Definendo Eraclito come filosofo del
divenire e Parmenide come scopritore dell'immutabilità dell'essere si determina
una contrapposizione nella quale, per la sua rigidità, si perdono completamente
intuizioni e suggestioni filosofiche fondamentali che vedremo riemergere nei
secoli successivi, nella storia della filosofia.
Abbiamo già visto che Eraclito, partendo
dall'evidenza quotidiana, ci porta a conclusioni provocatorie, per cui alla
realtà, che è un fluire nel quale l'uomo comune si smarrisce, sovrintende un
logos che non si configura come divinità personale; è un logos
immanente-trascendente, inafferrabile sul piano logico e concettuale: il logos,
il senso del mondo è nell'eterno capovolgersi delle prospettive, per cui la
verità è tutto e il contrario di tutto. La razionalità del mondo si può
recuperare solo su un piano intuitivo, a cui il filosofo ci conduce passo
passo, partendo dall'analisi della realtà di cui è intessuto il piano
esistenziale: il fluire del tempo, il divenire delle cose, il nascere e il
morire. Il pensiero eracliteo è impegnativo perchè, partendo da questa
dimensione di evidenza che è sotto gli occhi di tutti, propone un salto che
pochi riescono ad operare: l'uomo comune non riesce a cogliere il logos e,
ancora più difficilmente, riesce ad operare in se stesso il salto evolutivo
grazie al quale scoprire l'infinito che ci costituisce, per cui io posso
diventare quell'evento e quel punto singolare nel quale il bene e il male
emergono come tali e le cose che l'umanità vive come destino diventano invece
scelta consapevole. Malattia e salute sono soltanto squilibrio o equilibrio, ma
questo equilibrio si costituisce nel fiume del divenire: è, quindi, equilibrio
dinamico, mai definitivo, che nessun dormiente può sperare di conseguire
consapevolmente.
Il filosofo, il risvegliato, è l'io che sa dirigere
le proprie scelte nella vita e oltre la vita, nel senso che vivendo
consapevolmente sa scegliere tra lo yin e lo yang e ciò non produce solo lo
stato di equilibrio che si chiama salute ma realizza contemporaneamente una
vita che, come karma, costituisce la premessa che spiega razionalmente le
condizioni di partenza di una vita futura. Il logos si manifesta, quindi, come
il passato che spiega il presente e che, insieme ad esso, condiziona il futuro:
nell'io consapevole l'anima si rivela come infinito quando nel suo insondabile
abisso avviene la scelta per la quale e nella quale bene e male perdono la loro
unilateralità e irriducibilità e, in tale evento, il peso del nostro passato
come capacità di condizionare il futuro si riduce in funzione della
consapevolezza via via raggiunta.
Con Parmenide la situazione cambia: l'affermazione
"l'essere è", con la quale si è soliti sintetizzare il suo pensiero,
con la banalità dell'evidenza tautologica copre uno spessore problematico che
solo la riflessione filosofica riesce a cogliere: l'apparente banalità della
formula nasconde una vertiginosa profondità metafisica. "L'Essere è"
significa "Dio esiste", ma in una accezione che il credente di solito non prende in considerazione.
L'esistenza di Dio come infinito in atto riduce a illusione la molteplicità e
il divenire: in altre parole, annienta il nostro mondo, la nostra realtà. Si
parte dalla intuizione dell'essere nella sua dimensione assoluta nella quale il
divenire, la molteplicità, lo stesso capovolgersi di ogni prospettiva cessano
di essere significativi. Vita e morte si costituiscono come realtà nel tempo e,
in esso, si oppongono diventando reciprocamente incomprensibili. La dimensione
parmenidea è l'eterno infinito presente nel quale, scomparso il tempo, le
opposizioni spariscono: vita e morte, salute e malattia, io e non-io si
rivelano illusioni perché l'Essere è. Quando Platone, accennando a Parmenide,
lo definisce "venerando e terribile" coglie a fondo l'abisso
dell'"Essere è" per cui, se solo si cerca di approfondire con discorsi
e con analisi concettuale questa affermazione si esce dall'assoluto
dell'intuizione per ritrovarsi nel finito, nel molteplice, nella temporalità.
Quando si afferma che Parmenide parte dall'intuizione dell'essere, ci si trova
di fronte ad una proposta che richiede un impegnativo sforzo di riflessione:
l'uomo comune coglie la molteplicità e il divenire, non l'essere. Nel “l’Essere
è" abbiamo il trascendimento totale di ciò che normalmente si chiama
realtà e vita. Il divenire di Eraclito è sotto gli occhi di tutti, è la vita
vissuta. L'Essere è, è un concetto limite, una intuizione che è la massima
astrazione a cui la mente umana possa giungere. Solo chi ne realizza in
profondità il significato può intuire il senso dell'espressione biblica
"Io sono colui che è" ma, in realtà, l'espressione parmenidea
costituisce un enunciato molto più impegnativo e, filosoficamente, più corretto
dell'espressione biblica, la quale nasconde una trappola. E' la trappola della
personalità di Dio, per cui siamo in presenza di ciò che Hegel chiamerà il
"cattivo infinito": un Dio che è ancora un "io", un
"colui che". Di fronte al “l’Essere è", e sono parole testuali
di Parmenide, "...saranno tutte
soltanto parole, quanto i mortali hanno stabilito, convinti che fosse vero:
nascere e perire, essere e non essere, cambiamento di luogo e mutazione del
brillante colore." (Diels,
22B, 8, 42).
