Tra
i filosofi citati come meritevoli di una rilettura che può offrire spunti utili
per accostarci alla macrobiotica con maggiore consapevolezza non compare
Socrate perché tra il suo pensiero e quello di Platone non c’è soluzione di
continuità.
E’
per questo motivo che, pur essendo
esistiti Socrate e Platone come figure storicamente distinte che hanno
proposto due filosofie che si sono innestate l’una sull’altra, per un
insegnante di storia della filosofia è un problema precisare dove finisce il
pensiero di Socrate e dove comincia quello di Platone.
Tuttavia
questo non costituisce per noi una difficoltà, dal momento che intendiamo
cercare nella storia della filosofia occidentale le riflessioni che ci
permettono di avvicinarci quanto meglio possibile alla visione del mondo che
sta alla base della scelta macrobiotica.
Iniziamo
quindi da Socrate per ritrovarci poi gradualmente nel pensiero di Platone.
Socrate
è stato condannato a morte perché ha fatto discorsi inaccettabili per il potere
politico ateniese del tempo.
Socrate
era un uomo del popolo, Platone era figlio di aristocratici e avevano quindi amicizie
e protezioni diverse; Socrate aveva la genuinità e la “sfrontatezza” tipica
degli ingenui, dei semplici, dei poveri; Platone, invece, essendo vissuto in un
ambiente dove la gestione del potere era la regola, sapeva che su certi piani
bisogna camminare in punta di piedi, stando attenti alle parole che vengono
usate. Non per niente Platone si è espresso nei punti chiave del suo pensiero
con il mito e i suoi miti sono come le parabole di Gesù Cristo, che si
chiudevano con la precisazione: chi ha
orecchie da intendere intenda. Nessuno ha mai potuto accusare Platone di
avere rivelato cose pericolose a chi avrebbe potuto farne cattivo uso. Socrate,
invece, quando si trovava davanti un potente presuntuoso e ignorante andava
duro e non mimetizzava i suoi giudizi. Tutto ciò gli creò dei nemici, per cui
venne condannato a morte con l’accusa di corruzione dei giovani e vilipendio
dello Stato.
Nel
Fedro Platone ci parla di un
colloquio avvenuto tra Fedro e Socrate e racconta che i due si sono trovati in
campagna dove, all’ombra di alcuni alberi per ripararsi dalla calura estiva,
hanno fatto tutte le loro discussioni. Leggiamo testualmente il passo che ci
interessa.
Siamo
nell’ultima pagina del libro e Fedro dice: “Va
bene, ma andiamocene, già la calura è diventata più mite”, e Socrate
risponde: “Ma non pregheremo prima di
avviarci?”, “Sicuro”, risponde Fedro, e allora Socrate pronuncia la sua
preghiera indirizzandola alla divinità della natura del posto, noi diremmo,
oggi, agli angeli protettori del luogo. Ecco la preghiera di Socrate: “Oh caro Pan” –Pan era il dio dei boschi,
in un certo senso era il dio universale della natura– “e quanti altri dèi qui dimorate fate che io sia bello di dentro”
–ecco come inizia la preghiera di Socrate: che io sia limpido come anima, come
pensiero– “che io ritenga ricco chi è
sapiente e che di denaro io ne possegga solo quanto non ne può prendere e
portare altri che il saggio”, poi si rivolge a Fedro e gli dice: “Dobbiamo chiedere altro Fedro? Per me ho
chiesto abbastanza.”, e Fedro risponde:
“Associa anche me in questa preghiera, perché i beni degli amici sono comuni”.
(Universale Laterza - Platone, opere
complete - vol: III, pag. 288).
Una
persona che ha questa sensibilità, che fa questo tipo di preghiere viene
condannato a morte perché corruttore di giovani.
C’è
però anche l’accusa di vilipendio allo Stato e, in questo senso, potrebbe avere
corrotto i giovani, avendoli cioè portati a disprezzare l’autorità costituita.
Effettivamente
Socrate, con i suoi giovani ascoltatori, tra cui c’era anche Platone, discuteva
anche delle leggi dello Stato e quando una legge appariva non giusta prendeva
chiaramente posizione facendone emergere la dimensione di inadeguatezza con i
suoi ragionamenti. Fu perciò relativamente facile trovare i testimoni che al
processo contro Socrate lo accusarono in questo senso. Però questi testimoni
non hanno detto che quando Socrate metteva a nudo i limiti di una legge non ha
mai incitato i giovani ad andare contro la legge in quanto non giusta, ma li ha
sempre invitati ad ubbidire alle leggi dello Stato, pur continuando ad
impegnarsi per chiarire sempre meglio la inadeguatezza delle leggi che,
comunque, finchè sono in vigore, vanno rispettate.
La
prova più evidente di come Socrate sia rimasto sempre fedele a questo suo
insegnamento è il fatto che ha accettato di morire, pur continuando a definire
ingiusta la condanna inflittagli dal tribunale.
Il
Critone, che è un’altra opera di
Platone, ci racconta dell’ultimo giorno di Socrate nella prigione.
Durante
il processo di Socrate i giudici avevano capito che l’accusa era stata messa in
piedi da una persona potente che era stata messa in ridicolo in pubblico e che
voleva vendicarsi e si trattava, quindi, di una vendetta personale. I giudici
hanno capito questo però, data l’influenza di chi aveva montato l’accusa,
sentiti i falsi testimoni portati, non avendo il coraggio di proscioglierlo
dall’accusa, cercavano tutti gli appigli per applicare la pena quanto più
possibile ridotta, e a un certo punto hanno messo Socrate in condizione di
scegliersi lui la condanna, visto che la normativa processuale lo permetteva.
La
legge ateniese del tempo, infatti, prevedeva che se il condannato riconosceva
la propria colpa e si autopuniva i giudici potevano valutare con maggiore
comprensione e, al limite, accettare la proposta stessa dell’imputato. I
giudici speravano che Socrate si autocondannasse all’esilio: in questo modo
pensavano di salvare capra e cavoli, nel senso di non scontentare il potente
che voleva vendicarsi di Socrate, salvando al tempo stesso il filosofo dalla
pena capitale prevista dal tipo di accusa.
Socrate,
invece, quando viene invitato a riconoscersi colpevole e a proporre egli stesso
la conseguente condanna, rivendica ulteriormente la propria innocenza giungendo
a proclamare a chiare lettere che la città di Atene dovrebbe prendersi cura del
suo mantenimento a spese della collettività, in considerazione della educazione
che egli aveva impartito ai giovani che lo seguivano come suoi discepoli.
