E’ stato detto che Eraclito,
Parmenide e Pitagora si sarebbero dovuti trattare in successione invertita dal
momento che, per quanto ci risulta, tali sono state le epoche in cui sarebbero
vissuti. Si è tuttavia preferito mantenere questo ordine perché di Pitagora e
della sua scuola conosciamo il pensiero in modo soddisfacente. Se è vero, infatti,
che Pitagora è per tanti versi una figura attorno alla quale si è creato un
alone leggendario e potrebbe quindi anche non essere esistito come figura
storicamente identificabile, la scuola pitagorica è però stata per dieci secoli
una realtà ben precisa e, quindi, di essa abbiamo un gran numero di opere per
cui il pensiero pitagorico è per noi un pensiero preciso, compiuto, che
conosciamo abbastanza bene e, dal momento che questo pensiero ricomprende in sé
sia le suggestioni di Eraclito che quelle di Parmenide, dei quali abbiamo solo
dei frammenti, si è pensato che parlarne dopo i primi due permetterà di mettere
bene a fuoco tutto un discorso che intanto sarà già stato avviato.
Normalmente si considerano Eraclito
e Parmenide come nettamente distinti quando non addirittura antitetici: l'uno,
Eraclito, il filosofo dell'eterno divenire l'altro, Parmenide, il teorico
dell'eterno infinito presente in cui l'essere permane immutabilmente se stesso.
In realtà, così facendo, si perde la possibilità di
cogliere che con questi due pensieri il mondo greco antico raggiunge un livello
di intuizioni filosofiche così profondo da porsi per la ricerca successiva come
un punto di riferimento ineludibile. Anzi, sotto certi aspetti, con Eraclito e
Parmenide vengono delineati i confini insuperabili della ricerca filosofica,
per cui ogni filosofia successiva potrà essere identificata come momento di
approfondimento all'interno di un'area che in realtà era già stata individuata.
I più grandi filosofi della cultura occidentale
saranno poi quelli che tenteranno una possibile sintesi tra l'eterno infinito
presente e l'eterno divenire dell'essere. Ma non occorre attendere i secoli
successivi per vedere emergere un pensiero che non si ferma alla
contrapposizione dei due modi di concepire l'essere. Sia Eraclito che
Parmenide, se esaminati con calma, rivelano, nei frammenti pervenutici delle
loro opere, intuizioni che solo una interpretazione superficiale ha potuto analiticamente contrapporre come
filosofia del divenire e filosofia dell'immutabilità dell'essere.
Entrambi i filosofi, non a caso definiti dai loro
contemporanei come oscuri, contradditori, incomprensibili, in realtà già sono
portatori di un momento di consapevolezza che supera la visione
analitico-concettuale che considera come improponibile e assurda la
"presenza" del divenire nell'essere che, divenendo, resta eternamente
se stesso.
Nella cultura orientale si era giunti molto prima a
questo livello di intuizione, ma, nella storia della filosofia occidentale,
dobbiamo evidenziare che con questi due filosofi per la prima volta nell'area
mediterranea emerge questo pensiero razionalmente provocatorio.
Eraclito e Parmenide appaiono in questa ottica come
due momenti non antitetici ma complementari, richiamantesi vicendevolmente e
distinguibili solo nella misura in cui le nostre attuali radici culturali ci
portano ancora inconsciamente ad una radicalizzazione analitica, ad una visione
scientifico riduzionista piuttosto che intuitivo olistica.
L’affermazione che il pensiero
eracliteo prepara a quella che sarà la provocazione di Parmenide può essere
suggerita da una scelta dei frammenti di Eraclito che vengono suddivisi e
proposti in una successione diversa da quella solita tradizionale.
Il numero che è posto all’inizio di
ogni frammento è il numero progressivo con cui di solito vengono elencati.
Si possono fare molte possibili
critiche alla presente proposta di interpretazione e riordino; questa scelta
non è stata determinata da ricerche su basi storiche: diciamo che, dal momento
che questi frammenti risultano, comunque li si sistemi, di non facile
interpretazione, sono stati
riordinati in modo da far uscire un discorso ben preciso, si è voluto
cioè “far dire” a Eraclito certe cose.
A questo punto si può obiettare che
chiunque può far dire qualunque cosa a chiunque, ma è anche vero che tutte le
possibili interpretazioni di Eraclito sono discutibili, visto che il numero di
frammenti sicuramente a lui attribuibili
è così limitato.
Ci è stato osservato che
l’attribuire ai frammenti di Eraclito questi discorsi è possibile in quanto si
conosce il pensiero di Hegel, ma è importante sottolineare che proprio perchè
si conosce il pensiero hegeliano possiamo “far dire” a Eraclito certe cose che
sono provocatorie ma non assurde: in altre parole quello che sarà il pensiero
hegeliano, come intuizione fondamentale, c’è già, ed è estremamente
interessante verificare che quelle cose che si attribuiscono a Eraclito sono le
stesse cose che troviamo nel pensiero taoista e shintoista, che sono ben più antichi
di Eraclito e che sono a loro volta il nucleo di quel discorso che sarà poi di
Heghel.
E’ inevitabile a questo punto
ricollegarci alla citazione di S. Agostino dove egli dice che, la Verità,
l’uomo l’ha posseduta da sempre: e, guarda caso, Taoismo e Shintoismo hanno
epoche e momenti di origine che non è neanche possibile definire in termini
storici, perché entrambe hanno radici preistoriche, nel senso che risultano
presenti fin dalle origini all’interno della cultura cinese e giapponese a
livello di tradizione orale mentre le opere scritte arriveranno dopo, secoli
dopo. Quindi la radice ultima del discorso shintoista e taoista e quindi delle
intuizioni eraclitee e hegheliane, hanno radici estremamente lontane e il
discorso di Agostino è una conferma o, se vogliamo, una coincidenza
assolutamente straordinaria.
Per fare meglio intuire la
“dimensione esoterica” di Eraclito, prima di affrontare il commento dei
frammenti successivamente elencati, facciamo alcune considerazioni su un
cucchiaino, un oggetto che richiama la dimensione più banale della vita
quotidiana.
Se venisse chiesto a diverse persone
di definire quella che secondo loro è la caratteristica più importante di
questo oggetto, potremmo avere tante risposte diverse: tutti direbbero
certamente che è un cucchiaino, però qualcuno potrebbe osservare che la
caratteristica più importante dell’oggetto è quella di essere realizzato in
acciaio inossidabile, fosse d’argento avrebbe un altro pregio, fosse d’oro non
parliamone, in ogni caso costoro dimostrano di ritenere che la caratteristica
fondamentale dell’oggetto sia il materiale di cui è fatto; qualcun altro
potrebbe dire, invece, che la sua
caratteristica più importante è data dalla forma, dallo stile, per cui nel
cucchiaino potremmo vedere come fondamentale la dimensione stilisticamente
barocca , liberty, classica, moderna, ultra-moderna. Nel nostro caso possiamo
dire che il cucchiaino, che abbiamo preso in considerazione per portare questo
esempio concreto, dal punto di vista estetico si qualifica per il fatto di
avere linee pure, essenziali: al di là del fatto che questo oggetto possa
piacere o non piacere, avremmo qui individuato nella dimensione estetica
l’elemento più importante; altri, proprio partendo da questo ordine di
considerazioni, potrebbero invece notare che è un cucchiaino Sambonet: questo
nome, questa firma, sta ad indicare che è una posata di un certo livello. Per
costoro la caratteristica più importante del cucchiaino sarebbe il poter dire
che è firmato da Sambonet e non, invece, di Lagostina, Alessi, Christofle, …
per non fare troppa pubblicità ad una sola ditta. Potremmo fare altre
osservazioni, altri rilievi, ciascuno sulla base della nostra esperienza
personale.
Saremmo tuttavia sempre fuori dalla
“logica” di Eraclito, dalla “logica” taoista.
Il Taoismo ed Eraclito,
infatti, direbbero che l’elemento
più importante di questo oggetto è quel “nulla”, quel vuoto che può essere
riempito, è questa conca, perché questo oggetto è nato per poter raccogliere un
liquido, per poter prendere polvere, farina, … tutte cose che con le dita non
si possono prendere bene, altrimenti non ci sarebbe stato nessun motivo di
inventare il cucchiaino, e questo si chiama cucchiaino da tè perché il volume
di questa conca, il volume di liquido che può contenere, ha una certa misura:
ecco la logica esoterico-provocatoria eraclitea, per cui questo oggetto si
qualifica per un “nulla” ben quantificabile, per il vuoto che esso delimita.
Il pensiero taoista, il pensiero di
Eraclito ci invitano a soffermarci a riflettere sulle cose che in prima istanza
la nostra cultura occidentale, proprio perchè discende dalla cultura greca, non
prende in considerazione, per cui noi occidentali prima valutiamo se è un
oggetto che ha valore oppure no, in rapporto alla firma, in rapporto alla
fattura, in rapporto all’estetica, in rapporto al materiale; quell’ ”oscuro”
Eraclito invece portava il discorso su una dimensione che la nostra cultura, la
cultura greca già dei suoi tempi, non amava prendere in considerazione. Si
giunge con Eraclito e col Taoismo all’essenziale, perché questo cucchiaino
potrebbe essere di ferro, di legno, di terracotta, ma ciò che veramente conta è
che si possono prendere diecimila cucchiaini fatti nella forma e con i
materiali più diversi ma con la possibilità di poter contare sul fatto che,
come tutti i cucchiaini da tè, contengono lo stesso volume di liquido e ciò
costituisce la dimensione essenziale di questo oggetto.
Adesso proviamo a passare ai
frammenti di Eraclito che vengono proposti, ordinati e raggruppati in uno dei
tanti modi possibili.
Come già detto, il numero scritto
all’inizio di ogni frammento è quello utilizzato tradizionalmente per la loro
individuazione.
- Il mutamento universale -
126 - Le cose fredde si riscaldano, il caldo si
raffredda, l'umido si secca, ciò che è arido si inumidisce.
76 - Il fuoco vive la morte della terra e l'aria vive la morte del fuoco, l'acqua vive la morte dell'aria e la terra la morte dell'acqua.
88 - La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo
sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando sono
quelli e quelli di nuovo mutando sono questi.
91- Nello stesso fiume non è possibile scendere due
volte.
Il primo dei frammenti su riportati appare di una
banalità assoluta e tale da non permetterci di capire come Eraclito possa
essere stato definito dai suoi contemporanei come l'"oscuro
Eraclito", portatore di un discorso criptico irrecuperabile con la logica
comune.