Parmenide scopre la potenza del pensiero umano: esso,
come consapevolezza, coglie se stesso e può spiegare contemporaneamente la
materia. Per noi, figli della cultura occidentale, è una filosofia inquietante
perchè nel suo spiegare la materia, recuperandola all'interno di una visione
monista, la riduce ad illusione, anticipando con ciò di molti secoli quello che
sarà l'esito dell'idealismo. Se rileggiamo, tra i frammenti pervenutici, questi
due passi:
"E' la
stessa cosa pensare e pensare che è, perchè senza l'essere, in ciò che è detto,
non troverai il pensare..." (Diels, 28B, 8, 38).
"Suvvia,
io dirò, tu intanto ascolta e accogli la mia rivelazione, cioè quali sole vie
di ricerca siano logicamente pensabili: e, precisamente, in quale modo una
esiste e non è possibile che non esista - è il cammino della Persuasione
(infatti accompagna la Verità) - e che l'altra non esiste e che è logico non
esista: io ti chiarisco come questo sia un sentiero che non si può scrutare;
infatti non potresti conoscere il non-essere, chè ciò non è fattibile, nè
esprimerlo." (Diels,
28B, 2)
ebbene, ci rendiamo conto che, se per definizione la
materia è qualitativamente diversa dal pensiero, e il pensiero, come
consapevolezza, è momento dell'essere, la materia diventa necessariamente non
essere. Si potrebbe obiettare che è un altro momento dell'essere, contrapposto
al pensiero ma, a parte il rischio di ritrovarci nella filosofia di Eraclito,
resta il fatto che, se così fosse, la filosofia avrebbe fallito. Se filosofare
è cercare il senso del mondo, scoprire che esso è costituito di due principi
inconciliabili e, quindi, reciprocamente incomprensibili significa ritrovarci
in quella che sarà la problematica conclusione del pensiero aristotelico: la
realtà è costituita di due principi opposti che, nella loro essenza sono dei
concetti limite, delle pure astrazioni.
La conseguenza di tutto ciò sarà la scoperta che il
reale è costituito di un indefinibile numero di realtà impregnate dei due
principi: la dicotomia aristotelica non riuscirà a chiarire dove
"finisce" la materia e "comincia" il pensiero negli uomini,
negli animali, nei vegetali, nei cristalli. Si cade in una infinita
molteplicità che ci costringe a constatare l'impossibilità di risolvere una
ricerca che, nel suo procedere, approda alla consapevolezza di un moltiplicarsi
all'infinito dei problemi. E, ancora, siamo così sicuri di poter distinguere
con precisione il confine tra la dimensione animale e quella vegetale, tra il
mondo organico e quello inorganico? L'attuale stato delle conoscenze a livello
subatomico rende insostenibili le certezze cartesiane che ci hanno accompagnato
per tanti secoli. Ma, allora, non potrebbe essere più giusto il discorso
parmenideo sulla unicità dell'essere? Nel momento in cui la fisica afferma che
la materia è energia, perchè non riconoscere che anche il pensiero lo è?
L'attuale stato della scienza ammette la possibilità di una ipotesi, che fino a
pochi decenni fa nessuno avrebbe mai pensato proponibile in campo scientifico:
l'ipotesi secondo la quale si può affermare addirittura che, in realtà, il
pensiero precede e pone la materia, nel senso che nell'esperimento di
laboratorio lo scienziato vedrà e misurerà ciò che ha pensato, proprio per il
fatto di averlo pensato. Nella storia della filosofia occidentale si è
sostenuta più volte questa tesi e Parmenide è il primo ad averlo fatto. Se
pensiamo al discorso berkeleyano ("Trattato sui principi della
conoscenza umana" § 5):
"... Vi può essere infatti uno
sforzo di astrazione più elegante
di quello che riesce a distinguere l'esistenza di oggetti sensibili dal fatto
che essi sono percepiti, sì da pensare che essi non vengano percepiti?..."
vediamo recuperata in pieno l'intuizione di
Parmenide. Secondo Berkeley, infatti, se percepire un oggetto è, in ultima analisi, un momento di
coscienza, dire che un oggetto esiste anche senza che io lo pensi diventa un "elegante sforzo di
astrazione" che, come tale, resta comunque all'interno della dimensione
del pensiero. Ecco il senso della affermazione secondo cui Parmenide scopre la
potenza del pensiero: con il pensiero posso affermare che la materia non esiste
senza che, per questo, il mondo, che è la mia coscienza del mondo, cambi. La
materia, come tale, non potrà mai "sapere" che esiste il pensiero e,
quando il materialista definisce fantasma, puro nulla, il pensiero come
contrapposto alla realtà del mondo materiale, non riuscirà più a spiegare come
possa quel puro nulla che è il pensiero cambiare il mondo, come si possa dalla
dimensione mentale del progetto passare alla costruzione del ponte o della diga
che cambiano il mondo. Quando Fichte definirà come dogmatico rinunciatario il
materialismo, avrà le sue radici filosofiche nel pensiero di Parmenide. Ancora,
quando alcuni filosofi proporranno la prova ontologica per dimostrare che Dio
esiste, non faranno che cercare di innestare nell'ortodossia cristiana
l'intuizione di evidenza assoluta del “l’Essere è", in realtà, però,
perdendo con l'affermazione della
personalità divina lo spessore ontologico-metafisico della intuizione
parmenidea. Consapevoli del rischio insito in tutte le sintesi estreme,
potremmo dire che gli empiristi sceglieranno il punto di partenza del pensiero
eracliteo, mentre gli idealisti si riconosceranno nella intuizione parmenidea.
