia, sia sottolineata, come meta da raggiungere, la
grande salute, il perfetto dominio del proprio corpo. Così come può sembrare
assurdo richiamare l’intuizione socratico-platonica della non insegnabilità
della virtù dal momento che lo stesso Nietzsche fa risalire a Platone l’inizio
della caduta dei valori autentici.
Tuttavia, a parte l’osservazione che
si può ancora discutere se Nietzsche contesti il pensiero platonico di per se
stesso o per come è stato strumentalizzato e interpretato, noi stiamo facendo
qui con queste nostre riflessioni esattamente ciò che Nietzsche ci invita a
realizzare: stiamo rileggendo i filosofi per ripensare noi stessi per avere,
ciascuno di noi, un più ricco ventaglio di punti di riferimento per costruirci
la nostra personale visione del mondo. Non abbiamo scelto un filosofo
sposandone in blocco il pensiero ma ne abbiamo scelti diversi e, tutti in vario
modo utilizzandoli, stiamo cercando di intuire nella sostanza quel pensiero
esoterico complessivo che potrà diventare la guida dei nostri passi sulla
strada della evoluzione. In questo senso stiamo cercando di realizzare il
cammino di esperienza religiosa proprio di quel terzo tipo di credente proposta
nella introduzione (v. punto 0.2, sui rapporti tra religione e macrobiotica):
un tipo di credente che, pur accettando e non potendo fare a meno della
dimensione comunitaria della fede, non teme di affrontare la solitudine della
ricerca religiosa più profonda che il mistero di Dio impone. Stiamo cercando di
prospettare l’esperienza del credente che si riconosce contemporaneamente sia
nella solitudine dello stadio religioso della proposta kierkegaardiana che nella
vertigine del superuomo nietzscheano: questo credente è condannato dalla
ortodossia di tutte le religioni istituzionali e, proprio per questo, finisce
per trovarsi su un sentiero che pochi hanno il coraggio di affrontare.
Parlando di Leibniz si è affermato
che egli ci ha aperto spiragli incredibili per una visione del mondo più
evoluta: gli infiniti universi possibili in Dio sono tutti veri e sta soltanto
a ciascuno di noi trovare l’energia sufficiente per andarli a visionare e, nel
momento in cui troviamo in noi stessi la forza per andare a vedere un nuovo
universo, trasciniamo con noi il mondo intero: è una intuizione che si pone
come proposta di vita di inaudita potenza.
Che cosa offre Nietzsche, in più,
rispetto a questa proposta che è già così potente?
Leibniz ci prospetta la direzione
verso cui camminare lasciando però alle singole monadi, coerentemente con la
propria dottrina, il compito di sviluppare in rapporto alla propria evoluzione
il percorso di crescita di consapevolezza; Nietzsche, pur non essendo riuscito
a realizzare in concreto la scelta, ha però intuito molto bene la nuova
prospettiva: a differenza di Leibniz, afferma che dobbiamo puntare ad una
dimensione di spiritualità nella quale l’anelito verso Dio, verso lo Spirito si
accompagni con il contemporaneo sprofondamento delle radici terrestri, per cui
la nostra anima può evolvere, può maturare, può diventare più santa nella
misura in cui essa impara a dominare il corpo, ma a dominarlo non in modo
stupido, come se il corpo fosse soltanto una palla di piombo, un peso da cui
liberarci quanto prima possibile: la grande salute che dobbiamo raggiungere
presuppone un corpo capace di esprimersi sempre al meglio delle sue
possibilità.
E' un discorso che abbiamo toccato
già in Platone: all’inizio egli parla del corpo come prigione dell’anima ma,
una volta introdotta la nuova prospettiva della realtà del piano spirituale, il
secondo Platone parla del corpo come salvagente dell’anima, come scudo che la
protegge, che le permette di fare le esperienze di cui essa aveva bisogno per
crescere in consapevolezza.
Si ritorna così alla citazione di
Agostino che afferma che la verità l’uomo l’ha sempre avuta se solo avesse
voluto e saputo cercarla, e Nietzsche sta ripetendo le stesse cose: guai
puntare alla santità a scapito della nostra corporeità, perché se siamo
incarnati è perché abbiamo bisogno del corpo, e qui stiamo facendo un discorso
che va oltre Nietzsche, almeno finchè siamo in questo stadio evolutivo. Noi
siamo spirito e corpo e privilegiare l’uno a dispetto o a danno dell’altro è
solo una scelta, nella migliore delle ipotesi, da ignoranti: i cosiddetti santi
che si sono rotolati nelle spine per tenere a freno le pulsioni fisiche
sessuali, sono stati dei poveri fanatici, e disgraziati coloro che hanno avuto
a che fare con persone di quel genere. Anche Buddha ha affermato le stesse cose
quando precisa che la via migliore per l’uomo per raggiungere la santità è la
via di mezzo, del giusto equilibrio. Un conto è digiunare, altra cosa è tenere
sotto controllo le proprie pulsioni nel momento in cui siamo a tavola: ciò che
dobbiamo raggiungere è la capacità di apprezzare i buoni sapori del cibo, ma
sempre conservando il dominio di questa dimensione di piacere.
Nietzsche afferma che dobbiamo
rivalutare il nostro rapporto con la terra e a non abbandonarci alla semplice
speranza ultraterrena che finisce per diventare una sorta di anestetico che ci
snerva e riduce la capacità di affrontare la vita con la grinta necessaria per
essere vittoriosi qui e ora, non in un paradiso che ci attende dopo la morte.
In questo senso Nietzsche propone di realizzare lo spirito dionisiaco che nella
cultura della Grecia antica simbolizzava l’ebbrezza della vita al di fuori di
ogni vincolo subito passivamente ma, attenzione, non l’ebbrezza della vita che
ti porta a diventare tossicodipendente o etilista o che ti porta ad assecondare
sempre e comunque gli istinti della dimensione animale: con l’ebbrezza
dionisiaca, Nietzsche intende liberarci dalle catene della verità che non è
stata da noi sperimentata come autentica e che, perciò, finiamo per subire, per
cui la nostra vita diventa un alternarsi di momenti in cui rispettiamo con
rammarico regole contro cui non osiamo ribellarci oppure ci lasciamo andare a
comportamenti agognati ma con il conseguente senso di colpa per la libertà che
ci siamo concessa.
In ultima analisi, l’ebbrezza
dionisiaca sarà autentica liberazione soltanto se, insieme, avremo il completo
dominio di noi stessi.
Ad un discepolo che gli chiede un
consiglio circa la sua intenzione di sposarsi il maestro Zarathustra dice: “Ho
una domanda che è destinata a te solo fratello, come uno scandaglio io faccio
scendere questa domanda nell’anima tua perché io sappia quant’è profonda: sei
tu il vittorioso, il sacrificatore di te stesso, il dominatore dei sensi, il
sire della tua propria virtù? O il tuo desiderio ti è suggerito dalla bestia
che è in te, da bisogno? O dalla solitudine? O dal malcontento di te stesso? Tu
devi edificare sopra te stesso, ma prima di tutto devi aver finito di edificare
te stesso e devi essere retto di corpo e di anima. Non devi solo propagarti, ma
propagare oltre te stesso.”
