1. 1  -   Eraclito                 (.htm)

 

 

E’ stato detto che Eraclito, Parmenide e Pitagora si sarebbero dovuti trattare in successione invertita dal momento che, per quanto ci risulta, tali sono state le epoche in cui sarebbero vissuti. Si è tuttavia preferito mantenere questo ordine perché di Pitagora e della sua scuola conosciamo il pensiero in modo soddisfacente. Se è vero, infatti, che Pitagora è per tanti versi una figura attorno alla quale si è creato un alone leggendario e potrebbe quindi anche non essere esistito come figura storicamente identificabile, la scuola pitagorica è però stata per dieci secoli una realtà ben precisa e, quindi, di essa abbiamo un gran numero di opere per cui il pensiero pitagorico è per noi un pensiero preciso, compiuto, che conosciamo abbastanza bene e, dal momento che questo pensiero ricomprende in sé sia le suggestioni di Eraclito che quelle di Parmenide, dei quali abbiamo solo dei frammenti, si è pensato che parlarne dopo i primi due permetterà di mettere bene a fuoco tutto un discorso che intanto sarà già stato avviato.

Normalmente si considerano Eraclito e Parmenide come nettamente distinti quando non addirittura antitetici: l'uno, Eraclito, il filosofo dell'eterno divenire l'altro, Parmenide, il teorico dell'eterno infinito presente in cui l'essere permane immutabilmente se stesso.

In realtà, così facendo, si perde la possibilità di cogliere che con questi due pensieri il mondo greco antico raggiunge un livello di intuizioni filosofiche così profondo da porsi per la ricerca successiva come un punto di riferimento ineludibile. Anzi, sotto certi aspetti, con Eraclito e Parmenide vengono delineati i confini insuperabili della ricerca filosofica, per cui ogni filosofia successiva potrà essere identificata come momento di approfondimento all'interno di un'area che in realtà era già stata individuata.

I più grandi filosofi della cultura occidentale saranno poi quelli che tenteranno una possibile sintesi tra l'eterno infinito presente e l'eterno divenire dell'essere. Ma non occorre attendere i secoli successivi per vedere emergere un pensiero che non si ferma alla contrapposizione dei due modi di concepire l'essere. Sia Eraclito che Parmenide, se esaminati con calma, rivelano, nei frammenti pervenutici delle loro opere, intuizioni che solo una interpretazione superficiale ha potuto  analiticamente contrapporre come filosofia del divenire e filosofia dell'immutabilità dell'essere.

Entrambi i filosofi, non a caso definiti dai loro contemporanei come oscuri, contradditori, incomprensibili, in realtà già sono portatori di un momento di consapevolezza che supera la visione analitico-concettuale che considera come improponibile e assurda la "presenza" del divenire nell'essere che, divenendo, resta eternamente se stesso.

Nella cultura orientale si era giunti molto prima a questo livello di intuizione, ma, nella storia della filosofia occidentale, dobbiamo evidenziare che con questi due filosofi per la prima volta nell'area mediterranea emerge questo pensiero razionalmente provocatorio.

Eraclito e Parmenide appaiono in questa ottica come due momenti non antitetici ma complementari, richiamantesi vicendevolmente e distinguibili solo nella misura in cui le nostre attuali radici culturali ci portano ancora inconsciamente ad una radicalizzazione analitica, ad una visione scientifico riduzionista piuttosto che intuitivo olistica.

L’affermazione che il pensiero eracliteo prepara a quella che sarà la provocazione di Parmenide può essere suggerita da una scelta dei frammenti di Eraclito che vengono suddivisi e proposti in una successione diversa da quella solita tradizionale.

Il numero che è posto all’inizio di ogni frammento è il numero progressivo con cui di solito vengono elencati.

Si possono fare molte possibili critiche alla presente proposta di interpretazione e riordino; questa scelta non è stata determinata da ricerche su basi storiche: diciamo che, dal momento che questi frammenti risultano, comunque li si sistemi, di non facile interpretazione, sono stati  riordinati in modo da far uscire un discorso ben preciso, si è voluto cioè “far dire” a Eraclito certe cose.

A questo punto si può obiettare che chiunque può far dire qualunque cosa a chiunque, ma è anche vero che tutte le possibili interpretazioni di Eraclito sono discutibili, visto che il numero di frammenti sicuramente a lui attribuibili  è così limitato.

Ci è stato osservato che l’attribuire ai frammenti di Eraclito questi discorsi è possibile in quanto si conosce il pensiero di Hegel, ma è importante sottolineare che proprio perchè si conosce il pensiero hegeliano possiamo “far dire” a Eraclito certe cose che sono provocatorie ma non assurde: in altre parole quello che sarà il pensiero hegeliano, come intuizione fondamentale, c’è già, ed è estremamente interessante verificare che quelle cose che si attribuiscono a Eraclito sono le stesse cose che troviamo nel pensiero taoista e shintoista, che sono ben più antichi di Eraclito e che sono a loro volta il nucleo di quel discorso che sarà poi di Heghel.

E’ inevitabile a questo punto ricollegarci alla citazione di S. Agostino dove egli dice che, la Verità, l’uomo l’ha posseduta da sempre: e, guarda caso, Taoismo e Shintoismo hanno epoche e momenti di origine che non è neanche possibile definire in termini storici, perché entrambe hanno radici preistoriche, nel senso che risultano presenti fin dalle origini all’interno della cultura cinese e giapponese a livello di tradizione orale mentre le opere scritte arriveranno dopo, secoli dopo. Quindi la radice ultima del discorso shintoista e taoista e quindi delle intuizioni eraclitee e hegheliane, hanno radici estremamente lontane e il discorso di Agostino è una conferma o, se vogliamo, una coincidenza assolutamente straordinaria.

Per fare meglio intuire la “dimensione esoterica” di Eraclito, prima di affrontare il commento dei frammenti successivamente elencati, facciamo alcune considerazioni su un cucchiaino, un oggetto che richiama la dimensione più banale della vita quotidiana.

Se venisse chiesto a diverse persone di definire quella che secondo loro è la caratteristica più importante di questo oggetto, potremmo avere tante risposte diverse: tutti direbbero certamente che è un cucchiaino, però qualcuno potrebbe osservare che la caratteristica più importante dell’oggetto è quella di essere realizzato in acciaio inossidabile, fosse d’argento avrebbe un altro pregio, fosse d’oro non parliamone, in ogni caso costoro dimostrano di ritenere che la caratteristica fondamentale dell’oggetto sia il materiale di cui è fatto; qualcun altro potrebbe dire, invece,  che la sua caratteristica più importante è data dalla forma, dallo stile, per cui nel cucchiaino potremmo vedere come fondamentale la dimensione stilisticamente barocca , liberty, classica, moderna, ultra-moderna. Nel nostro caso possiamo dire che il cucchiaino, che abbiamo preso in considerazione per portare questo esempio concreto, dal punto di vista estetico si qualifica per il fatto di avere linee pure, essenziali: al di là del fatto che questo oggetto possa piacere o non piacere, avremmo qui individuato nella dimensione estetica l’elemento più importante; altri, proprio partendo da questo ordine di considerazioni, potrebbero invece notare che è un cucchiaino Sambonet: questo nome, questa firma, sta ad indicare che è una posata di un certo livello. Per costoro la caratteristica più importante del cucchiaino sarebbe il poter dire che è firmato da Sambonet e non, invece, di Lagostina, Alessi, Christofle, … per non fare troppa pubblicità ad una sola ditta. Potremmo fare altre osservazioni, altri rilievi, ciascuno sulla base della nostra esperienza personale.

Saremmo tuttavia sempre fuori dalla “logica” di Eraclito, dalla “logica” taoista.

Il Taoismo ed Eraclito, infatti,  direbbero che l’elemento più importante di questo oggetto è quel “nulla”, quel vuoto che può essere riempito, è questa conca, perché questo oggetto è nato per poter raccogliere un liquido, per poter prendere polvere, farina, … tutte cose che con le dita non si possono prendere bene, altrimenti non ci sarebbe stato nessun motivo di inventare il cucchiaino, e questo si chiama cucchiaino da tè perché il volume di questa conca, il volume di liquido che può contenere, ha una certa misura: ecco la logica esoterico-provocatoria eraclitea, per cui questo oggetto si qualifica per un “nulla” ben quantificabile, per il vuoto che esso delimita.

Il pensiero taoista, il pensiero di Eraclito ci invitano a soffermarci a riflettere sulle cose che in prima istanza la nostra cultura occidentale, proprio perchè discende dalla cultura greca, non prende in considerazione, per cui noi occidentali prima valutiamo se è un oggetto che ha valore oppure no, in rapporto alla firma, in rapporto alla fattura, in rapporto all’estetica, in rapporto al materiale; quell’ ”oscuro” Eraclito invece portava il discorso su una dimensione che la nostra cultura, la cultura greca già dei suoi tempi, non amava prendere in considerazione. Si giunge con Eraclito e col Taoismo all’essenziale, perché questo cucchiaino potrebbe essere di ferro, di legno, di terracotta, ma ciò che veramente conta è che si possono prendere diecimila cucchiaini fatti nella forma e con i materiali più diversi ma con la possibilità di poter contare sul fatto che, come tutti i cucchiaini da tè, contengono lo stesso volume di liquido e ciò costituisce la dimensione essenziale di questo oggetto.

 

Adesso proviamo a passare ai frammenti di Eraclito che vengono proposti, ordinati e raggruppati in uno dei tanti modi possibili.

Come già detto, il numero scritto all’inizio di ogni frammento è quello utilizzato tradizionalmente per la loro individuazione.

 

- Il mutamento universale -

126 - Le cose fredde si riscaldano, il caldo si raffredda, l'umido si secca, ciò che è arido si inumidisce.

 76 - Il fuoco vive la morte della terra e l'aria vive la morte del fuoco, l'acqua vive la morte dell'aria e la terra la morte dell'acqua.

88 - La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando sono quelli e quelli di nuovo mutando sono questi.

91- Nello stesso fiume non è possibile scendere due volte.

 

Il primo dei frammenti su riportati appare di una banalità assoluta e tale da non permetterci di capire come Eraclito possa essere stato definito dai suoi contemporanei come l'"oscuro Eraclito", portatore di un discorso criptico irrecuperabile con la logica comune.