Se, però, il pensiero eracliteo sfocia nell'intuizione del logos che ripropone
se stesso aprendo in tal modo all'intuizione di Parmenide, non così avviene per
quest'ultimo: "l'Essere è" è una sorta di buco nero da cui la realtà
spazio-tempo non può più riemergere.
L'intuizione dell'assoluto può essere il traguardo di
un lungo percorso filosofico di ricerca ma non può, come intuizione di
partenza, preludere ad un discorso filosofico che, per definizione, è ricerca.
L'"Essere è" è possesso della verità e, come tale, non ha più bisogno
di ricerca alcuna: è contemporaneamente inizio e termine del filosofare.
Parmenide può concludere un pensiero come quello eracliteo mentre sarebbe assurdo
pretendere da lui uno sviluppo. La ricerca, con Parmenide, diventa semmai
percorso interiore: è il soggetto che si sente nell'essere e che, quindi, non
si propone più come punto di riferimento privilegiato attorno a cui costruire
una spiegazione del mondo: l'io individuale, postosi nell'ottica dell'unità
dell'essere, intuisce il senso profondo dell'affermazione parmenidea della
illusorietà della dimensione spaziale e temporale. Chi entra in profondità
nella intuizione di Parmenide esce dalla ricerca filosofica: quando si riesce a
mettere a fuoco l’intuizione del “l'Essere è”, si è dei mistici e non più dei filosofi e la nuova
consapevolezza acquista dei connotati tali da porre il mistico ai margini della
civiltà occidentale.
Nei secoli scorsi l'Europa ha prodotto un certo
numero di mistici ma questi, quando già non si autoemarginavano dal contesto
sociale, vennero sistematicamente strumentalizzati: preziosi punti di
riferimento e di prestigio in un monastero, dove il carisma del mistico si
poneva come nucleo attorno a cui sedimentare e decantare la pericolosa tensione
religiosa dei radicali, sempre scomodi sia per la chiesa che per lo stato se
fuori dalla solitudine e dal silenzio di un monastero. Per il resto il mistico
europeo si è sempre trovato in difficoltà nel produrre modelli culturali
utilizzabili per cambiare la vita e il mondo di coloro che vivevano al di fuori
del monastero. Non stupisce quindi che, non appena il peso politico della
chiesa comincerà a ridursi, la cultura occidentale si definisca
progressivamente come rifiuto della metafisica. Può stupire, invece, che la
scienza del ventesimo secolo, e proprio la fisica che in modo inequivocabile
aveva ridotto la realtà scientificamente significativa al divenire e al
molteplice, stiano riscoprendo la realtà del pensiero che può spiegare il mondo
e, all'occorrenza, cambiarlo. Coloro che sono giunti a questa svolta hanno
intuito che la retta, nella quale con orientamenti diversi, possiamo vedere da
una parte il passato e dall'altra il futuro, è l'intuizione dell'infinito che
diventa in qualche modo accessibile alla coscienza umana nel suo contradditorio
scindersi nel transfinito delle
semirette opposte aventi lo stesso punto di origine: punto di origine
che non ha dimensioni spaziali e, per tanti versi, è il corrispettivo di quel
momento-punto singolare che gli astrofici hanno definito Big bang. Quando Cusano affermerà che una retta coincide con una
circonferenza di raggio infinito recupera, anche egli, l'intuizione parmenidea
per cui nell'essere come realtà assoluta le realtà individuate diventano
illusorie. Nell'infinito, l'essere si ripropone come uno, che, come dirà
Platone, non è l'unità dei bottegai e dei geometri ma è l'Uno del
matematico-filosofo che ha ritrovato se stesso in Dio. La retta è un concetto
limite, è una pura intuizione intraducibile in concetti definiti esaustivamente
sul piano intellettuale; se la si definisce come l'insieme di due semirette adiacenti, si afferma che la
retta è la "somma" di due cose che sono logicamente assurde: la
semiretta è un infinito che ha una origine. A questo punto è la
"realtà" della retta che fonda la semiretta e non viceversa. Ecco, la
dimensione impegnativa della filosofia di Parmenide sta proprio in questo suo
partire dall'intuizione dell'assoluto. In realtà lo stesso Parmenide, quando
cerca di "uscire" dalla assiomatica intuizione dell'essere nel
tentativo di provare a delineare su un piano concettuale l'intuizione
fondamentale, rivela l'impossibilità di trovare immagini ben definite e non
contradditorie:
"...poichè
esiste un limite estremo, l'essere è limitato da tutte le direzioni simile alla
massa di sfera rotonda, ugualmente pesante dal centro in ogni parte: infatti è
necessario che esso non sia in qualche modo più grande o in qualche modo più piccolo
in questa o in quella parte, poiché non esiste, no, qualche cosa che possa
arrestare il suo adeguarsi all'eguaglianza, nè è possibile che un essere sia
dell'essere da una parte più, dall'altra meno, poichè è tutto inviolabile:
perciò da tutte le parti eguale a se stesso, in modo eguale sta entro i
limiti." (Diels, 22B, 8, 48)
nel suo esprimersi "...poichè esiste un limite estremo, l'essere è limitato da tutte
le direzioni..." emerge con evidenza l'impossibilità di pensare e
descrivere l'infinito in atto: nessuno può farlo e Parmenide, rivelando con ciò
una caratteristica tipica del pensiero greco antico, piuttosto che rischiare di
ritrovarsi nell' "apeiron",
l’infinito-indefinibile di Anassimandro preferisce descrivere l'essere come
realtà "finita", cioè perfetta, conclusa, compiuta. Con lui la
cultura greca spinge il pensiero ai limiti delle proprie capacità.