Questo è l’autentico Nietzsche, che
ci invita ad un dominio di noi stessi non in vista di un qualsiasi vantaggio
personale: non dobbiamo coltivare un corpo atletico per vincere le olimpiadi,
ma fare crescere l’artigiano, il filosofo, lo studioso, il ricercatore,
l’artista che è in noi rendendolo, contemporaneamente, dominatore del proprio
corpo in termini di efficienza. Tutti potremmo avere un corpo più efficiente di
quello che abbiamo se solo ci imponessimo ogni giorno mezz’ora di ginnastica:
non è necessario andare in palestra, basta mettersi nella propria camera da
letto su una stuoia, magari ascoltando della buona musica: mezz’ora della
nostra giornata per rendere il corpo più flessuoso, perché l’energia vitale
scorra meglio nei meridiani che si sviluppano all’interno del nostro corpo.
Questo è il senso della proposta nietzscheana e quando tu avrai un corpo più
efficiente ti sarà più facile perseguire ideali di carattere elevato, di
carattere spirituale, ti sarà più facile, nel senso che ti sentirai più forte,
più potente, mens sana in corpore sano.
Quando Nietzsche afferma che
dobbiamo liberarci dalla scienza e dalla tecnologia non vuole portarci al
medioevo, quando afferma che dobbiamo liberarci dalla storia non vuole portarci
all’ignoranza, alla non cultura: vuole semplicemente che ci liberiamo da quella
dimensione di verità che poi diventa una autentica prigione come quella
rappresentata dal tipo di scienza che ci chiede di fidarci ciecamente di essa e
a non pretendere di organizzare strutture di controllo a cui essa debba rendere
conto.
La dimensione
scientifico-tecnologica che diventa una gabbia mentale è quella che non ha mai
criticato pubblicamente la società di gestione del tunnel del Monte Bianco che
in trenta anni di attività non ha trovato il denaro per adeguare l’impianto
ormai obsoleto alla consapevolezza dei rischi nel frattempo maturata. Per non
parlare della ricerca scientifica che ha proposto come soluzione al problema
energetico le centrali nucleari, da un lato lasciando troppo spazio ai rischi
connessi agli errori umani e, dall’altro, continuando a tacere pubblicamente
sul fatto che, a distanza di decenni dall’inizio della costruzione di queste
centrali, rimaneva completamente da risolvere il problema dello smaltimento
delle scorie radioattive.
Pensiamo alla medicina: limitandoci ad un piano di ordinaria
quotidianità, pochi anni or sono valeva la regola per cui la pressione
arteriosa corretta era quella che si otteneva sommando a 100 gli anni di età,
per cui con 70 anni di età era giusta la pressione massima di 170. In questi
tempi si afferma invece che la pressione ideale a qualunque età è intorno ad 80
come minima e 130 come massima, oltre la quale è già opportuno riguardarsi.
Che la verità della scienza cambi
con il tempo non è solo una possibilità ma è inevitabile, dal momento che la
scienza è ricerca continua e, quindi, un progressivo affinare le proprie
conoscenze. L’errore non sta nella scienza come ricerca ma in tutti quei
comportamenti che, magari in buona fede ma più spesso per malcelati interessi
economici, tendono a far passare come indiscutibili i risultati di volta in
volta raggiunti dalla ricerca scientifica.
Negli anni del secondo dopoguerra in
Italia si è cominciato ad affermare la necessità di una alimentazione molto più
ricca di proteine di origine animale, discorso che in altri paesi era stato
proposto già in epoca precedente e si è giunti anche a lanciare sul mercato
cibi a base di carne opportunamente trattati perché potessero essere utilizzati
dai bambini in tenera età, che ancora non avevano i denti per affrontare un
tipo di alimentazione così impegnativa. Dopo alcuni decenni ci si è resi conto
che nel nostro paese abbiamo problemi di salute legati, sostanzialmente, ad una
ipernutrizione, problemi che condividiamo con quei paesi che una volta ci
guardavano dall’alto in basso considerandoci dei poveracci che sopravvivevano a
base di pane e pasta. La gabbia mentale da cui dobbiamo liberarci è quella per
cui, di fronte per esempio a quest’ultimo problema, ci sentiamo sostanzialmente
orgogliosi di dover affrontare problemi di sovralimentazione piuttosto che
recriminare per i valori tradizionali della nostra cultura alimentare che
abbiamo perso.
Nietzsche è stato definito, insieme
a Marx e a Freud, uno dei grandi distruttori di certezze. Potremmo aggiungere
Einstein che ha distrutto le certezze della scienza dell’Ottocento. Einstein, a
suo tempo, quando propose la teoria della relatività suscitò una reazione
violentissima nell’ambito accademico della scienza, tanto che qualcuno disse
che solo la mente bacata di un ebreo poteva proporre una teoria come quella
della relatività che faceva saltare le certezze dello spazio tempo.
Non occorre essere degli scienziati
per tenersi aggiornati sulle ipotesi di quegli studiosi che hanno il coraggio
di andare contro corrente. Abbiamo già accennato, parlando di Leibniz, a Bohr e
a Schrödinger. Potremmo qui citare un breve passo tratto da Il Vangelo
secondo la scienza di Piergiorgio Odifreddi (Einaudi Tascabili): a pag. 82,
parlando di David Bohm, studioso della teoria dei quanti, ci dà un esempio
concreto di come si possa essere propugnatori della dimensione scientifica
mantenendo al tempo stesso la capacità di essere critici nei confronti della
verità sedimentata:
Egli (David Bohm) propone di
abbandonare la visione metafisica ancora dominante, basata sull’essere di
una divisa molteplicità, e di passare invece all’alternativa del divenire
di una indivisa totalità. Dal fluire della totalità si distaccherebbero le
strutture momentanee che noi chiamiamo in certe condizioni oggetti e in altre
pensieri: sia la materia che la mente sarebbero dunque entrambe solo fugaci
astrazioni dal flusso universale.
Nietzsche ci invita a non lasciarci
asservire dai vantaggi immediati garantiti come sicuri dall’ultima ricerca
scientifica e, invece, ad essere sempre critici, perché quella scienza e
tecnologia che ieri hanno progettato e costruito l’automobile, arrivando poi a
modificare l’ambiente naturale in funzione del nuovo mezzo di trasporto, ci
hanno conseguentemente creato città invivibili e sono quella stessa scienza e
quello stesso tipo di interessi economici che oggi ci assicurano che gli alimenti
transgenici risolveranno i problemi del mondo perché avremo più cibo con minore
spreco, dal momento che questi alimenti transgenici avranno la capacità di
autodifendersi dai parassiti: e sono quegli stessi ricercatori che oggi non
mettono in risalto la possibilità che tra alcuni decenni potremmo essere
costretti a constatare che gli alimenti transgenici hanno delle proprietà
mutagene, per cui anche l’uomo si ritroverà ad avere delle mutazioni genetiche
assolutamente impreviste.
Sono già passati oltre cento anni
dall’invito di Nietzsche e siamo ancora qui a discutere se sia opportuno o meno
garantirci strutture di controllo e di critica imparziali, che abbiano come
unico obiettivo la dimensione etica di Kant, che affermava la necessità di non
strumentalizzare mai l’essere umano ma di vederlo invece sempre e solo come
fine.
