1.4 - Platone               (.htm)

 

Tra i filosofi citati come meritevoli di una rilettura che può offrire spunti utili per accostarci alla macrobiotica con maggiore consapevolezza non compare Socrate perché tra il suo pensiero e quello di Platone non c’è soluzione di continuità.

E’ per questo motivo che, pur essendo  esistiti Socrate e Platone come figure storicamente distinte che hanno proposto due filosofie che si sono innestate l’una sull’altra, per un insegnante di storia della filosofia è un problema precisare dove finisce il pensiero di Socrate e dove comincia quello di Platone.

Tuttavia questo non costituisce per noi una difficoltà, dal momento che intendiamo cercare nella storia della filosofia occidentale le riflessioni che ci permettono di avvicinarci quanto meglio possibile alla visione del mondo che sta alla base della scelta macrobiotica.

Iniziamo quindi da Socrate per ritrovarci poi gradualmente nel pensiero di Platone.

 

Socrate è stato condannato a morte perché ha fatto discorsi inaccettabili per il potere politico ateniese del tempo.

Socrate era un uomo del popolo, Platone era figlio di aristocratici e avevano quindi amicizie e protezioni diverse; Socrate aveva la genuinità e la “sfrontatezza” tipica degli ingenui, dei semplici, dei poveri; Platone, invece, essendo vissuto in un ambiente dove la gestione del potere era la regola, sapeva che su certi piani bisogna camminare in punta di piedi, stando attenti alle parole che vengono usate. Non per niente Platone si è espresso nei punti chiave del suo pensiero con il mito e i suoi miti sono come le parabole di Gesù Cristo, che si chiudevano con la precisazione: chi ha orecchie da intendere intenda. Nessuno ha mai potuto accusare Platone di avere rivelato cose pericolose a chi avrebbe potuto farne cattivo uso. Socrate, invece, quando si trovava davanti un potente presuntuoso e ignorante andava duro e non mimetizzava i suoi giudizi. Tutto ciò gli creò dei nemici, per cui venne condannato a morte con l’accusa di corruzione dei giovani e vilipendio dello Stato.

Nel Fedro Platone ci parla di un colloquio avvenuto tra Fedro e Socrate e racconta che i due si sono trovati in campagna dove, all’ombra di alcuni alberi per ripararsi dalla calura estiva, hanno fatto tutte le loro discussioni. Leggiamo testualmente il passo che ci interessa.

Siamo nell’ultima pagina del libro e Fedro dice: “Va bene, ma andiamocene, già la calura è diventata più mite”, e Socrate risponde: “Ma non pregheremo prima di avviarci?”, “Sicuro”, risponde Fedro, e allora Socrate pronuncia la sua preghiera indirizzandola alla divinità della natura del posto, noi diremmo, oggi, agli angeli protettori del luogo. Ecco la preghiera di Socrate: “Oh caro Pan” –Pan era il dio dei boschi, in un certo senso era il dio universale della natura– “e quanti altri dèi qui dimorate fate che io sia bello di dentro” –ecco come inizia la preghiera di Socrate: che io sia limpido come anima, come pensiero– “che io ritenga ricco chi è sapiente e che di denaro io ne possegga solo quanto non ne può prendere e portare altri che il saggio”, poi si rivolge a Fedro e gli dice: “Dobbiamo chiedere altro Fedro? Per me ho chiesto abbastanza.”, e Fedro risponde: “Associa anche me in questa preghiera, perché i beni degli amici sono comuni”. (Universale Laterza - Platone, opere complete - vol: III, pag. 288).

Una persona che ha questa sensibilità, che fa questo tipo di preghiere viene condannato a morte perché corruttore di giovani.

C’è però anche l’accusa di vilipendio allo Stato e, in questo senso, potrebbe avere corrotto i giovani, avendoli cioè portati a disprezzare l’autorità costituita.

Effettivamente Socrate, con i suoi giovani ascoltatori, tra cui c’era anche Platone, discuteva anche delle leggi dello Stato e quando una legge appariva non giusta prendeva chiaramente posizione facendone emergere la dimensione di inadeguatezza con i suoi ragionamenti. Fu perciò relativamente facile trovare i testimoni che al processo contro Socrate lo accusarono in questo senso. Però questi testimoni non hanno detto che quando Socrate metteva a nudo i limiti di una legge non ha mai incitato i giovani ad andare contro la legge in quanto non giusta, ma li ha sempre invitati ad ubbidire alle leggi dello Stato, pur continuando ad impegnarsi per chiarire sempre meglio la inadeguatezza delle leggi che, comunque, finchè sono in vigore, vanno rispettate.

La prova più evidente di come Socrate sia rimasto sempre fedele a questo suo insegnamento è il fatto che ha accettato di morire, pur continuando a definire ingiusta la condanna inflittagli dal tribunale.

Il Critone, che è un’altra opera di Platone, ci racconta dell’ultimo giorno di Socrate nella prigione.