Il percorso filosofico di Eraclito è in un certo
senso, come partenza della ricerca, più agevole, perchè si comincia dal finito:
il fatto che poi, proprio da questa dimensione egli possa giungere all'infinito
è una ulteriore sottile conferma dell'intuizione parmenidea dell'unità
dell'essere: da qualunque parte si cominci si è sempre nell'essere e, quando la
analisi e la consapevolezza saranno adeguatamente cresciute, ci si ritrova
immersi nell'Uno e, proprio per questo, questa scoperta si definisce come
autoconsapevolezza.
Niels Bohr, premio Nobel per la fisica, che riscopre
il taoismo e, con esso, il logos eracliteo, che è il modo di recuperare l'Uno
avendo alle spalle una vita di ricerca nata dal presupposto che la realtà è
molteplicità, è espressione esemplare di una evoluzione fino al diciannovesimo
secolo impensabile nel mondo scientifico. In questo senso si possono capire due
diverse affermazioni tendenti a mettere in luce in modo dialettico la filosofia
eraclitea e quella parmenidea.
La prima
definisce il pensiero eracliteo come un insegnamento preliminare: si entra in
una scuola iniziatica ed Eraclito costituisce il primo livello di apprendimento,
con il quale si può giungere ad una maggiore consapevolezza della vita come
viaggio dal passato al futuro. Chi riesce a rimettere in discussione le
certezze dell'uomo comune, certezze che hanno condizionato la sua vita di non
iniziato, arriva a scoprire l'infinito potere dell'io che, nella nuova
consapevolezza, giunge a scegliersi con una intensità irraggiungibile in
condizioni normali, tanto da potersi sentire detentore di un potere che dà le
vertigini: il potere di calare in quello che chiamiamo il piano della realtà
l'infinito costituente il piano della possibilità. Il dormiente è vissuto dagli
eventi, in lui qualcosa si manifesta ma questo qualcosa è lo spirito oggettivo
di Hegel: il dormiente è un soggetto sul piano anagrafico ma, sostanzialmente,
egli è ciò che la sua famiglia, la parentela, la cerchia di conoscenze, la
classe sociale e la società in cui è vissuto hanno plasmato. Nella migliore
delle ipotesi è un momento nel quale si esprimono una ideologia politica e/o
religiosa e, nella peggiore, un insieme di tendenze istintuali divenute stile
di vita in un particolare contesto storico e sociale. Il risvegliato si è
liberato da questi condizionamenti ed è, in tutti i sensi, rinato. E' una
rinascita, però, da intendersi nella sua accezione più radicale perchè non si
tratta soltanto di una rimessa in discussione di certezze precedenti, cosa già
non facile e, quindi, non di tutti, ma, molto di più, si tratta di realizzare
la consapevolezza della relatività e complementarietà di tutto ciò che per i
dormienti è invece ciò per cui merita vivere e, al limite, morire. Qui e solo
qui può inserirsi come ulteriore possibile sviluppo la filosofia di Parmenide
che potrebbe essere definita come l'insegnamento iniziatico di secondo livello.
Al dormiente, che teme la morte, si può insegnare che esiste la reincarnazione
e, in essa, il capovolgimento del rapporto tra vita e morte per cui, al limite,
la morte diventa la madre della vita e non più la sua nullificazione. Ma,
quando il dormiente è divenuto un risvegliato, allora e solo allora si
potrà insegnare che credere nella
reincarnazione è ancora essere lontani dalla verità perchè si è ancora radicati
in un bisogno di sopravvivenza dell'io che, per definizione, individua l'altro
come problema. Colui che ha capito il senso profondo del messaggio eracliteo è
giunto alla intuizione del logos che, nel divenire, afferma unicamente ed
eternamente se stesso. E qui siamo nell'Essere è di Parmenide: momento
culminante di un lungo processo di analisi critica e ingresso in una nuova
dimensione, l'intuizione del mistico che ha perduto se stesso perchè ha trovato
Dio o, meglio, ha compreso se stesso come "momento" dell'eterno
infinito Essere che è.