Allo stesso modo mai credere ad una
scienza storica che pretende di farci accettare interpretazioni sedimentate
come indiscutibili: la storia va studiata avendo sempre un occhio attento a
quelli che sono i nostri problemi di oggi e, conseguentemente, mettendo sempre
in conto sia il fatto che i problemi attuali di coloro che si dedicano allo
studio e alla interpretazione dei documenti storici possono diventare elementi
condizionanti sia la consapevolezza che gli antichi erano uomini
sostanzialmente come noi, che avevano i nostri stessi bisogni, ambizioni,
paure, angosce, desideri, speranze.
Questa rilettura della storia ci
permetterebbe di fare delle vere e proprie riscoperte, come quella di
constatare che una dottrina economica della seconda metà del Settecento che sui
testi di storia viene liquidata come definitivamente superata, può ancora
essere oggi fonte di utili intuizioni: la fisiocrazia, per esempio, teoria
economica che definì come unica attività veramente produttiva l’attività
agricola, mentre tutte le altre sono attività che si limitano a trasformare e a
consumare.
Questa affermazione si basava sulla
constatazione che se si semina un sacco di grano e se ne raccolgono 10, si registra
un utile netto ben evidente, mentre quando si produce una zappa in realtà si è
solo modificato un minerale che è stato estratto dalla terra e che adesso nella
miniera non c’è più, per cui, sul piano delle risorse di base del pianeta, si
deve registrare un consumo più che una produzione.
La fisiocrazia oggi potrebbe essere
utilmente recuperata, chiaramente alla luce dello sviluppo scientifico
tecnologico attuale, per evidenziare che l’umanità si sta comportando sulla
terra come un’astronauta imprevidente che, su una navicella spaziale, non tiene
presente che le scorte sono limitate e vanno utilizzate con la maggior
parsimonia possibile. L’unica fonte che per l’uomo è praticamente inesauribile
è l’energia del sole e, insieme all’energia del sole, sono per noi praticamente
inesauribili solo quelle direttamente conseguenti ad essa come il vento, le
onde e la temperatura dell’acqua del mare, lo scorrere dell’acqua dei fiumi, le
biomasse e, grazie alla attrazione gravitazionale della luna, l’utilizzo dell’alternarsi
delle maree.
Nel momento in cui, al termine del
XX secolo, ci stiamo rendendo conto di avere commesso un grande errore
bruciando sconsideratamente enormi quantità di petrolio o puntando su
tecnologie nucleari che sono state sviluppate prima di tutto a scopi
distruttivi, errori che si sarebbe potuto ridimensionare sviluppando le
tecnologie connesse con l’energia rinnovabile, appare evidente la
superficialità con cui nelle scuole superiori si è parlato della teoria
fisiocratica come di un reperto museale, buona soltanto come conoscenza storica
che a un certo livello di cultura è doveroso possedere.
Ma il discorso va avanti, diventa
più provocatorio per un credente, quando Nietzsche afferma che dobbiamo
liberarci dalla verità, anche qui per recuperare freschezza e autenticità per
quanto riguarda i principi e valori che ci ispirano nella nostra vita.
Liberarci dalla verità può
significare avere il coraggio di prendere atto che per l’essere umano la
Verità, come verità ultima e definitiva, è irraggiungibile, pur restando la
direzione verso cui orientare la nostra vita e, grazie a questa consapevolezza,
diventare costantemente vigili e critici nei confronti di quelle verità
relative che pure sul piano esistenziale arriviamo a mettere a fuoco, per
rivederle e aggiornarle costantemente quando invece l’autorità e il potere
economico, politico e religioso tenderebbero, come già osservava Kant, a
imporcele, impedendoci l’uso della critica fatta alla luce della nostra
ragione.
Nietzsche, in una lettera del 24 febbraio
1886 scritta ad un amico, ci dà un esempio concreto di capacità di critica nei
confronti dell’autorità costituita, in questo caso dello stato, che allora solo
una minoranza aveva il coraggio di mettere in discussione: “Non mi è rimasto
alcun rispetto per la Germania di oggi, anche se il paese è irto di armi come
un porcospino. E’ questa la forma più stupida, più depravata, più mendace dello
“spirito tedesco” che sia mai esistita.”
Siamo in piena epoca bismarkiana,
quando la Germania stava progettando di diventare uno stato che avrebbe
dominato il mondo: Nietzsche a chiare lettere si schiera contro quel tipo di
scelta perché vuole liberare l’uomo, non creare il superuomo che mette il
proprio piede sul collo di altri uomini, vuole fare di ogni uomo un essere
veramente libero, cosciente, che quando fa delle scelte le fa per se stesso,
non per gli altri.
Facciamo un altro esempio di che
cosa può significare la liberazione dalla verità così come ci viene
preconfezionata dai mass-media e dal potere economico.
Si legge sui giornali di aerei
caduti al suolo in fase di atterraggio o di decollo per un “vuoto d’aria”
quando non appaiono evidenti altre cause sul piano tecnico. In realtà non
esistono vuoti d’aria e il fatto che nessuno di noi li ha mai sperimentati nella
vita quotidiana ci porta a credere proprio ciò che si vuole farci credere e
cioè che si sia trattato di una fatalità dovuta a una situazione assolutamente
eccezionale. La realtà, invece, consiste nel fatto che si è avuta la
concomitanza di due eventi: il primo che si verifica sempre, ogni volta che un
aereo decolla o atterra, e il secondo è un fattore meteo che tutti abbiamo già
sperimentato.
Il primo evento è costituito dal
fatto che, per atterrare, l’aereo deve ridurre la velocità fino al punto da sfiorare
la velocità di stallo, la velocità cioè che garantisce la portanza, in altre
parole la capacità da parte della superficie alare di utilizzare la resistenza
del vento creata con la velocità di avanzamento nell’aria per sostenere il peso
dell’aereo. Nel caso dei grossi aerei civili tale velocità non è mai inferiore
ai 200-250 km\h: in tale fase, che necessariamente si affronta tutte le volte
che un aereo atterra o decolla, è sufficiente che le condizioni del vento, che
in tale fase deve sempre essere contrario al moto di avanzamento dell’aereo,
abbiano a mutare all’improvviso in senso sfavorevole, come quando si sta
avvicinando un temporale che comporta dei moti turbinosi e rotatori dell’aria,
perché venga meno la portanza della superficie alare e l’aereo venga come
schiacciato al suolo da una forza che in quel momento la potenza dei motori non
è più o non è ancora in grado di contrastare.
Il problema si potrebbe ridurre
allungando le piste degli aeroporti per consentire la possibilità di iniziare
la fase finale di atterraggio con una velocità maggiore, cosa che per altro è
raramente realizzabile nella attuale dislocazione geografica degli aeroporti,
ma la cosa è comunque improponibile con l’attuale livello tecnologico perché
non siamo ancora in grado di costruire pneumatici capaci di sopportare
l’impatto con il terreno di un aereo così pesante che si stia movendo con una
velocità più di tanto superiore a quella di stallo.
Tutto questo però non si dice perché
il giornale o la televisione che facessero queste considerazioni farebbero
nascere grossi problemi sul piano economico perché quanta gente, se conoscesse
il motivo vero per cui a volte l’aereo cade in fase di atterraggio o di
decollo, quanta gente prenderebbe ancora l’aereo?
Ancora, quando si parla del buco
nella fascia terrestre di ozono che ci protegge da radiazioni solari nocive si
citano le automobili, il riscaldamento delle case, l’attività industriale e i
gas usati negli impianti di refrigerazione come possibili cause di questo
fatto, ma nessuno si ricorda di citare i milioni di tonnellate di cherosene che
gli aerei bruciano in alta quota creando le premesse per un degrado della
fascia di ozono ben più rapido e pesante di quanto non faccia una analoga
combustione a livello del mare. Anche qui la verità andrebbe a toccare
interessi costituiti troppo forti perché i mass media possano permettersi di
metterli sotto accusa.