Durante il processo di Socrate i giudici avevano capito che l’accusa era stata messa in piedi da una persona potente che era stata messa in ridicolo in pubblico e che voleva vendicarsi e si trattava, quindi, di una vendetta personale. I giudici hanno capito questo però, data l’influenza di chi aveva montato l’accusa, sentiti i falsi testimoni portati, non avendo il coraggio di proscioglierlo dall’accusa, cercavano tutti gli appigli per applicare la pena quanto più possibile ridotta, e a un certo punto hanno messo Socrate in condizione di scegliersi lui la condanna, visto che la normativa processuale lo permetteva.

La legge ateniese del tempo, infatti, prevedeva che se il condannato riconosceva la propria colpa e si autopuniva i giudici potevano valutare con maggiore comprensione e, al limite, accettare la proposta stessa dell’imputato. I giudici speravano che Socrate si autocondannasse all’esilio: in questo modo pensavano di salvare capra e cavoli, nel senso di non scontentare il potente che voleva vendicarsi di Socrate, salvando al tempo stesso il filosofo dalla pena capitale prevista dal tipo di accusa.

Socrate, invece, quando viene invitato a riconoscersi colpevole e a proporre egli stesso la conseguente condanna, rivendica ulteriormente la propria innocenza giungendo a proclamare a chiare lettere che la città di Atene dovrebbe prendersi cura del suo mantenimento a spese della collettività, in considerazione della educazione che egli aveva impartito ai giovani che lo seguivano come suoi discepoli. Vedendo, poi, che tutto ciò veniva considerato dai giudici come una provocazione, dichiarò che, se proprio doveva autoinfliggersi una pena, egli si poteva multare di una mina d’argento, che era la somma di cui egli era in grado di disporre precisando, però, che non era per lui affatto una punizione, visto che egli non teneva in alcun conto il denaro. Da ultimo affermò che, su pressione dei suoi allievi, che si erano dichiarati disposti a garantire il pagamento, avrebbe potuto multarsi di 30 mine ma, questo, sempre all’interno di un discorso che rendeva tutto ciò improponibile ai giudici che sarebbero comunque apparsi come incapaci di riconoscere e proclamare la verità di un uomo accusato ingiustamente.

La condanna a morte fu inevitabile ma, anche in questo caso, si lasciarono a Socrate ampi spazi perchè potesse sottrarsi alla esecuzione. Nel carcere, infatti, ogni mattina il guardiano del carcere lo scioglieva, dal momento che durante la notte era incatenato, per cui tutto il giorno era libero di stare con i suoi allievi, con i quali continuava, come filosofo, a discutere sul senso della vita, nell’attesa del giorno in cui sarebbe stata eseguita la pena capitale.

Quando giunse il giorno definitivo Critone, uno degli allievi che era nella cella di Socrate, gli propose, in considerazione del fatto che la sua condanna era una cosa indegna e una vergogna per la città di Atene, una sostituzione di persona: cosa possibile, dal momento che il guardiano veniva a rimettere i ceppi al condannato quando ormai era buio e tutto sarebbe finito in una multa al discepolo che avrebbe preso il suo posto sul giaciglio.

A Critone, che faceva questa proposta, ecco cosa risponde Socrate:

“Credi, tu, quello che credo io? Dobbiamo noi porre, quale premessa, questo assioma: in nessun caso è nostra opinione, mai, è retta cosa commettere ingiustizia; mai commettere ingiustizia, a risposta di ingiustizia ricevuta; mai, se pur ci si tratta malamente, mai difendersi trattando  l’offensore malamente per risposta del male ricevuto; o forse tu Critone ti senti di ritirarti?” (Platone: Critone - Rizzoli - pag. 84)

Qui abbiamo Socrate che dà ai suoi allievi l’ultima lezione di coscienza morale: abbiamo ripetuto da sempre che non bisogna mai commettere ingiustizia, neanche se la stai ricevendo, ora io in questo momento sto ricevendo un’ingiustizia, sono condannato a morte ingiustamente, ma per difendermi da questa ingiustizia dovrei fuggire, contravvenendo alle leggi dello Stato, cioè commettendo un'altra ingiustizia. A questo punto Socrate fa un discorso netto: per difendermi da un’ingiustizia che sto personalmente subendo devo commettere un’ingiustizia agli occhi della comunità, cioè un’ingiustizia più grande, perchè la gente dirà che Socrate ha sempre parlato bene, ma al momento opportuno, pur di salvar la pelle, ha ignorato la legge: in questo momento, dice Socrate, la mia vita vale più o meno di un esempio concreto di rispetto delle leggi dato a tutta la città? Quindi Socrate accetta di morire per dimostrare che la legge va sempre rispettata perchè è comunque grazie ad essa che è possibile la convivenza civile. Il rispetto è doveroso anche quando l’applicazione della legge determina una ingiustizia come in questo caso perchè in tal  modo, egli dice, con la sua morte verrà, forse, creata la condizione perché gli Ateniesi riprendano in esame quella legge e in questo caso la sua morte avrà avuto un senso.

