1. 3 - Pitagora               (.htm)

 

Pitagora è una figura che è diventata leggendaria, al punto che ci si può chiedere se sia veramente esistito ma, comunque, che la scuola pitagorica sia stata una realtà storica per oltre dieci secoli è un fatto indiscutibile. Quindi, se pure Pitagora che si tramanda sia nato intorno al 570 a.C. non fosse mai esistito, ci deve certamente essere stato qualcuno che ha dato inizio a questo movimento che dal sesto secolo a.C. arriverà al quinto secolo dell’era cristiana. In questa sede, tuttavia, il problema non ci preoccupa perchè a noi interessa mettere a fuoco quanto meglio possibile il messaggio filosofico esoterico della dottrina pitagorica.

In questi mille anni la scuola si è divisa in diversi filoni, dando origine a diverse comunità che opereranno in modo autonomo accentuando progressivamente la dimensione mistico religiosa presente fin dalle origini.

Secondo la maggior parte degli studiosi la scuola pitagorica sarebbe poi scomparsa nel momento in cui le contraddizioni interne a livello di capi carismatici e le difficoltà della dottrina, che non era più in grado di reggere di fronte alle contestazioni che lo sviluppo della matematica aveva nel frattempo prodotto, sono risultate non più sostenibili.

Nell’esoterismo invece si sostiene che la scuola pitagorica in realtà non è mai scomparsa del tutto, ma si è mimetizzata e ha cessato di essere una organizzazione nota sul piano pubblico perchè nel quinto secolo d.C. le persecuzioni contro i non cristiani erano ormai la regola.

Al di là di questo discorso, che verrà poi ripreso, esistono oggettivamente alcune difficoltà nel tentativo di delineare in modo corretto il pensiero di questa scuola. Da un lato, infatti, non esistono opere di Pitagora, che la tradizione descrive come maestro che ha trasmesso soltanto oralmente il proprio pensiero. D’altro canto la scuola pitagorica era un gruppo iniziatico che chiedeva, come condizione preliminare per essere accolti in essa, l’impegno al segreto e alla riservatezza più assoluti nei confronti di chi non faceva parte del sodalizio.

Sono molti coloro, da Aristotele a Diogene, che hanno lasciato nei loro scritti notizie più o meno dettagliate su questa scuola ma, per quanto seri ed affidabili di per sè, occorre sempre tenere conto del fatto che parlano di una realtà che resta anche per loro sfuggente nella sua dimensione più profonda.

Le notizie di cui oggi disponiamo, per quanto non ancora complete, sono tuttavia abbastanza solide anche perchè, quando si è raggiunto un certo livello di conoscenza sul piano esoterico, ci si rende conto della esistenza di una base dottrinaria che costituisce un vero e proprio denominatore comune di tutti i gruppi esoterici che portano avanti un discorso serio e che costituisce quel messaggio da sempre esistente di cui parlava S. Agostino.

 

Come pitagorici ci si impegnava ad una alimentazione vegetariana e la scuola era aperta anche alle donne, il che è una cosa eccezionale per quei tempi. Anche se non aveva alcuna preclusione sul piano del livello sociale di provenienza, la scuola pitagorica finiva comunque per essere un gruppo elitario perchè condizione fondamentale per accedervi era una conoscenza di base della matematica che, a quei tempi, solo chi non era costretto a lavorare per vivere poteva raggiungere.

I neofiti si impegnavano per due anni al silenzio più totale, silenzio non nel senso di non parlare con estranei della loro nuova esperienza perchè in questo caso l’impegno al segreto era per tutta la vita, quanto piuttosto al fatto che, nella scuola, per ben due anni essi non potevano far domande, ma dovevano solo ascoltare.

Si può giudicare questa richiesta in termini opposti da un lato valutando questo obbligo al silenzio come un vero e proprio progetto di demolizione della personalità per arrivare al plagio e, dall’altro, come un mezzo per portare la persona ad un nuovo livello di coscienza e di dominio di se stessa.

In altre parole, secondo questa ultima versione, i due anni di silenzio richiesto al neofita pitagorico erano un esercizio di autocontrollo che, se non superato, era la prova che non si era adatti per quel tipo di vita che, progredendo nei gradi della conoscenza, sarebbe stato necessario praticare. All’inizio, per esempio, non si imponeva il vegetarianesimo ma, finito il biennio di prova, la scelta vegetariana diventava la regola, pena l’esclusione dal gruppo. L’insegnamento pitagorico veniva somministrato per gradi, a mano a mano che l’interessato si dimostrava degno del nuovo livello di verità e una delle discriminanti per decidere se si era degni di un insegnamento di livello superiore era la progressivamente crescente conoscenza della matematica e della geometria confermandosi in tal modo, ancora una volta, come una scuola di élite. E a chi, oggi, facesse osservare che il teorema di Pitagora si studia nella scuola media inferiore si può rispondere che, allora, rappresentava un momento di conoscenza di alto livello sul piano matematico-geometrico e, inoltre,  con la sua interpretazione metalogica consentiva il passaggio al piano metafisico.

 

Leggiamo una citazione tratta da Diogene Laerzio che parla di Pitagora e dice:

 

“Essendo giovane ed amante dello studio emigrò dalla patria e fu iniziato in tutti i misteri greci e barbari, fu in Egitto e poi presso i Caldei e i Magi. Poi a Creta con Epimenide e in Egitto conobbe gli impenetrabili misteri e fu istruito nei segreti circa gli Dei.”