Liberarci dalla verità in senso
nietzscheano significa diventare critici, diventare consapevoli, sapere che
siamo manipolati, e questo renderebbe più difficile ai soliti media convincerci
della necessità di portare la guerra in determinate aree geografiche per motivi
umanitari, quando gli stessi motivi umanitari potrebbero essere invocati per
innumerevoli altre situazioni che, invece, vengono ignorate perché non
rientrano negli interessi immediati delle potenze che dominano il pianeta.
Si diventa scomodi, sia dal punto di
vista politico che dal punto di vista religioso nei confronti delle istituzioni
e, in questo senso, ci si deve anche liberare dal cristianesimo, liberarsi cioè
da quella condizione di passiva accettazione delle scelte che l’istituzione
religiosa ha fatto nella sua storia.
Un esempio tipico di come
il Cristianesimo abbia fatto proprio tutto un insieme di elementi che risalivano
a tempi anteriori alla nascita di Cristo rivendicandone poi, a distanza di
secoli, la “proprietà” può essere quello delle festività cosiddette cristiane.
Prendiamo in considerazione
il Natale, l’Epifania, la Pasqua e la Pentecoste.
La festività cristiana del
Natale, il giorno celebrativo della nascita di Gesù Cristo, è stato fissato
dalla Chiesa cristiana il 25 dicembre: perché proprio quel giorno, quando non
esiste alcun documento storico sul quale poter legittimare tale scelta? In
realtà il 25 dicembre si festeggiava da tempo immemorabile un evento
astronomico importante con la festa del Sol Invictus: la Chiesa non
riuscendo a cancellare questa festività, perché era troppo antica e troppo
radicata nella realtà concreta dei tempi, l’ha fatta sua, scommettendo sul
fatto che con la sparizione delle tradizioni pagane tale ricorrenza avrebbe
finito per diventare tutta e soltanto cristiana.
Prima di tale manipolazione
la festa del Sol Invictus fissata per
il 25 dicembre voleva sottolineare la certezza acquisita, in tale giorno, del
ritorno ciclico della primavera e della stagione estiva.
Tutti gli anni il ciclo
astronomico determinato dall’inclinazione dell’asse terrestre e dalla
rivoluzione della Terra intorno al
Sole porta progressivamente dal solstizio d’estate, intorno al 20 giugno, al
solstizio d’inverno, intorno al 20 dicembre, al progressivo ridursi della
giornata considerata come ore complessive di luce, per cui il Sole
progressivamente, giorno dopo giorno, nasce sempre più spostato da est verso
sud e tramonta sempre più spostato da ovest verso sud, cioè stringe il suo arco
nel cielo e il suo giornaliero movimento apparente è sempre più basso nel
cielo, per cui l’uomo primitivo aveva la sensazione che si stesse approssimando
la fine del modo, poiché le giornate diventavano sempre più corte e il Sole
scaldava sempre di meno. Ora, indipendentemente dal fatto che gli antichi già
sapessero o meno che la Terra ruotava intorno al Sole -l’esoterismo afferma che gli iniziati dei livelli più alti ne erano a
conoscenza, ma non è questo il momento di approfondire la questione-, era
certamente di comune esperienza la consapevolezza del ridursi delle ore di luce
con la corrispondente espansione del buio e del freddo delle ore notturne.
I sacerdoti, che erano a
quell’epoca detentori della
conoscenza astronomica necessaria, tenevano i conti e registravano che fino al
22 – 23 di dicembre le giornate s’accorciavano sempre di più e il Sole ogni
mattina sorgeva riducendo sempre
più il suo arco nel cielo; mentre, a partire da quel momento che poi venne chiamato
solstizio, il processo che da sei mesi era stato evidenziato si invertiva. Con
il 25 dicembre si festeggiava la certezza che anche in quell’anno si poteva
essere certi che era finita la fase involutiva del percorso del Sole nel cielo
perché la constatazione del nuovo evento era stata verificata per due volte
consecutive, controllando attentamente la posizione del Sole al suo sorgere.
Il 25 di dicembre si festeggiava l’inizio della certezza che
sarebbero tornati il caldo, il sole estivo, la buona stagione: era una grande
ricorrenza astronomica che veniva festeggiata e che la Chiesa non poteva
cancellare, per cui con la ricorrenza della nascita di Cristo, che in realtà
nessun documento ci dice sia nato il 25 dicembre, la Chiesa modifica la festa
del Sole, inizio del nuovo anno, con l’inizio della salvezza grazie alla
nascita di Gesù Cristo.
Nell’antico Egitto, proprio
nella ricorrenza di questo grande evento astronomico, iniziava un rito molto
particolare, che si sarebbe poi concluso il 6 di gennaio; data nella quale la
Chiesa con l’Epifania festeggia la manifestazione della divinità che il Vangelo
di S. Matteo (2, 1-12) afferma essere
avvenuta a saggi che provenivano dall’oriente e che la tradizione cristiana dei
secoli successivi ha poi definito come tre Re Magi. Nell’antico Egitto, invece,
il 6 gennaio era un momento importante nel quale si manifestava ancora una
volta sulla terra un potere eccezionale, una vera e propria manifestazione
della divinità che può sorgere ed affermarsi nell’essere umano: una ricorrenza,
possiamo dire, antica quanto il sapere esoterico
e che veniva celebrata come rito particolare e segretissimo non solo in Egitto
ma, nell’oriente, ovunque ci fossero templi e scuole iniziatiche con allievi
che avessero raggiunto i livelli più alti di iniziazione.
Il rito consisteva in
questo: con il 25 dicembre, c’è la prova verificata che il Sole sta tornando a
salire nell’arco del cielo e si celebra l’evento con la festa del Sol Invictus, a partire da quel giorno
nelle religioni dei misteri, nei templi egizi, in India, nel Tibet, nei più
grandi monasteri gli allievi iniziati ai livelli più alti, quelli che devono
affrontare la “prova ultima” iniziano, il 25 dicembre, una novena di digiuno e
preghiera, -anche la novena che ancora oggi il Cristianesimo utilizza è una
“invenzione” precedente- che porta al 3 di gennaio. Il 3 di gennaio questo
allievo che doveva affrontare la prova suprema viene in certi templi disteso,
in certi altri legato a una struttura a forma di croce, in certi posti la croce
è una croce di Sant’Andrea, a forma di X, guarda caso nelle catacombe cristiane
dei primi secoli la croce compare sempre come la X, erano i due legni a forma di X a cui l’uomo, braccia e gambe
distese, veniva legato e, lì, entrava in stato di catalessi, in altre parole
entrava in una sorta di sonno autoindotto. Un sonno, però, nel quale non si
dorme 7 o 8 ore e poi ci si sveglia, perché si è dormito abbastanza, ma un
sonno durante il quale il corpo viene coscientemente abbandonato dall’anima,
dai corpi sottili, per tre giorni. Utilizzando un vocabolario esoterico possiamo dire che il corpo più
denso, quello materiale, resta lì con il corpo eterico, mentre dal corpo
astrale in su i corpi più sottili se ne vanno coscientemente.