Ci rendiamo conto a questo punto di come veramente il discorso di Socrate sia di altissima coerenza morale: con la sua morte offre ai suoi allievi l’esempio più alto di ciò che significa essere coscientemente critici ma cittadini esemplari: un cittadino onesto contesta e può magari anche disobbedire ad una legge ingiusta, ma non si sottrae mai alle conseguenze del fatto che tale legge è ancora vigente.

Quando, non molti anni fa, l’obiezione di coscienza al servizio militare era ancora un reato ci fu chi, per non essere costretto ad esercitarsi ad usare le armi e diventare un possibile strumento di morte, preferì andare all’estero affrontando una vita da esiliato volontario e chi, invece, preferì presentarsi in caserma e, lì, dichiarare la sua personale non disponibilità a fare il servizio militare affrontando una serie di condanne via via più pesanti quando, terminata la reclusione nel carcere militare di Gaeta, si veniva riportati nella caserma e, ancora una volta, si ribadiva il rifiuto all’uso delle armi. Per certi versi abbiamo una situazione analoga a quella di Socrate, se pure non così esasperata. Coloro che ebbero il coraggio di affrontare il carcere militare seguirono l’esempio di Socrate e, con il loro personale sacrificio, costrinsero il parlamento italiano a modificare le leggi, per cui venne riconosciuto il diritto alla obiezione di coscienza al servizio militare, di cui in seguito poterono usufruire migliaia di giovani.

 

Stranamente, nella maggior parte dei testi scolastici si dice che Socrate ha cercato per tutta la vita la Verità senza però mai raggiungere una conclusione definitiva: come si può fare una simile affermazione, parlando di un filosofo che ha accettato coscientemente di morire per non rinunciare alle proprie certezze? Diciamo, piuttosto, che Socrate, che con i suoi discepoli cercava di definire la Virtù come bene supremo, l’aveva già personalmente trovata: Socrate la Virtù l’ha definita, l’ha messa a fuoco, ma in termini difficilmente proponibili a livello di massa, tanto da risultare, ai più, incomprensibile e il processo e la condanna a morte che dovette subire ne sono la prova. Nel momento in cui Socrate affermava che nessuno sceglie coscientemente il male intendeva affermare che l’errore e le differenze di valutazione, che distinguono posizioni discordanti e tra loro anche molto lontane, sono soltanto livelli diversi di chiarezza con cui ogni singola persona percepisce l’unica realtà che è il Bene.

Qui siamo ormai nel cuore della filosofia platonica: quando, con Socrate, affermiamo che ognuno ha la verità che si merita e che il proprio livello di maturazione gli permette di cogliere stiamo, in altre parole, dicendo con Platone che ogni momento della realtà è espressione dell’Essere che è Bene. Se Dio è Bene e Dio è tutto ciò che esiste, anche colui che in questo momento ci sta insultando, anche lui è un momento della Verità con la V maiuscola, anche lui è un momento di Dio. La mia verità può essere, per me, superiore alla sua poichè ritengo di essere evolutivamente più avanti di lui, ma nel momento in cui faccio questo tipo di considerazioni c’è già da mettere in discussione se io sia veramente più evoluto di lui perché, per lo meno, se così fosse, riconoscerei la necessità di ciò che è successo, per il fatto stesso che è avvenuto: dire che la mia verità è più evoluta della sua mi mette già su una posizione insostenibile sul piano della filosofia socratico-platonica.

La Verità è una conquista assolutamente personale, ecco perché il dialogo di Socrate non arrivava mai, apparentemente, a una conclusione: il dialogo, il dibattito condotto da Socrate è una  testimonianza che serve da stimolo ad una possibile autocritica per il suo interlocutore: se lui non ci arriva, non la sente, non la percepisce come occasione per rivedere la propria dimensione personale di verità soggettiva è perché la sua verità gli va ancora bene. In effetti nel mondo non c’è nessuno così sciocco da fare una cosa che non ritiene giusta, che non ritiene essere la migliore: anche colui che mi sta sfilando il portafoglio dalla tasca, sta in quel momento oggettivamente cercando quello che dal proprio punto di vista è il bene e non è ancora in grado di capire che, se viviamo in un mondo in cui è bene prendere il portafoglio a uno che è disattento, in realtà prima o poi ci sarà qualcuno più furbo di te che, a sua volta, ti deruberà e quindi è un gran brutto mondo quello che egli sta creando con le sue premesse.

Torniamo alla affermazione che nel mondo ognuno ha la verità che si merita: questo è il provocatorio insegnamento di Socrate, e al tempo stesso è la grande verità di Platone, che con il mito della caverna ci dice che ogni uomo ha il livello di verità che ha saputo meritarsi, per cui se tu prendi l’uomo che è incatenato al fondo della caverna e di brutto lo porti fuori rimane accecato, non vede niente, quello che per te è la luce per lui è, oggettivamente, impossibilità di cogliere l’evidenza.