Un secondo modo di rapportare Eraclito e Parmenide
potrebbe essere l'affermazione che, con essi, il pensiero umano ha delineato i
due invalicabili limiti all'interno dei quali si sviluppa la ricerca
filosofica. L'eterno divenire o l'eterna immobilità dell'essere, quando non
vengono intuite come coincidenti, rappresentano le uniche due alternative
possibili. L'affermazione che il mondo sia nato in un punto e in un istante
"singolari" che la scienza ha chiamato Big bang se, come teoria, esclude che ciò rientri in un ciclico
eterno pulsare dell'essere, è la negazione di qualunque significato del mondo:
è affermare l'assurdità della filosofia come ricerca, dal momento che l'esserci
del mondo sarebbe frutto del puro caso. E, comunque, se un eterno pulsare tra Big bang e Big crash ci riporta al pensiero eracliteo la affermazione che il
mondo è nato per caso potrebbe essere vista come la versione laica della
teologia negativa, per cui nessun discorso razionale può essere fatto su Dio:
in ultima analisi, se è vero che il caso si prospetterebbe come il nulla che
toglie qualunque possibile significato all'esserci del mondo, fino a qual punto
non coinciderebbe con il Caso, un Dio imperscrutabile e inaccessibile alla
mente umana? Ma questo è Parmenide, nel senso che è la sua stessa intuizione
vista da una angolazione negativa. Se vogliamo fare filosofia questa è l'unica
scelta possibile: o il caso è il Caso oppure è meglio riimmergerci
nell'innocenza animale. Non si vede infatti che cosa di buono ci possa derivare
da una ricerca che si conclude nella heideggeriana lucida follia per cui
l'unica certezza è la realtà della morte, intesa come nullificazione totale e
definitiva.
Ecco allora il pensiero di Eraclito e di Parmenide
porsi come momento nel quale il pensiero occidentale ha individuato il campo e
i confini di ciò che significa fare filosofia: nessuno riuscirà a dilatare
ulteriormente questi confini. I grandi filosofi saranno quelli che, in un
contesto storico e culturale diverso, scaveranno più a fondo lo stesso terreno, saranno cioè capaci
di riesprimere le intuizioni dei due filosofi rendendole accessibili a strati
sempre più ampi di umanità, a rendere più facilmente assimilabili profondità di
riflessione che, nei frammenti pervenutici delle opere dei due filosofi greci,
sono difficilmente proponibili. I grandissimi filosofi saranno invece quelli, e
nella storia della filosofia occidentale sono più numerosi di quanto non appaia
a prima vista, che invece riescono a intuire la sostanziale convergenza dei
limiti delineati dal divenire eracliteo e dall'eterna immobilità parmenidea e
cercheranno di spingere la mente umana oltre i limiti che la logica coglie come insanabili
contraddizioni. Questi filosofi cercheranno di farci intuire che il divenire
dell'essere nasce dal nostro modo di essere coscienti; il tempo non esiste
fuori di noi ma è la condizione senza la quale non sapremmo di esserci:
l'orizzonte di ricerca filosofica, che in un primo tempo sembra estendersi su
una dimensione di opposizione lineare con le due estremità dell'eterno divenire
e dell'eterno infinito presente, si richiude e si unifica nella scoperta del
logos che si esprime nel divenire e che, nel suo significato filosofico più
profondo, coincide con il vertiginoso abisso dell'identità di Dio che, come
assoluto, non può che riproporre eternamente se stesso.
Le intuizioni di Parmenide sono
affascinanti perché ci invitano, pur essendo nel tempo, a proiettarci fuori di
esso, a proiettarci nel “l’Essere è”, a proiettarci nell’eternità di Dio per
arrivare a cogliere l’Infinito che è la nostra radice e che in noi si esprime.
Sono attimi di intuizione che, appena percepiti, immediatamente sfuggono perchè
in realtà noi ci siamo già in Dio, ci siamo da sempre.
Se vogliamo fare un esempio diciamo
che all’interno di Dio siamo come una persona che non ha mai ascoltato una
certa sinfonia di Beethoven, una persona che pure apprezza la musica classica,
ma non ha mai sentito quella particolare composizione; se le facciamo ascoltare
la sinfonia, all’interno di essa si perde, perché le è completamente nuova: non
è capace, mentre la ascolta, di conoscere l’evoluzione dei suoni, non è capace
di cogliere con sicurezza il filo conduttore che tutto collega in una
composizione unitaria, perché è travolto dalla dimensione musicale geniale,
eccelsa di Beethoven. Ci vorrà del tempo, dello studio, una lunga serie di
ascolti per riuscire a sentire un accordo e immediatamente ricordare cosa c’era
prima e già sapere cosa arriverà dopo, così come ci vorrà ancora più tempo per
riuscire mentalmente ad intuire tutta la sinfonia di Beethoven perché ce l’hai
dentro di te ormai. Ci vuole fatica.
Noi in Dio stiamo facendo questa
specie di apprendistato.
Eravamo animali, capaci solo di
cogliere la realtà dell’attimo e, diventando esseri umani, ci stiamo allenando
ad estendere la nostra consapevolezza nel tempo. L’animale è incapace di
proiettarsi nel passato e nel futuro: noi vediamo la gazzella che pascola
tranquillamente a poche centinaia di metri dal leone, semplicemente perché il
leone è sazio, e la gazzella non è capace di pensare alla potenziale
pericolosità dell’inquilino accanto, perchè vive l’attimo. Gli animali più
evoluti, in realtà, non vivono
l’attimo nella sua dimensione più totale, perchè sono già capaci di modificare
il loro comportamento in base ai risultati a cui tendono però in loro l’istinto
prevale nettamente rispetto alle scelte coscienti.
La Bibbia dice che noi siamo stati
cacciati fuori dal paradiso terrestre. La leggenda del paradiso terreste
riletta in senso esoterico è ben diversa da quella che l’ortodossia cristiana
ci ha tramandato.