Ciò è possibile, secondo
certe teorie proprie delle religioni misteriche, perché è stata fatta per anni
tutta una serie di esercizi, di dieta, di forme di autodominio e di
autocontrollo ben specifici, per cui si riesce a stare fuori dal corpo per tre
giorni, cioè molto più di quanto non succede alle persone normali. Tutti noi,
infatti, usciamo ogni notte dal corpo fisico come corpi sottili durante le fasi
di quel sonno profondo da cui riemergiamo senza avere nessun ricordo, sono quei
periodi della notte in cui, se si viene svegliati, ci si sente rintronati, ci
sembra di uscire da un abisso, siamo con le ossa rotte, abbiamo perfino mal di
testa, mentre ci sono fasi del sonno in cui basta lo sbadiglio di chi ci dorme
vicino per svegliarci. I momenti in cui siamo fuori dal corpo sono quelli in
cui neanche le cannonate vi svegliano e se qualcuno ci prova sono le
occasioni in cui, svegliandoci,
abbiamo la sensazione di essere più stanchi di quando ci eravamo coricati. Però
gli uomini normali vivono questa dimensione di distacco al massimo per un’ora e
poi c’è il rientro immediato, si va a ricaricare le pile a livelli più alti e
poi si ritorna, ma con una sorta di automatismo, assolutamente non cosciente.
Quando, invece, si diventa capaci di uscire coscientemente dal corpo si impara
progressivamente a prolungare le uscite, ma stando sempre molto, molto attenti
a dosare la lunghezza, per cui il tempo dell’uscita deve corrispondere a un
tipo di esercizi che si è già stati capaci di superare, perché altrimenti si
rischia di morire sul serio: il rischio che correva l'allievo che affrontava
questa prova era proprio questo, dovendo superare un distacco per un tempo così
lungo, doveva affrontare questa prova avendo egli la certezza di aver fatto
negli anni precedenti gli esercizi che doveva fare, cioè non era possibile
arrivare a questo punto e barare, perché in questo caso ci si giocava la pelle
e, passati i tre giorni, si trovava un cadavere su quella croce, mentre invece
se l’iniziando era stato un discepolo serio e aveva fatto quello che doveva fare,
ecco che riusciva per tre giorni a stare fuori dal corpo.
Che faceva in quel tempo
l’anima? La coscienza dell’iniziando andava a verificare che cosa voleva dire
essere morti: negli scritti dei Padri della Chiesa si trovano diversi cenni al
riguardo, proprio in riferimento al periodo di tempo trascorso tra la “morte e
la risurrezione” di Gesù Cristo, quando il suo corpo resta per tre giorni nel
sepolcro, prima della resurrezione.
In questa esperienza si va
a visionare tutti i livelli di realtà che si sperimenterà con la morte: quando
si muore ci sono vari livelli, si
attraversa la fase dell’inferno, cioè quella fase di realtà in cui vanno a
finire le anime poco evolute, quelle più materiali, più legate ad un certo tipo
di piaceri. L’anima evoluta non si ferma in quella dimensione di realtà, passa
e va perché, per lei, è come entrare in un ambiente maleodorante, e se tu sei
un’anima evoluta schizzi via immediatamente. Il discepolo in quei tre giorni di
prova andava a visionare tutti questi mondi a livello cosciente: era stato
precedentemente istruito, gli si era detto che cosa avrebbe visto e percepito,
ma un conto era sentirle dire un conto è entrare nella realtà del proprio
inconscio. In altre parole, era un vero e proprio “esame psicanalitico” in cui non
si poteva barare perché durante quella esperienza si veniva immersi nella
realtà dei pensieri, paure, angosce che abbiamo sedimentato nell’inconscio e
che, faticosamente, cerchiamo di controllare nello stato di veglia: in quella
situazione si era superato quello che la tradizione esoterica chiama il guardiano
della soglia che, in condizioni normali, ci “difende” dal fondo di
cattiveria che a livello inconscio ancora costituisce la nostra personalità.
Questa prova può essere superata solo se si è stati capaci di sviluppare una
consapevolezza e una forza di volontà capaci di affrontare tutte le paure e le
angosce, le mostruosità e le cattiverie che abbiamo tanto o poco coltivato con
i nostri pensieri fin dalla più tenera età e che abbiamo ereditato dalle
precedenti esperienze di incarnazione. Lì questi pensieri vengono vissuti come
realtà autentiche e se non si è sufficientemente forti si viene divorati da
queste energie negative; se, invece, si è sufficientemente forti si avrà la
capacità di dire a se stessi che sono energie negative che noi stessi abbiamo
posto in essere e alimentato ma che, se siamo forti a sufficienza, non possono
avere su di noi il sopravvento.
Al termine di questa prova,
al mattino del 6 gennaio, quella croce, quel sarcofago in cui c’è il corpo
dell’iniziando che ha affrontato l’ultima prova vengono messi, se siamo in
Egitto, all’interno del tempio o della piramide dove all’alba il primo raggio
di Sole scalderà il viso di quel corpo che da tre giorni è in catalessi e il
calore del Sole che sorge fa ritornare le condizioni perché l’anima, i corpi
sottili che erano usciti possano rientrare e in quel giorno si festeggia la
nuova manifestazione della divinità in terra, cioè di un essere umano che
rivela in sé poteri che per gli altri uomini sono divini. Ecco il significato
della Epifania: Dio che si rivela al mondo come uomo che è riuscito a
dimostrare agli altri uomini che si possono raggiungere poteri “divini”. Era un
rito importante, che i vescovi cristiani dei primi secoli conoscevano, e questo
rito veniva ricordato con una festività che la Chiesa non poteva ignorare né
sopprimere e che, quindi, ha cercato di mimetizzare con la storia dei Re Magi.
La chiesa cattolica in
questi ultimi anni ha cercato di abolire la festività dell’Epifania,
evidentemente perché la storia dei cosiddetti Re Magi non è per essa così
importante e, svanito il ricordo della festività originaria, non è più
strumentalmente così necessaria come nei primi secoli. La decisione di abolirla
è poi stata revocata perché c’è stata una protesta generale, in realtà dettata
da fattori di tipo consumistico, ben lontani da quelli che, prima dell’era
cristiana, avevano determinato per il 6 di gennaio una ricorrenza molto
particolare.
Vediamo ancora alcune brevi
considerazioni sulla festività di Pasqua e di Pentecoste. Sono entrambe, prima
dell’era cristiana, feste mobili della cultura e della religione ebraica ma, in
realtà, sono tipiche feste legate all’attività agricola e, come tali, sono
presenti anche in altre culture del tempo. Sono feste mobili, in quanto
collegate con le fasi lunari che allora erano i punti di riferimento normale
per le operazioni soprattutto di semina.
La Pasqua era la ricorrenza
con cui si festeggiava il risveglio della natura e l’inizio delle operazioni di
semina delle colture primaverili. Allora, come oggi, la Pasqua cadeva nel primo
sabato, per gli ebrei, o la prima domenica, per i cristiani, dopo il plenilunio
della primavera, per cui può comparire dal 22 marzo al 25 aprile.
Già nella cultura ebraica
la festa di Pasqua si era sovrapposta alla precedente festa agricola delle
semine con la celebrazione del ricordo della liberazione dalla schiavitù
dell’Egitto e l’uccisione tradizionale dell’agnello sacrificale ricordava
l’evento biblico dell’angelo di Dio che uccise tutti i primogeniti egiziani
evitando, “passando oltre” le case abitate dagli ebrei, le cui porte erano
state segnate con il sangue dell’agnello.