Facendo speleologia una delle esperienze iniziali che più rimangono impresse consiste nel fatto che quando si entra nei primi antri della grotta e si percepisce la dimensione buio, si fa già fatica, si cammina a tentoni e con molta attenzione mentre invece, alcune ore dopo, all’uscita, ti rendi conto che proprio dove muovevi con circospezione i primi passi al buio ora ti muovi con disinvoltura perchè ci vedi molto bene ma, proprio per questo motivo, per uscire alla luce del sole devi attendere un po' di tempo perchè le pupille possano adattarsi alle condizioni di luce normali che invece possono in quel caso risultare pericolose, tanto da poter determinare, al limite, la cecità.

Questa è la dimensione di verità come conquista progressiva, la dimensione di doppia verità che il Cristianesimo ha portato avanti per molti secoli, per cui certe cose non si dicevano a tutti; è il discorso della scuola pitagorica dove la Verità veniva proposta poco per volta; è il discorso di tutte la Scuole esoteriche nelle quali c’è una progressione graduale delle conoscenze, sempre in rapporto alla personale capacità di sopportarne le conseguenze: se si dice che Satana è l’altra faccia di Dio ad un credente che non ha mai rimesso in discussione la propria fede non lo aiutiamo a crescere, semplicemente lo scandalizziamo; se lo diciamo a uno che è convinto che nella vita è meglio essere nel numero dei furbi che vivono a spese degli altri, rischiamo di convincerlo sempre più che egli ha fatto la scelta giusta e non lo aiutiamo ad impegnarsi per un mondo migliore. Facciamo del bene a chi all’interno del Cristianesimo vive come dimensione di crisi personale il fatto che nel mondo e all’interno stesso della Chiesa ci siano delle cose che non quadrano: allora può accendersi in lui una luce di livello superiore e giungere a intuire una dimensione di Dio all’interno della quale anche Satana ha la sua funzione e arriviamo allora ad una dimensione di Cristianesimo evoluto, nel quale non ci si stupisce, non si va più in crisi quando nel mondo succedono certe cose e, contemporaneamente, non ci si arrende più passivamente ad una fede che fa violenza alla nostra ragione.

Si può osservare che anche il fedele che semplicemente è nell’ortodossia accetta questo. Certamente, il fedele che è nell’ortodossia accetta che ci sia la guerra in una qualche parte del mondo vedendola, comunque, come espressione della volontà di Dio, che “sa quello che fa”, ma non ha più così facilmente tanta fede quando suo figlio viene colpito da una malattia degenerativa a cui la medicina non sa rispondere: in quel momento avere fede diventa una cosa da eroi; nel momento in cui ti muore la persona che ami, in quel momento continuare a credere in Dio che sa quello che fa è molto difficile. Se tu invece hai già intuito il discorso di Satana come l’altra faccia di Dio, in quel momento avrai una marcia in più.

Affermare che Satana è l’altra faccia di Dio vuol dire che ciò che noi identifichiamo come la sofferenza, il dolore, la disgrazia, il male sono un momento dell’Essere e, quando Platone afferma che l’Essere è Bene ci sta dicendo che quello che noi personalmente viviamo come male è un bene di livello superiore di cui non riusciamo ancora a cogliere la dimensione positiva. In questo senso, Satana è ancora Lucifero, continua a esserlo, per l’eternità è Lucifero, è l’angelo più potente, ma finchè non avremo acquisito questa nuova consapevolezza Satana rimarrà ancora sempre l’Altro, il Male.

Per una persona normale è molto più facile vedere come un agente di Satana lo stupratore, il genocida, colui che tortura, colui che interra le mine e non è certo facile vedere in queste realtà l’altra faccia di Dio.

A tutti noi è già successo di scoprire di essere stati, in modo assolutamente involontario, causa di disagi e sofferenze per qualcuno. Anche la legge dello stato prevede questa condizione e, in casi estremi, si arriva alla distinzione tra omicidio doloso e colposo, che non è una differenza di poco conto. L’esoterismo, in questi casi, pur non escludendo responsabilità personali come la disattenzione o la superficialità, ci definisce come “agenti del karma”, cioè come persone che stanno scaricando energie negative che l’uomo stesso ha accumulato e si è meritato.

Nei casi sopra ricordati, per quanto non si possa assolutamente definire come azione involontaria il torturare o l’occultare mine che uccideranno e mutileranno civili inermi e bambini innocenti, anche in quei casi l’esoterismo vede nell’azione di queste persone certamente una precisa responsabilità che dovrà poi a suo tempo essere pagata ma, contemporaneamente, per il fatto stesso che tutte queste nefandezze succedono, si afferma pur sempre anche in questi casi una dimensione karmica per cui, per quanto tremendo sia affermarlo, anche le vittime sono a loro volta coinvolte in una legge di riequilibrio karmico. Se così non fosse, il mondo sarebbe espressione di una dimensione casuale e non, invece, di una razionalità assoluta.