Vedendo, poi, che tutto ciò veniva considerato dai giudici come una
provocazione, dichiarò che, se proprio doveva autoinfliggersi una pena, egli si
poteva multare di una mina d’argento, che era la somma di cui egli era in grado
di disporre precisando, però, che non era per lui affatto una punizione, visto
che egli non teneva in alcun conto il denaro. Da ultimo affermò che, su
pressione dei suoi allievi, che si erano dichiarati disposti a garantire il
pagamento, avrebbe potuto multarsi di 30 mine ma, questo, sempre all’interno di
un discorso che rendeva tutto ciò improponibile ai giudici che sarebbero
comunque apparsi come incapaci di riconoscere e proclamare la verità di un uomo
accusato ingiustamente.
La
condanna a morte fu inevitabile ma, anche in questo caso, si lasciarono a
Socrate ampi spazi perchè potesse sottrarsi alla esecuzione. Nel carcere,
infatti, ogni mattina il guardiano del carcere lo scioglieva, dal momento che
durante la notte era incatenato, per cui tutto il giorno era libero di stare
con i suoi allievi, con i quali continuava, come filosofo, a discutere sul
senso della vita, nell’attesa del giorno in cui sarebbe stata eseguita la pena
capitale.
Quando
giunse il giorno definitivo Critone, uno degli allievi che era nella cella di
Socrate, gli propose, in considerazione del fatto che la sua condanna era una
cosa indegna e una vergogna per la città di Atene, una sostituzione di persona:
cosa possibile, dal momento che il guardiano veniva a rimettere i ceppi al
condannato quando ormai era buio e tutto sarebbe finito in una multa al
discepolo che avrebbe preso il suo posto sul giaciglio.
A
Critone, che faceva questa proposta, ecco cosa risponde Socrate:
“Credi, tu, quello che credo io?
Dobbiamo noi porre, quale premessa, questo assioma: in nessun caso è nostra
opinione, mai, è retta cosa commettere ingiustizia; mai commettere ingiustizia,
a risposta di ingiustizia ricevuta; mai, se pur ci si tratta malamente, mai
difendersi trattando l’offensore
malamente per risposta del male ricevuto; o forse tu Critone ti senti di
ritirarti?” (Platone:
Critone - Rizzoli - pag. 84)
Qui
abbiamo Socrate che dà ai suoi allievi l’ultima lezione di coscienza morale:
abbiamo ripetuto da sempre che non bisogna mai commettere ingiustizia, neanche
se la stai ricevendo, ora io in questo momento sto ricevendo un’ingiustizia,
sono condannato a morte ingiustamente, ma per difendermi da questa ingiustizia
dovrei fuggire, contravvenendo alle leggi dello Stato, cioè commettendo
un'altra ingiustizia. A questo punto Socrate fa un discorso netto: per
difendermi da un’ingiustizia che sto personalmente subendo devo commettere
un’ingiustizia agli occhi della comunità, cioè un’ingiustizia più grande,
perchè la gente dirà che Socrate ha sempre parlato bene, ma al momento
opportuno, pur di salvar la pelle, ha ignorato la legge: in questo momento,
dice Socrate, la mia vita vale più o meno di un esempio concreto di rispetto
delle leggi dato a tutta la città? Quindi Socrate accetta di morire per
dimostrare che la legge va sempre rispettata perchè è comunque grazie ad essa
che è possibile la convivenza civile. Il rispetto è doveroso anche quando
l’applicazione della legge determina una ingiustizia come in questo caso perchè
in tal modo, egli dice, con la sua
morte verrà, forse, creata la condizione perché gli Ateniesi riprendano in
esame quella legge e in questo caso la sua morte avrà avuto un senso.
Ci
rendiamo conto a questo punto di come veramente il discorso di Socrate sia di
altissima coerenza morale: con la sua morte offre ai suoi allievi l’esempio più
alto di ciò che significa essere coscientemente critici ma cittadini esemplari:
un cittadino onesto contesta e può magari anche disobbedire ad una legge
ingiusta, ma non si sottrae mai alle conseguenze del fatto che tale legge è
ancora vigente.
Quando,
non molti anni fa, l’obiezione di coscienza al servizio militare era ancora un
reato ci fu chi, per non essere costretto ad esercitarsi ad usare le armi e
diventare un possibile strumento di morte, preferì andare all’estero
affrontando una vita da esiliato volontario e chi, invece, preferì presentarsi
in caserma e, lì, dichiarare la sua personale non disponibilità a fare il
servizio militare affrontando una serie di condanne via via più pesanti quando,
terminata la reclusione nel carcere militare di Gaeta, si veniva riportati nella
caserma e, ancora una volta, si ribadiva il rifiuto all’uso delle armi. Per
certi versi abbiamo una situazione analoga a quella di Socrate, se pure non
così esasperata. Coloro che ebbero il coraggio di affrontare il carcere
militare seguirono l’esempio di Socrate e, con il loro personale sacrificio,
costrinsero il parlamento italiano a modificare le leggi, per cui venne
riconosciuto il diritto alla obiezione di coscienza al servizio militare, di
cui in seguito poterono usufruire migliaia di giovani.
Stranamente,
nella maggior parte dei testi scolastici si dice che Socrate ha cercato per
tutta la vita la Verità senza però mai raggiungere una conclusione definitiva:
come si può fare una simile affermazione, parlando di un filosofo che ha
accettato coscientemente di morire per non rinunciare alle proprie certezze?
Diciamo, piuttosto, che Socrate, che con i suoi discepoli cercava di definire
la Virtù come bene supremo, l’aveva già personalmente trovata: Socrate la Virtù
l’ha definita, l’ha messa a fuoco, ma in termini difficilmente proponibili a
livello di massa, tanto da risultare, ai più, incomprensibile e il processo e
la condanna a morte che dovette subire ne sono la prova. Nel momento in cui
Socrate affermava che nessuno sceglie coscientemente il male intendeva
affermare che l’errore e le differenze di valutazione, che distinguono
posizioni discordanti e tra loro anche molto lontane, sono soltanto livelli
diversi di chiarezza con cui ogni singola persona percepisce l’unica realtà che
è il Bene.
Qui
siamo ormai nel cuore della filosofia platonica: quando, con Socrate,
affermiamo che ognuno ha la verità che si merita e che il proprio livello di
maturazione gli permette di cogliere stiamo, in altre parole, dicendo con
Platone che ogni momento della realtà è espressione dell’Essere che è Bene. Se
Dio è Bene e Dio è tutto ciò che esiste, anche colui che in questo momento ci
sta insultando, anche lui è un momento della Verità con la V maiuscola, anche
lui è un momento di Dio. La mia verità può essere, per me, superiore alla sua
poichè ritengo di essere evolutivamente più avanti di lui, ma nel momento in
cui faccio questo tipo di considerazioni c’è già da mettere in discussione se
io sia veramente più evoluto di lui perché, per lo meno, se così fosse,
riconoscerei la necessità di ciò che è successo, per il fatto stesso che è
avvenuto: dire che la mia verità è più evoluta della sua mi mette già su una
posizione insostenibile sul piano della filosofia socratico-platonica.