Nel caso dei cristiani la
ricorrenza della resurrezione di Gesù Cristo viene a coincidere con una
festività che nel mondo pagano corrispondeva al risorgere della potenza
generatrice della natura.
Per quanto riguarda la
Pentecoste, anch’essa festa mobile e fissata 49 giorni dopo la Pasqua, era nel
mondo ebraico la festa del ringraziamento per le messi ormai formate che bene
auguravano il raccolto ormai prossimo. Nella religione cristiana abbiamo con
questa ricorrenza il ricordo della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli,
sui Discepoli e su Maria : evento da cui inizia la pubblica predicazione del
nuovo messaggio religioso ad opera di coloro che, vivo Gesù Cristo, erano stati
magari discepoli attenti e scrupolosi, ma incapaci di esporsi in prima persona,
come le defezioni e i tradimenti durante la cattura, la prigionia, la condanna
e la esecuzione del loro profeta avevano dimostrato.
Anche in questo caso
l’evento che costituisce il motivo di celebrazione della festività dei
cristiani viene quindi a sovrapporsi ad un rito precedente che, come festività
agricola, essi avrebbero comunque trovato in qualunque altra regione del mondo
antico.
Nel corso del ventesimo
secolo abbiamo assistito all’ultimo tentativo di sostituzione di una precedente
festività non accettata dalla chiesa con un’altra di matrice cattolica: fino ai
primi anni del Novecento la festa del 1° maggio era una ricorrenza scelta dai
socialisti e non riconosciuta dallo Stato, per cui il non recarsi al lavoro in
tale giorno poteva essere motivo di licenziamento. In Italia, con Giolitti a
capo del governo, si ebbe il riconoscimento di tale festività che però la
Chiesa Cattolica ha snobbato per decenni: era e rimase per lungo tempo una
festa degli operai politicizzati, una invenzione della sinistra potenzialmente
rivoluzionaria. Con il tempo questa ricorrenza venne riconosciuta in tutti i
paesi industrializzati fino a diventare, nella seconda metà del ventesimo secolo,
una festività civile praticamente in tutto il pianeta. A questo punto la Chiesa
Cattolica non ha più potuto ignorare la festa e, pur non avendo particolari
motivi per combatterla come invece aveva con la festa del Sol Invictus, con l’Epifania e con la Pasqua, ha utilizzato il
medesimo procedimento che nel passato la ha permesso di appropriarsi in
esclusiva di tali festività: ha spostato al primo maggio la festa di S.
Giuseppe, precedentemente stabilita al 17 marzo, sottolineando il fatto che
tale santo era stato da essa proclamato come patrono dei lavoratori. Oggi che
Marx è morto, il comunismo è morto e neppure il socialismo gode di ottima
salute può ben sperare che, con il passare del tempo, si possa verificare ciò
che è successo per le altre grandi festività “cristiane”.
Il discorso che è stato
fatto sulle festività può essere ripreso anche per quanto riguarda la croce, simbolo
fondamentale per il cristianesimo. A questo riguardo possiamo fare due
importanti osservazioni che i cristiani normalmente ignorano.
La prima osservazione è che
la croce, in forme diverse, è già presente molto prima del Cristianesimo.
Compare sulle ancora
misteriose sculture dell’isola di Pasqua, così come compare nei graffiti
preistorici dell’area nordeuropea.
Nell’estremo oriente come
intersezione del principio Yang — con quello Yin | , per cui si ha: -|-
Compare nell’antico Egitto
sia come Tau :
Т
che come
croce ansata
In India : +
![]()
In Persia :
Così anche in Pitagora,
come già abbiamo visto nel capitolo 1.3.
Per quanto riguarda la
presenza di questo simbolo nell’isola di Pasqua e nei graffiti preistorici si
possono fare soltanto ipotesi –per l’esoterismo vale la più volte citata
affermazione di s. Agostino-, mentre negli altri casi abbiamo la possibilità di
spiegare che cosa si intendesse velare e al tempo stesso significare con questo
simbolo nelle culture su citate.
Nell’estremo oriente lo Yin
(lo spirito) e lo Yang (la materia) sono i due
principi ultimi dell’essere a cui si possa giungere nell’umana ricerca sul
senso del mondo che, come realtà manifesta, nasce proprio dal loro dialettico
intersecarsi: lo Yin e lo Yang, in quanto principi ultimi
separati e distinti indicano le radici dell’essere e, in quanto tali, sono solo
intuibili;
se incrociati : –|–
simbolizzano invece con il
loro dialettico intersecarsi l’emergere della realtà percepibile.
La stessa cosa avviene per
l’antico Egitto, dove l’intersecarsi dei due principi opposti e complementari,
il principio maschile e femminile,
vengono simbolizzati con il
Tau
: Т
a cui può
essere aggiunta nella parte superiore il cerchio esprimente l’infinito, che dà
così origine
alla croce ansata dei
faraoni :
Nell’India la croce, con lo
stesso significato di origine del mondo, appare come + e al centro di essa viene visto, immobilizzato, il
dio Khrisna che esprime la eterna forza generatrice dell’essere che si esprime
ed è, insieme, incatenata nell’essere come manifestazione finita.
In Persia
la croce si presenta come svastica perché i quattro prolungamenti
rappresentano i quattro
punti cardinali, per esprimere sia la totalità dell’essere
nella sua manifestazione
che l’intuizione del movimento circolare che
simbolizza il divenire
attraverso il quale l’essere si esprime.
La svastica nazista aveva i
quattro prolungamenti nella direzione opposta determinando, per ciò stesso,
l’intuizione de l movimento circolare in senso centrifugo e, a questo punto, la
conoscenza della dialettica yin/yang può spiegare tante cose.

Infine nel messaggio
pitagorico la croce nasce come sviluppo del cubo:
che viene indicato come la
figura solida che meglio simbolizza l’essere
del mondo manifesto.
In questo sviluppo il quadrato
comune allo sviluppo del braccio verticale ed orizzontale simbolizza l’Uno come
infinita origine e sintesi dell’Essere; il braccio orizzontale, con i due
quadrati opposti al centro, simbolizza la dialettica contrapposizione dei
principi opposti e complementari -Bene/Male- costituenti l’Uno e, nella misura
in cui la contrapposizione si cristallizza e non si risolve in un momento di
consapevolezza superiore, simbolizza la materia; il braccio verticale, con i
tre quadrati restanti, simbolizza l’intuizione della Essenza Trinitaria dell’Essere
ed esprime la dimensione spirituale della intuizione metalogica dell’Uno
all’”interno”
del quale la tensione dialettica
Uno-Due, Bene-Male, ... recupera la propria identità nel Tre, come sintesi di
consapevolezza eternamente presente.
Da notare, ancora, che
nell’India, nella Persia e nell’antico Egitto la croce si presenta anche come X,
che era la struttura in
legno su cui veniva affrontata la
suprema forma di iniziazione.
Guarda caso, è proprio
questa forma di croce che compare nelle catacombe romane dei primi secoli, per
cui l’affermazione che i primi cristiani vedevano nella morte del corpo un
evento che veniva rapportato alla suprema forma di iniziazione nella quale l’anima
del defunto poteva compiere un passo fondamentale nella crescita di
consapevolezza ed evoluzione spirituale è, per lo meno, da prendere in
considerazione.