Nel Vangelo  (Giovanni 9, 1-3) c’è un passo che richiama il discorso esoterico della reincarnazione anche come condizione necessaria per pagare vecchi debiti e crescere sul piano evolutivo:

“Camminando Gesù passò accanto a un uomo che era cieco fin dalla nascita. I discepoli chiesero a Gesù: Maestro, se quest’uomo è nato cieco, di chi è la colpa? Sua o dei suoi genitori? Gesù rispose: non ne hanno colpa nè lui nè i suoi genitori, ma è così perchè in lui si possano manifestare le opere di Dio.”

Non per nulla la Chiesa cristiana ha portato avanti per diversi secoli un discorso sostanzialmente neoplatonico, all’interno del quale la dottrina della reicarnazione e la necessità di rivelare gradualmente la verità hanno avuto un ruolo fondamentale.

S. Agostino, nel 386 d.C., scrive nella sua opera “Contra Accademicos”:

“Il messaggio di Platone, il più puro e il più luminoso di ogni filosofo, ha dissipato le tenebre dell’errore ed ora risplende specialmente in Plotino, un platonico così simile al suo maestro che si penserebbe vissero insieme o piuttosto, dato che un periodo così lungo li separa, che Platone sia nato di nuovo in Plotino.”

All’interno di questa dimensione tutto quello che viene chiamato male diventa, per l’esoterista, o il pagamento di un vecchio debito, che tu stesso hai contratto, oppure è l’occasione che Dio ti concede in quanto sei già particolarmente evoluto, per accelerare la tua evoluzione: sono esperienze che possono creare l’energia necessaria per mettere in moto una evoluzione che, dall’esterno, può apparire miracolosa. In altre parole, Dio ti sta dando l’opportunità di accelerare la tua evoluzione personale per cui, al termine di questa sofferenza, ti ritroverai con una marcia in più.

Se poi questa sofferenza dovesse concludersi con la morte, il pensiero platonico afferma che tu rinascerai con le premesse per sentire più facilmente dentro di te come Verità ciò che in questa vita non hai sentito come tale: magari le hai lette da qualche parte, le hai sentite proporre ma quelle cose, in quanto così diverse da quelle che ti hanno insegnato, non sei stato disposto ad indagarle e a metterle alla prova come potenzialmente vere; quando rinascerai ritroverai le occasioni che riproporranno le stesse suggestioni e, allora, dentro di te sentirai che potrebbe essere vero e troverai in te stesso l’energia per provare a vivere e verificare queste nuove prospettive. E la vita cambierà, ma questa volta per tua scelta consapevole.

 

Si è detto da più parti che abbiamo un primo Platone e poi un secondo Platone: il primo Platone quando egli afferma che il mondo vero è il mondo delle Idee, il mondo degli Archetipi mentre questo nostro mondo spaziotemporale è il mondo della caverna, il mondo della ignoranza. Sempre nel primo Platone si dice che il corpo è una prigione per l’anima. L’ultimo Platone, secondo questa ipotesi, avrebbe cambiato idea dal momento che arriverà ad affermare che il corpo è una protezione.

C’è un altro modo di vedere Platone ed è quello di sottolineare che egli era un iniziato che, per la prima volta, in pubblico fa un certo tipo di discorso, per cui usa i miti, perché certe verità non si possono dire a tutti, esattamente come, anche nel Vangelo (Matteo 7, 6), c’è l’indicazione:

“Non date ai cani ciò che è santo, perchè non si rivoltino contro di voi per sbranarvi, non gettate le vostre perle ai porci, perchè non le calpestino con le zampe.”

Tuttavia, pur diluendo attraverso i miti la sostanza del suo discorso, nel primo Platone abbiamo una posizione provocatoria e dura nei confronti della cultura ateniese del tempo, caratterizzata da un materialismo contro cui egli si batte con decisione. Il Platone successivo, che secondo alcuni avrebbe cambiato in modo consistente il proprio modo di vedere la realtà è, invece, un filosofo che pur non negando le affermazioni nette dei dialoghi giovanili, tende a sottolineare come anche quello che era stato visto e definito come male sia, in un contesto più ampio e in tempi più lunghi, anch’esso un modo per la realizzazione del bene perchè nell’Essere il male non può avere esistenza e realtà autonoma.

In altre parole il primo Platone è quello che sottolinea la necessità di una svolta radicale quanto prima possibile perchè, se aspettiamo a fare certe riflessioni quando saremo anziani, in quel momento ci ritrovereremo incapaci di lavorare positivamente perchè sentiremo la vita che sfugge e non potremo, di punto in bianco, cominciare a credere in una realtà diversa da quella che per una vita intera abbiamo perseguito con tutte le nostre forze.