La
Verità è una conquista assolutamente personale, ecco perché il dialogo di
Socrate non arrivava mai, apparentemente, a una conclusione: il dialogo, il
dibattito condotto da Socrate è una
testimonianza che serve da stimolo ad una possibile autocritica per il
suo interlocutore: se lui non ci arriva, non la sente, non la percepisce come
occasione per rivedere la propria dimensione personale di verità soggettiva è
perché la sua verità gli va ancora bene. In effetti nel mondo non c’è nessuno
così sciocco da fare una cosa che non ritiene giusta, che non ritiene essere la
migliore: anche colui che mi sta sfilando il portafoglio dalla tasca, sta in
quel momento oggettivamente cercando quello che dal proprio punto di vista è il
bene e non è ancora in grado di capire che, se viviamo in un mondo in cui è
bene prendere il portafoglio a uno che è disattento, in realtà prima o poi ci
sarà qualcuno più furbo di te che, a sua volta, ti deruberà e quindi è un gran
brutto mondo quello che egli sta creando con le sue premesse.
Torniamo
alla affermazione che nel mondo ognuno ha la verità che si merita: questo è il
provocatorio insegnamento di Socrate, e al tempo stesso è la grande verità di
Platone, che con il mito della caverna ci dice che ogni uomo ha il livello di
verità che ha saputo meritarsi, per cui se tu prendi l’uomo che è incatenato al
fondo della caverna e di brutto lo porti fuori rimane accecato, non vede
niente, quello che per te è la luce per lui è, oggettivamente, impossibilità di
cogliere l’evidenza.
Facendo
speleologia una delle esperienze iniziali che più rimangono impresse consiste
nel fatto che quando si entra nei primi antri della grotta e si percepisce la
dimensione buio, si fa già fatica, si cammina a tentoni e con molta attenzione
mentre invece, alcune ore dopo, all’uscita, ti rendi conto che proprio dove
muovevi con circospezione i primi passi al buio ora ti muovi con disinvoltura
perchè ci vedi molto bene ma, proprio per questo motivo, per uscire alla luce
del sole devi attendere un po' di tempo perchè le pupille possano adattarsi
alle condizioni di luce normali che invece possono in quel caso risultare
pericolose, tanto da poter determinare, al limite, la cecità.
Questa
è la dimensione di verità come conquista progressiva, la dimensione di doppia
verità che il Cristianesimo ha portato avanti per molti secoli, per cui certe
cose non si dicevano a tutti; è il discorso della scuola pitagorica dove la
Verità veniva proposta poco per volta; è il discorso di tutte la Scuole esoteriche nelle quali c’è una
progressione graduale delle conoscenze, sempre in rapporto alla personale
capacità di sopportarne le conseguenze: se si dice che Satana è l’altra faccia
di Dio ad un credente che non ha mai rimesso in discussione la propria fede non
lo aiutiamo a crescere, semplicemente lo scandalizziamo; se lo diciamo a uno
che è convinto che nella vita è meglio essere nel numero dei furbi che vivono a
spese degli altri, rischiamo di convincerlo sempre più che egli ha fatto la
scelta giusta e non lo aiutiamo ad impegnarsi per un mondo migliore. Facciamo
del bene a chi all’interno del Cristianesimo vive come dimensione di crisi
personale il fatto che nel mondo e all’interno stesso della Chiesa ci siano
delle cose che non quadrano: allora può accendersi in lui una luce di livello
superiore e giungere a intuire una dimensione di Dio all’interno della quale
anche Satana ha la sua funzione e arriviamo allora ad una dimensione di
Cristianesimo evoluto, nel quale non ci si stupisce, non si va più in crisi
quando nel mondo succedono certe cose e, contemporaneamente, non ci si arrende più
passivamente ad una fede che fa violenza alla nostra ragione.
Si
può osservare che anche il fedele che semplicemente è nell’ortodossia accetta
questo. Certamente, il fedele che è nell’ortodossia accetta che ci sia la
guerra in una qualche parte del mondo vedendola, comunque, come espressione
della volontà di Dio, che “sa quello che fa”, ma non ha più così facilmente
tanta fede quando suo figlio viene colpito da una malattia degenerativa a cui
la medicina non sa rispondere: in quel momento avere fede diventa una cosa da
eroi; nel momento in cui ti muore la persona che ami, in quel momento
continuare a credere in Dio che sa quello che fa è molto difficile. Se tu
invece hai già intuito il discorso di Satana come l’altra faccia di Dio, in
quel momento avrai una marcia in più.
Affermare
che Satana è l’altra faccia di Dio vuol dire che ciò che noi identifichiamo
come la sofferenza, il dolore, la disgrazia, il male sono un momento
dell’Essere e, quando Platone afferma che l’Essere è Bene ci sta dicendo che
quello che noi personalmente viviamo come male è un bene di livello superiore
di cui non riusciamo ancora a cogliere la dimensione positiva. In questo senso,
Satana è ancora Lucifero, continua a esserlo, per l’eternità è Lucifero, è
l’angelo più potente, ma finchè non avremo acquisito questa nuova
consapevolezza Satana rimarrà ancora sempre l’Altro, il Male.
Per
una persona normale è molto più facile vedere come un agente di Satana lo
stupratore, il genocida, colui che tortura, colui che interra le mine e non è certo
facile vedere in queste realtà l’altra faccia di Dio.
A
tutti noi è già successo di scoprire di essere stati, in modo assolutamente
involontario, causa di disagi e sofferenze per qualcuno. Anche la legge dello
stato prevede questa condizione e, in casi estremi, si arriva alla distinzione
tra omicidio doloso e colposo, che non è una differenza di poco conto.
L’esoterismo, in questi casi, pur non escludendo responsabilità personali come
la disattenzione o la superficialità, ci definisce come “agenti del karma”,
cioè come persone che stanno scaricando energie negative che l’uomo stesso ha
accumulato e si è meritato.
Nei
casi sopra ricordati, per quanto non si possa assolutamente definire come
azione involontaria il torturare o l’occultare mine che uccideranno e
mutileranno civili inermi e bambini innocenti, anche in quei casi l’esoterismo
vede nell’azione di queste persone certamente una precisa responsabilità che
dovrà poi a suo tempo essere pagata ma, contemporaneamente, per il fatto stesso
che tutte queste nefandezze succedono, si afferma pur sempre anche in questi
casi una dimensione karmica per cui, per quanto tremendo sia affermarlo, anche
le vittime sono a loro volta coinvolte in una legge di riequilibrio karmico. Se
così non fosse, il mondo sarebbe espressione di una dimensione casuale e non,
invece, di una razionalità assoluta.