Ma Eraclito non è avvicinabile con il buon senso
comune: l'aforisma del filosofo vuole sottolineare che non esistono realtà
assolute e immutabili. Per esprimerci in termini più attuali, non esistono
stati di energia che possano conservarsi immutabili proprio perché sono
inseriti all'interno di un campo che li contiene con il quale, necessariamente,
interagiscono. E' ciò che meglio emerge dal frammento 76, è l'intuizione di
quelli che saranno i principi della termodinamica, che affermano e spiegano la
ineluttabilità di una continua osmosi e trasfusione di energia tra le diverse
aree dell'universo.
Con una differenza fondamentale, però, rispetto alla
scienza di oggi. La scienza ufficiale, sulla base del secondo principio della
termodinamica, parla di un irreversibile e inarrestabile aumento di entropia
per cui, in tempi non definibili in termini storicamente significativi, il
mondo è avviato ineluttabilmente alla morte termica, rappresentata dallo stadio
finale nel quale l'energia del mondo, pur sempre identica a se stessa come
campo totale, non sarà più condensata in punti particolari, intendendo con ciò
dalle galassie, alle stelle, al più piccolo pulviscolo di materia, ma sarà
uniformemente distribuita. Ciò perchè se è vero che tutta la materia è energia
concentrata, è destinata prima o poi a smaterializzarsi come energia termica.
Questo a causa della gravitazione che, determinando la condensazione della
materia in ammassi di dimensioni che, prima o poi, diventano al proprio
interno, per le condizioni di pressione e temperatura che così si instaurano,
capaci di innescare il processo di fusione nucleare, finirà per trasformare la
materia in energia termica. Ma questa energia, nel mondo considerato come campo
chiuso, non sarà però, entropicamente, mai in grado di ritrasformarsi nella
materia da cui essa ha avuto origine. Se pure, alla fine del processo
entropico, dovesse rimanere un ultimo nucleo di materia la cui massa non avesse
le dimensioni sufficienti per innescare il processo di fusione, questo ultimo
nucleo di materia rimarrebbe eternamente congelato nell'universo termicamente
omogeneo.
Ebbene, il frammento di Eraclito, inserito nel
contesto del discorso generale del filosofo, discorso che si evidenzia nel
frammento 88, non ammette che
questa continua trasformazione si sviluppi lungo una linea retta sulla quale la
scienza ha individuato con sicurezza la direzione entropica: per lui la
trasformazione avviene circolarmente per cui, come la materia si trasforma in
energia così, inevitabilmente, si realizza il fenomeno opposto.
La contrapposizione tra la visione lineare del
pensiero scientifico contemporaneo, attestato sulla certezza della legge
dell'entropia, e la visione circolare di Eraclito può essere esemplificata in
questo modo. Nessuno di noi può pensare di recuperare in termini significativi
l'energia liberata da una candela accesa durante una cenetta intima, energia
che si dissiperà irrecuperabilmente nell'alzare in modo impercettibile la
temperatura dell'aria e delle pareti della stanza in cui ci troviamo, tanto da
rendere patetici i tentativi di tradurre in qualche realizzazione concreta una
tecnologia di moto perpetuo. Eraclito, invece, afferma che con il consumo della
candela si realizza la crescita di un principio opposto: mentre la candela come
materia si consuma, cresce, corrispettivamente, la consapevolezza di coloro che
hanno vissuto l'esperienza della cena a lume di candela. In altre parole, alla
"sparizione" della materia corrisponde la crescita dello spirito e,
tutto ciò, in un eterno ciclico pulsare dei principi opposti complementari, per
cui la caratteristica fondamentale della realtà è di riproporre se stessa,
immutabilmente, all'interno di un continuo divenire: qui siamo nella dimensione
di pensiero di tipo parmenideo.
Eraclito ha affermato venticinque
secoli fa ciò che oggi alcuni studiosi contrappongono alla legge dell’entropia
che rappresenta ancora la versione ufficiale, secondo la scienza, del destino
dell’universo. Abbiamo l’anticipazione della tesi della negentropia che, se
pure oggi è ancora vista come provocatoria in campo scientifico è, dal punto di
vista filosofico, stimolante e affascinante per le riflessioni metafisiche
conseguenti.
Può essere interessante fermarci ancora un momento
sulla citazione 76 per fare emergere con maggiore consapevolezza la concezione
del mondo del filosofo, che ci riporta ad una dottrina degli elementi che per
molto tempo sarà considerata valida e che abbiamo buoni motivi di credere
preesistente ad Eraclito e, nella cultura orientale, affermata diversi secoli
prima.
Il fuoco vive la morte della terra, nel senso che se è vero che la terra esprime la
propria potenzialità dando origine alla vita e, nel caso specifico, ai
vegetali, la distruzione di questi ultimi costituisce l'essenza del processo
chimico-fisico di combustione che dà origine alla realtà del fuoco come nuovo
momento della realtà.
Ma c’è ancora un altro significato, più sottile,
racchiuso in questa espressione: il fuoco sta al combustibile di cui si
alimenta come la materia organica sta a quella inorganica. Il momento della
vita costituisce una potente
accelerazione evolutiva all’interno della realtà della materia che viene da
essa utilizzata come “combustibile”.
Come il fuoco e la fiamma così il
calore della vita si alimentano sempre e soltanto di materiale organico, che è
il prodotto della interazione della terra con gli esseri viventi. Questi sono
poi tra loro interdipendenti e tutti in sostanza esistono grazie ai vegetali
che forniscono le sostanze organiche sulle quali si regge tutta la catena
alimentare che vede al suo vertice i carnivori predatori.
Gli esseri viventi sono la morte
della terra proprio perché devono in ultima analisi la loro sopravvivenza ai
vegetali e questi ultimi sono la morte della terra perché con le loro radici
hanno la capacità di sciogliere i sali minerali di cui è composta la terra e
trasportarli nel torrente della vita, nella dimensione biologica. Un
esperimento che si è soliti compiere a scuola, che lascia stupefatti i bambini
che hanno una migliore capacità di riflessione, è quello di prendere una lastra
di marmo lucida, lucidata a specchio, metterci sopra dei semi, qualunque tipo
di semi, ricoprirla con un panno bagnato e lasciarcelo per qualche giorno. Dopo
qualche giorno, se togliamo il panno, che nel frattempo è sempre stato tenuto
umido, troviamo i semi che hanno sviluppato un germoglio e una radichetta, e se
poi andiamo a guardare il punto dov’erano situate le radichette, vediamo che la
nostra lastra di marmo non è più lucida, è diventata opaca, le radichette hanno
“mangiato”, hanno corroso il marmo, ne hanno estratto i sali minerali: dove c’erano
i germogli la lastra di marmo è lucida a specchio come prima, dove c’erano le
radici, in quel punto, c’è la morte della terra. La terra che muore,
nell’ottica eraclitea, vuol dire che cambia stato, ecco perché poi Eraclito
dirà che stessa cosa sono il vivente e il
morto, perché quando si muore si cambia stato ma non si sparisce nel nulla,
così come quei sali minerali, che erano parte della lastra di marmo, adesso non
sono più al loro posto, ma non sono spariti nel nulla, sono andati a finire nel
germoglio del seme attraverso la radice, che aveva la capacità di assorbire
questi sali minerali. Il fuoco della vita è la sublimazione della terra che
muore.
A sua volta il fuoco si trasforma, morendo,
scomparendo come materia allo stato di plasma, in motore dell'aria, creando
cioè quelle differenze di temperatura che sono alla radice dei movimenti di
masse d'aria con temperature diverse: il vento, la brezza, sono la vita
dell'aria e tutto ciò si spiega in
ultima analisi come risultato e manifestazione del calore.
Noi oggi spieghiamo tutto ciò
rifacendoci all'influenza del sole, inserendo cioè questi fenomeni in un
contesto di consapevolezza astronomica ed astrofisica del nostro sistema
planetario che l'antica Grecia non poteva possedere nei termini attuali. Occorre
però ricordare che, se pure come conoscenza riservata agli iniziati delle
scuole misterico-pitagoriche, la Grecia antica già possedeva la consapevolezza
della non centralità della terra nell'universo e, ancora, occorre sempre tenere
presente che il discorso eracliteo va interpretato andando oltre il significato
più immediato delle espressioni e immagini da lui utilizzate, per cui è ben
lontano dalla pretesa di affermare che le tempeste di vento abbiano la loro
origine nei fuochi accesi sul pianeta.
In realtà l'affermazione l'acqua vive la morte
dell'aria rende in modo intuitivamente perfetto la spiegazione scientifica
del fenomeno pioggia perché l’acqua, sotto forma di pioggia, scende sulla terra
proprio perché i movimenti dell’aria calda e fredda creano quelle che noi
chiamiamo condizioni di precipitazioni atmosferiche: all’interno di una stanza
qualsiasi, in condizioni climatiche normali, non abbiamo la sensazione che ci
sia dell’umidità, ci vorrebbe un’apposita apparecchiatura per misurarla, ma nel
momento in cui si estrae una pentola d’acciaio dal frigorifero si nota che dopo
pochi minuti è tutta opaca di vapore acqueo; questo vapore acqueo non c’era nel
frigorifero, perché, appena estratta, la pentola era asciutta: è la temperatura
del metallo della pentola che, raffreddando l’aria circostante, la costringe a
cedere i vapori che essa conteneva. In altre parole l’aria calda contiene in
sospensione molecole di acqua e nel momento in cui si raffredda l’aria la
sospensione-soluzione diventa satura o addirittura sovrasatura, per cui l’aria
non riesce più con i suoi movimenti convettivi a tenere in sospensione le
molecole di acqua: queste ultime non galleggiano più nell’aria se questa si
raffredda e diminuisce la sua energia complessiva e si depositano nel punto in
cui la temperatura è più bassa. Ecco la pioggia, come risultato di una massa
d’aria calda che, diventata nube, viene ulteriormente raffreddata.
L'aria calda, pur contenendo una relativamente alta
percentuale di umidità, può apparire come cielo sereno: è nel momento in cui
essa si raffredda, e quindi gli atomi di cui essa è composta rallentano i
propri reciproci movimenti, che l'umidità, condensandosi, "fa
nascere" la nube.
E' un fenomeno che, in condizioni
particolari, si può concretamente osservare in natura. Un ottimo punto di
osservazione di un simile fenomeno può essere la località di Cervinia-Breuil,
durante una giornata estiva con cielo perfettamente sereno: in tale occasione
si potrà osservare nei pressi della vetta del Cervino una piccola nuvola che,
continuamente rinnovata come forma, rimane, apparentemente immobile, nei pressi
della vetta. Se il vento soffia nella direzione del Breithorn l'aria, venendo a
contatto con la massa granitica della vetta, subisce un rapido processo di
raffreddamento, tale per cui le molecole di acqua in essa sospese si
agglomerano al punto da evidenziarsi come nube che, dopo pochi minuti, con il
successivo riscaldarsi dell'aria, viene a dissolversi poichè le molecole di
acqua a causa dell'innalzamento della temperatura riacquistano la mobilità
sufficiente a far evaporare i nuclei di condensazione costituenti la nube come
fenomeno visibile. Se l'abbassamento della temperatura che l'aria viene subendo
nei pressi della vetta fosse di maggiore intensità o più duraturo nel tempo,
quella nube si risolverebbe in pioggia o neve mentre, in quella particolare
situazione, rimane come un batuffolo di ovatta che il vento continuamente
trasforma come forma e dimensione ma che rimane abbarbicata alla parte
sommitale della montagna, sulla verticale della cresta di Fürggen, in quanto è
proprio la massa montuosa l'origine e la causa del fenomeno di condensazione.