Il secondo Platone fa un discorso più articolato e, in sostanza, sottolinea che nell’Essere, che è sostanzialmente Bene, anche il Male ha la sua funzione positiva, quindi anche quello che nei dialoghi giovanili era stato descritto come male, il corpo, in realtà ha la sua dimensione positiva, perché senza il corpo l’anima non può evolvere, l’anima non può migliorare la coscienza di sé: il corpo è un ottimo strumento per fare certe esperienze, il corpo è quel salvagente che ti permette di vivere quando sei ancora ingenuo, sei un’anima giovane che non sa controllare i propri pensieri e quindi manda energia negativa a destra e  a manca, per cui il corpo è ciò che ti protegge dalle energie negative degli altri; quando sei una persona evoluta capti i pensieri negativi e ne soffri, però sei difeso dal fatto che tu di pensieri negativi ne coltivi molto meno e hai acquisito la capacità di difenderti coscientemente, in positivo, dalla negatività che viene lanciata contro di te, quindi sei una persona che ha meno debiti da pagare e può permettersi un corpo più evoluto che fa meno da filtro e funziona, invece, più come lo strumento che ti permette di fare esperienze più stimolanti, più evolute: per questo faremo a suo tempo un preciso discorso sulla dieta ed è per questo motivo che Pitagora e Platone suggeriscono di non mangiare carne.

 

Chiudiamo il discorso su Platone leggendo due passi delle sue opere.

Il primo, tratto dal Fedone (Platone: Fedone - a cura di Gaetano Capone Braga - La Nuova Italia - pagg. 181-184) vede Socrate che, in prigione e ormai in attesa della esecuzione della condanna a morte, approfitta della situazione per dare ai suoi discepoli una esemplare dimostrazione della esistenza e della natura dell’anima come di quel principio immateriale grazie a cui tutte le membra del corpo si ritrovano come momenti di un organismo unitario. Questo suo insegnamento parte dalla critica del pensiero filosofico di Anassagora che non ammette l’anima individuale come manifestazione di una Razionalità Unica e Assoluta.

“... andando avanti nella lettura, ecco che vedo Anassagora non giovarsi affatto dello Spirito  razionale, non attribuirgli alcuna causalità nell’ordinamento del mondo, ma addurre come cause l’aria, l’etere, l’acqua e molte altre cose, e tutte fuori di luogo. E mi parve che fosse proprio come se uno, pur dicendo che Socrate tutto quello che fa lo fa col suo spirito razionale, poi, cercando di indicare le cause di ciascuna mia azione, dicesse prima di tutto che io ora sono seduto qui perchè il mio corpo è formato di ossa e di nervi; e che da una parte le ossa sono rigide e hanno articolazioni che le separano le une dalle altre, dall’altra perchè i nervi sono capaci di tendersi e rilasciarsi, avvolgendo, insieme con la carne e con la pelle che li tiene uniti in un tutto, le ossa; e che dunque, siccome le ossa sono movibili nelle loro giunture, e i nervi, rilasciandosi e tendendosi, mi rendono capace di piegare le mie membra, questa è la causa per cui io ho appunto piegato le mie membra e sto seduto qui; e poi come se riguardo a questo mio discorrere con voi adducesse altre cause siffatte, per esempio la voce, l’aria, l’udito e infinite altre cose di questo genere, trascurando di indicare le cause vere, ossia che, siccome agli Ateniesi parve meglio darmi il voto di condanna, perciò anche a me è parso meglio starmene qui seduto, e più giusto a rimanere a pagare la pena, qualunque fosse, da essi ordinata. Poichè, per il cane, già da un pezzo, credo bene, questi nervi e queste ossa sarebbero a Megara o in Beozia, spinti colà dall’opinione del meglio, se io non avessi creduto più giusto e più bello, invece di sfuggire e di svignarmela, pagare alla mia città la pena, qualunque fosse, da essa inflittami. Ma chiamar cause cose di quel genere è assolutamente fuori luogo. Se uno dicesse che senza avere quegli organi, cioè ossa e nervi e quant’altro io ho, non sarei capace di attuare i miei intenti, direbbe il vero; ma dire che a causa di essi io faccio quel che faccio, e che lo faccio con il mio spirito razionale, ma non in virtù della scelta del meglio, sarebbe certo una grande e grossolana superficialità di linguaggio. Sarebbe infatti non essere capace di distinguere che altro è la causa vera e altro ciò senza cui la causa non sarebbe mai causa. Eppure mi pare che proprio questo, come se fosse la causa stessa, la maggior parte degli uomini, brancolando come nel buio, chiamano causa, usando, così, un termine improprio.”

 

La seconda citazione è tratta dal II libro della Repubblica nel quale Platone, sempre per bocca di Socrate, analizza le cause da cui sono sorti gli stati e prova a delineare quello che per lui è e resterà sempre il vero stato ideale. E’ una lettura molto interessante non solo perchè oggi, nel mondo che sta diventando un “villaggio globale”, la sua proposta resta affascinante come sempre, ma anche perchè le nuove tecnologie di cui l’uomo dispone aprono spazi mai prima visti per rendere la proposta platonica non più utopistica. Delineando le caratteristiche del suo stato ideale, Platone precisa anche quale sia la dieta giusta che consente all’uomo di evolvere quanto meglio possibile sul piano spirituale:

(Gli interlocutori di Socrate sono, in questo caso, Adimanto e Glaucone)