                                                 (AA.VV.  Grande Antologia Filosofica  -  Marzorati  -  vol. I,  pag. 43)

 

Noi non abbiamo la certezza che Pitagora abbia veramente avuto un curriculum così denso, ma alcuni ritengono addirittura che sia stato in India, perché certe conoscenze di tipo matematico, non verificate presso gli Egizi, potevano essere arrivate soltanto dall’India. Ma siamo sempre sul piano delle ipotesi.

Certamente con i Pitagorici il mondo occidentale acquista una consapevolezza matematico-geometrica veramente eccezionale, e qui vediamo per un attimo che differenza c’è tra la matematica per Galileo, per la scienza moderna e per Pitagora, per  mettere a fuoco le cose.

 

Quando Galileo parla della matematica afferma che essa è l’insieme dei parametri, dei criteri, dei principi con i quali Dio ha creato il mondo. E questo giustifica per Galilei la possibilità di poter studiare come scienziato il mondo e ricavarne le leggi che ne regolano i fenomeni perché il mondo è opera di una entità razionale che l’ha creato seguendo i principi matematici. Lo scienziato deve trovare questi principi, che saranno leggi immutabili perché volute da Dio.

Per la scienza moderna, invece, la matematica è un gioco affascinante, complesso, che l’uomo si è inventato. Che il mondo sia costruito secondo principi matematici è per la scienza moderna tutto da dimostrare, tant’è vero che, con la teoria della relatività generale di Einstein da una parte e la teoria quantistica e il principio di indeterminazione dall’altra, è arrivata a concludere che la conoscenza che l’uomo può trarre dallo studio dei fenomeni del mondo è solo di tipo probabilistico.

Quindi, mentre Galilei afferma che nel momento in cui lo studioso elabora una legge che spiega un fenomeno ha trovato la radice ultima di quel fenomeno, che sarà sempre soltanto governato da quella legge, la scienza del ventesimo secolo affermerà che, se si superano certe soglie a livello micro e macroscopico, le previsioni ottenibili sono, come già detto, valide solamente su un piano probabilistico e la validità è inversamente proporzionale al livello di approssimazione della ricerca.

Per semplificare, si cita sempre il fatto che se si riesce a stabilire dov’è esattamente un certo elettrone non si potrà più sapere a che velocità sta viaggiando, e se invece si stabilisce a che velocità sta viaggiando non si riesce più a capire dove sia, perché individuare un elettrone vuol dire intervenire su una realtà così minuta che lo strumento di analisi entra brutalmente nella situazione modificandone i dati oggettivi. Così, a livello macroscopico, dobbiamo accettare il fatto che il cielo stellato che noi vediamo aprendo la finestra della nostra camera da letto è assolutamente relativo e, in realtà, esiste non in sè ma solamente per il fatto che in quel preciso momento noi stiamo avendo la percezione di esso. Infatti noi vediamo come realtà contemporanea l’insieme di una incalcolabile quantità di stelle la cui luce impiega però per giungere fino a noi tempi molto diversi: la luce di una stella molto vicina al nostro sistema solare appare nel cielo stellato come coesistente e contemporanea a quella che sembra un’altra stella approssimativamente della stessa grandezza quando, in realtà, si tratta di un ammasso di milioni di stelle che ci testimonia le sue condizioni risalenti a milioni di anni fa perchè si trova, appunto, a centinaia di milioni di anni luce dalla nostra galassia. In altre parole, il cielo stellato che vediamo brillare in questo momento è un vero e proprio fotomontaggio in cui l’elemento fondamentale che il nostro occhio non potrà mai percepire è dato dal fatto che si tratta di realtà già passate da così tanto tempo che, in sè, potrebbero anche non esistere più.

Ciò che potrebbe apparire strano, a questo punto, è che la matematica funzioni per spiegare quella gran massa di fenomeni del mondo che sono all’interno di certe soglie. Lo studioso, però, ci chiarisce che la precisione con cui la matematica spiega i fenomeni che percepiamo con i nostri sensi è dovuta al fatto che il grado di approssimazione è così ridotto da poterci garantire che i risultati saranno, praticamente, nella totalità dei casi in grado di soddisfare le nostre aspettative. Ciò che, in questo momento, è importante sottolineare è che fino al diciannovesimo secolo lo scienziato avrebbe potuto accettare, come ipotesi da verificare, la concezione pitagorica del mondo mentre nel ventesimo secolo quest’ultima è diventata improponibile.

Vedremo come anche il venir meno della certezza, in favore di una dimensione puramente probabilistica, della possibilità di utilizzare la matematica per spiegare i fenomeni naturali, viene all’interno della dottrina pitagorica a portare acqua al mulino della stessa.

Per i pitagorici la matematica e la geometria, anzi essi usavano il termine aritmogeometria per indicarle come un’unica scienza, esprimono l’essenza ultima del mondo, con certezza assoluta.

Vedremo come all’interno di quella logica che è metalogica, logica esoterica dei Pitagorici, essi potranno spiegare come conseguenza necessaria il fatto che non si riesca a calcolare la diagonale del quadrato così come, aggiungerebbe oggi il pitagorico, sia ovvio che non si possa vedere e conoscere in tempo reale l’universo così come non si può sapere dove sia in questo momento un determinato elettrone, per lo stesso motivo per cui non si potrà mai esprimere con algoritmi matematici i movimenti delle molecole che compongono in un determinato istante una goccia d’acqua all’interno di un torrente di montagna, dato il numero incalcolabile di variabili in gioco.