Ma Eraclito non è avvicinabile con il buon senso comune: l'aforisma del filosofo vuole sottolineare che non esistono realtà assolute e immutabili. Per esprimerci in termini più attuali, non esistono stati di energia che possano conservarsi immutabili proprio perché sono inseriti all'interno di un campo che li contiene con il quale, necessariamente, interagiscono. E' ciò che meglio emerge dal frammento 76, è l'intuizione di quelli che saranno i principi della termodinamica, che affermano e spiegano la ineluttabilità di una continua osmosi e trasfusione di energia tra le diverse aree dell'universo.

Con una differenza fondamentale, però, rispetto alla scienza di oggi. La scienza ufficiale, sulla base del secondo principio della termodinamica, parla di un irreversibile e inarrestabile aumento di entropia per cui, in tempi non definibili in termini storicamente significativi, il mondo è avviato ineluttabilmente alla morte termica, rappresentata dallo stadio finale nel quale l'energia del mondo, pur sempre identica a se stessa come campo totale, non sarà più condensata in punti particolari, intendendo con ciò dalle galassie, alle stelle, al più piccolo pulviscolo di materia, ma sarà uniformemente distribuita. Ciò perchè se è vero che tutta la materia è energia concentrata, è destinata prima o poi a smaterializzarsi come energia termica. Questo a causa della gravitazione che, determinando la condensazione della materia in ammassi di dimensioni che, prima o poi, diventano al proprio interno, per le condizioni di pressione e temperatura che così si instaurano, capaci di innescare il processo di fusione nucleare, finirà per trasformare la materia in energia termica. Ma questa energia, nel mondo considerato come campo chiuso, non sarà però, entropicamente, mai in grado di ritrasformarsi nella materia da cui essa ha avuto origine. Se pure, alla fine del processo entropico, dovesse rimanere un ultimo nucleo di materia la cui massa non avesse le dimensioni sufficienti per innescare il processo di fusione, questo ultimo nucleo di materia rimarrebbe eternamente congelato nell'universo termicamente omogeneo.

Ebbene, il frammento di Eraclito, inserito nel contesto del discorso generale del filosofo, discorso che si evidenzia nel frammento 88, non ammette  che questa continua trasformazione si sviluppi lungo una linea retta sulla quale la scienza ha individuato con sicurezza la direzione entropica: per lui la trasformazione avviene circolarmente per cui, come la materia si trasforma in energia così, inevitabilmente, si realizza il fenomeno opposto.

La contrapposizione tra la visione lineare del pensiero scientifico contemporaneo, attestato sulla certezza della legge dell'entropia, e la visione circolare di Eraclito può essere esemplificata in questo modo. Nessuno di noi può pensare di recuperare in termini significativi l'energia liberata da una candela accesa durante una cenetta intima, energia che si dissiperà irrecuperabilmente nell'alzare in modo impercettibile la temperatura dell'aria e delle pareti della stanza in cui ci troviamo, tanto da rendere patetici i tentativi di tradurre in qualche realizzazione concreta una tecnologia di moto perpetuo. Eraclito, invece, afferma che con il consumo della candela si realizza la crescita di un principio opposto: mentre la candela come materia si consuma, cresce, corrispettivamente, la consapevolezza di coloro che hanno vissuto l'esperienza della cena a lume di candela. In altre parole, alla "sparizione" della materia corrisponde la crescita dello spirito e, tutto ciò, in un eterno ciclico pulsare dei principi opposti complementari, per cui la caratteristica fondamentale della realtà è di riproporre se stessa, immutabilmente, all'interno di un continuo divenire: qui siamo nella dimensione di pensiero di tipo parmenideo.

Eraclito ha affermato venticinque secoli fa ciò che oggi alcuni studiosi contrappongono alla legge dell’entropia che rappresenta ancora la versione ufficiale, secondo la scienza, del destino dell’universo. Abbiamo l’anticipazione della tesi della negentropia che, se pure oggi è ancora vista come provocatoria in campo scientifico è, dal punto di vista filosofico, stimolante e affascinante per le riflessioni metafisiche conseguenti.

Può essere interessante fermarci ancora un momento sulla citazione 76 per fare emergere con maggiore consapevolezza la concezione del mondo del filosofo, che ci riporta ad una dottrina degli elementi che per molto tempo sarà considerata valida e che abbiamo buoni motivi di credere preesistente ad Eraclito e, nella cultura orientale, affermata diversi secoli prima.

Il fuoco vive la morte della terra, nel senso che se è vero che la terra esprime la propria potenzialità dando origine alla vita e, nel caso specifico, ai vegetali, la distruzione di questi ultimi costituisce l'essenza del processo chimico-fisico di combustione che dà origine alla realtà del fuoco come nuovo momento della realtà.

Ma c’è ancora un altro significato, più sottile, racchiuso in questa espressione: il fuoco sta al combustibile di cui si alimenta come la materia organica sta a quella inorganica. Il momento della vita  costituisce una potente accelerazione evolutiva all’interno della realtà della materia che viene da essa utilizzata come “combustibile”.

Come il fuoco e la fiamma così il calore della vita si alimentano sempre e soltanto di materiale organico, che è il prodotto della interazione della terra con gli esseri viventi. Questi sono poi tra loro interdipendenti e tutti in sostanza esistono grazie ai vegetali che forniscono le sostanze organiche sulle quali si regge tutta la catena alimentare che vede al suo vertice i carnivori predatori.

Gli esseri viventi sono la morte della terra proprio perché devono in ultima analisi la loro sopravvivenza ai vegetali e questi ultimi sono la morte della terra perché con le loro radici hanno la capacità di sciogliere i sali minerali di cui è composta la terra e trasportarli nel torrente della vita, nella dimensione biologica. Un esperimento che si è soliti compiere a scuola, che lascia stupefatti i bambini che hanno una migliore capacità di riflessione, è quello di prendere una lastra di marmo lucida, lucidata a specchio, metterci sopra dei semi, qualunque tipo di semi, ricoprirla con un panno bagnato e lasciarcelo per qualche giorno. Dopo qualche giorno, se togliamo il panno, che nel frattempo è sempre stato tenuto umido, troviamo i semi che hanno sviluppato un germoglio e una radichetta, e se poi andiamo a guardare il punto dov’erano situate le radichette, vediamo che la nostra lastra di marmo non è più lucida, è diventata opaca, le radichette hanno “mangiato”, hanno corroso il marmo, ne hanno estratto i sali minerali: dove c’erano i germogli la lastra di marmo è lucida a specchio come prima, dove c’erano le radici, in quel punto, c’è la morte della terra. La terra che muore, nell’ottica eraclitea, vuol dire che cambia stato, ecco perché poi Eraclito dirà che stessa cosa sono il vivente e il morto, perché quando si muore si cambia stato ma non si sparisce nel nulla, così come quei sali minerali, che erano parte della lastra di marmo, adesso non sono più al loro posto, ma non sono spariti nel nulla, sono andati a finire nel germoglio del seme attraverso la radice, che aveva la capacità di assorbire questi sali minerali. Il fuoco della vita è la sublimazione della terra che muore.

A sua volta il fuoco si trasforma, morendo, scomparendo come materia allo stato di plasma, in motore dell'aria, creando cioè quelle differenze di temperatura che sono alla radice dei movimenti di masse d'aria con temperature diverse: il vento, la brezza, sono la vita dell'aria e tutto ciò si  spiega in ultima analisi come risultato e manifestazione del calore.

Noi oggi spieghiamo tutto ciò rifacendoci all'influenza del sole, inserendo cioè questi fenomeni in un contesto di consapevolezza astronomica ed astrofisica del nostro sistema planetario che l'antica Grecia non poteva possedere nei termini attuali. Occorre però ricordare che, se pure come conoscenza riservata agli iniziati delle scuole misterico-pitagoriche, la Grecia antica già possedeva la consapevolezza della non centralità della terra nell'universo e, ancora, occorre sempre tenere presente che il discorso eracliteo va interpretato andando oltre il significato più immediato delle espressioni e immagini da lui utilizzate, per cui è ben lontano dalla pretesa di affermare che le tempeste di vento abbiano la loro origine nei fuochi accesi sul pianeta.

In realtà l'affermazione l'acqua vive la morte dell'aria rende in modo intuitivamente perfetto la spiegazione scientifica del fenomeno pioggia perché l’acqua, sotto forma di pioggia, scende sulla terra proprio perché i movimenti dell’aria calda e fredda creano quelle che noi chiamiamo condizioni di precipitazioni atmosferiche: all’interno di una stanza qualsiasi, in condizioni climatiche normali, non abbiamo la sensazione che ci sia dell’umidità, ci vorrebbe un’apposita apparecchiatura per misurarla, ma nel momento in cui si estrae una pentola d’acciaio dal frigorifero si nota che dopo pochi minuti è tutta opaca di vapore acqueo; questo vapore acqueo non c’era nel frigorifero, perché, appena estratta, la pentola era asciutta: è la temperatura del metallo della pentola che, raffreddando l’aria circostante, la costringe a cedere i vapori che essa conteneva. In altre parole l’aria calda contiene in sospensione molecole di acqua e nel momento in cui si raffredda l’aria la sospensione-soluzione diventa satura o addirittura sovrasatura, per cui l’aria non riesce più con i suoi movimenti convettivi a tenere in sospensione le molecole di acqua: queste ultime non galleggiano più nell’aria se questa si raffredda e diminuisce la sua energia complessiva e si depositano nel punto in cui la temperatura è più bassa. Ecco la pioggia, come risultato di una massa d’aria calda che, diventata nube, viene ulteriormente raffreddata.

L'aria calda, pur contenendo una relativamente alta percentuale di umidità, può apparire come cielo sereno: è nel momento in cui essa si raffredda, e quindi gli atomi di cui essa è composta rallentano i propri reciproci movimenti, che l'umidità, condensandosi, "fa nascere" la nube.