Umidità che ritorna invisibile nel punto in cui l’aria, allontanatasi a
sufficienza dalla montagna, riacquista, grazie ai moti convettivi, la
temperatura un po’ più alta dell’aria circostante. In apparenza sembra che la
nuvoletta sia sempre ferma, in realtà è una quantità di vapore acqueo sempre
rinnovata, sempre diversa, sempre nuova, a causa del movimento costante della
corrente d’aria da ovest ad est.
Se,
invece, la direzione del vento fosse in senso opposto, cioè da est verso ovest,
la piccola nube con analoghe caratteristiche si posizionerebbe dalla parte
opposta della punta, cioè sulla verticale della cresta che si irradia verso il
Dent d’Hérens.
Ora, nel linguaggio eracliteo, la "morte
dell'aria" è l'aria che, raffreddandosi, perde o vede diminuire la
capacità di movimento degli atomi di cui è costituita e la pioggia che scende
dal cielo è la conseguenza proprio di tale fenomeno. Noi preferiamo,
ovviamente, cogliere l'origine della pioggia come momento all'interno della
complessa interazione tra energia solare e superficie del pianeta, ma questa
precisazione rischia di farci perdere la dimensione più profonda di questo pensiero
filosofico che vuole invece sottolineare la circolarità di tutti i fenomeni
della natura e, con la circolarità, il loro reciproco eterno trasformarsi
dell'uno nell'altro.
L'acqua, come pioggia, cadendo sulla terra e finendo
assorbita da questa, muore, nel senso che sparisce alla percezione dei nostri
sensi e questa sua morte si trasformerà nel processo vitale che la terra grazie
a ciò sarà in grado di esprimere, chiudendo così il cerchio dei fenomeni
naturali.
Appare qui evidente, ancora una volta, la diversa
realtà espressa da Eraclito con il termine "morte". Mentre per noi
essa ha di solito la dimensione del nulla che ci può portare all'angoscia, in
Eraclito lo stesso fenomeno viene inteso nella sua valenza di trasformazione:
morire è sparire come fenomeno identificato e descrivibile per rimanifestarsi
sotto altre spoglie. Per la cultura occidentale la morte è legata alla odierna
concezione cristiana che tende a vederla come momento conclusivo e irripetibile
da parte di uno stesso individuo. In questa filosofia, invece, la morte è una
semplice svolta all'interno di un processo eterno nel quale nulla viene
perduto.
Fin che Eraclito parla dell’acqua, dell’aria, della
terra e del fuoco, per noi è possibile accettare il suo discorso; più difficile
ci risulta la sua affermazione che il vecchio e il giovane sono la stessa cosa,
che il morto e il vivente sono la stessa cosa; perchè qui emerge il discorso esoterico di Eraclito.
Allora dobbiamo chiederci se noi
siamo queste mani, le cellule che compongono il corpo, questa scatola cranica,
il cervello in essa contenuto o i pensieri che ci sono all’ “interno” di questo
corpo. Ma ancora non basta: siamo i pensieri che questo corpo sa esprimere o
quella “cosa” che sa produrre, scegliere, rafforzare o indebolire i pensieri?
Ecco, che cosa siamo noi? E qui viene fuori un discorso che non è presente nei
frammenti, ma che sarà in Pitagora, che riprende in pieno questi discorsi.
Pitagora dirà che se viviamo per
gustare un certo tipo di piaceri, allora noi siamo il nostro corpo, come quando
si contano i giorni che mancano per arrivare a domenica, perché la domenica si
va a pranzare al ristorante. Se noi viviamo per queste cose, noi siamo il
nostro corpo e quando moriremo il nostro io, che si è identificato per tanti
anni con il corpo e le sue sensazioni, quel nostro io farà la fine che farà il
nostro corpo. La prova concreta che nella nostra cultura siamo portati a
identificarci con il corpo e le sue sensazioni è fornita dal fatto che lo
sigilliamo, come cadavere, in una cassa di zinco, in una cassa di legno, in un
contenitore di cemento. E lo stesso cristianesimo che ha perso la sua
originaria dimensione esoterica ci propone come atto di fede, alla fine dei
tempi, la resurrezione dei corpi:
due ingenuità inaccettabili nel pensiero di Eraclito.
Proprio la secolare influenza del
cristianesimo, che si è ridotto alla dimensione più ingenua del suo messaggio
iniziale, spiega lo sconcerto che ci assalirebbe se ci si dicesse che il nostro
cadavere verrà dato in pasto agli avvoltoi, quando invece in altre culture e
civiltà questa prospettiva non crea alcun problema. Nel Tibet prima della
invasione cinese era questa l’usanza comune: in tal modo da un lato si
risolveva, vivendo su un altopiano a una quota di quattromila metri, nel modo migliore
sul piano ecologico il problema dello smaltimento dei cadaveri e, dall’altro,
sul piano religioso era perfettamente accettabile il fatto che il corpo,
considerato come il semplice veicolo dell’anima, una volta diventato cadavere
non fosse meritevole di tutte quelle attenzioni che noi gli dedichiamo: in
quella dimensione culturale e religiosa le nostre cure nei confronti dei
cadaveri suscitano lo stupore che noi proveremmo nei confronti di una persona
che continuasse per anni a visitare la carcassa della propria auto che è stata
rottamata dopo un lungo e non più prolungabile utilizzo.
A chi facesse osservare che nel
Tibet governato dal Dalai Lama e nell’antico Egitto governato dai faraoni
venivano imbalsamati i cadaveri delle persone di alto livello sociale si può
rispondere che erano pratiche di magia nera che testimoniano come anche in
quelle culture si fosse ormai realizzata la frattura tra le supreme autorità e
gerarchie politico religiose e l’autentico sapere esoterico che, da sempre, non
accetta compromessi con il potere politico, economico e religioso.
Se la chiesa cristiana come
gerarchia ha in questi ultimi secoli dato un così brutto esempio di vita, sul
piano del distacco dalle ricchezze materiali e dalle suggestioni del potere
temporale, è anche perchè ha perso questo livello esoterico di verità:
riducendosi ad insegnare che si vive una volta sola, ha finito sotanzialmente
con il crederci, affidando se stessa e i fedeli alla misericordia di un Dio
antropomorfizzato con il quale è possibile patteggiare la pena contrattando
anche eventuali sconti, grazie all’invenzione tipicamente italica delle
indulgenze, pur restando sempre un Dio che ti può spedire all’inferno per
l’eternità.
L’insegnamento rigoroso di una
inflessibile legge del karma per cui Dio è, innanzitutto, giustizia assoluta in
un contesto di progressiva evoluzione che esclude il fallimento irrecuperabile
avrebbe conseguentemente portato alla raccomandazione equilibrata di vivere la
vita nella sua pienezza, mai perdendo di vista che l’attuale stato “animalesco”
dell’essere umano va fatto evolvere: invece ci si è trovati con i processi di
beatificazione di persone che sono vissute angosciate e tormentate dalla paura
dell’inferno, sempre minacciato ai poveri. In quanto ai ricchi e ai potenti,
essi si trovavano per il loro livello sociale naturalmente vaccinati nei
confronti delle minacce che una struttura di potere magari loro concorrente ma
quasi mai loro antagonista andava enunciando.
Tornando al problema della nostra
sorte nel momento della morte, poiché la totalità degli atomi che compongono il
nostro corpo quando saremo morti esisterà ancora, ma in forma destrutturata,
che cosa saremo ancora noi se eravamo l’insieme delle sensazioni legate a
quella struttura che chiamiamo corpo? In quel momento noi non ci saremo più,
perchè saremo fluiti nella dimensione di serbatoio universale, da cui
nasceranno nuovi esseri viventi, i quali avranno tutti i motivi per pensare che
si vive una volta sola, fino a che non avranno maturato nella loro esistenza
terrena un nucleo di consapevolezza così forte e strutturato da superare la
disaggregazione operata dalla morte.
A questo punto l’esoterismo e Pitagora ci diranno che se
vogliamo ricordarci di essere già nati, dobbiamo provare a vivere in modo
diverso, in modo da non identificarci in questo tipo di piaceri, e allora
potremo raggiungere la vita eterna, potremo scoprire che non si muore, che la
morte, così come ci è stata
descritta, non esiste, che non è quella cosa che abbiamo sempre pensato che
fosse; ma per arrivare a questa certezza dobbiamo vivere in modo diverso.
In tutte le religioni ci sono esempi
di persone che hanno cercato di realizzare il distacco da tutto ciò che ci può
in qualche modo legare alla nostra dimensione spaziotemporale.
Nel nostro caso, però, si cercherà
di evitare di cadere nell’errore di quegli asceti che la Chiesa cattolica ha
per tanti secoli additato come esempio di vita cristiana e che in realtà erano
dei poveretti che sono vissuti tra sofferenze autoindotte per la paura dell’inferno.
Certamente i loro grandi passi in
avanti verso l’immortalità li hanno fatti, perché hanno saputo imporsi questi
sacrifici, perché non si sono identificati con il corpo fisico sforzandosi di
identificarsi in quella che noi chiamiamo anima, ma che esotericamente potremmo
definire meglio come corpi via via più sottili. Se noi, seguendo Eraclito,
Parmenide e Pitagora, arriveremo a vivere quanto più spesso possibile pensando
che non siamo né il nostro corpo fisico né le nostre sensazioni né le nostre idee,
ma il principio di vita che è sempre il medesimo in tutto l’Universo, in quel
momento arriveremo alla radice ultima, al nostro Sé immortale: intuiamo ciò che
dall’anima individuale ci connette con lo Spirito, Uno ed Eterno.