Vedremo perché e in che senso queste impossibilità non siano per niente la prova che l’ipotesi pitagorica è falsa, ma anzi è un’ulteriore ultima prova della verità esoterica della visione pitagorica del mondo.

Il discorso che faremo a suo tempo sulla geometria frattale ci servirà per riprendere i discorsi che ora, con Pitagora, cominciamo ad affrontare. Per il momento osserviamo soltanto che la possibilità di utilizzare i moderni calcolatori nello studio dei cosiddetti fenomeni caotici ha cominciato a rivelare che, proprio là dove la nostra capacità di percezione si perdeva, per cui si entrava nel “caos”, riemergevano insospettate possibilità di utilizzo della matematica, con le sue leggi di simmetria e con la sua dimensione estetica. La geometria frattale, che parte da osservazioni e dati che verrebbero inizialmente definiti puramente casuali, giunge a risultati affascinanti sul piano estetico e ci dà la prova che alla base di quei fenomeni che da sempre hanno stupito le persone più riflessive e sensibili ci sono precisi algoritmi.

In una stanza l’atmosfera contiene umidità che non vediamo perché la temperatura è relativamente alta; ma se la temperatura esterna viene progressivamente portata a 10° sotto lo zero mentre, all’interno del locale, non si accende il riscaldamento, l’umidità prima invisibile va a condensarsi sulle finestre e, guarda caso, sotto forma di disegni geometrici, la galaverna; quando, d’inverno, vediamo la galaverna sugli alberi e la osserviamo con attenzione, ci rendiamo conto che è costituita da cristalli di ghiaccio, così come l’umidità atmosferica che si è condensata sotto forma di nube e che poi eventualmente si solidifica in neve è costituita anch’essa da minutissimi cristalli di ghiaccio, anch’essi strutturati in forme geometriche.

L’uomo oggi è riuscito a studiare con potenti strumenti di calcolo fenomeni che prima gli sfuggivano e ha  cominciato a trovare alle soglie dei fenomeni prima relegati nella dimensione caotica, l’emergere della dimensione pitagorica.

 

Analoghe osservazioni possiamo fare sulla dimensione del possibile. Se ora qualcuno sta leggendo queste considerazioni, questo qualcuno ha rinunciato a fare altre cose. Allo stesso modo ciascuno di noi sta facendo qualcosa di ben preciso, ma proprio la dimensione di possibilità escluse e non realizzate fa dire allo storico che quella che chiamiamo realtà è un evento di tipo probabilistico: nessuno può sapere che cosa succederà domani, possiamo solo fare previsioni distinguendole come più o meno probabili. Questo non solo perchè le variabili in gioco sono incalcolabili ma soprattutto perchè ciascuno di noi vuole credere che se siamo impegnati in una qualche attività è per nostra libera scelta, non obbligati da fattori necessitanti, per cui dobbiamo concludere che l’evento-del-momento è qui-per-noi ma poteva essere diverso perchè ciascuno di noi avrebbe potuto fare altre cose da solo o con altri e, comunque, modificando così il proprio e l’altrui mondo di esperienza.

Vedremo al punto 1.10 il pensiero di Leibniz, grande matematico, esoterista, inventore del calcolo infinitesimale, il quale ci spiegherà che è proprio la dimensione del possibile che proietta quella che chiamiamo realtà su un piano di iper realtà nella quale coesiste, alla pari, con gli infiniti possibili i quali, in Dio, sono tutti veri allo stesso modo: questa è la dimensione pitagorica.

La nostra attuale coscienza è uno strumento di percezione limitato: possiamo paragonarla ad un telescopio ottico, come quelli che possiamo sistemare sul balcone di casa nostra, o ad un microscopio didattico: strumenti con i quali il campo di percezione è piuttosto ridotto perché sono ben lontani dalle possibilità consentite da tecnologie più evolute, pure esistenti.

Così, per noi, la realtà vera è solo quella che chiamiamo storia, ciò che è veramente avvenuto, mentre ciò che poteva avvenire a noi risulta essere il possibile non realizzatosi, puro nulla. Se fossimo coscienze più evolute, dirà Leibniz, vedremmo che il possibile in realtà è vero su una dimensione diversa, solo che a noi sfugge.

 

Entriamo adesso in quella che è la metalogica di Pitagora partendo di nuovo da una citazione di Diogene Laerzio:

 

Principio di tutte le cose disse essere l’unità e da essa derivare la diade indeterminata come materia sottoposta all’unità come causa; dall’unità e dalla diade indeterminata derivano i numeri e dai numeri i punti, da questi la linea, da cui poi le figure piane, da queste le figure solide e da queste i corpi sensibili di cui gli elementi sono quattro -fuoco, acqua, terra e aria- che si trasformano e si muovono nel tutto e da essi si genera il cosmo animato, intelligente, sferico che contiene al centro la Terra anch’essa sferica e abitata.

                                                  (AA.VV. Grande Antologia Filosofica - Marzorati - vol. I pag. 44)

 

Qui Diogene ha condensato in una specie di sintesi oscura e incomprensibile quella che, secondo lui, è la dottrina pitagorica.