Nel
Vangelo (Giovanni 9, 1-3) c’è un passo che
richiama il discorso esoterico della reincarnazione anche come condizione
necessaria per pagare vecchi debiti e crescere sul piano evolutivo:
“Camminando Gesù passò accanto a
un uomo che era cieco fin dalla nascita. I discepoli chiesero a Gesù: Maestro,
se quest’uomo è nato cieco, di chi è la colpa? Sua o dei suoi genitori? Gesù
rispose: non ne hanno colpa nè lui nè i suoi genitori, ma è così perchè in lui
si possano manifestare le opere di Dio.”
Non
per nulla la Chiesa cristiana ha portato avanti per diversi secoli un discorso
sostanzialmente neoplatonico, all’interno del quale la dottrina della
reicarnazione e la necessità di rivelare gradualmente la verità hanno avuto un
ruolo fondamentale.
S.
Agostino, nel 386 d.C., scrive nella sua opera “Contra Accademicos”:
“Il messaggio di Platone, il più
puro e il più luminoso di ogni filosofo, ha dissipato le tenebre dell’errore ed
ora risplende specialmente in Plotino, un platonico così simile al suo maestro
che si penserebbe vissero insieme o piuttosto, dato che un periodo così lungo
li separa, che Platone sia nato di nuovo in Plotino.”
All’interno
di questa dimensione tutto quello che viene chiamato male diventa, per l’esoterista, o il pagamento di un vecchio
debito, che tu stesso hai contratto, oppure è l’occasione che Dio ti concede in
quanto sei già particolarmente evoluto, per accelerare la tua evoluzione: sono
esperienze che possono creare l’energia necessaria per mettere in moto una
evoluzione che, dall’esterno, può apparire miracolosa. In altre parole, Dio ti
sta dando l’opportunità di accelerare la tua evoluzione personale per cui, al
termine di questa sofferenza, ti ritroverai con una marcia in più.
Se
poi questa sofferenza dovesse concludersi con la morte, il pensiero platonico
afferma che tu rinascerai con le premesse per sentire più facilmente dentro di
te come Verità ciò che in questa vita non hai sentito come tale: magari le hai
lette da qualche parte, le hai sentite proporre ma quelle cose, in quanto così
diverse da quelle che ti hanno insegnato, non sei stato disposto ad indagarle e
a metterle alla prova come potenzialmente vere; quando rinascerai ritroverai le
occasioni che riproporranno le stesse suggestioni e, allora, dentro di te
sentirai che potrebbe essere vero e troverai in te stesso l’energia per provare
a vivere e verificare queste nuove prospettive. E la vita cambierà, ma questa
volta per tua scelta consapevole.
Si
è detto da più parti che abbiamo un primo Platone e poi un secondo Platone: il
primo Platone quando egli afferma che il mondo vero è il mondo delle Idee, il
mondo degli Archetipi mentre questo nostro mondo spaziotemporale è il mondo
della caverna, il mondo della ignoranza. Sempre nel primo Platone si dice che
il corpo è una prigione per l’anima. L’ultimo Platone, secondo questa ipotesi,
avrebbe cambiato idea dal momento che arriverà ad affermare che il corpo è una
protezione.
C’è
un altro modo di vedere Platone ed è quello di sottolineare che egli era un
iniziato che, per la prima volta, in pubblico fa un certo tipo di discorso, per
cui usa i miti, perché certe verità non si possono dire a tutti, esattamente
come, anche nel Vangelo (Matteo 7, 6),
c’è l’indicazione:
“Non date ai cani ciò che è
santo, perchè non si rivoltino contro di voi per sbranarvi, non gettate le
vostre perle ai porci, perchè non le calpestino con le zampe.”
Tuttavia,
pur diluendo attraverso i miti la sostanza del suo discorso, nel primo Platone
abbiamo una posizione provocatoria e dura nei confronti della cultura ateniese
del tempo, caratterizzata da un materialismo contro cui egli si batte con
decisione. Il Platone successivo, che secondo alcuni avrebbe cambiato in modo
consistente il proprio modo di vedere la realtà è, invece, un filosofo che pur
non negando le affermazioni nette dei dialoghi giovanili, tende a sottolineare
come anche quello che era stato visto e definito come male sia, in un contesto
più ampio e in tempi più lunghi, anch’esso un modo per la realizzazione del
bene perchè nell’Essere il male non può avere esistenza e realtà autonoma.
In
altre parole il primo Platone è quello che sottolinea la necessità di una
svolta radicale quanto prima possibile perchè, se aspettiamo a fare certe
riflessioni quando saremo anziani, in quel momento ci ritrovereremo incapaci di
lavorare positivamente perchè sentiremo la vita che sfugge e non potremo, di
punto in bianco, cominciare a credere in una realtà diversa da quella che per
una vita intera abbiamo perseguito con tutte le nostre forze.
Il
secondo Platone fa un discorso più articolato e, in sostanza, sottolinea che
nell’Essere, che è sostanzialmente Bene, anche il Male ha la sua funzione
positiva, quindi anche quello che nei dialoghi giovanili era stato descritto
come male, il corpo, in realtà ha la sua dimensione positiva, perché senza il
corpo l’anima non può evolvere, l’anima non può migliorare la coscienza di sé:
il corpo è un ottimo strumento per fare certe esperienze, il corpo è quel
salvagente che ti permette di vivere quando sei ancora ingenuo, sei un’anima giovane che non sa controllare i
propri pensieri e quindi manda energia negativa a destra e a manca, per cui il corpo è ciò che ti
protegge dalle energie negative degli altri; quando sei una persona evoluta
capti i pensieri negativi e ne soffri, però sei difeso dal fatto che tu di
pensieri negativi ne coltivi molto meno e hai acquisito la capacità di
difenderti coscientemente, in positivo, dalla negatività che viene lanciata contro
di te, quindi sei una persona che ha meno debiti da pagare e può permettersi un
corpo più evoluto che fa meno da filtro e funziona, invece, più come lo
strumento che ti permette di fare esperienze più stimolanti, più evolute: per
questo faremo a suo tempo un preciso discorso sulla dieta ed è per questo
motivo che Pitagora e Platone suggeriscono di non mangiare carne.
Chiudiamo
il discorso su Platone leggendo due passi delle sue opere.