In altre parole, il messaggio
esoterico ci porta a cogliere la dimensione essenziale dell’ascetismo che non
consiste nel ridursi a una vita di stenti per salvarsi l’anima, quanto
piuttosto nell’imparare a vivere con distacco, disidentificandoci dal nostro
corpo, dal ruolo che in questa esistenza stiamo interpretando, dai fini e dagli
scopi che per la gran parte degli uomini giustificano una vita di impegno e di
soddisfazioni: si tratta, cioè, di fare tutto ciò che una vita normale comporta
-se siamo nati in questo luogo, in questa civiltà e cultura, in questo momento
storico è perchè questo è il nostro campo di battaglia, il luogo in cui
dobbiamo portare avanti le esperienze che ci possono fare evolvere verso una
consapevolezza superiore- senza provare attaccamento per nulla, sapendo che
nella prossima esistenza tutto potrà capovolgersi. I rapporti affettivi, il
ruolo sociale, i modelli di comportamento, le convinzioni politico filosofico
religiose..., tutto potrà cambiare perchè lo scopo della nostra esistenza non
può ridursi ad alcuno di questi aspetti. La vita è un’occasione per fare
esperienze che ci permettono di crescere come consapevolezza. Non per nulla
l’essere umano può arrivare alla noia e alla stanchezza di vivere anche quando
si trova in condizioni economiche invidiabili dalla maggior parte dei suoi
simili.
C’è chi obietta che sono discorsi
che diventano difficili, anche perché ci si chiede se ancora si può vivere
pensando di essere quella dimensione cosmica che è la radice del filo d’erba
come della galassia: io individuo singolo ben definito che fine faccio quando
ho questo tipo di pensieri?
E’ in effetti ciò che succede quando
si intuisce la profondità spaventosa del “l’Essere è” di Parmenide. Platone,
che sapeva quel che diceva, chiamava Parmenide venerando e terribile vecchio,
perché nel suo “l’Essere è”, ch’è poi “Dio è” si annega, si fa la fine della
goccia d’acqua nell’oceano di cui parlerà Spinoza. Ci sentiamo entità esistenti
perchè siamo ciascuno una goccia a sé stante, ma, come la goccia d’acqua che
attimo dopo attimo non è mai uguale a se stessa, così noi siamo vivi perchè ci
rinnoviamo continuamente e progressivamente ci avviciniamo alla morte, che è il
momento in cui tutte le molecole che costituivano la goccia d’acqua sono
evaporate e prima o poi riconfluiranno nell’oceano, che è l’Essere dell’acqua,
Dio, e in quanto tale l’acqua non muore mai.
Se noi viviamo questa dimensione di
consapevolezza filosofica, che è quella proposta da Parmenide, cogliamo
l’Eterno, cogliamo l’Assoluto, abbiamo intuito una dimensione filosoficamente
molto profonda di Dio che non è più il Dio che ci ha creati, ci tiene d’occhio
e alla fine, se non ci siamo comportati secondo certi criteri, ci caccia
all’inferno. Non abbiamo più quel Dio antropomorfo che fa sorridere il
filosofo, abbiamo intuito Dio come
dimensione ultima dell’Essere. Tuttavia è, questa, una dimensione di
consapevolezza evoluta che forse è meglio limitarsi a considerare come meta
verso cui tendere, più che una conquista da realizzare.
Se utilizziamo le suggestioni di Eraclito
potremo, forse, sperimentare una dimensione religiosa più serena, in cui
possiamo pensare che tutto quello che non saremo riusciti a fare in questa vita
lo faremo nella prossima.
Si rinasce continuamente nell’eterno
divenire, per cui nulla si perde e nulla si distrugge, però ciò che si
ricompatterà come nuova vita, come insieme di atomi fisici che chiamiamo corpo,
non si ricorderà di essere già esistito come persona ben identificata se noi
non viviamo nel modo cui abbiamo sopra accennato. Se viviamo così avremo sempre
più speranza, prima o poi, di risvegliarci alla vita con la consapevolezza che
ci siamo già stati, di avere già fatto certe esperienze, e in quel momento la
vita diventerà una cosa meravigliosa: non avremo più paura di morire, perché sapremo
che la morte è un cambiare livello, cambiare stato e la morte, così come oggi
viene concepita, è annientata.
Per poter rinascere sapendo di
essere già esistiti dobbiamo prima morire avendo già toccato con mano che la
morte non esiste. L’esoterismo dice
che è possibile, anche se è una meta che, una volta messa a fuoco, non si
riesce sempre a raggiungere in una sola esistenza. Ma allora che ci succederà
in quest’ultimo caso? Attenzione, abbiamo già detto che il nostro corpo si
destruttura, ma se si è vissuti in un modo consapevole, avremo alimentato una
coscienza che non sarà più soltanto fisica, ma sarà soprattutto di carattere
spirituale.
Se dedichiamo non più un millesimo
della nostra consapevolezza alla dimensione spirituale, in realtà vivendo i
novecentonovantanove millesimi della vita per far soldi, comprare un bel
vestito, preoccuparsi di far bella figura in quella determinata riunione,
mangiare quel buon piatto, noi avremo costruito praticamente la totalità della
nostra coscienza a quel livello e, con la morte, essa andrà a beneficio di altri perchè non ci sarà un nucleo
di livello superiore attorno a cui possano ricompattarsi anche questi pur
necessari livelli di coscienza: questo perchè fino a quando ci troveremo a
nascere come esseri umani dovremo necessariamente avere anche una coscienza a
livello sensoriale ma in quanto uomini, cioè animali superiori, non possiamo
ridurci a questa. Mentre invece se noi saremo vissuti per risolvere un grande
problema matematico, per risolvere un grande problema politico-sociale, per
fare del bene, avremo alimentato una dimensione di coscienza spirituale di alto
livello e quella riemergerà come nucleo intorno al quale si condenseranno gli
elementi più densi, più materiali; batti oggi, batti domani, rinascendo una, due
o più volte -essendo rinati come anima antica, dirà Platone, cioè come anima
che aveva già sviluppato la sua dimensione più spirituale- arriveremo da vivi a
scoprire che la morte non esiste. In che modo? Divenendo capaci di staccarci
consapevolmente dal corpo mettendolo in uno stato di catalessi, come si trova
durante il sonno; lo facciamo tutti, durante il sonno, ma lo facciamo per
andare a ripescare energia dal serbatoio da cui arriviamo. In realtà ciò non
avviene coscientemente, perché c’è un automatismo già inserito nel nostro
essere, che scatta durante il sonno e quando la natura lo ritiene necessario.
Qualcuno si potrà chiedere da dove
arrivano queste affermazioni.
Le cose che in questa sede vengono
esposte sono una filosofia che ci può aiutare a vivere; se si vuole, la si può
chiamare una dimensione religiosa con l’importante precisazione, tuttavia, che
non costituisce il messaggio religioso di una chiesa ben identificata. Sono
cose che, cercando alle radici delle più importanti religioni dell’oriente e
dell’occidente, emergono come una costante e a questo punto ineludibilmente ci
riportano alla citazione di Agostino, da cui siamo partiti con le nostre
riflessioni.
E’ importante sottolineare che, sul
piano concreto, queste convinzioni portano ad un tipo di vita ascetico
“intelligente”, nel senso che non si va a cercare la sofferenza fisica per
evitare una dannazione eterna quanto piuttosto si cerca di realizzare una vita
equilibrata in cui anche il piacere ha il suo giusto posto: si può scegliere di
diventare vegetariani senza per questo intristire a tavola davanti a una cucina
insipida e deprimente. Il vegetariano che ha colto il messaggio della ricerca
di una vita senza attaccamento morboso ai piaceri fisici vive gioiosamente
assaporando con gusto e con gratitudine i piatti che una buona cucina prevede
godendo anche e, anzi, in misura ancora superiore, di un benessere fisico
dinamicamente riacquistato e mantenuto giorno per giorno, avendo imparato a
giocare dialetticamente con l’energia centripeta o yang e l’energia centrifuga
o yin che i vari alimenti offrono: il che è un ottimo modo di applicare in
concreto i principi dialettici che il pensiero di Eraclito ci propone.
La conclusione di questo discorso è nella citazione
88: la stessa cosa sono il vivente e il morto, affermazioni che sono
provocatorie alla luce del buonsenso. Quest'ultimo, infatti, non è disposto a
sottoscrivere questa affermazione, accettandone le conseguenze sul piano
esistenziale, ma nella concezione eraclitea questa è la conclusione logicamente
ineccepibile delle premesse. La nostra incapacità di accettarla è effetto e
segnale della nostra difficoltà ad uscire da quella dimensione che da
Aristotele in poi la civiltà occidentale farà propria, per cui la realtà è
fatta di individui, di cose definite e definibili una volta per tutte.
Questo è però un discorso sul quale si dovrà tornare
più a fondo. Infatti la dottrina aristotelica è in realtà molto più sfumata e,
se vogliamo, contraddittoria: da un lato afferma che il singolo individuo è il
mattone fondamentale della realtà e dall'altro afferma che ogni individuo è
costituito a sua volta di materia e forma che sono, in sè, concetti limite, "realtà"
neppure pensabili e, quindi, tali da sfuggire a qualsiasi descrizione
concettualmente e scientificamente quantificabile.
Definire come aristotelico il nostro modo di
concepire il mondo è, a questo punto, una affermazione discutibile, ma possiamo
usarla nel senso che la civiltà occidentale, in quanto cristiana, ha
recuperato, e ancora ulteriormente manipolandolo, un Aristotele che era già
stato riveduto e corretto dagli arabi, per cui il pensiero del filosofo ne
uscirà così inquinato da fornire poi ad Hegel la possibilità di criticare gli
stessi fondamenti logici del pensiero aristotelico negando il principio di
identità in nome dell'eterno fluire e divenire dell'essere.
La circolarità delle trasformazioni dell'essere, così
come appare dal frammento 88, sembra però negata dal frammento 91 secondo cui
non si può scendere due volte nello stesso fiume.
Potremmo esprimere con un linguaggio più attuale
l'intuizione eraclitea affermando che, per il calcolo delle probabilità, è
praticamente impossibile che si possa verificare il ripetersi di una immersione
nello stesso identico contesto di molecole di acqua dalle quali in un
determinato momento posso trovarmi circondato. Se poi aggiungiamo la odierna
consapevolezza che ogni molecola d'acqua è, a livello atomico e subatomico, ben
lontana dall'essere una realtà definita una volta per sempre, è chiaro che
Eraclito ha perfettamente ragione.
A questo punto possiamo avere la inquietante
sensazione che quella consapevolezza faticosamente raggiunta di un senso
dell'essere, raggiunta rinunciando alla nostra individualità e lasciandoci
assorbire dal tutto di cui siamo un momento transeunte, quella intuizione della
sostanziale identità dell'essere che circolarmente ripropone eternamente se
stesso, qui sembra di nuovo vanificarsi. Non succederà mai più che un qualsiasi
attimo dalla mia vita e della mia consapevolezza possa riprodursi. La
circolarità dell'essere, allora, non esiste più perchè siamo nell'infinito. Non
si parla di molecole o di atomi di un elemento, di quantità indefinibili ma pur
sempre finite: per Eraclito l'acqua del fiume non è affatto un sistema chiuso.