Cominciamo con l’osservare che, per quanto ci risulta, i Pitagorici in occidente sono stati i primi a sostenere che la Terra è una sfera sospesa nello spazio. Per inciso, osserviamo che Diogene, da buon greco che è convinto di appartenere  alla nazione più evoluta e di avere nell’oracolo di Delfi il punto di riferimento privilegiato del mondo, pone la Terra al centro del mondo: affermazione che, per un pitagorico, è inaccettabile. Lo stesso Aristotele afferma che la Terra non è una sfera ed è al centro dell’universo, quindi già la dice lunga su quello che è il sapere dei Pitagorici rispetto ad Aristotele.

Vediamo adesso di capire cosa significa questa unità che è una diade indifferenziata. Per Pitagora l’Uno è l’Essere parmenideo, è lo Sfero parmenideo, quindi Uno si scrive con la “U” maiuscola, perché è Dio, è l’Essere che coincide con la Verità: però attenzione, come tale l’Uno è, per usare i termini dell’Antico Testamento, abisso e silenzio, non si può cioè pensare l’Essere. Già  Parmenide ci dice, sì, che l’essere è uno Sfero, ma che non ha centro: è il suo modo di suggerire la intuizione meno inadeguata dell’infinito che ha, in qualunque suo punto, un possibile centro.

Siamo nell’abisso e nel silenzio, nel buio e nel silenzio; allora se vogliamo incominciare a pensare l’Uno, lo dobbiamo pensare come diade, nera e bianca (Si pensi al simbolo cinese “Diagramma della realtà ultima”), yin e yang, luce e tenebra, vero e falso, buono e cattivo…cioè l’Uno, nel momento in cui si comincia ad intuirlo in modo meno inadeguato, è una diade, è una compresenza di due opposti, che si sostengono a vicenda. In quanto diade possiamo coglierne la dimensione ternaria, dal momento che la compresenza della dimensione unitaria con quella binaria ha, nell’Essere, una sintesi intuitiva nel Tre: l’Uno è contemporaneamente il Due e, perciò, anche il Tre.

In questo modo, nella storia della filosofia occidentale, per la prima volta si tenta di “spiegare” il mistero della Trinità; quello che nella religione cristiana è Dio Uno e Trino eccolo qui, sei secoli prima di Cristo, per limitarci alla cultura occidentale: Dio è l’Essere e nella sua dimensione assoluta è la compresenza dialettica dei principi opposti e complementari e proprio per questo Dio è Uno e Trino perché, a seconda da che dimensione lo si guarda, questo Uno che contiene il Due implicitamente coinvolge il Tre e quel Tre non è Uno+Uno+Uno: è l’Uno che è contemporaneamente il Due.

Però attenzione, finchè siamo qui il mondo non esiste ancora, siamo ancora su un piano assolutamente metafisico.

 

Una breve parentesi: piano metafisico significa un piano trascendente, un piano che non appartiene a quella che per noi è la realtà, non siamo ancora nello spazio tempo, siamo in una dimensione singolare, assolutamente non descrivibile: qualcosa di analogo a ciò che, per la scienza contemporanea, è il “prima” del Big bang ipotizzato come evento singolare datato a circa 18 miliardi di anni fa.

Il  “prima” non esiste, perché il tempo nasce con il Big bang, per cui il termine “prima” ha significato da diciotto miliardi di anni e prima di allora c’è l’abisso e il silenzio: questo è il piano della metafisica.

 

Quando noi parliamo del mistero della Trinità, dell’Uno, che è insieme compresenza degli opposti e perciò è anche il Tre, noi siamo fuori dal mondo, siamo “prima della creazione del mondo”. Mettiamo le virgolette a quel “prima della creazione del mondo”, perché nella dottrina pitagorica il mondo non è mai stato creato perchè è eterna manifestazione dell’abisso e del silenzio dell’Essere. Ecco, allora, la eterna compresenza dell’Uno, del Tre e del Quattro: l’Uno come abisso e silenzio, il Tre come intuizione accessibile all’uomo della dimensione dialettica dell’Essere, il Quattro come il numero che simbolizza il mondo. Quattro perché è Uno+Tre e Due+Due ma, se è vero che la somma è sempre uguale, cambia sostanzialmente il senso della equazione se noi sottolineiamo gli addendi come 1+3 o 2+2.

Entriamo qui nella dimensione platonica della differenza fondamentale della matematica come strumento dell’uomo concreto, del “geometra e del bottegaio” e la matematica del filosofo che nei numeri coglie e comunica messaggi esoterici.

Quando si afferma che il mondo, come Quattro, è il risultato della somma di Uno+Tre, si intende sottolineare la eterna realtà del mondo, il “Deus sive natura” di Spinoza, si afferma la possibilità, per chi sa osservare il mondo in modo non superficiale, di cogliere in esso la manifestazione dell’Infinito nella sua insondabile e misteriosa unità che si dispiega nella dialettica metalogica dell’Uno-Due come origine e sintesi della infinita contrapposizione dei contrari, da cui ha origine la visione del mondo come insieme di realtà aventi ciascuna una sua identità, proprio in quanto contrapposta e distinta dal resto del mondo.

Qui, se continuiamo ad utilizzare il Quattro come simbolo del mondo, lo si intende come il risultato della somma di Due+Due. Siamo nella dimensione a cui alludeva Platone quando affermava che il sapere è il risultato del processo ascensivo e discensivo della dialettica, intesa come ricerca che identifica un momento particolare della realtà con una serie di distinzioni progressive che lo fanno emergere dall’Essere e, all’opposto, all’Essere ci riconduce.