 “ Secondo me uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso ma ha molti bisogni. Bene costruiamo a parole uno stato fin dalla sua origine, esso sarà creato pare dal nostro bisogno. [...] Ora il primo e maggiore bisogno è quello di provvedersi il nutrimento per sussistere e vivere, il secondo quello di provvedersi l’abitazione, il terzo il vestito e simili cose. Ebbene come potrà bastare lo Stato a provvedere a tutto questo? Non ci dovranno essere agricoltore, muratore e tessitore e non vi aggiungeremmo pure un calzolaio o qualche altro che con la sua attività soddisfi i bisogni del corpo?” - “Senza dubbio” - “Il nucleo essenziale dello Stato sarà di 4 o 5 persone.” - “E’ evidente” - “Ebbene, ciascuna di esse deve prestare l’opera sua per tutta la comunità? Così per esempio l’agricoltore che è uno deve forse provvedere cibi per quattro, estendere quadruplo tempo e fatica per fornire grano e metterlo in comune con gli altri? O deve evitarsi questa briga di produrre per sé soltanto un quarto di questo grano, in un quarto di tempo, e impiegare gli altri tre quarti del tempo uno a provvedersi l’abitazione, uno il vestito, uno le calzature? E non prendersi per gli altri i fastidi che vengono dai rapporti sociali, ma badare per conto proprio i fatti suoi?”. Rispose Adimanto: “Forse Socrate la prima soluzione è più facile della seconda”. Socrate: “le tue parole mi fanno riflettere che anzitutto ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, con differenti disposizioni chi per un dato compito chi per un altro, non ti sembra? Ancora agirà meglio uno che eserciti da solo molte arti, o quando da solo ne esercita una sola?” - “Quando da solo ne eserciti una sola”, rispose Adimanto. (...) “Per forza, per conseguenza le singole cose finiscono più e meglio e con maggiore facilità quando uno faccia una cosa sola secondo la propria naturale disposizione e tempo opportuno, senza darsi pensiero delle altre. Occorrono dunque, Adimanto, più di quattro cittadini per provvedere quanto dicevamo, chè l’agricoltore come sembra non si costruirà lui stesso da solo l’aratro, se ha da essere un buon aratro, né la zappa, né gli altri attrezzi agricoli, né d’altra parte si costruirà i propri arnesi il muratore, gliene occorrono molti e così i tessitore, il calzolaio”. “E’ vero”. “Ecco dunque che carpentieri, fabbri e molti altri simili artigiani verranno a far parte del nostro staterello e lo renderanno popoloso, ma non sarebbe ancora troppo grande se gli aggiungessimo bovari, pecorai e le altre categorie di pastori, ciò perché gli agricoltori possano avere buoi per l’aratura e i muratori servirsi insieme con gli agricoltori di bestie da tiro per i loro trasporti e i tessitori e i calzolai disporre di pelli e di lane” - “Ma con tutta questa gente non sarebbe neanche piccolo il nostro Stato” - “D’altra parte, ripresi io, è pressochè impossibile fondarlo in un luogo che renda superflue le importazioni…”

Per farla breve, a questo punto Socrate fa notare che la necessità di importare, ad esempio, i metalli, rende necessario produrre più di quanto serva alla autosufficienza dello stato e, inoltre, ciò comporterà necessariamente la presenza e l’intervento dei negozianti che prima non erano previsti.

Alla fine si scopre che in quello Stato gli uomini devono essere alcune centinaia e che, pur essendo tendenzialmente uno Stato autosufficiente, dovrà pur sempre ancora dipendere dalle importazioni e, quindi,  esportare a sua volta. E a questo punto ci si chiede come dovranno vivere queste, diciamo, 500 persone che costituiranno lo Stato.

Osserviamo, a questo punto, che Platone sta riducendo la concezione di Stato che per i Greci era Città-Stato, per cui lo stato era, per esempio, una città come Atene, che invece Platone definisce già troppo grande, tale da dover necessariamente introdurre varianti che lo allontanano decisamente dalla dimensione ideale.

Vediamo perché:

… “Prima di tutto vediamo in che modo vivranno uomini così organizzati. Non forse producendo alimenti, vino, abiti e calzature, e si costruiranno abitazioni e nella stagione calda lavoreranno per lo più seminudi e scalzi, nella fredda ben vestiti e calzati, si nutriranno di farine ricavate dall’orzo e dal frumento o cuocendole o impastandole e serviranno delle focacce e pani su canne o foglie pulite, sdraiati sui giacigli e cosparsi di smilace e di mirto”      -sono fiori e arbusti che, nell’antica Grecia, simbolizzavano la bellezza e l’amore– “banchetteranno bene in compagnia dei loro figlioli e ci berranno sopra vino inghirlandati e cantando inni agli dèi, lieti di stare insieme e non metteranno al mondo più figli di quanto consentano i mezzi di vita, per timore della povertà o della guerra”.