Secondo quest’ultima, Adamo ed Eva
sono stati cacciati dal paradiso terrestre in conseguenza di una loro
disubbidienza nei confronti di Dio, facendo in tal modo perdere a tutti noi,
come loro discendenti, quella condizione di felicità.
In realtà non sono mai esistiti un Adamo
e una Eva storicamente reali.
La leggenda biblica, meglio sarebbe
dire la parabola biblica, simbolicamente esprime il passaggio evolutivo che
continuamente avviene tra lo stato animale e lo stato umano.
In questo senso il cane, che è già
capace di dominare il proprio istinto quando sente il “no” del padrone che lo
blocca nell’atto di uscire dal cancello di casa per rincorrere il gatto del
vicino, sta uscendo dal paradiso terrestre: il suo immobilizzarsi tutto
fremente in conseguenza del no è dovuto al fatto che associa a questo ordine
possibili premi e/o punizioni che ha già sperimentato e quindi il ricordo del
passato gli permette di dominare l’istinto che, in quell’attimo, lo spingerebbe
a dare la caccia al gatto. Allo stesso modo quando si accuccia vicino al
cancello vedendoci uscire a piedi o in bicicletta e lì accucciato aspetta il
nostro ritorno, cosa che non fa quando ci vede uscire con l’auto, è l’esempio
vivente di ciò che il racconto biblico ha sintetizzato: il nostro cane sta
evolvendo da uno stato puramente animale di percezione del solo attimo presente
per cominciare a vivere su una dimensione più ampia, in cui passato e futuro
già sono una realtà con cui si trova ad interagire e non sono più quel puro
nulla che invece caratterizza gli animali inferiori.
Non per nulla nel racconto biblico
non si dice che Adamo ed Eva fossero immortali. Essi, semplicemente, “non
conoscevano la morte” perchè erano incapaci di pensare ad essa come evento
futuro: essi hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e
del male, che possono essere percepiti come possibili scelte solo nella
dimensione temporale in cui, alla decisione dell’attimo presente, seguiranno le
conseguenze della scelta che si è voluto realizzare. Ecco la loro “colpa” ed è
in questo senso che, provocatoriamente, si può recuperare a livello esoterico
la figura femminile di Eva non più come responsabile della condizione umana
decaduta ma, piuttosto, come colei che ha avuto il coraggio di una scelta che
ci ha fatto uscire dalla incoscienza animale per misurarci sul piano della
consapevolezza umana che, a differenza dallo stato animale puro, deve
cominciare a fare i conti con gli effetti delle proprie scelte. A livello
esoterico questo discorso è sempre stato presente e l’affermazione della realtà
della legge di causa-effetto o legge del karma come caratteristica degli esseri
dotati di una coscienza superiore a quella animale risale ad epoche
antichissime, ben oltre il periodo in cui le nostre attuali conoscenze storiche
situano l’inizio della scuola pitagorica.
Coloro che hanno dimestichezza e
amore nei confronti degli animali domestici, con i quali riescono a stabilire
un rapporto di affetto e di intese, si ribellano alla rozza definizione
cartesiana degli animali come puri automi, assolutamente incapaci di
consapevolezza e di emozioni e sono già vicini alla dimensione pitagorica per
cui tutta la realtà vivente costituisce un fiume di vita che evolve sul piano
della coscienza.
Chi è stato in Cina e ha visitato il
mercato di una qualunque città è certamente stato testimone di un evento che in
Europa e in America non si verificherebbe. I cinesi mangiano il cane, così
come gli occidentali mangiamo il
coniglio e altri mangiano il gatto; nel mercato cinese è possibile vedere
un venditore che offre dei
cuccioloni chiusi in una gabbia; quando arriva un acquirente e sceglie
l’animale lì, seduta stante, il venditore prende il cucciolone per le zampe
posteriori e con un bastone lo colpisce in testa, esattamente come si fa con i
conigli. In quel momento si può notare che gli altri cani, nella gabbia, sono
rintanati in un angolo e visibilmente tremanti, cosa che non succede ai
conigli.
Il cane, proprio per il tipo di
evoluzione che ha già subito, è capace di percepire l’orrore di una fine che lo
aspetta e il cane che trema è, come Adamo ed Eva cacciati dal paradiso
terrestre, un essere vivente che esce dall’innocenza animale, che entra in un
superiore livello di consapevolezza e così percepisce il bene e il male al di
là dell’attimo presente. Entra nella dimensione del tempo, caratteristica
dell’essere umano che, attraverso il tempo, è destinato a evolvere su un piano
divino scoprendo l’eternità.
Non per niente nell’uomo l’eternità
è recuperabile in qualunque momento se solo abbiamo la capacità di entrare in
noi stessi.
Con il suo “l’Essere è” Parmenide ci
dà la prova che l’uomo può intuire Dio nella sua dimensione totale: sono
soltanto attimi di intuizione ma, se si è credenti, in quegli attimi qualunque
cosa ti stia succedendo perde la sua dimensione paurosa o galvanizzante: non ti
lasci più né entusiasmare né deprimere, perchè si è in Dio. Vincere alla
lotteria o perdere tutto nell’incendio della casa nell’attimo dell’intuizione
del “l’Essere è” cessano di essere significativi; sono attimi, perché in realtà
nessuno è capace di vivere su questa dimensione di intuizione perché dopo un
po’ di ore, supposto che siamo capaci di vivere ore di rapimento estatico, il
corpo comincia a imporre le sue esigenze, per cui si sente fame, sete, sonno,
la postura del corpo da cambiare, cioè il corpo ti richiama alla dimensione
spazio-tempo e perdi quello stato di grazia.