Il
primo, tratto dal Fedone (Platone:
Fedone - a cura di Gaetano Capone Braga - La Nuova Italia - pagg. 181-184)
vede Socrate che, in prigione e ormai in attesa della esecuzione della condanna
a morte, approfitta della situazione per dare ai suoi discepoli una esemplare
dimostrazione della esistenza e della natura dell’anima come di quel principio
immateriale grazie a cui tutte le membra del corpo si ritrovano come momenti di
un organismo unitario. Questo suo insegnamento parte dalla critica del pensiero
filosofico di Anassagora che non ammette l’anima individuale come manifestazione
di una Razionalità Unica e Assoluta.
“... andando avanti nella
lettura, ecco che vedo Anassagora non giovarsi affatto dello Spirito razionale, non attribuirgli alcuna
causalità nell’ordinamento del mondo, ma addurre come cause l’aria, l’etere, l’acqua
e molte altre cose, e tutte fuori di luogo. E mi parve che fosse proprio come
se uno, pur dicendo che Socrate tutto quello che fa lo fa col suo spirito
razionale, poi, cercando di indicare le cause di ciascuna mia azione, dicesse
prima di tutto che io ora sono seduto qui perchè il mio corpo è formato di ossa
e di nervi; e che da una parte le ossa sono rigide e hanno articolazioni che le
separano le une dalle altre, dall’altra perchè i nervi sono capaci di tendersi
e rilasciarsi, avvolgendo, insieme con la carne e con la pelle che li tiene
uniti in un tutto, le ossa; e che dunque, siccome le ossa sono movibili nelle
loro giunture, e i nervi, rilasciandosi e tendendosi, mi rendono capace di
piegare le mie membra, questa è la causa per cui io ho appunto piegato le mie
membra e sto seduto qui; e poi come se riguardo a questo mio discorrere con voi
adducesse altre cause siffatte, per esempio la voce, l’aria, l’udito e infinite
altre cose di questo genere, trascurando di indicare le cause vere, ossia che, siccome
agli Ateniesi parve meglio darmi il voto di condanna, perciò anche a me è parso
meglio starmene qui seduto, e più giusto a rimanere a pagare la pena, qualunque
fosse, da essi ordinata. Poichè, per il cane, già da un pezzo, credo bene,
questi nervi e queste ossa sarebbero a Megara o in Beozia, spinti colà
dall’opinione del meglio, se io non avessi creduto più giusto e più bello,
invece di sfuggire e di svignarmela, pagare alla mia città la pena, qualunque
fosse, da essa inflittami. Ma chiamar cause cose di quel genere è assolutamente
fuori luogo. Se uno dicesse che senza avere quegli organi, cioè ossa e nervi e
quant’altro io ho, non sarei capace di attuare i miei intenti, direbbe il vero;
ma dire che a causa di essi io faccio quel che faccio, e che lo faccio con il
mio spirito razionale, ma non in virtù della scelta del meglio, sarebbe certo
una grande e grossolana superficialità di linguaggio. Sarebbe infatti non
essere capace di distinguere che altro è la causa vera e altro ciò senza cui la
causa non sarebbe mai causa. Eppure mi pare che proprio questo, come se fosse
la causa stessa, la maggior parte degli uomini, brancolando come nel buio,
chiamano causa, usando, così, un termine improprio.”
La
seconda citazione è tratta dal II libro della Repubblica nel quale Platone, sempre per bocca di Socrate,
analizza le cause da cui sono sorti gli stati e prova a delineare quello che
per lui è e resterà sempre il vero stato ideale. E’ una lettura molto
interessante non solo perchè oggi, nel mondo che sta diventando un “villaggio
globale”, la sua proposta resta affascinante come sempre, ma anche perchè le
nuove tecnologie di cui l’uomo dispone aprono spazi mai prima visti per rendere
la proposta platonica non più utopistica. Delineando le caratteristiche del suo
stato ideale, Platone precisa anche quale sia la dieta giusta che consente
all’uomo di evolvere quanto meglio possibile sul piano spirituale:
(Gli
interlocutori di Socrate sono, in questo caso, Adimanto e Glaucone)
“ Secondo me uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta
a se stesso ma ha molti bisogni. Bene costruiamo a parole uno stato fin dalla
sua origine, esso sarà creato pare dal nostro bisogno. [...] Ora il primo e
maggiore bisogno è quello di provvedersi il nutrimento per sussistere e vivere,
il secondo quello di provvedersi l’abitazione, il terzo il vestito e simili
cose. Ebbene come potrà bastare lo Stato a provvedere a tutto questo? Non ci
dovranno essere agricoltore, muratore e tessitore e non vi aggiungeremmo pure
un calzolaio o qualche altro che con la sua attività soddisfi i bisogni del
corpo?” - “Senza dubbio” - “Il nucleo essenziale dello Stato sarà di 4 o 5
persone.” - “E’ evidente” - “Ebbene, ciascuna di esse deve prestare l’opera sua
per tutta la comunità? Così per esempio l’agricoltore che è uno deve forse
provvedere cibi per quattro, estendere quadruplo tempo e fatica per fornire
grano e metterlo in comune con gli altri? O deve evitarsi questa briga di
produrre per sé soltanto un quarto di questo grano, in un quarto di tempo, e
impiegare gli altri tre quarti del tempo uno a provvedersi l’abitazione, uno il
vestito, uno le calzature? E non prendersi per gli altri i fastidi che vengono
dai rapporti sociali, ma badare per conto proprio i fatti suoi?”. Rispose
Adimanto: “Forse Socrate la prima soluzione è più facile della seconda”.
Socrate: “le tue parole mi fanno riflettere che anzitutto ciascuno di noi nasce
per natura completamente diverso da ciascun altro, con differenti disposizioni
chi per un dato compito chi per un altro, non ti sembra? Ancora agirà meglio
uno che eserciti da solo molte arti, o quando da solo ne esercita una sola?” -
“Quando da solo ne eserciti una sola”, rispose Adimanto. (...) “Per forza, per
conseguenza le singole cose finiscono più e meglio e con maggiore facilità
quando uno faccia una cosa sola secondo la propria naturale disposizione e
tempo opportuno, senza darsi pensiero delle altre. Occorrono dunque, Adimanto,
più di quattro cittadini per provvedere quanto dicevamo, chè l’agricoltore come
sembra non si costruirà lui stesso da solo l’aratro, se ha da essere un buon
aratro, né la zappa, né gli altri attrezzi agricoli, né d’altra parte si
costruirà i propri arnesi il muratore, gliene occorrono molti e così i
tessitore, il calzolaio”. “E’ vero”. “Ecco dunque che carpentieri, fabbri e
molti altri simili artigiani verranno a far parte del nostro staterello e lo
renderanno popoloso, ma non sarebbe ancora troppo grande se gli aggiungessimo
bovari, pecorai e le altre categorie di pastori, ciò perché gli agricoltori possano
avere buoi per l’aratura e i muratori servirsi insieme con gli agricoltori di
bestie da tiro per i loro trasporti e i tessitori e i calzolai disporre di
pelli e di lane” - “Ma con tutta questa gente non sarebbe neanche piccolo il
nostro Stato” - “D’altra parte, ripresi io, è pressochè impossibile fondarlo in
un luogo che renda superflue le importazioni…”
Per
farla breve, a questo punto Socrate fa notare che la necessità di importare, ad
esempio, i metalli, rende necessario produrre più di quanto serva alla
autosufficienza dello stato e, inoltre, ciò comporterà necessariamente la
presenza e l’intervento dei negozianti che prima non erano previsti.