E' un fenomeno che, in condizioni particolari, si può concretamente osservare in natura. Un ottimo punto di osservazione di un simile fenomeno può essere la località di Cervinia-Breuil, durante una giornata estiva con cielo perfettamente sereno: in tale occasione si potrà osservare nei pressi della vetta del Cervino una piccola nuvola che, continuamente rinnovata come forma, rimane, apparentemente immobile, nei pressi della vetta. Se il vento soffia nella direzione del Breithorn l'aria, venendo a contatto con la massa granitica della vetta, subisce un rapido processo di raffreddamento, tale per cui le molecole di acqua in essa sospese si agglomerano al punto da evidenziarsi come nube che, dopo pochi minuti, con il successivo riscaldarsi dell'aria, viene a dissolversi poichè le molecole di acqua a causa dell'innalzamento della temperatura riacquistano la mobilità sufficiente a far evaporare i nuclei di condensazione costituenti la nube come fenomeno visibile. Se l'abbassamento della temperatura che l'aria viene subendo nei pressi della vetta fosse di maggiore intensità o più duraturo nel tempo, quella nube si risolverebbe in pioggia o neve mentre, in quella particolare situazione, rimane come un batuffolo di ovatta che il vento continuamente trasforma come forma e dimensione ma che rimane abbarbicata alla parte sommitale della montagna, sulla verticale della cresta di Fürggen, in quanto è proprio la massa montuosa l'origine e la causa del fenomeno di condensazione. Umidità che ritorna invisibile nel punto in cui l’aria, allontanatasi a sufficienza dalla montagna, riacquista, grazie ai moti convettivi, la temperatura un po’ più alta dell’aria circostante. In apparenza sembra che la nuvoletta sia sempre ferma, in realtà è una quantità di vapore acqueo sempre rinnovata, sempre diversa, sempre nuova, a causa del movimento costante della corrente d’aria da ovest ad est.

 Se, invece, la direzione del vento fosse in senso opposto, cioè da est verso ovest, la piccola nube con analoghe caratteristiche si posizionerebbe dalla parte opposta della punta, cioè sulla verticale della cresta che si irradia verso il Dent d’Hérens.

Ora, nel linguaggio eracliteo, la "morte dell'aria" è l'aria che, raffreddandosi, perde o vede diminuire la capacità di movimento degli atomi di cui è costituita e la pioggia che scende dal cielo è la conseguenza proprio di tale fenomeno. Noi preferiamo, ovviamente, cogliere l'origine della pioggia come momento all'interno della complessa interazione tra energia solare e superficie del pianeta, ma questa precisazione rischia di farci perdere la dimensione più profonda di questo pensiero filosofico che vuole invece sottolineare la circolarità di tutti i fenomeni della natura e, con la circolarità, il loro reciproco eterno trasformarsi dell'uno nell'altro.

L'acqua, come pioggia, cadendo sulla terra e finendo assorbita da questa, muore, nel senso che sparisce alla percezione dei nostri sensi e questa sua morte si trasformerà nel processo vitale che la terra grazie a ciò sarà in grado di esprimere, chiudendo così il cerchio dei fenomeni naturali.

Appare qui evidente, ancora una volta, la diversa realtà espressa da Eraclito con il termine "morte". Mentre per noi essa ha di solito la dimensione del nulla che ci può portare all'angoscia, in Eraclito lo stesso fenomeno viene inteso nella sua valenza di trasformazione: morire è sparire come fenomeno identificato e descrivibile per rimanifestarsi sotto altre spoglie. Per la cultura occidentale la morte è legata alla odierna concezione cristiana che tende a vederla come momento conclusivo e irripetibile da parte di uno stesso individuo. In questa filosofia, invece, la morte è una semplice svolta all'interno di un processo eterno nel quale nulla viene perduto.

Fin che Eraclito  parla dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, per noi è possibile accettare il suo discorso; più difficile ci risulta la sua affermazione che il vecchio e il giovane sono la stessa cosa, che il morto e il vivente sono la stessa cosa; perchè qui emerge il discorso esoterico di Eraclito.

Allora dobbiamo chiederci se noi siamo queste mani, le cellule che compongono il corpo, questa scatola cranica, il cervello in essa contenuto o i pensieri che ci sono all’ “interno” di questo corpo. Ma ancora non basta: siamo i pensieri che questo corpo sa esprimere o quella “cosa” che sa produrre, scegliere, rafforzare o indebolire i pensieri? Ecco, che cosa siamo noi? E qui viene fuori un discorso che non è presente nei frammenti, ma che sarà in Pitagora, che riprende in pieno questi discorsi.

Pitagora dirà che se viviamo per gustare un certo tipo di piaceri, allora noi siamo il nostro corpo, come quando si contano i giorni che mancano per arrivare a domenica, perché la domenica si va a pranzare al ristorante. Se noi viviamo per queste cose, noi siamo il nostro corpo e quando moriremo il nostro io, che si è identificato per tanti anni con il corpo e le sue sensazioni, quel nostro io farà la fine che farà il nostro corpo. La prova concreta che nella nostra cultura siamo portati a identificarci con il corpo e le sue sensazioni è fornita dal fatto che lo sigilliamo, come cadavere, in una cassa di zinco, in una cassa di legno, in un contenitore di cemento. E lo stesso cristianesimo che ha perso la sua originaria dimensione esoterica ci propone come atto di fede, alla fine dei tempi,  la resurrezione dei corpi: due ingenuità inaccettabili nel pensiero di Eraclito.

Proprio la secolare influenza del cristianesimo, che si è ridotto alla dimensione più ingenua del suo messaggio iniziale, spiega lo sconcerto che ci assalirebbe se ci si dicesse che il nostro cadavere verrà dato in pasto agli avvoltoi, quando invece in altre culture e civiltà questa prospettiva non crea alcun problema. Nel Tibet prima della invasione cinese era questa l’usanza comune: in tal modo da un lato si risolveva, vivendo su un altopiano a una quota di quattromila metri, nel modo migliore sul piano ecologico il problema dello smaltimento dei cadaveri e, dall’altro, sul piano religioso era perfettamente accettabile il fatto che il corpo, considerato come il semplice veicolo dell’anima, una volta diventato cadavere non fosse meritevole di tutte quelle attenzioni che noi gli dedichiamo: in quella dimensione culturale e religiosa le nostre cure nei confronti dei cadaveri suscitano lo stupore che noi proveremmo nei confronti di una persona che continuasse per anni a visitare la carcassa della propria auto che è stata rottamata dopo un lungo e non più prolungabile utilizzo.

A chi facesse osservare che nel Tibet governato dal Dalai Lama e nell’antico Egitto governato dai faraoni venivano imbalsamati i cadaveri delle persone di alto livello sociale si può rispondere che erano pratiche di magia nera che testimoniano come anche in quelle culture si fosse ormai realizzata la frattura tra le supreme autorità e gerarchie politico religiose e l’autentico sapere esoterico che, da sempre, non accetta compromessi con il potere politico, economico e religioso.

Se la chiesa cristiana come gerarchia ha in questi ultimi secoli dato un così brutto esempio di vita, sul piano del distacco dalle ricchezze materiali e dalle suggestioni del potere temporale, è anche perchè ha perso questo livello esoterico di verità: riducendosi ad insegnare che si vive una volta sola, ha finito sotanzialmente con il crederci, affidando se stessa e i fedeli alla misericordia di un Dio antropomorfizzato con il quale è possibile patteggiare la pena contrattando anche eventuali sconti, grazie all’invenzione tipicamente italica delle indulgenze, pur restando sempre un Dio che ti può spedire all’inferno per l’eternità.

L’insegnamento rigoroso di una inflessibile legge del karma per cui Dio è, innanzitutto, giustizia assoluta in un contesto di progressiva evoluzione che esclude il fallimento irrecuperabile avrebbe conseguentemente portato alla raccomandazione equilibrata di vivere la vita nella sua pienezza, mai perdendo di vista che l’attuale stato “animalesco” dell’essere umano va fatto evolvere: invece ci si è trovati con i processi di beatificazione di persone che sono vissute angosciate e tormentate dalla paura dell’inferno, sempre minacciato ai poveri. In quanto ai ricchi e ai potenti, essi si trovavano per il loro livello sociale naturalmente vaccinati nei confronti delle minacce che una struttura di potere magari loro concorrente ma quasi mai loro antagonista andava enunciando.

Tornando al problema della nostra sorte nel momento della morte, poiché la totalità degli atomi che compongono il nostro corpo quando saremo morti esisterà ancora, ma in forma destrutturata, che cosa saremo ancora noi se eravamo l’insieme delle sensazioni legate a quella struttura che chiamiamo corpo? In quel momento noi non ci saremo più, perchè saremo fluiti nella dimensione di serbatoio universale, da cui nasceranno nuovi esseri viventi, i quali avranno tutti i motivi per pensare che si vive una volta sola, fino a che non avranno maturato nella loro esistenza terrena un nucleo di consapevolezza così forte e strutturato da superare la disaggregazione operata dalla morte.

A questo punto l’esoterismo e Pitagora ci diranno che se vogliamo ricordarci di essere già nati, dobbiamo provare a vivere in modo diverso, in modo da non identificarci in questo tipo di piaceri, e allora potremo raggiungere la vita eterna, potremo scoprire che non si muore, che la morte,  così come ci è stata descritta, non esiste, che non è quella cosa che abbiamo sempre pensato che fosse; ma per arrivare a questa certezza dobbiamo vivere in modo diverso.

In tutte le religioni ci sono esempi di persone che hanno cercato di realizzare il distacco da tutto ciò che ci può in qualche modo legare alla nostra dimensione spaziotemporale.

Nel nostro caso, però, si cercherà di evitare di cadere nell’errore di quegli asceti che la Chiesa cattolica ha per tanti secoli additato come esempio di vita cristiana e che in realtà erano dei poveretti che sono vissuti tra sofferenze autoindotte per la paura dell’inferno.

Certamente i loro grandi passi in avanti verso l’immortalità li hanno fatti, perché hanno saputo imporsi questi sacrifici, perché non si sono identificati con il corpo fisico sforzandosi di identificarsi in quella che noi chiamiamo anima, ma che esotericamente potremmo definire meglio come corpi via via più sottili. Se noi, seguendo Eraclito, Parmenide e Pitagora, arriveremo a vivere quanto più spesso possibile pensando che non siamo né il nostro corpo fisico né le nostre sensazioni né le nostre idee, ma il principio di vita che è sempre il medesimo in tutto l’Universo, in quel momento arriveremo alla radice ultima, al nostro Sé immortale: intuiamo ciò che dall’anima individuale ci connette con lo Spirito, Uno ed Eterno.