Alla definizione dell’essere umano, per esempio, si può giungere, sempre partendo dall’Essere in cui tutto è compreso, attraverso una progressiva distinzione di questo genere: essere animato-essere inanimato; terrestre-che vola; di terra-di acqua; bipede-quadrupede; che parla-che non parla; ... . Tutto ciò che esiste e viene da noi percepito come realtà spazio-temporale, proprio in quanto partecipe ed espressione dell’idea di Essere offre all’uomo questa possibilità di indagine analitica e di recupero della coscienza del Tutto.

Nel momento in cui la conoscenza si realizza attraverso il processo dialettico su citato suggerito da Platone, stiamo sempre utilizzando il Quattro come simbolo del mondo, ma inteso come il risultato della somma di Due+Due, in cui il due, come primo numero pari, indica per Pitagora l’imperfezione perchè all’interno dell’Essere rappresenta il momento della contrapposizione all’Uno, momento che limita e finitizza l’Infinito e, perciò, è il Male.

Quando invece si simbolizza il mondo con il Quattro, inteso come Tre+Uno, si vuole sottolinearne la sua unità, infinitezza ed eternità poichè Uno è l’abisso e silenzio, la radice insondabile e misteriosa dell’Essere e Tre è il simbolo della massima intuizione-astrazione a cui può giungere la mente dell’essere umano che vuole poter pensare l’abisso e silenzio. In questo caso Quattro è un simbolo nella sua dimensione più astratta, ma è anche, insieme, il punto di partenza per giungere a costruire e visualizzare il quadrato e il cubo che diventano perciò, per i pitagorici, un altro simbolo del mondo: il cubo, proprio per la sua “realtà” spazio-temporale, può fornire altre potenti intuizioni, per cui dallo sviluppo del cubo si avrà la croce pitagorica, di cui faremo cenno più avanti.

Il Quattro come 2+2, quindi, per i pitagorici simbolizza il mondo come insieme di cose finite ed esprime la visione del mondo tipica dell’uomo comune, che si limita alla constatazione più ovvia e banale della realtà come insieme di cose finite che, proprio perchè credute tali, possono essere analizzate dalla scienza nella misura in cui fa della misurazione il suo cavallo di battaglia.

Riprendiamo ancora, per approfondirla, l’affermazione che il numero pari è un numero limitato, un numero che simbolizza l’errore e l’ignoranza: quando si utilizza il due si risolve un problema se si è in due persone e, volendo mangiare una mela la si taglia a metà; ma siamo nel finito, siamo nel mondo. Nel mondo il numero pari funziona, ha una sua precisa dimensione di realtà, ma sul piano della ricerca filosofica dei pitagorici, quando io dico Due –con la “D” maiuscola- intendo la dialettica degli opposti per cui, allora, alludo alla contrapposizione Bene/Male e, con ciò, si è fuori dal mondo, perchè questo Bene e Male non esistono in sé, se non nella nostra coscienza. Siamo noi che stiamo in questo momento pensando che esiste il Bene e che esiste il Male, ma qui siamo di nuovo nel Tre, c’è una coscienza che pensa il Bene e il Male; di più, c’è una coscienza che può scegliere se far diventare vero e in che misura il Bene e il Male, perché siamo noi che decidiamo se dobbiamo smettere di fumare o no, c’è il “fumo o non fumo” e io come coscienza che posso decidere. Finchè non esisto come coscienza sufficientemente potente, quindi non esisto come coscienza vera, io sono o un fumatore o un non fumatore, quando la mia coscienza è sufficientemente evoluta allora posso fumare senza che ciò comporti il bisogno di farlo, ed è un esercizio di distacco e di disidentificazione dalla realtà materiale che si può imparare a fare.

Il dispari, quindi, esprime la perfezione perchè abbiamo l’Uno –inteso qui come momento di autoconsapevolezza- che si ritrova in una posizione di equilibrio tra i due opposti e, anche se non decide quali dei due scegliere, nel momento stesso in cui li pensa e li distingue si trova già su una posizione che è tale da superare la contrapposizione: esiste il Bene, esiste il Male ed esisto io cosciente di entrambi, siamo già nel Tre.

Se tu sei immerso nella convinzione “Noi ferraristi siamo i migliori del mondo, gli altri sono sempre dietro”, il mondo ti scappa di mano perché non sei ancora diventato cosciente della relatività delle distinzioni: tu le hai assolutizzate e identificandoti in una di esse non domini più la situazione; è con il coraggio del riconoscerne la relatività che riscopri la tua potenza. Naturalmente questo implica responsabilità perché mentre prima o eri un ferrarista o eri un anti-ferrarista, ed eri ancora su un piano ludico, adesso sai che la Verità non è né da una parte né dall’altra e nella vita sarai costretto a fare scelte che dovrai pagare perchè, allora, siamo su dimensioni più serie e il gioco diventa più pesante.

 

Nel messaggio pitagorico, dallo sviluppo del cubo nasce la croce, potente simbolo che affonda le sue origini nella notte dei tempi di culture diverse:

 

 

 

 

 

 

 

 


In questo sviluppo il quadrato comune allo sviluppo del braccio verticale ed orizzontale simbolizza l’Uno come infinita origine e sintesi dell’Essere; il braccio orizzontale, con i due quadrati opposti al centro, simbolizza la dialettica contrapposizione dei principi opposti e complementari –Bene/Male- costituenti l’Uno e, nella misura in cui la contrapposizione si cristallizza e non si risolve in un momento di consapevolezza superiore, simbolizza la materia; il braccio verticale, con i tre quadrati restanti, simbolizza l’intuizione della Essenza Trinitaria dell’Essere ed esprime la dimensione spirituale della intuizione metalogica dell’Uno all’”interno” del quale la tensione dialettica Uno-Due, Bene-Male, ... recupera la propria identità nel Tre, come sintesi di consapevolezza eternamente presente.