Oggi potremmo dire che il pianeta Terra continuamente perde e acquista nel suo
muoversi negli spazi siderali quantità incalcolabili di atomi e il filosofo
greco intende proprio costringerci a riconoscere che siamo immersi
nell'infinito che, per definizione, non ammette nel modo più assoluto il
recupero del passato: è, sotto questo punto di vista, l'anticipazione del
pensiero hegeliano.
-
L'unità degli
opposti -
111
-La malattia
rende piacevole e buona la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo.
61 -Il mare è
l'acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la
vita, per gli uomini essa è imbevibile e mortale.
103
-Comune è il principio e la fine della circonferenza del cerchio.
54
-L'armonia
nascosta vale più di quella che appare.
Questi frammenti, così collegati, ci
aprono un discorso che può offrire una chiave stimolante per reimpostare ad un
livello di maggiore consapevolezza la nostra vita.
Se è vero che siamo nel divenire e
quindi nessuna situazione può essere fermata nella sua positività che vorremmo
godere senza interruzione, l'intuizione di Eraclito ci permette di non essere
travolti dalla ineluttabilità del divenire, avendone intuito la legge
fondamentale. Il divenire è continua trasformazione di ogni cosa nel suo
opposto e il segreto della felicità non consiste nel riuscire a fermare il bello, il buono, il piacevole, perchè
ciò è impossibile e ci vedrebbe necessariamente sconfitti.
La cultura occidentale non è ancora
riuscita a superare questa illusione: facciamo di tutto per fermare la
giovinezza e la bellezza e in realtà ci riduciamo a fare una continua opera di
restauro sempre più difficile e impegnativa e destinata comunque allo scacco
finale. Ci facciamo fotografare per poterci ricontemplare giovani e felici ma è
un tentativo patetico perché prima o poi saremo costretti, esibendo la
fotografia, a cogliere la incolmabile distanza che ci separa da quel
particolare momento di felicità. E' un tentativo che viene fatto a tutti i
livelli, a partire dal nostro corpo.
Passiamo la vita a riverniciare,
ripristinare, conservare: la stessa usanza di chiudere il cadavere in una
cassa, a sua volta racchiusa in un loculo di cemento risponde proprio a questa
folle pretesa di fermare il divenire di cui noi siamo un momento. Ci sono
persone che lasciano, per testamento, i loro beni a strutture che si impegnano
a conservare, non appena il medico avrà stilato il referto di morte, il
cadavere in un cilindro al cui interno vengono create e conservate condizioni
di bassa temperatura capace di conservare le cellule in stato di ibernazione,
con la speranza che la medicina possa in futuro avere le conoscenze e la
tecnologia sufficienti per tentare, con interventi oggi inimmaginabili, di
richiamare in vita chi è dovuto morire in conseguenza di una malattia oggi
incurabile.
E' vero che se spingiamo al limite
questo discorso potremmo giungere ad affermazioni inaccettabili nella loro
radicalità per cui, ad esempio, apparirebbe insensato qualunque intervento
conservativo e, solo per restare su un piano artistico-architettonico, si
potrebbe negare la razionalità di ogni spesa e impegno volto a conservare i
monumenti e le opere d'arte che la storia ci ha lasciato. Tuttavia, su un piano
teorico e a tempi lunghi, Eraclito ha perfettamente ragione.
A tutti i livelli ci troviamo prima
o poi costretti e rivedere e progressivamente ridurre la conservazione di ciò
che ricorda il nostro passato e, al limite, se non abbiamo il coraggio di
operare questo taglio, ciascuno di noi si troverebbe costretto, a partire da
una certa età, a impegnare tutta quanta la sua esistenza successiva per tenere
in piedi le testimonianze del proprio passato.
La soluzione possibile consiste in
una vera e propria rivoluzione culturale attraverso la quale abbandonare la
nostra identificazione in una realtà materialmente individuabile e
quantificabile: io non sono il mio corpo ma la coscienza di esso, non sono la
sensazione piacevole o spiacevole ma la coscienza di entrambe. Al tempo stesso,
senza un corpo nel quale "radicarsi" la mia coscienza non
esisterebbe. Dal punto di vista logico è una contraddizione in termini,
superabile solo a livello intuitivo: i frammenti di Eraclito non ci permettono
di andare oltre; sarà con Platone che potremo tentare di scavare all'interno di
questo problema.
Realizzata questa rivoluzione, posso
provare a trovare un nuovo senso dell'io che si coglie e si afferma come
capacità di giocare nel divenire un equilibrio dinamico da recuperare
continuamente in modo dialettico. Con questa nuova consapevolezza, invece di
addormentarmi, come direbbe Eraclito, di cristallizzarmi sulla momentanea
sensazione di piacere identificandomi con essa, acquisto la capacità e la
forza, sapendo che il piacere non può durare all'infinito, di impormi una
privazione grazie alla quale e solo grazie alla quale, potrò successivamente
provare la stessa sensazione di piacere.
Se, dopo avere gustato un gelato,
pretendessi di continuare ininterrottamente ad assaporare le stesse sensazioni
mi troverei presto in uno stato di nausea quando non di malessere fisico ben
più grave a livello organico. Un fegato in disordine per un eccesso di gelati
significa un lungo periodo di salute compromessa, che finirebbe per farmi
amaramente rimpiangere la incapacità di fermare il piacere entro certi limiti.
Se sono invece capace di dire di no al secondo gelato, potrò il giorno
successivo riprovare lo stesso livello di sensazioni piacevoli senza dovere
prima o poi pagare un prezzo troppo alto. La differenza tra un
tossicodipendente e un malato di fegato
è solo di tipo quantitativo non qualitativo: entrambi sono incapaci di
trovare la propria identificazione nel momento di consapevolezza che "è in
grado di assaporare" sia il piacere che il dolore. Entrambi sono la
dimostrazione della validità del detto orientale per cui il malato è un
ignorante o un colpevole: efficace sintesi delle intuizioni di Eraclito.
I genitori incapaci di imporre ad un
figlio un minimo di privazioni si troveranno prima o poi un adolescente
viziato, privo di capacità di soffrire, abituato a sempre pretendere, a cui la
vita potrà soltanto più offrire noia e disgusto, aprendo la porta alla ricerca
di sensazioni più intense e, al limite, tali da portarlo a perdere il controllo
della propria dimensione esistenziale.
L'intuizione di Eraclito si può
utilizzare a tutti i livelli.
Per esempio, il problema del sabato pomeriggio per
gli adolescenti. L'abitudine di trovarsi come gruppo di amici, che insieme
trascorrono alcune ore, si pone in certi casi come fonte di noia, di pomeriggi
sempre uguali fatti del solito incontro al bar, del solito passeggiare lungo i
viali, delle solite battute scontate. Sarebbe sufficiente, per il sabato
successivo, di ritrovarsi alla solita ora avendo fatto ciascuno lo sforzo di
saltare il pranzo, con la certezza che, in quell'occasione, il problema si
presenterebbe capovolto: non più l'assenza di idee nuove e stimolanti sul come
impegnare quelle ore, quanto piuttosto il problema di decidere tra le tante
proposte che potranno sorgere su come, tutti insieme, reagire al bisogno
concreto di mangiare qualcosa di buono. E' la fame che crea il piacere del
mangiare e il detto popolare secondo cui l'appetito è il migliore dei
condimenti esprime pienamente ciò che Eraclito ha sottolineato.
Quando si è costretti a sognare per mesi e, magari
faticosamente con i risparmi di tante piccole rinunce, a costruire lentamente
la realtà di una bicicletta o di un motorino nuovi, si proverà una gioia molto
più intensa nel momento in cui si potrà goderne. Il segreto del rimpianto che
le persone anziane hanno di esperienze piacevoli, da cui la loro giovinezza è
stata contrassegnata, e che i giovani di oggi, che pure si trovano in una
situazione di maggiore benessere economico, non riescono più a provare, aveva
proprio queste radici: una vita relativamente più povera in termini di
benessere materiale e di beni di consumo si trasformava in occasioni di gioia
intensa nei momenti in cui, finalmente, veniva appagato un sogno accarezzato
per lungo tempo. Sono queste le cose che riempiono una vita e danno un senso
diverso ad una esistenza che potrà invece risultare banale e priva di spessore
nella abbondanza di beni materiali.
L'intuizione eraclitea, tuttavia, verrebbe stravolta
se venisse affermata la superiorità della dimensione mentale su quella materiale.
L'ottenere qualche cosa di concreto dopo averlo sognato e desiderato per tanto
tempo può dare significato al lavoro e ai sacrifici di mesi e di anni: ma
proprio per la dialettica degli opposti è saggio colui che sa utilizzare
entrambi i termini. Il nostro guaio, oggi, è che facciamo fatica ad accettare
il principio che il sogno, il pensiero, l'immaginazione sono energie sottili e
quindi devono lavorare a tempi lunghi. Ma se vogliamo vivere felici dobbiamo
sintonizzarci sul livello di realtà che in questa fase evolutiva siamo in grado
di percepire. Posso in pochi attimi mangiare un frutto assaporandone la
fragranza e l'aroma, ma in quei pochi attimi si risolvono i lunghi mesi nei
quali, lentamente, la natura ha cresciuto e maturato il frutto.
Potrebbe sembrare una anticipazione dell'etica
cristiana, che tenderà a privilegiare la dimensione spirituale e vedrà la vita
come continuo sacrificio avendo in gioco la salvezza o la perdizione eterna, ma
l'affermazione eraclitea della unità e complementarietà degli opposti rimanda
piuttosto alla dimensione tipica del buddismo, del taoismo e dello shintoismo,
nelle quali l'uomo che riesce ad aprire gli occhi, a cogliere la legge che
tutto governa, a disidentificarsi dagli impulsi e da quel fascio di sensazioni che
la nostra cultura ci ha portati a pensare come costituenti l'essenza del nostro
io, può diventare coscienza della complementarietà del piacere e del dolore e
fare della propria vita un
tentativo di permanenza nel punto più soddisfacente di equilibrio dinamico di
entrambi.
Per certi versi, sarà proprio la direzione della
proposta di Epicuro e della solitaria ricerca di Nietzsche.
L'intuizione eraclitea ha una profondità eccezionale:
il piano mentale e quello materiale sono entrambi costitutivi dell'essere e,
nel momento in cui ne privilegiamo uno identificandoci in esso, veniamo
travolti dal divenire, che è la dimensione del mondo manifesto della realtà
spazio-temporale. L'unica possibilità, per "salvarci", è quella di
identificarci nel punto di equilibrio, che è poi l'abisso infinito della loro
origine, da cui spirito e materia, yin e yang emergono. Questa è la dimensione
dell'infinito, dell'"Essere è" di Parmenide.