In altre parole, il messaggio esoterico ci porta a cogliere la dimensione essenziale dell’ascetismo che non consiste nel ridursi a una vita di stenti per salvarsi l’anima, quanto piuttosto nell’imparare a vivere con distacco, disidentificandoci dal nostro corpo, dal ruolo che in questa esistenza stiamo interpretando, dai fini e dagli scopi che per la gran parte degli uomini giustificano una vita di impegno e di soddisfazioni: si tratta, cioè, di fare tutto ciò che una vita normale comporta -se siamo nati in questo luogo, in questa civiltà e cultura, in questo momento storico è perchè questo è il nostro campo di battaglia, il luogo in cui dobbiamo portare avanti le esperienze che ci possono fare evolvere verso una consapevolezza superiore- senza provare attaccamento per nulla, sapendo che nella prossima esistenza tutto potrà capovolgersi. I rapporti affettivi, il ruolo sociale, i modelli di comportamento, le convinzioni politico filosofico religiose..., tutto potrà cambiare perchè lo scopo della nostra esistenza non può ridursi ad alcuno di questi aspetti. La vita è un’occasione per fare esperienze che ci permettono di crescere come consapevolezza. Non per nulla l’essere umano può arrivare alla noia e alla stanchezza di vivere anche quando si trova in condizioni economiche invidiabili dalla maggior parte dei suoi simili.

C’è chi obietta che sono discorsi che diventano difficili, anche perché ci si chiede se ancora si può vivere pensando di essere quella dimensione cosmica che è la radice del filo d’erba come della galassia: io individuo singolo ben definito che fine faccio quando ho questo tipo di pensieri?

E’ in effetti ciò che succede quando si intuisce la profondità spaventosa del “l’Essere è” di Parmenide. Platone, che sapeva quel che diceva, chiamava Parmenide  venerando e terribile vecchio, perché nel suo “l’Essere è”, ch’è poi “Dio è” si annega, si fa la fine della goccia d’acqua nell’oceano di cui parlerà Spinoza. Ci sentiamo entità esistenti perchè siamo ciascuno una goccia a sé stante, ma, come la goccia d’acqua che attimo dopo attimo non è mai uguale a se stessa, così noi siamo vivi perchè ci rinnoviamo continuamente e progressivamente ci avviciniamo alla morte, che è il momento in cui tutte le molecole che costituivano la goccia d’acqua sono evaporate e prima o poi riconfluiranno nell’oceano, che è l’Essere dell’acqua, Dio, e in quanto tale l’acqua non muore mai.

Se noi viviamo questa dimensione di consapevolezza filosofica, che è quella proposta da Parmenide, cogliamo l’Eterno, cogliamo l’Assoluto, abbiamo intuito una dimensione filosoficamente molto profonda di Dio che non è più il Dio che ci ha creati, ci tiene d’occhio e alla fine, se non ci siamo comportati secondo certi criteri, ci caccia all’inferno. Non abbiamo più quel Dio antropomorfo che fa sorridere il filosofo, abbiamo intuito Dio come  dimensione ultima dell’Essere. Tuttavia è, questa, una dimensione di consapevolezza evoluta che forse è meglio limitarsi a considerare come meta verso cui tendere, più che una conquista da realizzare.

 

Se utilizziamo le suggestioni di Eraclito potremo, forse, sperimentare una dimensione religiosa più serena, in cui possiamo pensare che tutto quello che non saremo riusciti a fare in questa vita lo faremo nella prossima.

Si rinasce continuamente nell’eterno divenire, per cui nulla si perde e nulla si distrugge, però ciò che si ricompatterà come nuova vita, come insieme di atomi fisici che chiamiamo corpo, non si ricorderà di essere già esistito come persona ben identificata se noi non viviamo nel modo cui abbiamo sopra accennato. Se viviamo così avremo sempre più speranza, prima o poi, di risvegliarci alla vita con la consapevolezza che ci siamo già stati, di avere già fatto certe esperienze, e in quel momento la vita diventerà una cosa meravigliosa: non avremo più paura di morire, perché sapremo che la morte è un cambiare livello, cambiare stato e la morte, così come oggi viene concepita, è annientata.

Per poter rinascere sapendo di essere già esistiti dobbiamo prima morire avendo già toccato con mano che la morte non esiste. L’esoterismo dice che è possibile, anche se è una meta che, una volta messa a fuoco, non si riesce sempre a raggiungere in una sola esistenza. Ma allora che ci succederà in quest’ultimo caso? Attenzione, abbiamo già detto che il nostro corpo si destruttura, ma se si è vissuti in un modo consapevole, avremo alimentato una coscienza che non sarà più soltanto fisica, ma sarà soprattutto di carattere spirituale.

Se dedichiamo non più un millesimo della nostra consapevolezza alla dimensione spirituale, in realtà vivendo i novecentonovantanove millesimi della vita per far soldi, comprare un bel vestito, preoccuparsi di far bella figura in quella determinata riunione, mangiare quel buon piatto, noi avremo costruito praticamente la totalità della nostra coscienza a quel livello e, con la morte,  essa andrà a beneficio di altri perchè non ci sarà un nucleo di livello superiore attorno a cui possano ricompattarsi anche questi pur necessari livelli di coscienza: questo perchè fino a quando ci troveremo a nascere come esseri umani dovremo necessariamente avere anche una coscienza a livello sensoriale ma in quanto uomini, cioè animali superiori, non possiamo ridurci a questa. Mentre invece se noi saremo vissuti per risolvere un grande problema matematico, per risolvere un grande problema politico-sociale, per fare del bene, avremo alimentato una dimensione di coscienza spirituale di alto livello e quella riemergerà come nucleo intorno al quale si condenseranno gli elementi più densi, più materiali; batti oggi, batti domani, rinascendo una, due o più volte -essendo rinati come anima antica, dirà Platone, cioè come anima che aveva già sviluppato la sua dimensione più spirituale- arriveremo da vivi a scoprire che la morte non esiste. In che modo? Divenendo capaci di staccarci consapevolmente dal corpo mettendolo in uno stato di catalessi, come si trova durante il sonno; lo facciamo tutti, durante il sonno, ma lo facciamo per andare a ripescare energia dal serbatoio da cui arriviamo. In realtà ciò non avviene coscientemente, perché c’è un automatismo già inserito nel nostro essere, che scatta durante il sonno e quando la natura lo ritiene necessario.

 

 

Qualcuno si potrà chiedere da dove arrivano queste affermazioni.

Le cose che in questa sede vengono esposte sono una filosofia che ci può aiutare a vivere; se si vuole, la si può chiamare una dimensione religiosa con l’importante precisazione, tuttavia, che non costituisce il messaggio religioso di una chiesa ben identificata. Sono cose che, cercando alle radici delle più importanti religioni dell’oriente e dell’occidente, emergono come una costante e a questo punto ineludibilmente ci riportano alla citazione di Agostino, da cui siamo partiti con le nostre riflessioni.

E’ importante sottolineare che, sul piano concreto, queste convinzioni portano ad un tipo di vita ascetico “intelligente”, nel senso che non si va a cercare la sofferenza fisica per evitare una dannazione eterna quanto piuttosto si cerca di realizzare una vita equilibrata in cui anche il piacere ha il suo giusto posto: si può scegliere di diventare vegetariani senza per questo intristire a tavola davanti a una cucina insipida e deprimente. Il vegetariano che ha colto il messaggio della ricerca di una vita senza attaccamento morboso ai piaceri fisici vive gioiosamente assaporando con gusto e con gratitudine i piatti che una buona cucina prevede godendo anche e, anzi, in misura ancora superiore, di un benessere fisico dinamicamente riacquistato e mantenuto giorno per giorno, avendo imparato a giocare dialetticamente con l’energia centripeta o yang e l’energia centrifuga o yin che i vari alimenti offrono: il che è un ottimo modo di applicare in concreto i principi dialettici che il pensiero di Eraclito ci propone.

 

La conclusione di questo discorso è nella citazione 88: la stessa cosa sono il vivente e il morto, affermazioni che sono provocatorie alla luce del buonsenso. Quest'ultimo, infatti, non è disposto a sottoscrivere questa affermazione, accettandone le conseguenze sul piano esistenziale, ma nella concezione eraclitea questa è la conclusione logicamente ineccepibile delle premesse. La nostra incapacità di accettarla è effetto e segnale della nostra difficoltà ad uscire da quella dimensione che da Aristotele in poi la civiltà occidentale farà propria, per cui la realtà è fatta di individui, di cose definite e definibili una volta per tutte.

Questo è però un discorso sul quale si dovrà tornare più a fondo. Infatti la dottrina aristotelica è in realtà molto più sfumata e, se vogliamo, contraddittoria: da un lato afferma che il singolo individuo è il mattone fondamentale della realtà e dall'altro afferma che ogni individuo è costituito a sua volta di materia e forma che sono, in sè,  concetti limite, "realtà" neppure pensabili e, quindi, tali da sfuggire a qualsiasi descrizione concettualmente e scientificamente quantificabile.

Definire come aristotelico il nostro modo di concepire il mondo è, a questo punto, una affermazione discutibile, ma possiamo usarla nel senso che la civiltà occidentale, in quanto cristiana, ha recuperato, e ancora ulteriormente manipolandolo, un Aristotele che era già stato riveduto e corretto dagli arabi, per cui il pensiero del filosofo ne uscirà così inquinato da fornire poi ad Hegel la possibilità di criticare gli stessi fondamenti logici del pensiero aristotelico negando il principio di identità in nome dell'eterno fluire e divenire dell'essere.

 

La circolarità delle trasformazioni dell'essere, così come appare dal frammento 88, sembra però negata dal frammento 91 secondo cui non si può scendere due volte nello stesso fiume.

Potremmo esprimere con un linguaggio più attuale l'intuizione eraclitea affermando che, per il calcolo delle probabilità, è praticamente impossibile che si possa verificare il ripetersi di una immersione nello stesso identico contesto di molecole di acqua dalle quali in un determinato momento posso trovarmi circondato. Se poi aggiungiamo la odierna consapevolezza che ogni molecola d'acqua è, a livello atomico e subatomico, ben lontana dall'essere una realtà definita una volta per sempre, è chiaro che Eraclito ha perfettamente ragione.

A questo punto possiamo avere la inquietante sensazione che quella consapevolezza faticosamente raggiunta di un senso dell'essere, raggiunta rinunciando alla nostra individualità e lasciandoci assorbire dal tutto di cui siamo un momento transeunte, quella intuizione della sostanziale identità dell'essere che circolarmente ripropone eternamente se stesso, qui sembra di nuovo vanificarsi. Non succederà mai più che un qualsiasi attimo dalla mia vita e della mia consapevolezza possa riprodursi. La circolarità dell'essere, allora, non esiste più perchè siamo nell'infinito. Non si parla di molecole o di atomi di un elemento, di quantità indefinibili ma pur sempre finite: per Eraclito l'acqua del fiume non è affatto un sistema chiuso. Oggi potremmo dire che il pianeta Terra continuamente perde e acquista nel suo muoversi negli spazi siderali quantità incalcolabili di atomi e il filosofo greco intende proprio costringerci a riconoscere che siamo immersi nell'infinito che, per definizione, non ammette nel modo più assoluto il recupero del passato: è, sotto questo punto di vista, l'anticipazione del pensiero hegeliano.