Con Parmenide la ricerca filosofica
raggiunge il suo limite estremo e ci viene proposta l’intuizione del mistico, abbiamo l’immersione
nella coscienza dell’Essere eterno e onnipervadente di Dio, per cui la morte,
da annullamento dell’essere, diventa un momento del divenire conseguente alla
nostra ancora inadeguata percezione della realtà.
Riprendiamo la citazione già vista:
“Saranno tutte soltanto parole
quanto i mortali hanno stabilito, convinti che fosse vero nascere e perire,
essere e non essere, cambiamento di luogo e mutazione del brillante colore.”
(Diels, 22B, 8, 42)
Sono tutte soltanto parole, perché
in Dio nulla, in quanto passato o ancora da venire, è perso. Qui si intuiscono
gli spazi che Leibniz ci aprirà, perché se Parmenide ci proietta dal tempo
all’eternità il filosofo e matematico tedesco ci proietterà in una dimensione
divina nella quale la compresenza degli infiniti universi possibili in Dio,
risolve metalogicamente il problema della coesistenza della libertà come reale
possibilità per l’uomo, nella necessità assoluta del “l’Essere è”.
Per meglio intuire le proposte di
Parmenide e Leibniz proviamo a pensare alla nostra vita rispettivamente come a
un segmento, una semiretta e a una retta.
La nostra vita può essere paragonata
a un segmento se siamo dei
materialisti e non abbiamo quindi alcuna prospettiva oltre la data della
morte che, per quanto non ancora definita, non è per questo meno reale: è
l’esistenza simbolizzata da un segmento che, più o meno lungo, ha pur sempre un
inizio e una fine.
Se siamo dei cristiani che non si
pongono il problema della coerenza filosofica della dottrina che viene loro
proposta come ortodossia, possiamo pensare alla nostra vita come a una
semiretta che ha un inizio, coincidente con il momento nel quale Dio ha creato
la nostra anima e che poi, essendo immortale, prosegue all’infinito come una
semiretta.
Il pensiero di Parmenide ci permette
di intuire che quelle che chiamiamo semiretta o segmento sono, in realtà,
momenti di una retta che, in quanto infinita, si richiude su se stessa in una
circonferenza di raggio infinito. Parmenide tuttavia utilizza, come esempio
migliore per intuire l’Essere, l’immagine di una sfera di raggio infinito e per
arrivare a questa sfera partendo dalla linea retta, che può ben sintetizzare la
nostra esistenza in quanto inserita nell’Essere, è interessante soffermarci un
momento sulla proposta che verrà avanzata da Leibniz.
Durante la nostra vita si susseguono
infiniti attimi, in ciascuno dei quali noi prendiamo o possiamo comunque
prendere decisioni che modificano il corso della nostra esistenza: in tal modo
ciascuno di noi ha la possibilità di vedere nel proprio passato delle scelte
che, in modo più o meno marcato, hanno determinato un cambiamento in quello
che, sulla base della esperienza precedente, poteva essere il nostro
prevedibile futuro. Tuttavia pensiamo alla nostra vita non in termini di una
linea spezzata in cui le “svolte” determinano una rottura con il vissuto
precedente perchè, comunque, vediamo queste svolte come logici effetti di cause
precedenti, per cui non abbiamo alcuna difficoltà a immaginare e parlare della
nostra vita come di un percorso rettilineo. Leibniz, invece, ci fa osservare
che in ogni attimo della nostra vita facciamo delle scelte o delle non scelte
che ci proiettano in quel possibile futuro che, a cose fatte, diventa per noi
che ragioniamo in termini normali l’unico futuro che ci ritroveremo come destino
segnato e che invece egli ci descrive come uno degli infiniti e tutti
ugualmente veri universi che potevamo scegliere: in tal modo Leibniz ci fa
osservare che, in Dio, tutte le possibilità coesistono come infinita realtà in
atto mentre per noi, che siamo una coscienza che continuamente accresce se
stessa, quella che chiamiamo vita è un percorso che ci costruiamo in
quell’infinito ipertesto che è Dio.
Se moltiplichiamo questo processo
per tutti gli esseri viventi che hanno delle capacità di scelta abbiamo una
dimensione vertiginosa, che ci ingoia nell’abisso delle sue infinite
interazioni: queste intersezioni determinano la infinita rete di percorsi
esistenziali che ci proiettano nello sfero o, meglio ancora, nell’ipersfero di
Parmenide.
Ecco un nuovo modo di intuire Dio,
un nuovo modo di pensare l’Infinito, che non è più solo l’eternità del tempo
come linea retta, ma eternità di rette che si intersecano continuamente; in
altre parole usciamo dalla circonferenza che è costruita su un piano
bidimensionale ed entriamo nella ipersfera ultradimensionale, perché bastano
tre rette che si intersecano per creare la realtà dello spazio tridimensionale:
ecco perché Parmenide ci parla di Dio, del “l’Essere è” come dello Sfero, che
non ha centro né alcun limite esterno, perché la sfera è l’immagine geometrica
che meglio ci dà l’idea della equivalenza di qualunque punto la costituisca: lo
Sfero di Parmenide non ha centro, per cui non esiste alcun punto di riferimento
e quindi qualunque punto dell’essere è equivalente agli altri, non è più
pregiato o meno, non è più buono o meno buono.