In questa ottica vengono meno i fondamenti della
nostra logica e non è più possibile definire in termini assoluti ciò che è bene
e ciò che è male: una malattia molto seria, una sventura che sembra distruggere
il significato di una esistenza possono diventare l'occasione per una svolta
radicale nel proprio modo di pensare, possono portare ad una vera e propria
rinascita, nel senso che da quel momento si inizia una vita completamente
diversa grazie alla quale si potrà arrivare a considerare una fortuna, una
benedizione, ciò che invece poteva in precedenza essere considerato un destino
cieco e insensato.
Si può obiettare che pochi hanno questa possibilità,
troppo pochi per non prendere in considerazione l'enorme numero degli
sconfitti, di coloro che soccombono ma, ancora una volta, questo nell'ottica
eraclitea è un falso problema perchè nell'eterno divenire dell'essere tutto
viene riciclato e nulla si perde.
Sarà Platone che aprirà gli spazi per riconciliarci
con la prospettiva senza speranze di una malattia incurabile: nella teoria
della reincarnazione lo scacco della mia attuale esistenza diventerà qualcosa
di meno drammatico, come la bocciatura al termine di una anno scolastico
disgraziato. Presto il bruciore di questa sconfitta si attenua e, con l'inizio
del nuovo anno, potrò giocare una nuova partita con carte diverse e, nell'arco
della vita, quella sconfitta potrà prima o poi essere vista come il momento di
crisi che si tradurrà in seguito in consapevolezza più matura ed evoluta.
I frammenti 61 e 103 sembrerebbero
portare al relativismo, alla caduta di qualunque dimensione di verità a cui
ancorarci, ma nel frammento 54: L’armonia
nascosta vale più di quella che appare emerge un Eraclito credente, nel
senso che egli ci invita ad avere il coraggio, la forza di credere, di
riconoscere che, anche quando tutto ci sembra che vada come non dovrebbe andare,
in realtà ci sia un’armonia di base, che è al di là dell’apparenza. Quando
siamo depressi per una delusione sentimentale, quando abbiamo problemi sul
lavoro, quando il mondo non funziona secondo i nostri desideri, in realtà, dice
Eraclito, dobbiamo avere la capacità di guardare all’armonia, all’ordine, alla
legge all’equilibrio che è nascosto, che è al di là di quelli che sono i nostri
desideri, è l’invito ad avere fede in Dio anche quando sembra che Dio ci abbia
abbandonato.
In altre parole, secondo Eraclito,
esiste la Verità che è accessibile all’uomo che sa scrutare a fondo, andando
oltre l’apparenza. Il prezzo da pagare per questa conquista è, per la nostra
cultura, altissimo, sconvolgente. Nella Verità la mia individualità intesa come
realtà materiale scompare, diventa una vittima sacrificale, un momento
attraverso il quale Essa si realizza, per cui gli esseri umani, come tutta
quella che noi chiamiamo realtà, sono il combustibile dell'Essere.
- Il fuoco -
30
-Quest'ordine
universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dei o tra gli
uomini ma sempre era, è e sarà; fuoco sempre vivente, che si accende e si
spegne secondo giusta misura.
67
-Dio è giorno e
notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame e muta come il fuoco quando si
mescola ai profumi e prende il nome da ognuno di essi.
Secondo alcuni, Eraclito afferma che
il fuoco sia il principio originario del mondo.
E' una affermazione discutibile perchè se è vero che,
nel fuoco, egli coglie un momento particolarmente significativo della realtà,
un momento che, nella sua mutevolezza e inafferrabilità spinta all'estremo,
meglio permette di intuire la radice dell'essere, il fuoco come realtà ancora
sensibile e percepibile su un piano materiale non può costituire l'essenza dell'essere.
Si potrebbe accettare questa affermazione, ma
precisando che si tratta del Fuoco, con la lettera maiuscola: a sua volta il
fuoco, come noi lo percepiamo, ne è una realizzazione sul piano concreto, come
tutte le altre cose costituenti il mondo, anche se, per le sue particolari
caratteristiche, quello che meglio può costituire stimolo a riflettere per
intuire la dimensione da cui tutto emerge.
La radice dell'essere è eterna e increata e lo stesso
suo pulsare in ciò che noi chiamiamo nascita e morte è già quella realtà
concreta che, nel suo esprimersi
nella opposizione-complementarietà, nasconde l'essere ultimo. Essere ultimo
che, nascendo e morendo eternamente, in realtà sempre è.
E' la dimensione di Parmenide, vista dalla
angolazione spazio-tempo, per cui il divenire, la successione nascita-morte
sono l'eterna legge dell'essere.
Non è possibile stabilire chi e dove per la prima
volta abbia formulato questo tipo di spiegazione del mondo: essa compare in
culture diverse e fin da epoche così antiche da rendere discutibile qualunque
tentativo di datazione storica precisa.
Nell'induismo, per esempio, e in epoca certamente
anteriore ad Eraclito, la realtà del mondo viene spiegata come dovuta al
risveglio di Brahma ed è prevista la fine del mondo nel momento in cui Brahma
stesso, al termine del "giorno", si addormenta e la realtà
spaziotemporale si richiude su se stessa per poi riemergere, indefinitamente,
con il ridestarsi del principio divino.
Anche qui, il pulsare giorno-notte del principio
divino, in quanto realtà vivente, implica, pur in questo ciclico riemergere del
mondo, che esso non si ripeta mai come "già visto".
Ebbene, nell'induismo questo tipo di spiegazione del
mondo è chiaramente definito come livello essoterico, come discorso, cioè, che
è ben lontano dall'essere una spiegazione definitiva e che ha i suoi limiti
proprio nel suo ricorrere ad immagini e concetti intellettivamente definiti.
La vera radice del mondo, è detto con chiarezza, è
Brahman, l'Infinito, e, come tale, indefinibile sul piano concettuale.
Ecco, Brahman può essere il Fuoco di Eraclito, così
come può essere l'intuizione che sta alla radice del Tao di Lao-Tzu o a cui si
perviene con l'esperienza mistica del satori nel pensiero Shinto.
Sono tentativi diversi di esprimere
l'intuizione dell'assoluto ma, evidentemente, ci si trova sbalzati su un piano
esoterico, quel piano che faceva definire oscuro e incomprensibile il pensiero
di Eraclito: se si fa questo passo si entra nello spazio del misticismo, della
metafisica, dello spirito come potenza creatrice che sfuggendo all'indagine
concreta e alla verifica non può avere dignità di conoscenza, almeno nel
significato che oggi questo termine implica.
Ed è proprio il livello mistico che caratterizza il
pensiero di Parmenide: si può così affermare che si tratta di due pensieri che,
non già si escludono vicendevolmente, ma piuttosto si richiamano continuamente,
sottolineando ciascuno una opposta angolazione di riflessione sulla realtà:
Eraclito parte dall'esame della realtà esistenziale e giunge a cogliere la
unità-complementarietà dei fenomeni e, in ultima analisi, il loro carattere
illusorio se si pretende di abbarbicarci ad essi come realtà definitiva ma,
questa sua conclusione, viene recupera tatotalmente nella eternità-immutabilità
dell'essere parmenideo. Pensiero, quest'ultimo, che preferisce avviare la
riflessione filosofica partendo non già dal concreto quanto da una dimensione
di pura intuizione filosofica.
Il frammento 67: Dio è giorno e
notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame e muta come il fuoco quando si
mescola ai profumi e prende il nome da ognuno di essi ribadisce i concetti già espressi
permettendoci ulteriori considerazioni.
Qui Eraclito fa un discorso che
forse non abbiamo mai sentito e che, se intuito nella sua dimensione più
profonda, ci disturba alquanto, nel senso che lo troviamo blasfemo, perché
sarebbe come dire che Satana è l’altra faccia di Dio: il male è l’altra faccia
dell’Essere. Il fatto è che noi ci siamo abituati a pensare Dio come persona e,
in quanto tale, è l’incarnazione del bene, del bello, del giusto, mentre in
Eraclito Dio è l’Essere nella sua dimensione assoluta, che non può avere fuori
di sé ciò che pure esiste come il male, il cattivo, l’ingiustizia. Per cui Dio è la sintesi degli opposti e, quindi,
contemporaneamente radice di buono e cattivo, di freddo e caldo, di giorno e
notte, di maschio e femmina. In questo contesto la contrapposizione dei
significati -che per noi diventa sul piano etico una scelta che dobbiamo fare
senza compromessi tra bene e male- diventa assolutamente priva di senso, perché
quello che chiamiamo male nella nostra percezione dell’Essere è, in realtà, il
risultato della proiezione dei nostri parametri di valutazione, che sono
limitati.
Come esempio proviamo a riflettere
sul fatto che per noi è scontato che vivere è bene e morire è male. Tuttavia,
facendo un certo sforzo, possiamo anche arrivare a capovolgere questa
valutazione. Pensiamo a Schopenhauer, per il quale il vivere è la
manifestazione di una mostruosa realtà che divora continuamente se stessa per
cui, in conclusione, il risultato finale della evoluzione dell’essere umano
porta necessariamente alla soppressione della volontà di vivere; nel filosofo
citato non si arriva alla teorizzazione della necessità del suicidio ma ad un
progetto che dal punto di vista materialistico è ancora peggio, dal momento
che, secondo lui, si deve vivere in modo ascetico senza alcuna prospettiva
futura che giustifichi questo sforzo tendente a negare la vita che in noi pulsa
con tutta la sua intensità.
In realtà entrambe le prospettive
risultano ingenue dal punto di vista eracliteo. L’uomo che arriva alla
consapevolezza che Dio è la radice degli opposti non vive nella dimensione
della “noluntas” schopenhaueriana quanto piuttosto nell’abbandono della pretesa
di veder girare il mondo intorno alle proprie personali aspettative e
valutazioni. La differenza tra l’abbandono della volontà di vivere teorizzato
da Schopenhauer e il lasciarsi serenamente portare dalla corrente della vita
senza pretendere di spiegare a Dio come deve andare il mondo è semplice e
insieme fondamentale: quella di Schopenhauer è una visione pessimistica
conseguente alla presa di coscienza che l’essere ultimo del mondo è mostruoso,
quella di Eraclito, con la raggiunta consapevolezza che bene e male sono
valutazioni nostre puramente soggettive e determinate sempre da fattori
relativi e contingenti è, invece, ottimistica perchè ha alla sua base la
certezza che il mondo, proprio
attraverso la dialettica degli opposti, realizza il Logos. In altre parole, il
divenire del mondo esprime razionalità e, Pitagora ci spiegherà meglio,
razionalità e bellezza di tipo matematico: una razionalità cioè in cui nessuno
può scegliersi il ruolo e il posto del buono, del giusto e del bello che combatte
gli altri brutti, sporchi e cattivi. In noi e attraverso noi, nel nostro
nascere, vivere e morire, attraverso le gioie e sofferenze, attraverso le
nostre angosce e i nostri slanci ideali si esprime Dio come Logos, come legge
di razionalità assoluta.