 

 

-                    L'unità degli opposti  -

111           -La malattia rende piacevole e buona la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo.

61  -Il mare è l'acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la vita, per gli uomini essa è imbevibile e mortale.

103   -Comune è il principio e la fine della circonferenza del cerchio.                      

54            -L'armonia nascosta vale più di quella che appare.

 

Questi frammenti, così collegati, ci aprono un discorso che può offrire una chiave stimolante per reimpostare ad un livello di maggiore consapevolezza la nostra vita.

Se è vero che siamo nel divenire e quindi nessuna situazione può essere fermata nella sua positività che vorremmo godere senza interruzione, l'intuizione di Eraclito ci permette di non essere travolti dalla ineluttabilità del divenire, avendone intuito la legge fondamentale. Il divenire è continua trasformazione di ogni cosa nel suo opposto e il segreto della felicità non consiste nel  riuscire a fermare il bello, il buono, il piacevole, perchè ciò è impossibile e ci vedrebbe necessariamente sconfitti.

La cultura occidentale non è ancora riuscita a superare questa illusione: facciamo di tutto per fermare la giovinezza e la bellezza e in realtà ci riduciamo a fare una continua opera di restauro sempre più difficile e impegnativa e destinata comunque allo scacco finale. Ci facciamo fotografare per poterci ricontemplare giovani e felici ma è un tentativo patetico perché prima o poi saremo costretti, esibendo la fotografia, a cogliere la incolmabile distanza che ci separa da quel particolare momento di felicità. E' un tentativo che viene fatto a tutti i livelli, a partire dal nostro corpo.

Passiamo la vita a riverniciare, ripristinare, conservare: la stessa usanza di chiudere il cadavere in una cassa, a sua volta racchiusa in un loculo di cemento risponde proprio a questa folle pretesa di fermare il divenire di cui noi siamo un momento. Ci sono persone che lasciano, per testamento, i loro beni a strutture che si impegnano a conservare, non appena il medico avrà stilato il referto di morte, il cadavere in un cilindro al cui interno vengono create e conservate condizioni di bassa temperatura capace di conservare le cellule in stato di ibernazione, con la speranza che la medicina possa in futuro avere le conoscenze e la tecnologia sufficienti per tentare, con interventi oggi inimmaginabili, di richiamare in vita chi è dovuto morire in conseguenza di una malattia oggi incurabile.

E' vero che se spingiamo al limite questo discorso potremmo giungere ad affermazioni inaccettabili nella loro radicalità per cui, ad esempio, apparirebbe insensato qualunque intervento conservativo e, solo per restare su un piano artistico-architettonico, si potrebbe negare la razionalità di ogni spesa e impegno volto a conservare i monumenti e le opere d'arte che la storia ci ha lasciato. Tuttavia, su un piano teorico e a tempi lunghi, Eraclito ha perfettamente ragione.

A tutti i livelli ci troviamo prima o poi costretti e rivedere e progressivamente ridurre la conservazione di ciò che ricorda il nostro passato e, al limite, se non abbiamo il coraggio di operare questo taglio, ciascuno di noi si troverebbe costretto, a partire da una certa età, a impegnare tutta quanta la sua esistenza successiva per tenere in piedi le testimonianze del proprio passato.

La soluzione possibile consiste in una vera e propria rivoluzione culturale attraverso la quale abbandonare la nostra identificazione in una realtà materialmente individuabile e quantificabile: io non sono il mio corpo ma la coscienza di esso, non sono la sensazione piacevole o spiacevole ma la coscienza di entrambe. Al tempo stesso, senza un corpo nel quale "radicarsi" la mia coscienza non esisterebbe. Dal punto di vista logico è una contraddizione in termini, superabile solo a livello intuitivo: i frammenti di Eraclito non ci permettono di andare oltre; sarà con Platone che potremo tentare di scavare all'interno di questo problema.

Realizzata questa rivoluzione, posso provare a trovare un nuovo senso dell'io che si coglie e si afferma come capacità di giocare nel divenire un equilibrio dinamico da recuperare continuamente in modo dialettico. Con questa nuova consapevolezza, invece di addormentarmi, come direbbe Eraclito, di cristallizzarmi sulla momentanea sensazione di piacere identificandomi con essa, acquisto la capacità e la forza, sapendo che il piacere non può durare all'infinito, di impormi una privazione grazie alla quale e solo grazie alla quale, potrò successivamente provare la stessa sensazione di piacere.

Se, dopo avere gustato un gelato, pretendessi di continuare ininterrottamente ad assaporare le stesse sensazioni mi troverei presto in uno stato di nausea quando non di malessere fisico ben più grave a livello organico. Un fegato in disordine per un eccesso di gelati significa un lungo periodo di salute compromessa, che finirebbe per farmi amaramente rimpiangere la incapacità di fermare il piacere entro certi limiti. Se sono invece capace di dire di no al secondo gelato, potrò il giorno successivo riprovare lo stesso livello di sensazioni piacevoli senza dovere prima o poi pagare un prezzo troppo alto. La differenza tra un tossicodipendente e un malato di fegato  è solo di tipo quantitativo non qualitativo: entrambi sono incapaci di trovare la propria identificazione nel momento di consapevolezza che "è in grado di assaporare" sia il piacere che il dolore. Entrambi sono la dimostrazione della validità del detto orientale per cui il malato è un ignorante o un colpevole: efficace sintesi delle intuizioni di Eraclito.

I genitori incapaci di imporre ad un figlio un minimo di privazioni si troveranno prima o poi un adolescente viziato, privo di capacità di soffrire, abituato a sempre pretendere, a cui la vita potrà soltanto più offrire noia e disgusto, aprendo la porta alla ricerca di sensazioni più intense e, al limite, tali da portarlo a perdere il controllo della propria dimensione esistenziale.

L'intuizione di Eraclito si può utilizzare a tutti  i livelli.

Per esempio, il problema del sabato pomeriggio per gli adolescenti. L'abitudine di trovarsi come gruppo di amici, che insieme trascorrono alcune ore, si pone in certi casi come fonte di noia, di pomeriggi sempre uguali fatti del solito incontro al bar, del solito passeggiare lungo i viali, delle solite battute scontate. Sarebbe sufficiente, per il sabato successivo, di ritrovarsi alla solita ora avendo fatto ciascuno lo sforzo di saltare il pranzo, con la certezza che, in quell'occasione, il problema si presenterebbe capovolto: non più l'assenza di idee nuove e stimolanti sul come impegnare quelle ore, quanto piuttosto il problema di decidere tra le tante proposte che potranno sorgere su come, tutti insieme, reagire al bisogno concreto di mangiare qualcosa di buono. E' la fame che crea il piacere del mangiare e il detto popolare secondo cui l'appetito è il migliore dei condimenti esprime pienamente ciò che Eraclito ha sottolineato.

Quando si è costretti a sognare per mesi e, magari faticosamente con i risparmi di tante piccole rinunce, a costruire lentamente la realtà di una bicicletta o di un motorino nuovi, si proverà una gioia molto più intensa nel momento in cui si potrà goderne. Il segreto del rimpianto che le persone anziane hanno di esperienze piacevoli, da cui la loro giovinezza è stata contrassegnata, e che i giovani di oggi, che pure si trovano in una situazione di maggiore benessere economico, non riescono più a provare, aveva proprio queste radici: una vita relativamente più povera in termini di benessere materiale e di beni di consumo si trasformava in occasioni di gioia intensa nei momenti in cui, finalmente, veniva appagato un sogno accarezzato per lungo tempo. Sono queste le cose che riempiono una vita e danno un senso diverso ad una esistenza che potrà invece risultare banale e priva di spessore nella abbondanza di beni materiali.

 

L'intuizione eraclitea, tuttavia, verrebbe stravolta se venisse affermata la superiorità della dimensione mentale su quella materiale. L'ottenere qualche cosa di concreto dopo averlo sognato e desiderato per tanto tempo può dare significato al lavoro e ai sacrifici di mesi e di anni: ma proprio per la dialettica degli opposti è saggio colui che sa utilizzare entrambi i termini. Il nostro guaio, oggi, è che facciamo fatica ad accettare il principio che il sogno, il pensiero, l'immaginazione sono energie sottili e quindi devono lavorare a tempi lunghi. Ma se vogliamo vivere felici dobbiamo sintonizzarci sul livello di realtà che in questa fase evolutiva siamo in grado di percepire. Posso in pochi attimi mangiare un frutto assaporandone la fragranza e l'aroma, ma in quei pochi attimi si risolvono i lunghi mesi nei quali, lentamente, la natura ha cresciuto e maturato il frutto.

Potrebbe sembrare una anticipazione dell'etica cristiana, che tenderà a privilegiare la dimensione spirituale e vedrà la vita come continuo sacrificio avendo in gioco la salvezza o la perdizione eterna, ma l'affermazione eraclitea della unità e complementarietà degli opposti rimanda piuttosto alla dimensione tipica del buddismo, del taoismo e dello shintoismo, nelle quali l'uomo che riesce ad aprire gli occhi, a cogliere la legge che tutto governa, a disidentificarsi dagli impulsi e da quel fascio di sensazioni che la nostra cultura ci ha portati a pensare come costituenti l'essenza del nostro io, può diventare coscienza della complementarietà del piacere e del dolore e fare della  propria vita un tentativo di permanenza nel punto più soddisfacente di equilibrio dinamico di entrambi.

Per certi versi, sarà proprio la direzione della proposta di Epicuro e della solitaria ricerca di Nietzsche.

L'intuizione eraclitea ha una profondità eccezionale: il piano mentale e quello materiale sono entrambi costitutivi dell'essere e, nel momento in cui ne privilegiamo uno identificandoci in esso, veniamo travolti dal divenire, che è la dimensione del mondo manifesto della realtà spazio-temporale. L'unica possibilità, per "salvarci", è quella di identificarci nel punto di equilibrio, che è poi l'abisso infinito della loro origine, da cui spirito e materia, yin e yang emergono. Questa è la dimensione dell'infinito, dell'"Essere è" di Parmenide.