Alla
fine si scopre che in quello Stato gli uomini devono essere alcune centinaia e
che, pur essendo tendenzialmente uno Stato autosufficiente, dovrà pur sempre
ancora dipendere dalle importazioni e, quindi, esportare a sua volta. E a questo punto ci si chiede come
dovranno vivere queste, diciamo, 500 persone che costituiranno lo Stato.
Osserviamo,
a questo punto, che Platone sta riducendo la concezione di Stato che per i
Greci era Città-Stato, per cui lo stato era, per esempio, una città come Atene,
che invece Platone definisce già troppo grande, tale da dover necessariamente
introdurre varianti che lo allontanano decisamente dalla dimensione ideale.
Vediamo
perché:
… “Prima di tutto vediamo in che
modo vivranno uomini così organizzati. Non forse producendo alimenti, vino,
abiti e calzature, e si costruiranno abitazioni e nella stagione calda
lavoreranno per lo più seminudi e scalzi, nella fredda ben vestiti e calzati,
si nutriranno di farine ricavate dall’orzo e dal frumento o cuocendole o
impastandole e serviranno delle focacce e pani su canne o foglie pulite,
sdraiati sui giacigli e cosparsi di smilace e di mirto” -sono fiori e
arbusti che, nell’antica Grecia, simbolizzavano la bellezza e l’amore– “banchetteranno bene in compagnia dei loro
figlioli e ci berranno sopra vino inghirlandati e cantando inni agli dèi, lieti
di stare insieme e non metteranno al mondo più figli di quanto consentano i
mezzi di vita, per timore della povertà o della guerra”.
E Glaucone entra a dire: “Ma mi
sembra che tu faccia pranzare la gente senza pietanze…”. “Giusto, ammisi, mi
sono scordato che dovranno averle,
cioè: sale, olive, formaggio e si cuoceranno gli alimenti propri della
campagna, cipolle e legumi, serviremo loro, non è vero, anche pasticcini di
fichi, ceci e fave e abbrustoliranno al fuoco bacche di mirto e ghiande,
bevendoci sopra con moderazione, così passeranno la vita com’è naturale in pace
e in buona salute, moriranno in tarda età e trasmetteranno ai discendenti un
sistema di vita simile a questo”. E Adimanto ribatte: “Ma se, Socrate, avessi
costituito uno Stato di porci con quali altri cibi li avresti pasciuti se non
con questi?” - “Bene, risposi, ma allora, Glaucone, cosa dobbiamo fare?”.
“Adeguarsi all’uso comune: per non sentirci a disagio dovremmo stare sdraiati
su letti...” –mangiare sdraiati su letti è come
dire, oggi, mangiare con piatti e posate firmate, con bicchieri di cristallo,
con pietanze e pasticcini ottenuti a spese di un violento impatto
sull’equilibrio ambientale- “Bene
risposi, comprendo, a quanto sembra non vogliamo soltanto sapere come nasce uno
Stato, ma uno Stato gonfio di lusso, forse però non è male, perché vedremo
così, probabilmente, come nascono negli Stati giustizia e ingiustizia, lo Stato
vero è a mio giudizio quello di cui abbiamo parlato ora, uno Stato sano”.
Abbiamo
qui delineato quello che, per Platone, è lo stato ideale: una comunità di poche
centinaia di persone, che riescono come gruppo a realizzare quasi completamente
l’autosufficienza, salvo la necessità di importare i prodotti essenziali per la
vita che il territorio della piccola comunità non è in grado di fornire. Queste
persone vivono seguendo una dieta assolutamente vegetariana e capaci di
realizzare un ottimo autocontrollo, in un contesto di rapporti umani autentici
che danno a ciascuno la coscienza di appartenere al gruppo, con la conseguente
sensazione di sicurezza di poter contare sulla solidarietà dell’intera
comunità. Il dialogo prosegue e, dal momento che Glaucone e Adimanto ritengono
che il genere di vita suggerito da Socrate sia inaccettabile, scopriamo:
“Ma se voi volete che
consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce.
Ad alcuni, sembra, questo non
basterà; nè basterà questo genere di vita, ma vorranno inoltre letti e tavole e
altre suppellettili e pietanze e incensi e profumi ed etère -le
cortigiane- e focacce, e ciascuna di
queste in grande varietà.
Ecco allora che le cose prima
dette, abitazioni vestiti calzature, non dobbiamo più considerarle come le
uniche necessarie; dobbiamo invece ricorrere alla pittura e al ricamo e
procurarci oro, avorio e ogni altra simile materia. No?” - “Sì, rispose” - “Bisogna
dunque ingrandire ancora di più lo stato, perchè quello sano non basta: si deve
accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli
stati non è più imposta dalla necessità; così per esempio i vari tipi di
cacciatori, gli imitatori, i molti che si occupano di figure e di colori e di
musica, poeti con i loro valletti, rapsodi, attori, coreuti, impresari,
fabbricanti di ogni sorta di suppellettili per diversi usi, soprattutto per la
moda femminile. Avremo poi anche bisogno di un maggior numero di servi: non ti
sembra che occorreranno pedagoghi, balie, nutrici, acconciatrici, barbieri e
poi cucinieri e cuochi? E ancora avremo bisogno di guardiani di porci. Tutto
questo non c’era nel nostro stato di prima, non essendoci bisogno alcuno, ma
occorrerà in quest’altro. Ci vorranno poi anche altri animali, in grande
numero, per chi ne debba mangiare. Non è vero?” - “Come no?” - “Ora, con un
simile regime di vita non saremo costretti anche a ricorrere ai medici molto più di prima?” - “Molto di più,
certo.” -
- ”E quel territorio che prima
era sufficiente a nutrire i suoi abitanti, da sufficiente sarà diventato
piccolo. O come si deve dire?” - “Così, rispose.” - “E non dovremo prenderci
una porzione del territorio dei vicini se vorremo aver terra sufficiente per
pascolare e arare? E non dovranno essi pure prendersene del nostro, se covano
anche loro sconfinata brama di ricchezza, oltre il limite del necessario?” -
“Inevitabile, Socrate, ammise.” - “E allora, Glaucone, faremo la guerra? O come
andrà la cosa?” - “Così, rispose.” - “E facciamo pure a meno, soggiunsi, se la
guerra sia fonte di male o di bene. Contentiamoci di dire che ne abbiamo
scoperto la genesi in quella che per gli stati è la massima fonte di mali
privati e pubblici, quando vi nascano.” - “Senza dubbio” - “Occorre dunque, mio
caro, uno stato ancora maggiore, e non ingrandito di poco, ma aumentato di un
esercito intero che esca a battaglia contro gli assalitori per difendere tutto
il patrimonio statale e le persone delle quali or ora parlavamo.”