E’ sufficiente avere intravisto
questo livello di sapere esoterico per rendersi conto della necessità di una
prudente e graduale comunicazione del messaggio di verità, come praticato da
Gesù Cristo e raccomandato dai Padri della Chiesa.
In Dio, inteso come infinito ed
eterno presente del “l’Essere è”, non cambia nulla ritrovarsi come Lucifero o
come Gabriele; è fondamentale invece, per noi che siamo ancora immersi nella
illusione dello spazio tempo, scegliere da che parte stare perchè solo in
questo modo possiamo sviluppare la nostra consapevolezza; il bene e il male che
avremo deciso di visionare, con gli effetti conseguenti, determineranno quello
che molti chiamano destino e che l’esoterista definisce karma. In Dio l’angelo
della luce e l’angelo delle tenebre sono entrambi necessari, entrambi svolgono
una loro funzione che solo quando si raggiunge una consapevolezza di livello
superiore si scopre essere affascinante e meravigliosa.
Questa è la dimensione di Parmenide,
una dimensione nella quale la filosofia cessa di esistere come ricerca e quindi
con Parmenide abbiamo la morte della filosofia.
In questo senso possiamo dire che
con Eraclito e Parmenide abbiamo individuato i due estremi all’interno dei
quali si può fare filosofia: da una parte un Eraclito che, sottolineando la
realtà del divenire come inizio della ricerca filosofica, delimita il campo di
quella che sarà la futura filosofia materialista e di quella ricerca
scientifica che, dopo aver ridotto alla dimensione del misurabile la realtà
dell’essere degna di considerazione, finirà venticinque secoli dopo per trovare
ingenuo e semplicistico lo studio degli esseri concreti individuati nello
spazio tridimensionale, che per tanto tempo era stato il suo punto di forza.
Nel ventesimo secolo dopo Cristo si
arriverà ad affermare che le tre dimensioni dello spazio insieme con il tempo
determinano quella che viene chiamata curvatura spazio-tempo, per cui potrà
essere proposta la paradossale ipotesi per cui, se avessimo un cannocchiale di
potenza infinita e provassimo a guardare attraverso di esso noi vedremmo la
nostra nuca, perchè la luce, seguendo la curvatura spaziotemporale, ritorna al
punto di origine. E questa provocazione ci riporta allo Sfero di Parmenide.
Se siamo credenti recuperiamo la
parmenidea unità dell’Essere, se siamo non credenti l’eterno divenire di Eraclito ci travolge e siamo nel materialismo
ateo per il quale l’unica realtà è costituita dalle cose concrete, ma, immerso
in questa realtà, non riesci a
venire a capo di essa: ci provi, analizzi, studi, inventi il microscopio,
inventi il telescopio, ma quanto più potente è il telescopio che costruisci
tanto più lontano apparirà l’orizzonte della possibile ricerca, perchè
l’orizzonte precedente viene dilatato dalla tua nuova tecnologia. Quanto più a
fondo studi e analizzi nella sua dimensione intima la materia fino alle
particelle subatomiche così, di altrettanto, si allontana la comprensione
finale a livello scientifico e, se sei uno scienziato che ha dimestichezza con
la filosofia, ti rendi conto che quando, nel secolo diciannovesimo, si era
arrivati a riconoscere che nel continuo trasformarsi della realtà nulla si crea
e nulla si distrugge lo sviluppo scientifico nella cultura occidentale era
giunto a riscoprire Dio e,
contemporaneamente, a ricalcare il percorso di ricerca di Aristotele.
Per concludere, sintetizzando, con
Eraclito abbiamo l’inizio della possibile ricerca, che può partire da quello
che in nostri sensi ci testimoniano, da una ricerca di tipo materialistico, che
è la forma più ovvia di ricerca. Con Parmenide arriviamo alla fine della
filosofia, alla filosofia che ha raggiunto il massimo della sua potenza
intuitiva e con “l’Essere è” si entra nella dimensione religiosa, per cui si
lascia la filosofia e ci si abbandona in Dio.
Ovviamente sia nel Logos di Eraclito
come nel “l’Essere è” di Parmenide non possiamo pretendere di trovare Dio come
ci viene descritto dall’ortodossia cristiana perchè, in realtà, c’è molto di
più.
Infatti, Eraclito che afferma che il
mondo ha un senso e Parmenide, che ci pone di fronte all’infinita e vertiginosa
realtà di Dio come l’Essere che è, ci aiutano a cogliere i limiti a cui può
giungere la teologia che, diventando presuntuosa, finisce per prendere le
misure a Dio e costruire un’ortodossia che poi impedisce ad un religione come
quella cristiana cattolica di riuscire a riconciliarsi con le altre religioni.
Questo perché i teologi hanno definito tutta una serie di dogmi che non possono
più rimangiarsi, mentre se avessero il coraggio di recuperare una dimensione
religiosa più genuina, più “primitiva”, scoprirebbero che l’ecumenismo
cesserebbe di essere una parola per diventare pratica vissuta.