In questa ottica vengono meno i fondamenti della nostra logica e non è più possibile definire in termini assoluti ciò che è bene e ciò che è male: una malattia molto seria, una sventura che sembra distruggere il significato di una esistenza possono diventare l'occasione per una svolta radicale nel proprio modo di pensare, possono portare ad una vera e propria rinascita, nel senso che da quel momento si inizia una vita completamente diversa grazie alla quale si potrà arrivare a considerare una fortuna, una benedizione, ciò che invece poteva in precedenza essere considerato un destino cieco e insensato.

Si può obiettare che pochi hanno questa possibilità, troppo pochi per non prendere in considerazione l'enorme numero degli sconfitti, di coloro che soccombono ma, ancora una volta, questo nell'ottica eraclitea è un falso problema perchè nell'eterno divenire dell'essere tutto viene riciclato e nulla si perde.

Sarà Platone che aprirà gli spazi per riconciliarci con la prospettiva senza speranze di una malattia incurabile: nella teoria della reincarnazione lo scacco della mia attuale esistenza diventerà qualcosa di meno drammatico, come la bocciatura al termine di una anno scolastico disgraziato. Presto il bruciore di questa sconfitta si attenua e, con l'inizio del nuovo anno, potrò giocare una nuova partita con carte diverse e, nell'arco della vita, quella sconfitta potrà prima o poi essere vista come il momento di crisi che si tradurrà in seguito in consapevolezza più matura ed evoluta.

I frammenti 61 e 103 sembrerebbero portare al relativismo, alla caduta di qualunque dimensione di verità a cui ancorarci, ma nel frammento 54: L’armonia nascosta vale più di quella che appare emerge un Eraclito credente, nel senso che egli ci invita ad avere il coraggio, la forza di credere, di riconoscere che, anche quando tutto ci sembra che vada come non dovrebbe andare, in realtà ci sia un’armonia di base, che è al di là dell’apparenza. Quando siamo depressi per una delusione sentimentale, quando abbiamo problemi sul lavoro, quando il mondo non funziona secondo i nostri desideri, in realtà, dice Eraclito, dobbiamo avere la capacità di guardare all’armonia, all’ordine, alla legge all’equilibrio che è nascosto, che è al di là di quelli che sono i nostri desideri, è l’invito ad avere fede in Dio anche quando sembra che Dio ci abbia abbandonato.

In altre parole, secondo Eraclito, esiste la Verità che è accessibile all’uomo che sa scrutare a fondo, andando oltre l’apparenza. Il prezzo da pagare per questa conquista è, per la nostra cultura, altissimo, sconvolgente. Nella Verità la mia individualità intesa come realtà materiale scompare, diventa una vittima sacrificale, un momento attraverso il quale Essa si realizza, per cui gli esseri umani, come tutta quella che noi chiamiamo realtà, sono il combustibile dell'Essere.

 

- Il fuoco -

30          -Quest'ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dei o tra gli uomini ma sempre era, è e sarà; fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura.

67               -Dio è giorno e notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende il nome da ognuno di essi.

           

Secondo alcuni, Eraclito afferma che il fuoco sia il principio originario del mondo.

E' una affermazione discutibile perchè se è vero che, nel fuoco, egli coglie un momento particolarmente significativo della realtà, un momento che, nella sua mutevolezza e inafferrabilità spinta all'estremo, meglio permette di intuire la radice dell'essere, il fuoco come realtà ancora sensibile e percepibile su un piano materiale non può costituire l'essenza dell'essere.

Si potrebbe accettare questa affermazione, ma precisando che si tratta del Fuoco, con la lettera maiuscola: a sua volta il fuoco, come noi lo percepiamo, ne è una realizzazione sul piano concreto, come tutte le altre cose costituenti il mondo, anche se, per le sue particolari caratteristiche, quello che meglio può costituire stimolo a riflettere per intuire la dimensione da cui tutto emerge.

La radice dell'essere è eterna e increata e lo stesso suo pulsare in ciò che noi chiamiamo nascita e morte è già quella realtà concreta che, nel suo  esprimersi nella opposizione-complementarietà, nasconde l'essere ultimo. Essere ultimo che, nascendo e morendo eternamente, in realtà sempre è.

E' la dimensione di Parmenide, vista dalla angolazione spazio-tempo, per cui il divenire, la successione nascita-morte sono l'eterna legge dell'essere.

Non è possibile stabilire chi e dove per la prima volta abbia formulato questo tipo di spiegazione del mondo: essa compare in culture diverse e fin da epoche così antiche da rendere discutibile qualunque tentativo di datazione storica precisa.

Nell'induismo, per esempio, e in epoca certamente anteriore ad Eraclito, la realtà del mondo viene spiegata come dovuta al risveglio di Brahma ed è prevista la fine del mondo nel momento in cui Brahma stesso, al termine del "giorno", si addormenta e la realtà spaziotemporale si richiude su se stessa per poi riemergere, indefinitamente, con il ridestarsi del principio divino.

Anche qui, il pulsare giorno-notte del principio divino, in quanto realtà vivente, implica, pur in questo ciclico riemergere del mondo, che esso non si ripeta mai come "già visto".

Ebbene, nell'induismo questo tipo di spiegazione del mondo è chiaramente definito come livello essoterico, come discorso, cioè, che è ben lontano dall'essere una spiegazione definitiva e che ha i suoi limiti proprio nel suo ricorrere ad immagini e concetti intellettivamente definiti.

La vera radice del mondo, è detto con chiarezza, è Brahman, l'Infinito, e, come tale, indefinibile sul piano concettuale.

Ecco, Brahman può essere il Fuoco di Eraclito, così come può essere l'intuizione che sta alla radice del Tao di Lao-Tzu o a cui si perviene con l'esperienza mistica del satori nel pensiero  Shinto.

Sono tentativi diversi di esprimere l'intuizione dell'assoluto ma, evidentemente, ci si trova sbalzati su un piano esoterico, quel piano che faceva definire oscuro e incomprensibile il pensiero di Eraclito: se si fa questo passo si entra nello spazio del misticismo, della metafisica, dello spirito come potenza creatrice che sfuggendo all'indagine concreta e alla verifica non può avere dignità di conoscenza, almeno nel significato che oggi questo termine implica.

Ed è proprio il livello mistico che caratterizza il pensiero di Parmenide: si può così affermare che si tratta di due pensieri che, non già si escludono vicendevolmente, ma piuttosto si richiamano continuamente, sottolineando ciascuno una opposta angolazione di riflessione sulla realtà: Eraclito parte dall'esame della realtà esistenziale e giunge a cogliere la unità-complementarietà dei fenomeni e, in ultima analisi, il loro carattere illusorio se si pretende di abbarbicarci ad essi come realtà definitiva ma, questa sua conclusione, viene recupera tatotalmente nella eternità-immutabilità dell'essere parmenideo. Pensiero, quest'ultimo, che preferisce avviare la riflessione filosofica partendo non già dal concreto quanto da una dimensione di pura intuizione filosofica.

 

Il frammento 67: Dio è giorno e notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende il nome da ognuno di essi ribadisce i concetti già espressi permettendoci ulteriori considerazioni.

Qui Eraclito fa un discorso che forse non abbiamo mai sentito e che, se intuito nella sua dimensione più profonda, ci disturba alquanto, nel senso che lo troviamo blasfemo, perché sarebbe come dire che Satana è l’altra faccia di Dio: il male è l’altra faccia dell’Essere. Il fatto è che noi ci siamo abituati a pensare Dio come persona e, in quanto tale, è l’incarnazione del bene, del bello, del giusto, mentre in Eraclito Dio è l’Essere nella sua dimensione assoluta, che non può avere fuori di sé ciò che pure esiste come il male, il cattivo,  l’ingiustizia. Per cui Dio è la sintesi degli opposti e, quindi, contemporaneamente radice di buono e cattivo, di freddo e caldo, di giorno e notte, di maschio e femmina. In questo contesto la contrapposizione dei significati -che per noi diventa sul piano etico una scelta che dobbiamo fare senza compromessi tra bene e male- diventa assolutamente priva di senso, perché quello che chiamiamo male nella nostra percezione dell’Essere è, in realtà, il risultato della proiezione dei nostri parametri di valutazione, che sono limitati.

Come esempio proviamo a riflettere sul fatto che per noi è scontato che vivere è bene e morire è male. Tuttavia, facendo un certo sforzo, possiamo anche arrivare a capovolgere questa valutazione. Pensiamo a Schopenhauer, per il quale il vivere è la manifestazione di una mostruosa realtà che divora continuamente se stessa per cui, in conclusione, il risultato finale della evoluzione dell’essere umano porta necessariamente alla soppressione della volontà di vivere; nel filosofo citato non si arriva alla teorizzazione della necessità del suicidio ma ad un progetto che dal punto di vista materialistico è ancora peggio, dal momento che, secondo lui, si deve vivere in modo ascetico senza alcuna prospettiva futura che giustifichi questo sforzo tendente a negare la vita che in noi pulsa con tutta la sua intensità.

In realtà entrambe le prospettive risultano ingenue dal punto di vista eracliteo. L’uomo che arriva alla consapevolezza che Dio è la radice degli opposti non vive nella dimensione della “noluntas” schopenhaueriana quanto piuttosto nell’abbandono della pretesa di veder girare il mondo intorno alle proprie personali aspettative e valutazioni. La differenza tra l’abbandono della volontà di vivere teorizzato da Schopenhauer e il lasciarsi serenamente portare dalla corrente della vita senza pretendere di spiegare a Dio come deve andare il mondo è semplice e insieme fondamentale: quella di Schopenhauer è una visione pessimistica conseguente alla presa di coscienza che l’essere ultimo del mondo è mostruoso, quella di Eraclito, con la raggiunta consapevolezza che bene e male sono valutazioni nostre puramente soggettive e determinate sempre da fattori relativi e contingenti è, invece, ottimistica perchè ha alla sua base la certezza  che il mondo, proprio attraverso la dialettica degli opposti, realizza il Logos. In altre parole, il divenire del mondo esprime razionalità e, Pitagora ci spiegherà meglio, razionalità e bellezza di tipo matematico: una razionalità cioè in cui nessuno può scegliersi il ruolo e il posto del buono, del giusto e del bello che combatte gli altri brutti, sporchi e cattivi. In noi e attraverso noi, nel nostro nascere, vivere e morire, attraverso le gioie e sofferenze, attraverso le nostre angosce e i nostri slanci ideali si esprime Dio come Logos, come legge di razionalità assoluta.