Poco
per volta la comunità invece che composta da poche centinaia di persone dovrà
dilatarsi fino alle decine di migliaia, perchè l’esercito deve a sua volta
essere composto da specialisti che, come tutti gli altri lavoratori, si dedicano
soltanto alla loro specializzazione, per cui i successivi otto libri - oggi
diremmo capitoli - di cui è composta La
Repubblica, servono per delineare i principi necessari per poter gestire
una realtà sociale così complessa.
Di
quanti soldati dovrà essere composto l’esercito: centinaia o migliaia? E, di
conseguenza, di quanto si dovranno aumentare i guardiani di porci e gli addetti
agli altri lavori?
E
poi sorgerà il problema costituito dal fatto che, il compito di difenderci,
deve necessariamente essere affidato a persone molto evolute sul piano
spirituale, perché un soldato, nella concezione platonica, dev’essere scelto
come tale in quanto disposto a sacrificare la propria vita per il bene della
collettività.
In
questo stato i governanti, per poter gestire nel modo migliore possibile i
problemi connessi ad una convivenza di tante persone, dovranno necessariamente
essere gli uomini moralmente più evoluti mentre l’esercito dovrà essere
costituito da coloro che più si avvicinano, come integrità morale, al livello
dei governanti e poi avremo le persone moralmente meno evolute che dovranno
fare i lavori necessari per
provvedere ai beni di cui questo stato non riesce a fare a meno.
Stiamo
semplificando e sintetizzando il discorso platonico, ma questa è la sostanza
del suo pensiero: nello stato sano, nello stato vero non ci sono governanti,
come non ci sono soldati e tutte le
persone sono tanto evolute quanto basta per vivere con l’essenziale, non
avendo neppure bisogno, se non in caso di incidenti, di medici e di ospedali,
perché il tipo di vita comporterebbe automaticamente una armonizzazione
dell’uomo con i ritmi e le leggi naturali. Lo stato ideale di Platone
rappresenta veramente la sintesi del suo sogno come filosofo: una umanità che
vive in armonia con le leggi che regolano il mondo e che, invece di pretendere
egoisticamente di forzarle, si sforza di comprenderle assecondandole, favorendo
con ciò la propria evoluzione, che la può portare dal più alto livello di
coscienza animale all’inizio di una nuova evoluzione a livello divino. Per
intenderci, in termini cristiani, sarebbe come dire che se l’uomo supera
positivamente il suo attuale
stadio di consapevolezza, vedrà aprirsi nel suo futuro l’ingresso tra le gerarchie
angeliche, e precisamente in quella che, al livello a noi più vicino, viene
definita dalla tradizione cristiana come quella degli “Angeli custodi” e che,
vivo Platone, venivano identificate come le divinità protettrici della natura.
Con
Platone la visione definitiva del mondo è, in ultima analisi, quella di
Parmenide: l’Essere è Uno e nella dimensione platonica questa unità dell’Essere
si qualifica come Bene, come Bellezza, Armonia.
Questa
è la conclusione di Platone per cui il suo è veramente il pensiero di un
credente, di una persona che è convinta che esiste Dio e tutti coloro che
condividono questa certezza hanno la forza, anche nei momenti più laceranti, di
credere che il mondo abbia un senso. E’ chiaro che per arrivare a questa
certezza, che è la certezza di Platone, che è la certezza di un credente,
bisogna fare un percorso di ascesi, perchè nel momento in cui tutto va per il
meglio è facile credere in Dio, un po’ meno facile è conservare questa fede
quando ti muore una persona cara, quando ti succede un incidente, quando
semplicemente stai per partire e vieni bloccato da un contrattempo, quando ti
imbatti in quelle quotidiane piccolissime contrarietà che testimoniano che il
tuo io non è l’asse attorno a cui ruota il mondo.
Si
può arrivare, anche all’interno di questi momenti di crisi, a credere che il
mondo sia bello, quando si è realizzata quella crescita personale che è il
percorso che il Cristianesimo ci chiede di fare se vogliamo andare in Paradiso,
che si sintetizza nella capacità di affrontare il sacrificio credendo che
questo ha un senso e non affrontando il sacrificio maledicendolo o guardando
gli altri, più fortunati, pensando: “perché proprio io”?
In Platone questo discorso viene
praticamente fatto con il mito della caverna, quando parla del fatto che gli
uomini normali sono come degli schiavi incatenati in fondo ad una caverna e
pensano di conoscere il mondo vedendo delle ombre che si agitano sulla parete
di fondo della caverna, quella parete verso cui, in quanto incatenati, è
l’unica direzione in cui possono guardare agevolmente. Le cose che si muovono,
e che rappresentano l’unica possibile percezione per gli schiavi incatenati,
sono in realtà ombre proiettate da oggetti che forze sconosciute spostano sul
ciglio di un muretto alla cui base, dalla parte opposta agli schiavi incatenati,
è acceso un fuoco: tutte cose che sfuggono agli schiavi, che non vedono altro
che le ombre. Certamente gli schiavi potrebbero migliorare la loro percezione,
ma sono pochi coloro che lo fanno perchè spezzare le catene, superare il muro e
affrontare la faticosa salita per uscire dalla caverna sono scelte difficili.
Soltanto usciti dalla caverna e superato il non facile processo di adattamento
della loro vista, abituata al buio, potranno finalmente vedere alla luce del
sole non più solo ombre sulle pareti o statuine sul muretto: non vedrebbero più
un’ombra di cane che si muove, un’ombra di albero che cresce, ma vedrebbero il
cane e l’albero veri.
Soltanto
con un ulteriore sforzo, ancora più impegnativo, riflettendo sulla esistenza
del Sole potrebbero avere la capacità di intuire razionalmente che se il cane,
l’albero e la vita intera hanno la possibilità di esistere è perché c’è il sole
con la sua luce e il suo calore e arriverebbero ad intuire che la realtà del
mondo tutta intera è il risultato dell’esserci del Sole: ecco Dio, ecco il Bene
di Platone.