 


Abbiamo detto che l’Uno è il Due e contemporaneamente, proprio per questo, il Tre, ma l’Uno e il Tre danno il Quattro che è il mondo come manifestazione della razionalità dell’essere.

Il Quattro, il Tre, il Due e l’Uno, sommati tra loro, costituiscono per Pitagora il numero perfetto, il Dieci:    4+3+2+1=10   e creano una figura piana che è il triangolo equilatero:

 

 

.

.     .

.      .      .

.     .     .       .

 

 

figura perfetta, con la quale per esempio il Cristianesimo simbolizza il mistero della Trinità. Se immaginiamo questo triangolo equilatero come la base di una piramide, otteniamo un tetraedro regolare che, per Pitagora, simbolizza la dimensione archetipale del mondo, perchè con il tetraedro abbiamo l’espansione nella terza dimensione, cioè nello spazio come da noi percepito, della perfezione razionale del Dieci.

Per i Pitagorici, i numeri hanno un significato recondito, misterioso: per esempio, oggi quando vogliamo annunciare il matrimonio mandiamo i confetti, quanti confetti? Cinque è il numero tradizionale, cinque è il numero che da 2500 anni nella scuola pitagorica si dice essere il simbolo del matrimonio; nel matrimonio, infatti, abbiamo l’unione del principio maschile e femminile, dei due principi opposti complementari, in questo caso il Tre e il Due che, con la loro somma, 3+2=5, ci proiettano fuori dalla Trinità, ci proiettano nel mondo concreto.

I numeri dispari erano chiamati anche “gnomoni”, data la possibilità di disporli a squadra:

 

 

 ___         ___

| . |       | . |

|   |___    |   |

| .   . |   | . |

|_______|   |   |_______

            | .   .   . |

            |___________|

 

 

Ma i numeri dispari, disposti a squadra insieme con 1, il numero parimpari che esprime l’eterna unità dell’essere, determinano spazialmente il quadrato. Esso è costituito da un numero pari, nel quale la fusione dei numeri dispari che lo compongono realizza, nell’insieme pari, la stabilità dell’essere che, nella simmetria ricomposta e armonizzata, esprime la perfetta identità dell’essere in sè.

 

 

                     _______________

                    | . | . | . | . |

                    |___|   |   |   |

                    | .   . | . | . |

                    |_______|   |   |

                    | .   .   . | . |

                    |___________|   |

                    | .   .   .   . |

                    |_______________|   

                    

 

In questo modo la serie dei numeri naturali e dei numeri dispari presenta una affascinante successione di richiami reciproci, per cui:

1+3 = 4 = 22  ;    1+3+5 = 9 = 32  ;   1+3+5+7 = 16 = 42  ;   ....

il che, da un punto di vista filosofico esoterico, può ulteriormente giustificare l’affermazione della perfezione del dispari, dal momento che con essi, pur trovandoci immersi nel campo della realtà fenomenica, è possibile comunque risalire alla perfetta unità-identità dell’essere parmenideo.

Le riflessioni filosofiche sui rapporti numerici che collegano i fenomeni naturali sono numerose e non è possibile qui elencarle compiutamente. Con esse si esprime un possibile atteggiamento dell’uomo nei confronti del mondo: partendo dal presupposto dell’unità e della razionalità dell’essere, si conclude che tutto è spiegabile in rapporti logico-matematici e, se poi si accetta che anche la dimensione del pensiero e dei sentimenti appartengono legittimamente alla realtà, anche queste dimensioni meno concrete esprimono e sono soggette alle stesse regole.

Si arriva quindi alla magia dei numeri.

Secondo i pitagorici i numeri presiedono a tutti i fenomeni: sono i pitagorici a far osservare che se prendiamo, ad esempio, una corda d’acciaio di una certa lunghezza e la facciamo vibrare, abbiamo un certo suono, se la dividiamo a metà abbiamo l’ottava superiore, se la raddoppiamo abbiamo l’ottava inferiore, l’ottava è l’insieme delle sette note, i sette suoni fondamentali e il Sette è il numero mistico per eccellenza: il Tre della Trinità e il Quattro della realtà spazio-temporale considerati unitariamente da cui, poi, si giunge al Dieci che è il numero perfetto perchè racchiude in sè il mistero della manifestazione dell’Essere.

Passiamo ora a quella che è la loro massima scoperta e al tempo stesso, per chi non è addentro alla filosofia pitagorica, il limite che spiega come i pitagorici non potessero che sparire.

Parliamo del teorema di Pitagora.

Esso afferma che, dato un triangolo rettangolo, la somma dei quadrati dei due cateti corrisponde al quadrato dell’ipotenusa. E’ una scoperta molto importante sia dal punto di vista pratico, come possibilità di semplificare le misurazioni, che sul piano teorico perchè questo teorema diventa, a sua volta, un passaggio chiave che permette la soluzione di altri problemi più complessi.