E qui passiamo alla seconda
riflessione sulla croce, che i cristiani normalmente ignorano.
Nelle catacombe romane dei
primi secoli non compare mai il crocifisso, cioè la figura umana di Gesù
Cristo sulla croce: esistono diverse forme di croci, ma non il crocifisso.
Su queste catacombe un
simbolo spesso ricorrente è quello del disegno stilizzato di un pesce con sotto
scritto ΊcJύV e sotto
ancora la croce di Sant’Andrea: X
ΊcJύV, che poi
è il termine greco che in italiano si traduce come pesce, è un acronimo, una sigla, nel senso che è costituito di
lettere ciascuna delle quali è l’iniziale di un’altra parola, Ίhsoυ̃V CristόV Qeoυ̃ UiόV Swtήr”, quindi:
Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore.
La prima forma concreta di
crocifisso che si conosca nella storia del Cristianesimo è quella portata dal
papa Gregorio Magno alla regina dei Longobardi Teodolinda, nel 590 d.C. e,
guarda caso, sarà nel secolo successivo che comparirà per la prima volta nelle
catacombe a Roma, la figura del crocifisso, prima non compare mai.
Queste considerazioni sulle
vere origini dei simboli e delle festività fondamentali del cristianesimo, considerazioni
che non possiamo qui approfondire perchè il discorso ci porterebbe troppo
lontano e su termini di ricerca troppo specifica e tecnica, sono ignorate dalla
maggior parte dei cristiani e da molti secoli taciute dalla Chiesa e devono
farci riflettere.
Ancora una volta scopriamo
che il Cristianesimo ha utilizzato simboli potenti che derivano da altre
culture, da altre religioni, e di questo non si fa qui una colpa al
Cristianesimo perché sono simboli universali, che bene esprimono un certo tipo
di intuizioni. Se mai, la grave colpa del Cristianesimo, dopo essere stato
perseguitato, è quella di essere diventato un persecutore, con la pretesa
arrogante di autodefinirsi l’unica versione possibile della Verità disponibile
per l’uomo proprio quando, non a caso, esso ha perduto il senso vero e
originario dei simboli che pretende suoi propri: di questa arrogante e
presuntuosa appropriazione indebita nessun pontefice ha mai chiesto pubblicamente
perdono.
E’ una critica non di poco
conto, ma i discorsi che vengono fatti qui non intendono demolire il
Cristianesimo, quanto piuttosto farlo tornare alla purezza iniziale, quando
sapeva convivere con altre dimensioni di Verità e si presentava come religione a
quei tempi rivoluzionaria per il suo impegno a proporre il messaggio di verità
agli umili, ai semplici e agli emarginati, come già aveva fatto Gesù Cristo.
Messaggio di verità che
fino ad allora era riservato ad una ristretta cerchia di iniziati e che andava
comunque dosato con cautela perché dirompente, allora come oggi.
Come esempio pensiamo al segno della croce che da molti secoli viene
insegnato ai cristiani:
Mano sinistra sul petto, si porta la mano destra alla fronte, dicendo “Nel
nome del Padre”, si sposta la mano destra al petto dicendo “e del Figlio”,
si sposta ancora la mano destra sulla spalla sinistra e poi su quella destra
dicendo “e dello Spirito Santo”, infine si congiungono le mani a palme
distese dicendo “Così sia”.
Una minoranza di persone più avvedute e colte percepisce che in questo
segno della croce si compiono con la mano destra quattro movimenti indicando le
quattro direzioni opposte dei bracci della croce ma, ai quattro
gesti-direzioni, corrispondono solo tre entità “Padre, Figlio, Spirito Santo”,
per cui, ancora una volta, si può notare che nell’evoluzione del Cristianesimo
si sia persa la consapevolezza esoterica che nel Segno della Croce era
racchiusa.
Il segno della croce che gli iniziati, molto prima dell’avvento del
cristianesimo compivano era il seguente:
Mano sinistra sul petto, si porta la mano destra alla fronte, dicendo “Nell’Essere”,
si sposta la mano destra alla spalla sinistra dicendo “che è Bene”, si
sposta la mano destra alla spalla destra dicendo “e Male”, si sposta la
mano destra al petto sopra la mano sinistra dicendo “io esisto”, si
congiungono le mani a palme distese dicendo “e faccio le mie scelte”.
Questo rito e la relativa formula non vanno intesi nella ottica dello
gnosticismo che assolutizza la contrapposizione Bene/Male all’interno della
quale l’essere umano viene schiacciato da una dimensione di eventi da lui
assolutamente incontrollabili ma va, invece, inserita come momento conclusivo
di estrema sintesi nel messaggio esoterico che, nella cultura occidentale, emerge
soprattutto nel pensiero di Pitagora e Platone che vede con l’uomo sorgere,
evolutivamente ineluttabile, la divina consapevolezza all’interno della quale
sia il Bene che il Male sono inseriti come momenti necessari nella razionalità,
giustizia e armonia assoluta dell’Essere.
Il super uomo nietzscheano che riesce a realizzare in se stesso
l’equilibrio yin/yang grazie al quale la salute non è più un evento casuale ma
una conquista cosciente non si limita a riconoscere l’esistenza del Bene e del
Male, posizione tipica dello gnosticismo, ma li fa esistere, li fa emergere
facendo le proprie scelte andando, con ciò, a visionare negli infiniti universi
possibili racchiusi nell’abisso e silenzio dell’Essere quello spazio
tempo che l’uomo comune considera come il “contenitore” del nostro io: con
Nietzsche si realizza l’intuizione leibniziana per cui ciascuno di noi fa
emergere la realtà che abbiamo saputo meritarci.
Quando ci avviciniamo a questa dimensione di consapevolezza siamo pur
sempre dei credenti che si inchinano al mistero dell’essere, ma meno ingenui e capaci di criticare e mettere sotto
accusa le scelte della gerarchia ecclesiastica: oggi la chiesa cattolica
potrebbe godere di maggiore prestigio e non avere tutte le oggettive difficoltà
che incontra nel tentativo di riavvicinarsi alle altre religioni e alla società
civile se tra i suoi fedeli non ci fosse stata la passiva acquiescenza che essa
da troppi secoli ha imposto.
Quella chiesa che ha condannato
Galileo ha fatto bene? Oggi diciamo che non ha fatto bene, ma per secoli un
buon cristiano ha dovuto chinare la testa e tacere; è lo stesso tipo di chiesa
che ha proclamato in pieno diciannovesimo secolo l’infallibilità del pontefice
e l’immacolata concezione della Vergine, tutte cose che non riguardano la
sostanza del messaggio evangelico di salvezza e che rendono oggi molto più
difficile arrivare ad una riconciliazione che per certi versi sarebbe stata già
fattibile con i Protestanti. Tutto questo perché nell’Ottocento un papa come
Pio IX, incurante del fatto che per secoli la chiesa non aveva mai sentito il
bisogno di proclamare questi due nuovi dogmi, li ha imposti.
Il pensiero nietzschiano diventa una
preziosa occasione per ripensare al nostro ruolo di credenti all’interno di
qualunque Chiesa per diventare degli anti-teologi, nel senso di essere capaci
di contrapporci come voce attiva nel momento in cui le strutture di potere tendono
a definire in termini rigidi, che prima o poi finiscono inevitabilmente per
rivelarsi storicamente datati, quella che è la verità del momento.