In altre parole, Dio è l'unità degli opposti e, come
tale, inaccessibile al nostro pensiero: quest'ultimo, come spiegherà Platone
e come pure dirà Leibniz, funziona
in termini di contrapposizione binaria, dialettica. L'affermazione che Dio è la
dimensione unitaria da cui emerge la contrapposizione degli opposti
freddo-caldo, giorno-notte, guerra-pace è, ancora una volta, l'anticipazione
del pensiero di Hegel, che per molti versi possiamo definire grande filosofo
proprio in quanto riuscirà ad elaborare un discorso sull'essere che si porrà
come sintesi originale, e ancora oggi stimolante, di quegli spazi di
riflessione che le due angolazioni di Eraclito e Parmenide avevano da oltre
venti secoli delineato.
Questo frammento appare per un cristiano come una
terribile bestemmia perchè si afferma, in Dio, l'identità di bene e male:
Satana è l'altra faccia di Dio.
Se Lucifero non si fosse rivelato per quello che in
realtà era, non potremmo neppure concepire il mondo perchè ci saremmo trovati
nella incoscienza che caratterizza gli animali, l'incoscienza di Adamo ed Eva
nel paradiso terrestre prima di gustare il frutto dell'albero della conoscenza.
Il bene in sè, come assoluto, è impensabile: nasce come momento di
consapevolezza solo nella e dalla contrapposizione con il male.
Naturalmente Satana, Lucifero ribelle, non può
neppure essere recuperato come momento per noi misterioso di una scelta divina
che esprime un, se pure imperscrutabile, disegno provvidenziale. La realtà di
Satana è ciò che rende reale il Dio cristiano nel senso che,
contrapponendoglisi, lo legittima e lo rende pensabile. Il Dio eracliteo non
crea qualcosa che in un momento successivo si trasforma in male: è
inscindibilmente ed eternamente bene e male.
Sarà il discorso schellinghiano o, come prima di lui
aveva intuito Fichte, la contrapposizione tra Io e non-Io, tra spirito e
materia, tra bene e male che non può essere intesa in senso cronologico ma
puramente logico, nel senso che tutte le difficoltà che ci impediscono di
accettare l'affermazione eraclitea sono conseguenze della nostra incapacità di
intuire l'essere nella sua assolutezza, nella sua essenza vera.
Pensare l'essere implica automaticamente già perderlo
nella sua dimensione più vera, accessibile solo in un lampo di intuizione che,
come tale, non è trasformabile in un discorso e comunicabile come invece può
esserlo una formula esprimente una legge scientifica.
In questa ottica sono fortunati
coloro che sono vissuti nella loro infanzia o giovinezza in un periodo di
ristrettezze e difficoltà come negli anni della seconda guerra mondiale o
nell’immediato dopoguerra perchè ora, se sono onesti con se stessi, possono
riconoscere che il sentirsi infelici è, oggi, una condizione puramente
soggettiva. Nella maggior parte dei casi, infatti, in quel tempo in casa
l’unico locale riscaldato d’inverno era la cucina perchè c’era la stufa a legna
su cui si preparava da mangiare e, nelle serate più fredde, si intiepidiva il
letto con una pentola di terracotta un cui si poneva un po’ di brace perchè le
coperte non erano solo molto fredde, erano anche umide, e quando ci si infilava
sotto le coperte si passavano momenti non facili in cui si era accartocciati su se stessi come un
riccio e ci voleva un bel po’ di tempo per potersi finalmente distendere sotto
le coperte. Tutti coloro che hanno vissuto questa esperienza vivono gli anni di
questi ultimi decenni come età dell’oro, mentre chi è nato con i termosifoni in
casa e il riscaldamento centrale che funziona anche il pomeriggio dei giorni
soleggiati di aprile, non è più in grado di apprezzare questi vantaggi. Per
questo oggi, quando viaggiamo in macchina, appena c’è un minimo di coda,
diventiamo nervosi e aggressivi. A pochi viene in mente di pensare che, tutto
sommato, anche se siamo in coda, abbiamo l’aria condizionata, abbiamo la radio
che ci dà una buona musica e in quel momento dovremmo pensare che non viaggiamo
su una strada sconnessa e polverosa e che, in conclusione, nessun principe nei
secoli scorsi ha mai viaggiato come noi oggi anche se, a volte, possiamo trovarci
imbottigliati in una coda di chilometri.
Per non parlare del fatto che
oggetti oggi comuni a cui non si dà eccessiva importanza, come il frigorifero e
la lavatrice sono in realtà tra le più importanti innovazioni tecnologiche del
secolo ventesimo, che hanno liberato, soprattutto le donne, da fatiche e
impegni che i giovani di oggi stentano ad immaginare.
Noi abbiamo bisogno di provare il
male per apprezzare il bene, ecco il senso dell’affermazione che Dio e Satana
sono la stessa cosa.
Nel cristianesimo che ha perso la
dimensione esoterica Dio è il bene che eternamente vive e Satana è il male che
eternamente si opporrà al bene. La teologia cristiana ha cercato di superare il
dualismo e l’equivalenza tra i due principi affermando che il bene alla fine del
mondo inchioderà il male nell’inferno,
chiuderà nell’inferno per sempre Satana e i suoi demoni. Però
nell’inferno intanto ci saranno anche gli uomini che, secondo l’ortodossia
cristiana, non avranno potuto salvarsi. E, poi, eternamente esisterà la dicotomia
paradiso-inferno. E’ vero che il male sarà laggiù rinchiuso, ma ci sarà per
sempre e questo è inaccettabile su un piano filosofico sia perché Dio diventa,
a questo punto, se pure la metà buona, solo la metà dell’Essere sia perchè la
lotta tra luce e tenebre che si chiuderà con la vittoria del bene alla fine dei
tempi introduce la dimensione temporale nello stesso Dio.
Se, invece, andiamo a leggere alcuni
Padri della Chiesa, nei primissimi secoli del cristianesimo, ci vediamo
prospettare l’ipotesi che, alla fine dei tempi, Satana, esaurita la sua
missione, ritornerà ad essere Lucifero, l’angelo più intelligente che con il
suo ruolo di Satana avrà permesso a tutti di capire quale meraviglioso progetto
ha creato Dio con il mondo. Attraverso il sorgere del male, con la ribellione
di Lucifero, è nata una nuova e più potente consapevolezza del bene, nel senso che l’umanità, attraverso le
prove a cui Lucifero, diventato Satana, l’ha sottoposta, diventerà una nuova
gerarchia angelica, ma cosciente di che cosa significa essere angeli del bene,
perché hanno provato l’esperienza concreta del male.
La prospettiva aperta dai Padri
della Chiesa dei primi secoli resta pur sempre ingenua dal punto di vista
filosofico perchè non giunge a proporre Dio come realtà eterna che esclude
qualunque vicenda storica, ma ha tuttavia il pregio di proporre una visione
cristiana più affascinante perchè più vicina alla visione platonica
caratteristica del cristianesimo di quell’epoca, nel quale la verità veniva
somministrata gradualmente.
La affermazione della eterna
presenza di Satana nell’inferno, propria della attuale ortodossia cristiana,
esclude invece qualunque possibilità di
un livello di verità superiore.
Platone ci dirà che bisogna operare
una scelta e bisogna far la scelta del bene, ma senza avere il terrore del
male. In questo senso un cristiano ha il coraggio di amare in Dio il cattivo:
se per salvare il mondo Gesù Cristo doveva morire sulla croce, doveva pur
esserci qualcuno che lo tradisse, e Giuda è il nostro fratello a cui è stato
dato questo ingrato compito, il fratello Giuda recuperato come momento
necessario. Era questo l’oggetto di una predica di don Primo Mazzolari che, intorno agli anni cinquanta del
secolo scorso, fece scalpore perché andava a colpire una linea di confine tra
bene e male che il cattolicesimo aveva irrigidito.
Tornando al frammento 67, nella realtà a noi
accessibile il fuoco viene immediatamente identificato, nel senso che siamo in
grado di distinguere ciò da cui il fuoco emerge: il fuoco delle sterpaglie
bruciate nei campi alla fine dell'inverno, il fuoco di un vecchio pneumatico in
una discarica di rifiuti, il fuoco di rami di un certo albero nel caminetto, il
fuoco di una candela sono immediatamente percepiti come distinti perchè "il
fuoco muta quando si mescola ai profumi e prende nome da ognuno di essi".
Se invece con il termine fuoco intendiamo il processo
di combustione che si realizza secondo certe leggi chimico-fisiche, dobbiamo
riconoscere che questo è sempre il medesimo: ecco, quando Eraclito utilizza il
fuoco come espressione dell'essere vero, intende proprio fare intuire che
l'essenza dell'essere non muta nel momento in cui si esprime nella infinita
molteplicità della realtà del mondo.
Questo è, esattamente, il discorso di Parmenide.
- Il Logos -
113
- Il pensare è a tutti comune.
2
- Bisogna dunque
seguire ciò che è comune. Ma pur essendo questo logos comune, la maggior parte
degli uomini vive come se essi avessero una loro propria e particolare
saggezza.
72 - Gli
uomini, da quella verità che regge l'universo con la quale essi comunicano nel
modo più continuo e ininterrotto, da quella appunto essi sono separati; e
quelle cose nelle quali si imbattono ogni giorno, quelle sembrano ad essi
straniere.
108
- Nessun uomo,
tra quelli di cui ho ascoltato i discorsi giunge al punto di riconoscere che la
sapienza è separata da tutte le cose.
89
- Unico e comune
è il mondo per coloro che sono desti.
41
- Un'unica cosa
è la saggezza: comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso
tutto.
50
- Ascoltando non
me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è uno.
Se consideriamo globalmente questa
successione di frammenti possiamo affermare che il pensiero eracliteo, che ci
ha proposto in precedenza una serie continua di provocazioni che potevano
giustificare la definizione dei suoi contemporanei come di un filosofo oscuro e
impenetrabile, si conclude invece con la certezza, fondamentale nel pensiero
greco antico, di un mondo come "cosmo", come espressione cioè di un
logos a cui tutto soggiace.
In questa ottica viene definita come
ingenua la posizione di chi guarda al mondo come una realtà distinta dal
soggetto osservatore e, come ulteriore conseguenza di questo atteggiamento, la
conseguente visione di tipo analitico nella quale il mondo si frantuma in una
serie infinita di realtà-problema che non si finirà mai di separare e di
distinguere sul tavolo anatomico della ricerca scientifica: questo modo di
rapportarci con il mondo è, in realtà, una trappola che ci allontana sempre più
dalla conoscenza vera che Eraclito definisce come sapienza e saggezza.