Torniamo
ancora un attimo su un punto già accennato.
Mentre
il Platone maturo affermerà che sono ugualmente veri il mondo delle idee e il
mondo delle cose materiali, il giovane Platone sottolineava che la realtà delle
idee è più potente, tanto da ridurre all’inconsistenza di un’ombra la realtà
materiale che, nel divenire del tempo, non è mai uguale a se stessa.
Possiamo
fare un esempio per intuire ciò che intendeva il giovane Platone: se noi
chiediamo a un gruppo di persone di disegnare un albero e poi raccogliamo i
fogli, verifichiamo che c’è chi ha disegnato un abete, chi un albero senza
foglie, chi un albero tutto fiorito, chi un pino mugo..., insomma una varietà
incredibile di alberi, non uno identico agli altri. La stessa idea di albero si
è realizzata in tanti disegni concreti, ciascuno dei quali tenta di realizzare,
di materializzare l’”essenza” di albero sottolineandone uno o più aspetti
particolari, nessuno di essi riuscendo ad esaurire la potenza dell’idea da cui
si era partiti.
Platone
dice che tra il mondo concreto delle cose che noi percepiamo, il mondo
materiale, e il Bene, come causa ultima del tutto, c’è una dimensione
gerarchica di Idee via via più potenti che fanno da cerniera tra il mondo
materiale e la dimensione divina.
Il
primo Platone, che vuole scuotere gli Ateniesi dal materialismo, afferma che le
Idee sono più importanti, l’ultimo Platone, quando qualcuno finalmente ha
intuito che esiste una realtà che i nostri sensi non percepiscono, “rimette le
cose a posto”: la Materia e le Idee sono le due dimensioni dell’Essere vero,
sono le due facce di Dio.
Per
intuire cosa si intende per gerarchia delle Idee proviamo a pensare a questo:
il livello più basso di realtà è il bosco, gli alberi che ho davanti agli
occhi, poi immaginiamo di contare tutti gli alberi del bosco e supponiamo che
il numero che esprime la quantità complessiva degli alberi del bosco sia 10715;
quel 10715 non è una realtà concreta, ma un simbolo assolutamente astratto, che
però esprime in sé la quantità esatta degli alberi del bosco e, per un esperto,
esprime molto concretamente il costo complessivo, la mano d’opera necessaria,
il numero dei trattori e dei mezzi di trasporto necessari per un qualsiasi
intervento che si decida riguardo a quel bosco.
Al
disopra di questo simbolo, di questa idea che è il numero, che esprime
l’estensione e la consistenza del bosco, possiamo considerare l’idea di albero
che, nella sua semplicità, comprende non solo tutti gli alberi di quel bosco,
ma qualsiasi albero che concretamente possiamo incontrare nel corso della
nostra vita.
Al
di sopra dell’idea di albero potremmo considerare le idee di maestosità, forza,
potenza, resistenza che ciascun albero esprime in modo diverso. Abbiamo la
grande quercia che esprime l’idea di maestosità, abbiamo quel cespuglio che
sembra un non-albero, ma che da decenni sopravvive nonostante l’ambiente
durissimo in cui è nato: ecco l’idea della resistenza; se pensiamo ai fiori,
alla perfezione di una foglia, di una gemma, ecco l’idea della bellezza. Sono,
tutte queste, idee più potenti della semplice idea di albero perchè esprimono
qualità e modi di essere che vengono a loro volta concretamente realizzati non
soltanto dagli alberi ma da infiniti altri esseri.
Finalmente
arriviamo all’idea che tutte le idee sintetizza, l’idea di Bene, al cui
interno, come componenti, possiamo individuare la grandiosità, la potenza, la
resistenza…ecco, questa è la dimensione di gerarchia, di gerarchie angeliche
che collegano il mondo concreto con la dimensione divina, se vogliamo
esprimerci in termini cristiani, e che rappresentano i diversi livelli di
intuizione che possiamo avere sulla dimensione sovrumana fino all’intuizione
ultima di Bene, che rappresenta il limite estremo, in termini positivi, a cui
l’essere umano può giungere; oltre c’è l’abisso
e il silenzio come velo dell’essere ultimo di Dio, del “l’Essere è”.
A
questo punto noi abbiamo il Platone che è Pitagora, perché nell’idea di Bene si
esprime l’idea fondamentale della razionalità del mondo che è esattamente il
discorso che era stato quello di Pitagora. Con ciò si spiega perché il pensiero
di Platone ha per tanti secoli ispirato il Cristianesimo, dal momento che
esprime la certezza che tutto il mondo ha un senso e c’è una dimensione divina
che tutto sovrintende. Inoltre nel momento in cui Platone invita l’uomo a
raggiungere questa intuizione dell’Essere, superando quella che è la percezione
che ci viene data dai nostri sensi, abbiamo l’invito che è del Cristianesimo ad
una vita non più animalesca, di chi si lascia vivere immerso nelle sensazioni,
ma abbiamo l’invito a superare questo livello puramente animale per sviluppare
una dimensione che il Cristianesimo chiama spirituale, la dimensione intuitiva,
la dimensione meno legata alla concretezza di realtà dataci dai nostri sensi.
Leggendo
le opere degli scrittori cristiani dei primi secoli ci rendiamo conto che la
matrice filosofica alla base della religione cristiana è quella platonica prima
e neoplatonica in seguito; sarà poi con Tommaso d’Aquino che la chiesa
cattolica opererà il salto e sposerà Aristotele abbandonando Platone.
Il
discorso su Platone non può certo considerarsi concluso. Chi abbia avuto da ciò
che è stato detto un minimo di suggestioni positive è invitato ad andarsi a leggere
le opere complete di Platone che, per quanto possano sembrare impegnative, sono
interessantissime. Se si riesce a fare questo sforzo e ci si innamora di
Platone, dalle sue opere complete si potrà avere quel sapere esoterico attraverso i miti che vi
parleranno, vi suggeriranno intuizioni che si sedimenteranno nel vostro
inconscio e lì cominceranno a maturare i loro frutti. Magari a distanza di
anni, soprattutto se nel frattempo avrete continuato a coltivare interesse per
la ricerca personale, se avrete magari cominciato ad alimentarvi in modo
diverso, con il tempo, vi daranno la sensazione di essere entrati in contatto
con quel sapere che da sempre guida l’evoluzione dell’uomo.
Questo
perché il vostro corpo si sarà evoluto e sarà diventato uno strumento più
raffinato, capace di percepire ed emettere energie a livelli più sottili, tanto
da consentire di entrare in contatto con quel sapere esoterico che può essere la guida e il sostegno di una vita più
serena.