Quando Nietzsche invita a non
sperare in una dimensione ultraterrena può andar bene il suo discorso proprio
perché, in nome di una futura felicità ultraterrena, si può essere invitati a
chiudere gli occhi di fronte ad una realtà contro cui bisogna combattere oggi:
finchè si è sulla Terra è questo il campo di battaglia, è qui che ci si deve
comportare da vero cristiano che nel momento in cui dovrà rendere conto di ciò
che ha fatto non potrà scaricare la responsabilità sul sacerdote, sullo
psicanalista, sul guru di turno.
Qualcuno si chiederà a questo punto
quale sia il ruolo del sacerdote, ma dobbiamo entrare in una dimensione nella
quale in realtà ogni cristiano è sacerdote, perché siamo tutti ugualmente figli
di Dio: la figura del sacerdote è quella che all’interno della comunità dei
credenti si propone come esempio di vita coerente dal punto di vista religioso
per cui, al limite, non è più la figura che svolge soltanto questa missione
che, in troppi casi, si è trasformata in professione.
Sacerdoti sono tutti i membri della
comunità che si propongono come esempio autentico di vita e che diventano il
punto di riferimento come coerenza di vita cristiana: sono gli anziani che le
antiche comunità dei cristiani eleggevano come loro guida e che con la loro
testimonianza ed esempio favorivano la crescita spirituale di tutti i membri
della comunità. Non siamo nati per restare perennemente intruppati in un gregge
agli ordini di un pastore che non risponde del proprio comportamento se non ad
una gerarchia che è diventata un vero e proprio corpo separato.
Liberarci dal cristianesimo può
anche significare, e qui abbiamo una ultima provocazione di stampo
nietzscheano, rileggere il Vangelo alla luce di quelle intuizioni filosofiche
riemerse continuamente nella nostra cultura e che Agostino ha riconosciuto come
radice ultima del cristianesimo del suo tempo.
Rileggiamo uno dei passi del Vangelo
in cui si riportano le parole che a Gesù Cristo vengono attribuite dagli
evangelisti nell’episodio dell’Ultima Cena:
“Gesù prese il pane, fece la preghiera di benedizione,
spezzò il pane, lo diede ai discepoli e disse: ”Prendete: questo è il mio
corpo.”
Poi prese la coppa del vino, fece la
preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e tutti ne bevvero.. Gesù
disse: “Questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini. Con questo sangue
Dio conferma la sua alleanza.” “ (Marco 14,
22-24)
Da secoli l’ortodossia cattolica
afferma che queste parole, pronunciate dall’officiante nel momento della consacrazione
durante la Messa, trasformano realmente l’ostia e il vino nel corpo e nel
sangue di Gesù Cristo. I protestanti non accettano l’interpretazione
dell’ortodossia cattolica e riconoscono nel rito dell’Eucarestia semplicemente
un rito di aggregazione per rendere più sentito e profondo il legame
interpersonale nella comunità dei credenti.
Proviamo a reinterpretare questo
passo considerandolo come l’ultimo messaggio di Gesù Cristo ai suoi discepoli,
messaggio che racchiude sinteticamente nella metafora della equazione: pane=carne \ vino=sangue
il nucleo fondamentale del messaggio
esoterico di salvezza e di liberazione dell’illuminato e che diventa:
Prendete e mangiate, in questo pane
c’è quella vita che è la Vita, è l’energia divina che tiene in piedi il mondo,
perché l’energia che ha fatto crescere il chicco di grano è la stessa identica
energia che fa crescere il filo d’erba, che fa crescere l’animale e che porta
l’animale uomo alla possibilità di raggiungere il livello di consapevolezza più
alto sulla Terra. Questa vita è l’energia che tiene in piedi il mondo e, come forma
vivente prodotta dalla terra, viene offerta in sacrificio per voi.
L’uomo per vivere deve uccidere,
sempre e comunque, come tutti gli altri esseri viventi: se è un uomo che ha
aperto gli occhi a un livello di religiosità superiore non ucciderà più esseri
viventi che sono i suoi fratelli minori, non ucciderà più i mammiferi, gli
animali che evolutivamente gli sono ormai molto vicini, ma ucciderà un chicco
di riso, un chicco di grano che sono esseri perfetti, compiuti, che non possono
più evolvere oltre. Se raggiungiamo questa consapevolezza, ci comportiamo di conseguenza
diventando vegetariani e noi avremo da un lato la vita eterna nel senso che ci
costruiremo con una energia pulita, una energia che ci permetterà di realizzare
progressivamente le potenzialità evolutive che l’esoterismo afferma essere
proprie del nostro attuale livello di sviluppo fino a farci diventare signori
del tempo, perché non saremo più travolti dal divenire come gli altri animali e
gli esseri umani non ancora evoluti: riusciremo a diventare capaci, esattamente
come Gesù Cristo, di vincere la morte perché la attraverseremo senza perdere la
consapevolezza della nostra identità personale toccando così con mano che la
morte è la conclusione di un ciclo che è, dialetticamente e contemporaneamente,
l’inizio di una nuova esperienza di vita. Dall’altro lato, con una
alimentazione vegetariana gestita in armonia con i principi che reggono il
mondo, quella grande salute che Nietzsche ha intuito diventa una
conquista possibile.
Questa interpretazione del testo
evangelico, se vogliamo tornare ai tre tipi di credenti descritti nella
introduzione, suonerà come eretica ed inaccettabile al credente del primo tipo,
a quello che ha deciso una volta per tutte che la verità che gli è stata
proposta fin dall’infanzia non si discute.
Al credente del terzo tipo, a quello
che non ha paura di affrontare la solitudine di un percorso di fede frutto di
una personale e faticosa ricerca, risulterà invece evidente che l’essenza del
messaggio cristiano di salvezza non può consistere in una misteriosa e
scientificamente insostenibile trasformazione del pane e del vino in corpo e
sangue di una vittima sacrificale come Gesù Cristo, nella infallibilità del
pontefice romano, nella immacolata concezione e assunzione in cielo di Maria,
... quanto piuttosto nella consapevolezza, ancora oggi a distanza di duemila
anni raggiunta da pochi, che la Vita è Una e tutto ciò che esiste la esprime.
Proprio per questo chi ha raggiunto
la nuova-antichissima consapevolezza comprende che l’essere umano può nutrirsi
con qualunque forma di essere vivente ma solo quando opererà la scelta
vegetariana si renderà conto non più per fede ma per esperienza personale, con
il suo stato di salute, che il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel
sangue del Dio vivente che in noi si esprime al livello più alto sul piano
della Terra.
Qui si innesta il discorso sulla
macrobiotica intesa come regole dietetiche grazie alle quali si può veramente
raggiungere il dominio delle proprie condizioni di salute. La proposta
nietzscheana della grande salute può diventare realtà e, per il
credente, non solo l’occasione per sperimentare un più alto livello di
autoconsapevolezza ma la quotidiana esperienza della legge divina che regge il
mondo per cui la malattia è, semplicemente, il risultato ineluttabile di uno
squilibrio yin\yang: la gente comune si ammala per ignoranza e chi ha raggiunto
la conoscenza si ammala per colpa.
Nel primo caso la malattia si rivela
come una “benedizione di Dio” che ci spinge sulla strada della crescita di
consapevolezza, nel secondo caso si rivela come momento di giustizia assoluta.