C’è da fare, però, una osservazione “sgradevole”: se tagliamo un quadrato, un qualunque quadrato, tracciando una delle sue diagonali si ottengono due triangoli rettangoli con i cateti di eguale misura. In questo caso il calcolo della ipotenusa, che è poi la diagonale del quadrato, è non definibile matematicamente perchè la somma dei due lati elevati al quadrato ci porterà sempre ad un risultato sfuggente perchè in esso sarà sempre presente la radice quadrata di 2 che è un numero irrazionale.

Nessuno potrà mai calcolare esattamente la radice quadrata di 2 perchè è un numero infinito, così come il p: il primo, la radice quadrata di due, esprime il tentativo di “prendere le misure” dell’Uno, di trovarne la radice, appunto; il secondo, il p, a sua volta esprime il tentativo di fissare un rapporto tra la circonferenza e il suo diametro, di stabilire cioè un rapporto quantificabile tra l’incommensurabile e il misurabile, tra l’infinito e la realtà finita.

Qualcuno ha osservato che la scuola pitagorica scompare quando si diventa consapevoli che non è possibile calcolare la diagonale del quadrato per cui non è più sostenibile l’affermazione pitagorica che il mondo ha dimensioni matematiche, dal momento che proprio la figura geometrica utilizzata dai pitagorici come simbolo del mondo nasconde al suo interno la impossibilità della verifica dell’assunto che è alla base della loro dottrina.

Qui arriviamo all’ultima conoscenza che veniva trasmessa ai Pitagorici, ai livelli più alti. Il fatto che non si possa calcolare la diagonale del quadrato non è la prova che le affermazioni pitagoriche sono sbagliate, è la prova che il discorso pitagorico vale per quanto riguarda la realtà del mondo, nel senso che la matematica è alla radice del mondo reale, ma il quadrato non appartiene al mondo, è una figura ideale che non esiste nel mondo spazio-temporale.

E’ il discorso che verrà poi ripreso da Platone, quando affermerà che le figure geometriche sono archetipi, sono l’eterno modello a cui si ispira e a cui tende la multiforme realtà terrena, ma che non sono  e non appartengono ad essa.

Colui che evidenzia che i due lati del quadrato, come cateti, sono uguali, non sta proponendo l’intuizione filosofica del perchè c’è il mondo, ma pretende di far credere che “esiste” qualche cosa composta di due elementi identici.

Il filosofo sa invece che non possono esistere due fili d’erba, due granelli di sabbia identici; nè potranno mai esistere perchè cadrebbe l’infinità dell’essere di cui essi sono espressione. Per cui o il quadrato è una dimensione intuitiva che esprime la unicità dell’essere nella molteplicità del divenire o, se pretende di essere visto, verificato, misurato nella nostra realtà molteplice, diventa assurdo, perchè è la negazione di quella dimensione nella quale siamo radicati nel momento stesso in cui facciamo questo discorso.

Ecco allora che la non misurabilità della diagonale del quadrato, invece di essere la prova che la realtà non è razionale, è l’occasione per intuire la meravigliosa interconnessione Uno-molti, Dio-mondo.

Nel quadrato ABCD sotto riportato, AB, come Uno, è Dio, il Dio indescrivibile “prima della creazione del mondo” come diceva Hegel. BC è il Figlio, è l’Uno uscito da se stesso, Dio che si autoaliena nella molteplicità dello spazio-tempo. AC, che chiude la figura e le restituisce la sua unità, è lo Spirito Santo come consapevolezza di sè, dell’Uno che riemerge dall’autoalienazione divina che ha dato origine al mondo.

 

Ecco perchè AC, diagonale del quadrato, non sarà mai calcolabile e proprio la “irrazionalità” della radice quadrata di 2 fa riemergere l’infinito, perduto nel momento in cui abbiamo creduto di poter dire che esistono due unità uguali e distinte: 1+1, appunto. In realtà 1+1 è un’illusione perchè l’essere è sempre se stesso e la molteplicità degli esseri è una “trappola mentale” che noi stessi ci siamo creata: se mai fosse possibile risolvere con la matematica che usiamo per fini pratici questo problema, avremmo impacchettato Dio, avremmo misurato l’infinito.

Nel momento in cui ci accingiamo al calcolo della diagonale partendo dai due lati uguali del quadrato, noi stiamo facendo la stessa operazione dei paradossi di Zenone ma, non avendo la sua consapevolezza, scopriamo l’impossibilità di giungere alla soluzione: per noi è uno scacco che ci disorienta, per lui era la conclusione prevista, con la quale, anzi, si dimostrava la logicità della tesi di partenza, secondo cui il nostro modo di percepire la realtà è limitato.

Quando si vuole con il teorema di Pitagora calcolare la diagonale del quadrato, si vuole concludere positivamente con gli strumenti dell’intelligenza un problema irrisolvibile, perchè ci si trova contemporaneamente su due livelli: il finito e, in quanto tale, misurabile, e l’astrazione, il prodotto impalpabile di quella intuizione geometrica che per Pitagora coglie l’essere vero del mondo, che non è quello registrato dai nostri sensi.