In altre parole, Dio è l'unità degli opposti e, come tale, inaccessibile al nostro pensiero: quest'ultimo, come spiegherà Platone e  come pure dirà Leibniz, funziona in termini di contrapposizione binaria, dialettica. L'affermazione che Dio è la dimensione unitaria da cui emerge la contrapposizione degli opposti freddo-caldo, giorno-notte, guerra-pace è, ancora una volta, l'anticipazione del pensiero di Hegel, che per molti versi possiamo definire grande filosofo proprio in quanto riuscirà ad elaborare un discorso sull'essere che si porrà come sintesi originale, e ancora oggi stimolante, di quegli spazi di riflessione che le due angolazioni di Eraclito e Parmenide avevano da oltre venti secoli delineato.

Questo frammento appare per un cristiano come una terribile bestemmia perchè si afferma, in Dio, l'identità di bene e male: Satana è l'altra faccia di Dio.

Se Lucifero non si fosse rivelato per quello che in realtà era, non potremmo neppure concepire il mondo perchè ci saremmo trovati nella incoscienza che caratterizza gli animali, l'incoscienza di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre prima di gustare il frutto dell'albero della conoscenza. Il bene in sè, come assoluto, è impensabile: nasce come momento di consapevolezza solo nella e dalla contrapposizione con il male.

Naturalmente Satana, Lucifero ribelle, non può neppure essere recuperato come momento per noi misterioso di una scelta divina che esprime un, se pure imperscrutabile, disegno provvidenziale. La realtà di Satana è ciò che rende reale il Dio cristiano nel senso che, contrapponendoglisi, lo legittima e lo rende pensabile. Il Dio eracliteo non crea qualcosa che in un momento successivo si trasforma in male: è inscindibilmente ed eternamente bene e male.

Sarà il discorso schellinghiano o, come prima di lui aveva intuito Fichte, la contrapposizione tra Io e non-Io, tra spirito e materia, tra bene e male che non può essere intesa in senso cronologico ma puramente logico, nel senso che tutte le difficoltà che ci impediscono di accettare l'affermazione eraclitea sono conseguenze della nostra incapacità di intuire l'essere nella sua assolutezza, nella sua essenza vera.

Pensare l'essere implica automaticamente già perderlo nella sua dimensione più vera, accessibile solo in un lampo di intuizione che, come tale, non è trasformabile in un discorso e comunicabile come invece può esserlo una formula esprimente una legge scientifica.

In questa ottica sono fortunati coloro che sono vissuti nella loro infanzia o giovinezza in un periodo di ristrettezze e difficoltà come negli anni della seconda guerra mondiale o nell’immediato dopoguerra perchè ora, se sono onesti con se stessi, possono riconoscere che il sentirsi infelici è, oggi, una condizione puramente soggettiva. Nella maggior parte dei casi, infatti, in quel tempo in casa l’unico locale riscaldato d’inverno era la cucina perchè c’era la stufa a legna su cui si preparava da mangiare e, nelle serate più fredde, si intiepidiva il letto con una pentola di terracotta un cui si poneva un po’ di brace perchè le coperte non erano solo molto fredde, erano anche umide, e quando ci si infilava sotto le coperte si passavano momenti non facili in cui si era  accartocciati su se stessi come un riccio e ci voleva un bel po’ di tempo per potersi finalmente distendere sotto le coperte. Tutti coloro che hanno vissuto questa esperienza vivono gli anni di questi ultimi decenni come età dell’oro, mentre chi è nato con i termosifoni in casa e il riscaldamento centrale che funziona anche il pomeriggio dei giorni soleggiati di aprile, non è più in grado di apprezzare questi vantaggi. Per questo oggi, quando viaggiamo in macchina, appena c’è un minimo di coda, diventiamo nervosi e aggressivi. A pochi viene in mente di pensare che, tutto sommato, anche se siamo in coda, abbiamo l’aria condizionata, abbiamo la radio che ci dà una buona musica e in quel momento dovremmo pensare che non viaggiamo su una strada sconnessa e polverosa e che, in conclusione, nessun principe nei secoli scorsi ha mai viaggiato come noi oggi anche se, a volte, possiamo trovarci imbottigliati in una coda di chilometri.

Per non parlare del fatto che oggetti oggi comuni a cui non si dà eccessiva importanza, come il frigorifero e la lavatrice sono in realtà tra le più importanti innovazioni tecnologiche del secolo ventesimo, che hanno liberato, soprattutto le donne, da fatiche e impegni che i giovani di oggi stentano ad immaginare.

Noi abbiamo bisogno di provare il male per apprezzare il bene, ecco il senso dell’affermazione che Dio e Satana sono la stessa cosa.

Nel cristianesimo che ha perso la dimensione esoterica Dio è il bene che eternamente vive e Satana è il male che eternamente si opporrà al bene. La teologia cristiana ha cercato di superare il dualismo e l’equivalenza tra i due principi affermando che il bene alla fine del mondo inchioderà il male nell’inferno,  chiuderà nell’inferno per sempre Satana e i suoi demoni. Però nell’inferno intanto ci saranno anche gli uomini che, secondo l’ortodossia cristiana, non avranno potuto salvarsi. E, poi, eternamente esisterà la dicotomia paradiso-inferno. E’ vero che il male sarà laggiù rinchiuso, ma ci sarà per sempre e questo è inaccettabile su un piano filosofico sia perché Dio diventa, a questo punto, se pure la metà buona, solo la metà dell’Essere sia perchè la lotta tra luce e tenebre che si chiuderà con la vittoria del bene alla fine dei tempi introduce la dimensione temporale nello stesso Dio.

Se, invece, andiamo a leggere alcuni Padri della Chiesa, nei primissimi secoli del cristianesimo, ci vediamo prospettare l’ipotesi che, alla fine dei tempi, Satana, esaurita la sua missione, ritornerà ad essere Lucifero, l’angelo più intelligente che con il suo ruolo di Satana avrà permesso a tutti di capire quale meraviglioso progetto ha creato Dio con il mondo. Attraverso il sorgere del male, con la ribellione di Lucifero, è nata una nuova e più potente consapevolezza del bene,  nel senso che l’umanità, attraverso le prove a cui Lucifero, diventato Satana, l’ha sottoposta, diventerà una nuova gerarchia angelica, ma cosciente di che cosa significa essere angeli del bene, perché hanno provato l’esperienza concreta del male.

La prospettiva aperta dai Padri della Chiesa dei primi secoli resta pur sempre ingenua dal punto di vista filosofico perchè non giunge a proporre Dio come realtà eterna che esclude qualunque vicenda storica, ma ha tuttavia il pregio di proporre una visione cristiana più affascinante perchè più vicina alla visione platonica caratteristica del cristianesimo di quell’epoca, nel quale la verità veniva somministrata gradualmente.

La affermazione della eterna presenza di Satana nell’inferno, propria della attuale ortodossia cristiana, esclude invece qualunque possibilità di  un livello di verità superiore.

Platone ci dirà che bisogna operare una scelta e bisogna far la scelta del bene, ma senza avere il terrore del male. In questo senso un cristiano ha il coraggio di amare in Dio il cattivo: se per salvare il mondo Gesù Cristo doveva morire sulla croce, doveva pur esserci qualcuno che lo tradisse, e Giuda è il nostro fratello a cui è stato dato questo ingrato compito, il fratello Giuda recuperato come momento necessario. Era questo l’oggetto di una predica di don Primo Mazzolari  che, intorno agli anni cinquanta del secolo scorso, fece scalpore perché andava a colpire una linea di confine tra bene e male che il cattolicesimo aveva irrigidito.

 

Tornando al frammento 67, nella realtà a noi accessibile il fuoco viene immediatamente identificato, nel senso che siamo in grado di distinguere ciò da cui il fuoco emerge: il fuoco delle sterpaglie bruciate nei campi alla fine dell'inverno, il fuoco di un vecchio pneumatico in una discarica di rifiuti, il fuoco di rami di un certo albero nel caminetto, il fuoco di una candela sono immediatamente percepiti come distinti perchè "il fuoco muta quando si mescola ai profumi e prende nome da ognuno di essi".

Se invece con il termine fuoco intendiamo il processo di combustione che si realizza secondo certe leggi chimico-fisiche, dobbiamo riconoscere che questo è sempre il medesimo: ecco, quando Eraclito utilizza il fuoco come espressione dell'essere vero, intende proprio fare intuire che l'essenza dell'essere non muta nel momento in cui si esprime nella infinita molteplicità della realtà del mondo.

Questo è, esattamente, il discorso di Parmenide.

 

- Il Logos -

113        - Il pensare è a tutti comune.

2               - Bisogna dunque seguire ciò che è comune. Ma pur essendo questo logos comune, la maggior parte degli uomini vive come se essi avessero una loro propria e particolare saggezza.

72  - Gli uomini, da quella verità che regge l'universo con la quale essi comunicano nel modo più continuo e ininterrotto, da quella appunto essi sono separati; e quelle cose nelle quali si imbattono ogni giorno, quelle sembrano ad essi straniere.

108            - Nessun uomo, tra quelli di cui ho ascoltato i discorsi giunge al punto di riconoscere che la sapienza è separata da tutte le cose.

89          - Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti.

41               - Un'unica cosa è la saggezza: comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso tutto.

50          - Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è uno.

 

Se consideriamo globalmente questa successione di frammenti possiamo affermare che il pensiero eracliteo, che ci ha proposto in precedenza una serie continua di provocazioni che potevano giustificare la definizione dei suoi contemporanei come di un filosofo oscuro e impenetrabile, si conclude invece con la certezza, fondamentale nel pensiero greco antico, di un mondo come "cosmo", come espressione cioè di un logos a cui tutto soggiace.

In questa ottica viene definita come ingenua la posizione di chi guarda al mondo come una realtà distinta dal soggetto osservatore e, come ulteriore conseguenza di questo atteggiamento, la conseguente visione di tipo analitico nella quale il mondo si frantuma in una serie infinita di realtà-problema che non si finirà mai di separare e di distinguere sul tavolo anatomico della ricerca scientifica: questo modo di rapportarci con il mondo è, in realtà, una trappola che ci allontana sempre più dalla conoscenza vera che Eraclito definisce come sapienza e saggezza.