Partendo dal frammento 113,
apparentemente banale, il frammento 2 ci propone immediatamente quello che per
il filosofo greco è l'essenza del problema: nel pensare, di cui tutti gli
uomini sono partecipi, l'uomo comune è già portato a sottolineare le differenze
per cui nascono le distinzioni tra chi pensa bene e chi male, chi la pensa come
noi e chi invece ci contesta. Ecco allora che "la maggior parte degli
uomini vive come se essi avessero una loro propria e particolare
saggezza": ma è proprio questo atteggiamento di separatività che
inevitabilmente comporta come conseguenza la perdita di quella verità che,
secondo Eraclito, “regge l'universo, quella verità con la quale essi
comunicano nel modo più continuo" perchè ne sono espressione o, come
dirà Platone, "proiezione".
Come conseguenza di questa
posizione, ecco che "quelle cose nelle quali si imbattono ogni giorno,
quelle sembrano ad essi straniere" e, proprio per ciò, si faranno le
distinzioni tra animali, insetti, piante utili e dannosi; si faranno sul
pianeta quegli interventi di utilizzo di risorse e riserve minerarie, di pesca,
di sfruttamento del suolo e dell'aria che sono molto più simili alle razzie di
predoni che non agli interventi di esseri simbiotici, consapevoli che tutto ciò
che si riversa sulla natura prima o poi avrà un effetto boomerang, nel bene e
nel male.
Ecco allora che la sapienza si
precisa come intuizione della
unità organica del mondo nella quale le cose cessano di essere classificabili
come più o meno importanti, utili, piacevoli. Solo l'ignorante, incapace di una
visione di sintesi che, sola, può ridimensionare la convinzione per cui le cose
piacevoli sono sempre tali e quelle spiacevoli non potranno mai diventare
positive, si rifiuterà di accettare la sostanziale unità, come cosmo, del
nostro essere-nel-mondo.
La conclusione dei frammenti 41 e
50, nel proporre la consapevolezza della interdipendenza di tutto ciò che
esiste, ci riporta a Parmenide. E', però, un Parmenide arricchito dalla consapevolezza
che l'essere, in quanto logos, è realtà vivente e perciò diveniente,
eternamente nuova.
- L'anima -
45 - Per quanto tu possa camminare, e
neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini
dell'anima: così profondo è il suo logos.
115 -
All'anima appartiene un'espressione che accresce se stessa.
Con il frammento 45: Per quanto tu possa camminare, e neppure
percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così
profondo è il suo logos Eraclito,
dopo avere anticipato Hegel e dopo averci progressivamente portato ad
accettare, con l’eterno divenire che sempre si richiude su se stesso, la
dimensione dell’eterna realtà dell’essere, ci permette di recuperarci
all’interno di questo eterno divenire, di questa eternità nell’Essere come
momenti insopprimibili: ciascuno di noi resterà eternamente se stesso. Noi,
però, proprio perchè inseriti nel divenire, non saremo i noi stessi cristallizzati di questo preciso
attimo, diversi da ciò che eravamo mezz’ora fa, e, ancora, diversi da quello
che saremo tra mezz’ora. Ma allora che cosa siamo? Ciascuno di noi è una
dimensione di consapevolezza che cresce: ecco ciò che vuol dire Eraclito con il
frammento 115: All’anima appartiene
un’espressione che accresce se stessa . L’uomo è un’anima, una monade dirà
Leibniz, ma la monade in quanto realtà spirituale non può che accrescere la
propria consapevolezza, e in questo eterno processo è e diventa coscienza
assoluta insieme a Dio, in Dio, ma portando con sé il ricordo di tutto il
percorso che ha fatto, e quindi la propria individualità, che si fonde con
l’Essere divino senza che ciò lo annulli come individuo.
Questa affermazione è il trampolino
che ci proietta dalla filosofia alla religione, dal percorso razionalmente
convincente al mistero che ci vede emergere come coscienza. Questo fonderci
nell’Assoluto conservando il senso del nostro essere individuale è, in quanto
contradditoria, incomprensibile per la ragione e si apre a quello spazio
proprio della dimensione religiosa che nessuna filosofia potrà mai annullare.
E’ l’Infinito che, intuito dal discorso razionale come estremo limite a cui la
ragione umana può giungere, si propone e diventa accessibile unicamente
all’esperienza del mistico che al di là degli steccati di qualsiasi religione
istituzionale può portare a compimento la ricerca del filosofo.
Grazie ad Eraclito, ma andando oltre
Eraclito, si può credere, su un piano religioso, che l’essere individuale che
noi siamo cresce, crescerà all’infinito attraverso un ciclo continuo di nascite
e morti, fino al giorno in cui non
avendo più bisogno di reincarnarsi nella forma umana si scoprirà su dimensioni
nuove, diverse, nuove forme di riemersione e immersione nell’Essere, perché la
vita non è solo questa realtà di materia cui siamo abituati.
Ci sono anche teologi che hanno prospettato che le gerarchie angeliche
siano spazi e dimensioni nelle quali il progredire dell’uomo avrà modo di
svilupparsi senza più essere limitato in e da un corpo fisico; quest’ultimo è,
come già osservava Platone, una grande protezione ma contemporaneamente anche
una grande zavorra, per cui questo ciclo infinito di riemersioni come individui
ci porterà un giorno, e non sarà più un giorno così come noi lo intendiamo,
alla sensazione vissuta e non più solo intuita di essere in Dio, e in quel
momento ci accorgeremo di esserci da sempre, scopriremo che non siamo mai
usciti da Dio e ci ritroveremo in tal modo all’interno del pensiero di S.
Agostino, quando affermava che il tempo è reale per l’uomo e nell’uomo ma non
ha, in sè, alcuna realtà.
Prima di chiudere con Eraclito
proviamo ad accostarci in modo intuitivamente più approfondito alla dimensione
dello yin e dello yang.
Quando si afferma che è opportuno
utilizzare i termini yin e yang è perché nella nostra cultura non esistono come
parole e quindi sono neutre: se si dicesse che Dio è bene e male, qualcuno si
ribellerebbe subito; quando invece si dice che Dio è yin e yang si creano meno
tensioni, perché yin e yang non hanno per noi valenze etiche anche se, in realtà,
yin e yang sono proprio i due poli opposti, onnicomprensivi. Se volessimo
utilizzare una dimensione fisica potremmo dire che yin è la forza esplosiva,
espansiva, il big bang, che crea il mondo; yang è la forza di attrazione, la
forza centripeta, è la forza gravitazionale che farà sì che, finita
l’espansione, l’universo si
ricompatti e che dopo il big bang ci sia il big crash, in un eterno ciclico
pulsare.
Il divenire di cicli che si chiudono
su se stessi, mai identici l’uno all’altro in quanto espressione dell’Infinito,
questo eterno divenire che
è taoista,
che è eracliteo, può essere sintetizzato dall’antico simbolo cinese chiamato
“Diagramma della Realtà Ultima”.

La figura isolata, nello spazio
superiore, va immaginata in movimento rotatorio antiorario per fare meglio
intuire l’alternarsi dello yin e dello yang; movimento che si è cercato di
visualizzare nello spazio successivo con la serie delle sei figure che, però,
essendo state stampate “capovolte”, vengono a visualizzare il movimento corretto
in senso orario.
[


Nel disegno riportato in alto
compare un cerchio: al suo interno ci sono due figure, quella nera che nel momento della sua massima
espansione ha però il seme del suo opposto, indicato da un cerchiolino bianco; e la figura bianca,
opposta al nero, che nel momento della sua massima espansione ha però il seme
opposto, nero. Immaginiamo, in questo caso, la rotazione in senso antiorario:
in questo modo noi vediamo che quando un fenomeno raggiunge il suo massimo
sviluppo, proprio in quel momento entra in funzione la radice del principio
opposto. Immaginando, per esempio, che la mezzanotte sia la metà delle ore del
buio, in quel momento è tutto
buio, ma proprio nel momento in cui la tenebra raggiunge il suo massimo
sviluppo, il seme della luce, comincia come radice a lavorare perchè il
principio opposto possa riemergere, per cui un po’ di ore dopo abbiamo ancora
un residuo di nero, perché alle 5 del mattino non è ancora luminoso, ma la luce
si intravede già. Poi c’è il ciclo della luce, che a sua volta quando raggiunge
il mezzogiorno, mese di luglio, la canicola più totale, in realtà sta già
cominciando a scendere.
Questa dimensione di continuo
divenire, immaginandola in rapida rotazione, ci dà la percezione della identità
dell’essere che è sempre se stesso, ma è realtà vivente; se invece ci fissiamo
all’interno dell’Essere e quindi immaginiamo di essere un punto di osservazione
ben preciso sulla circonferenza, vediamo il divenire, vediamo che dal buio spunta la luce, dopo il freddo torna il caldo, dopo il buono viene il
cattivo.
E' l’alternarsi dei due opposti, che
è inevitabilmente la realtà dell’Essere quando ci si percepisce come realtà
finita, come essere umano tra altri esseri umani, come oggetto tra altri
oggetti: in quel momento non si ha più la vista posta sull’Essere nella sua
totalità, non si coglie più l’equilibrio cosmico, che è sempre uguale a se
stesso, si coglie soltanto più l’alternarsi del bene e del male, e magari si
rincorre la luce, per cui se è buio si accende la luce, invece di accettare
l’ineluttabilità del buio incipiente.
L'oscuro yin segue il luminoso yang ma ciascuno di
essi, nel momento della massima affermazione delle proprie caratteristiche, già
rivela e pone in essere il seme opposto, fonte dell'eterno ciclico
capovolgimento di prospettiva. Nella sua simmetria rotazionale il T'ai-chi
ricompone l'unità dell'essere come realtà che, sempre recuperando se stessa,
diviene come realtà vivente.
L'anima, così come proposta da Eraclito, come momento
di eterna e sempre nuova consapevolezza di sè, che non ha confini e
continuamente accresce se stessa può, per certi versi, proporsi come
anticipazione del pensiero di Leibniz che individuerà nell'anima intesa come
monade, centro di coscienza, il mattone fondamentale dell'essere. E, proprio
come nel pensiero leibniziano il tentativo di salvare la realtà dell'individuo
nell'affermata unità dell'essere si presenterà come contradditorio su un piano
logico-analitico, così il pensiero eracliteo pone la stessa contraddizione e la
supera su un piano intuitivo: la tensione continua di un divenire, in cui
l'essere si costituisce come logos che eternamente ripropone se stesso, si
risolve e si manifesta nella dimensione dell'anima come centro infinito di
consapevolezza che "vede" il mondo cogliendolo come momento di se
stessa.
E come Leibniz era stimato come matematico ma
considerato enigmatico come filosofo così Eraclito venne definito
"l'oscuro", incomprensibile.
Ancora oggi la grande maggioranza degli uomini è
incapace di accettare una simile visione del mondo e quei pochi che pure sono
affascinati da questa proposta trovano enormi difficoltà nel tradurla in una
condotta di vita coerente.