Sarà, questo, il discorso specifico di Platone, il cui pensiero avrà le radici nell’intuizione pitagorica: il quadrato non esiste in natura, semmai è l’archetipo del mondo che, considerato nella sua globalità, è perfetta armonia ed equilibrio. Se utilizziamo non più l’intuizione filosofica ma l’analisi dell’intelletto e della scienza non si riesce più a cogliere l’equilibrio e l’armonia complessivi. La nostra ricerca va ad impantanarsi in problemi irrisolvibili, come la ricerca della misura dell’ipotenusa di un triangolo rettangolo isoscele, i cui cateti sono uguali, i lati del quadrato, appunto: ci stiamo comportando, nei confronti del quadrato, come se fosse una realtà finita e non una intuizione, un simbolo, un archetipo.

Sottolineare come scacco l’impossibilità di calcolare la diagonale di un quadrato con il teorema di Pitagora significa non avere capito il messaggio profondo della scuola pitagorica e, mentre si rimprovera ai pitagorici questa difficoltà, si finisce per sostenere l’assurda affermazione che l’infinito, che si esprime in infiniti momenti “finiti”, possa esaurirsi, ripetendosi tal quale, in uno qualunque di essi.

E, come il quadrato non esiste nel mondo manifesto proprio perchè, per definizione, ha i lati uguali, così se guardiamo il mondo con l’occhio del filosofo e non più, come dirà Platone, con l’occhio pratico del geometra, ci renderemo conto che nel momento in cui scoprissimo due fili d’erba o due granelli di sabbia perfettamente identici noi avremmo demolito Dio come infinito: è un discorso che faranno Bruno, Cusano, Spinoza e che esprime l’intuizione umana dell’infinito per cui nel mondo, come espressione di Dio, non troveremo mai due attimi uguali, mai due cose uguali, mai due realtà identiche. Quindi quando si dice: “calcoliamo la diagonale del quadrato”…, quel quadrato è una pura intuizione matematico geometrica che non potrà mai esistere in concreto nella dimensione di realtà spazio temporale: è uno degli infiniti archetipi del mondo, sul quale è impossibile qualunque tentativo di quantificazione. L’impossibilità di prender le misure esatte della diagonale del quadrato è la prova che non è possibile prender le misure di Dio, dell’Infinito, e a questo punto Pitagora provocatoriamente dice, ed è esattamente il discorso che viene qui sottolineato, che la matematica nella sua dimensione di realtà perfetta è comunque alla radice del mondo anche quando è vista come realtà finita e, quindi, imperfetta.

 

Quella di Pitagora è una provocazione voluta perchè anche il mondo, come realtà imperfetta che con la matematica tu “misuri”, anche quel mondo lì, se pretendi di misurarlo con la perfezione assoluta, scopri che ti scappa di mano: se si pretende di misurare dove si trova l’elettrone si scopre che la matematica non funziona più, esattamente come quando si cerca di misurare la diagonale del quadrato. Ancora una volta si sta dimenticando che il mondo, in quanto espressione dell’Infinito, è anch’esso infinito: appare finito alla nostra percezione sensoriale e, come tale, ci permette di risolvere i problemi esistenziali per i quali è sufficiente un’approssimazione anche piuttosto rozza come quando, per coprire un tavolo, cerchiamo una tovaglia calcolando in centimetri.

La matematica esprime la nostra intuizione più profonda della radice di perfezione che spiega il mondo ma, se viene usata per prendere le “misure definitive” del mondo, se non vogliamo più coprire il tavolo con una tovaglia ma vogliamo sapere esattamente qual è l’orbita dell’ultimo elettrone periferico di cui è composto il tavolo, allora essa ci rivela un mondo assolutamente sfuggente perchè, in esso, si esprime l’infinito. In questi casi si giunge necessariamente allo scacco perchè si sta cercando di prendere le misure di Dio, siamo fuori, assolutamente fuori da quella che è la possibilità dell’uomo, che deve inchinarsi di fronte al mistero.

 

In questo senso la filosofia pitagorica sfociava in una dimensione religiosa: quando si arrivava al sapere più alto della scuola filosofica pitagorica si entrava nella religione pitagorica e quindi cessava la ricerca presuntuosa del filosofo, che voleva capire e sapere, e ci si inchinava davanti al mistero dell’Essere.

Ecco il discorso di Agostino quando afferma che l’uomo ha posseduto da sempre la Verità.

Il messaggio di Gesù Cristo, dei suoi discepoli e dei vescovi cristiani dei primi secoli è stato rivoluzionario perchè, per la prima volta, lo si proponeva anche ai semplici, alle persone socialmente emarginate ma, non per questo, era da fare alle masse in quanto tali. Riprenderemo questo discorso al capitolo 1.12, quando affronteremo le provocazioni di Nietzsche.

Come la spiegazione esoterica del senso delle parabole veniva riservato ai discepoli così, ora, questo discorso potrà essere intuito e accolto solamente da coloro che, indipendentemente dal titolo di studio posseduto e dal ruolo sociale esercitato, hanno la capacità di autogestirsi, la forza di portare avanti una personale ricerca della Verità. Ricerca della Verità che, se condotta con la necessaria coerenza e spregiudicatezza, potrà portare a scoprire che utilizzando nella nostra vita quotidiana, nella nostra alimentazione, i principi fondamentali del pensiero di Eraclito e di Pitagora si può arrivare al controllo dell’equilibrio Yin/Yang del nostro essere fisico, sperimentando concretamente giorno per giorno uno stato di benessere psicofisico assolutamente eccezionale.

Oggi, come sempre, possiamo affermare che ognuno ha la verità che si merita, ognuno ha il livello di verità che è in grado di sopportare perchè maggiore conoscenza implica, sempre, maggiore responsabilità.