Partendo dal frammento 113, apparentemente banale, il frammento 2 ci propone immediatamente quello che per il filosofo greco è l'essenza del problema: nel pensare, di cui tutti gli uomini sono partecipi, l'uomo comune è già portato a sottolineare le differenze per cui nascono le distinzioni tra chi pensa bene e chi male, chi la pensa come noi e chi invece ci contesta. Ecco allora che "la maggior parte degli uomini vive come se essi avessero una loro propria e particolare saggezza": ma è proprio questo atteggiamento di separatività che inevitabilmente comporta come conseguenza la perdita di quella verità che, secondo Eraclito, “regge l'universo, quella verità con la quale essi comunicano nel modo più continuo" perchè ne sono espressione o, come dirà Platone, "proiezione".

Come conseguenza di questa posizione, ecco che "quelle cose nelle quali si imbattono ogni giorno, quelle sembrano ad essi straniere" e, proprio per ciò, si faranno le distinzioni tra animali, insetti, piante utili e dannosi; si faranno sul pianeta quegli interventi di utilizzo di risorse e riserve minerarie, di pesca, di sfruttamento del suolo e dell'aria che sono molto più simili alle razzie di predoni che non agli interventi di esseri simbiotici, consapevoli che tutto ciò che si riversa sulla natura prima o poi avrà un effetto boomerang, nel bene e nel male.

Ecco allora che la sapienza si precisa  come intuizione della unità organica del mondo nella quale le cose cessano di essere classificabili come più o meno importanti, utili, piacevoli. Solo l'ignorante, incapace di una visione di sintesi che, sola, può ridimensionare la convinzione per cui le cose piacevoli sono sempre tali e quelle spiacevoli non potranno mai diventare positive, si rifiuterà di accettare la sostanziale unità, come cosmo, del nostro essere-nel-mondo.

La conclusione dei frammenti 41 e 50, nel proporre la consapevolezza della interdipendenza di tutto ciò che esiste, ci riporta a Parmenide. E', però, un Parmenide arricchito dalla consapevolezza che l'essere, in quanto logos, è realtà vivente e perciò diveniente, eternamente nuova.

 

- L'anima -

 45  - Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo logos.

115  - All'anima appartiene un'espressione che accresce se stessa.

 

Con il frammento 45: Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo logos Eraclito, dopo avere anticipato Hegel e dopo averci progressivamente portato ad accettare, con l’eterno divenire che sempre si richiude su se stesso, la dimensione dell’eterna realtà dell’essere, ci permette di recuperarci all’interno di questo eterno divenire, di questa eternità nell’Essere come momenti insopprimibili: ciascuno di noi resterà eternamente se stesso. Noi, però, proprio perchè inseriti nel divenire, non saremo i noi stessi cristallizzati di questo preciso attimo, diversi da ciò che eravamo mezz’ora fa, e, ancora, diversi da quello che saremo tra mezz’ora. Ma allora che cosa siamo? Ciascuno di noi è una dimensione di consapevolezza che cresce: ecco ciò che vuol dire Eraclito con il frammento 115: All’anima appartiene un’espressione che accresce se stessa . L’uomo è un’anima, una monade dirà Leibniz, ma la monade in quanto realtà spirituale non può che accrescere la propria consapevolezza, e in questo eterno processo è e diventa coscienza assoluta insieme a Dio, in Dio, ma portando con sé il ricordo di tutto il percorso che ha fatto, e quindi la propria individualità, che si fonde con l’Essere divino senza che ciò lo annulli come individuo.

Questa affermazione è il trampolino che ci proietta dalla filosofia alla religione, dal percorso razionalmente convincente al mistero che ci vede emergere come coscienza. Questo fonderci nell’Assoluto conservando il senso del nostro essere individuale è, in quanto contradditoria, incomprensibile per la ragione e si apre a quello spazio proprio della dimensione religiosa che nessuna filosofia potrà mai annullare. E’ l’Infinito che, intuito dal discorso razionale come estremo limite a cui la ragione umana può giungere, si propone e diventa accessibile unicamente all’esperienza del mistico che al di là degli steccati di qualsiasi religione istituzionale può portare a compimento la ricerca del filosofo.

Grazie ad Eraclito, ma andando oltre Eraclito, si può credere, su un piano religioso, che l’essere individuale che noi siamo cresce, crescerà all’infinito attraverso un ciclo continuo di nascite e morti,  fino al giorno in cui non avendo più bisogno di reincarnarsi nella forma umana si scoprirà su dimensioni nuove, diverse, nuove forme di riemersione e immersione nell’Essere, perché la vita non è solo questa realtà di materia cui siamo abituati.

Ci sono anche teologi che hanno  prospettato che le gerarchie angeliche siano spazi e dimensioni nelle quali il progredire dell’uomo avrà modo di svilupparsi senza più essere limitato in e da un corpo fisico; quest’ultimo è, come già osservava Platone, una grande protezione ma contemporaneamente anche una grande zavorra, per cui questo ciclo infinito di riemersioni come individui ci porterà un giorno, e non sarà più un giorno così come noi lo intendiamo, alla sensazione vissuta e non più solo intuita di essere in Dio, e in quel momento ci accorgeremo di esserci da sempre, scopriremo che non siamo mai usciti da Dio e ci ritroveremo in tal modo all’interno del pensiero di S. Agostino, quando affermava che il tempo è reale per l’uomo e nell’uomo ma non ha, in sè, alcuna realtà.

 

Prima di chiudere con Eraclito proviamo ad accostarci in modo intuitivamente più approfondito alla dimensione dello yin e dello yang.

Quando si afferma che è opportuno utilizzare i termini yin e yang è perché nella nostra cultura non esistono come parole e quindi sono neutre: se si dicesse che Dio è bene e male, qualcuno si ribellerebbe subito; quando invece si dice che Dio è yin e yang si creano meno tensioni, perché yin e yang non hanno per noi valenze etiche anche se, in realtà, yin e yang sono proprio i due poli opposti, onnicomprensivi. Se volessimo utilizzare una dimensione fisica potremmo dire che yin è la forza esplosiva, espansiva, il big bang, che crea il mondo; yang è la forza di attrazione, la forza centripeta, è la forza gravitazionale che farà sì che, finita l’espansione,  l’universo si ricompatti e che dopo il big bang ci sia il big crash, in un eterno ciclico pulsare.

Il divenire di cicli che si chiudono su se stessi, mai identici l’uno all’altro in quanto espressione dell’Infinito, questo eterno divenire che

 
è taoista, che è eracliteo, può essere sintetizzato dall’antico simbolo cinese chiamato “Diagramma della Realtà Ultima”.

La figura isolata, nello spazio superiore, va immaginata in movimento rotatorio antiorario per fare meglio intuire l’alternarsi dello yin e dello yang; movimento che si è cercato di visualizzare nello spazio successivo con la serie delle sei figure che, però, essendo state stampate “capovolte”, vengono a visualizzare il movimento corretto in senso orario.

 

 

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Nel disegno riportato in alto compare un cerchio: al suo interno ci sono  due figure, quella nera che nel momento della sua massima espansione ha però il seme del suo opposto, indicato da un  cerchiolino bianco; e la figura bianca, opposta al nero, che nel momento della sua massima espansione ha però il seme opposto, nero. Immaginiamo, in questo caso, la rotazione in senso antiorario: in questo modo noi vediamo che quando un fenomeno raggiunge il suo massimo sviluppo, proprio in quel momento entra in funzione la radice del principio opposto. Immaginando, per esempio, che la mezzanotte sia la metà delle ore del buio, in quel momento  è tutto buio, ma proprio nel momento in cui la tenebra raggiunge il suo massimo sviluppo, il seme della luce, comincia come radice a lavorare perchè il principio opposto possa riemergere, per cui un po’ di ore dopo abbiamo ancora un residuo di nero, perché alle 5 del mattino non è ancora luminoso, ma la luce si intravede già. Poi c’è il ciclo della luce, che a sua volta quando raggiunge il mezzogiorno, mese di luglio, la canicola più totale, in realtà sta già cominciando a scendere.

Questa dimensione di continuo divenire, immaginandola in rapida rotazione, ci dà la percezione della identità dell’essere che è sempre se stesso, ma è realtà vivente; se invece ci fissiamo all’interno dell’Essere e quindi immaginiamo di essere un punto di osservazione ben preciso sulla circonferenza, vediamo il divenire, vediamo che dal  buio spunta la luce, dopo il freddo  torna il caldo, dopo il buono viene il cattivo.

E' l’alternarsi dei due opposti, che è inevitabilmente la realtà dell’Essere quando ci si percepisce come realtà finita, come essere umano tra altri esseri umani, come oggetto tra altri oggetti: in quel momento non si ha più la vista posta sull’Essere nella sua totalità, non si coglie più l’equilibrio cosmico, che è sempre uguale a se stesso, si coglie soltanto più l’alternarsi del bene e del male, e magari si rincorre la luce, per cui se è buio si accende la luce, invece di accettare l’ineluttabilità del buio incipiente.

L'oscuro yin segue il luminoso yang ma ciascuno di essi, nel momento della massima affermazione delle proprie caratteristiche, già rivela e pone in essere il seme opposto, fonte dell'eterno ciclico capovolgimento di prospettiva. Nella sua simmetria rotazionale il T'ai-chi ricompone l'unità dell'essere come realtà che, sempre recuperando se stessa, diviene come realtà vivente.

L'anima, così come proposta da Eraclito, come momento di eterna e sempre nuova consapevolezza di sè, che non ha confini e continuamente accresce se stessa può, per certi versi, proporsi come anticipazione del pensiero di Leibniz che individuerà nell'anima intesa come monade, centro di coscienza, il mattone fondamentale dell'essere. E, proprio come nel pensiero leibniziano il tentativo di salvare la realtà dell'individuo nell'affermata unità dell'essere si presenterà come contradditorio su un piano logico-analitico, così il pensiero eracliteo pone la stessa contraddizione e la supera su un piano intuitivo: la tensione continua di un divenire, in cui l'essere si costituisce come logos che eternamente ripropone se stesso, si risolve e si manifesta nella dimensione dell'anima come centro infinito di consapevolezza che "vede" il mondo cogliendolo come momento di se stessa.

E come Leibniz era stimato come matematico ma considerato enigmatico come filosofo così Eraclito venne definito "l'oscuro", incomprensibile.

Ancora oggi la grande maggioranza degli uomini è incapace di accettare una simile visione del mondo e quei pochi che pure sono affascinati da questa proposta trovano enormi difficoltà nel tradurla in una condotta di vita coerente.