E Glaucone entra a dire: “Ma mi sembra che tu faccia pranzare la gente senza pietanze…”. “Giusto, ammisi, mi sono scordato che dovranno averle,  cioè: sale, olive, formaggio e si cuoceranno gli alimenti propri della campagna, cipolle e legumi, serviremo loro, non è vero, anche pasticcini di fichi, ceci e fave e abbrustoliranno al fuoco bacche di mirto e ghiande, bevendoci sopra con moderazione, così passeranno la vita com’è naturale in pace e in buona salute, moriranno in tarda età e trasmetteranno ai discendenti un sistema di vita simile a questo”. E Adimanto ribatte: “Ma se, Socrate, avessi costituito uno Stato di porci con quali altri cibi li avresti pasciuti se non con questi?” - “Bene, risposi, ma allora, Glaucone, cosa dobbiamo fare?”. “Adeguarsi all’uso comune: per non sentirci a disagio dovremmo stare sdraiati su letti...” –mangiare sdraiati su letti è come dire, oggi, mangiare con piatti e posate firmate, con bicchieri di cristallo, con pietanze e pasticcini ottenuti a spese di un violento impatto sull’equilibrio ambientale- “Bene risposi, comprendo, a quanto sembra non vogliamo soltanto sapere come nasce uno Stato, ma uno Stato gonfio di lusso, forse però non è male, perché vedremo così, probabilmente, come nascono negli Stati giustizia e ingiustizia, lo Stato vero è a mio giudizio quello di cui abbiamo parlato ora, uno Stato sano”.

Abbiamo qui delineato quello che, per Platone, è lo stato ideale: una comunità di poche centinaia di persone, che riescono come gruppo a realizzare quasi completamente l’autosufficienza, salvo la necessità di importare i prodotti essenziali per la vita che il territorio della piccola comunità non è in grado di fornire. Queste persone vivono seguendo una dieta assolutamente vegetariana e capaci di realizzare un ottimo autocontrollo, in un contesto di rapporti umani autentici che danno a ciascuno la coscienza di appartenere al gruppo, con la conseguente sensazione di sicurezza di poter contare sulla solidarietà dell’intera comunità. Il dialogo prosegue e, dal momento che Glaucone e Adimanto ritengono che il genere di vita suggerito da Socrate sia inaccettabile, scopriamo:

“Ma se voi volete che consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce.

Ad alcuni, sembra, questo non basterà; nè basterà questo genere di vita, ma vorranno inoltre letti e tavole e altre suppellettili e pietanze e incensi e profumi ed etère -le cortigiane- e focacce, e ciascuna di queste in grande varietà.

Ecco allora che le cose prima dette, abitazioni vestiti calzature, non dobbiamo più considerarle come le uniche necessarie; dobbiamo invece ricorrere alla pittura e al ricamo e procurarci oro, avorio e ogni altra simile materia. No?” - “Sì, rispose” - “Bisogna dunque ingrandire ancora di più lo stato, perchè quello sano non basta: si deve accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli stati non è più imposta dalla necessità; così per esempio i vari tipi di cacciatori, gli imitatori, i molti che si occupano di figure e di colori e di musica, poeti con i loro valletti, rapsodi, attori, coreuti, impresari, fabbricanti di ogni sorta di suppellettili per diversi usi, soprattutto per la moda femminile. Avremo poi anche bisogno di un maggior numero di servi: non ti sembra che occorreranno pedagoghi, balie, nutrici, acconciatrici, barbieri e poi cucinieri e cuochi? E ancora avremo bisogno di guardiani di porci. Tutto questo non c’era nel nostro stato di prima, non essendoci bisogno alcuno, ma occorrerà in quest’altro. Ci vorranno poi anche altri animali, in grande numero, per chi ne debba mangiare. Non è vero?” - “Come no?” - “Ora, con un simile regime di vita non saremo costretti anche a  ricorrere ai medici molto più di prima?” - “Molto di più, certo.” -

- ”E quel territorio che prima era sufficiente a nutrire i suoi abitanti, da sufficiente sarà diventato piccolo. O come si deve dire?” - “Così, rispose.” - “E non dovremo prenderci una porzione del territorio dei vicini se vorremo aver terra sufficiente per pascolare e arare? E non dovranno essi pure prendersene del nostro, se covano anche loro sconfinata brama di ricchezza, oltre il limite del necessario?” - “Inevitabile, Socrate, ammise.” - “E allora, Glaucone, faremo la guerra? O come andrà la cosa?” - “Così, rispose.” - “E facciamo pure a meno, soggiunsi, se la guerra sia fonte di male o di bene. Contentiamoci di dire che ne abbiamo scoperto la genesi in quella che per gli stati è la massima fonte di mali privati e pubblici, quando vi nascano.” - “Senza dubbio” - “Occorre dunque, mio caro, uno stato ancora maggiore, e non ingrandito di poco, ma aumentato di un esercito intero che esca a battaglia contro gli assalitori per difendere tutto il patrimonio statale e le persone delle quali or ora parlavamo.”

Poco per volta la comunità invece che composta da poche centinaia di persone dovrà dilatarsi fino alle decine di migliaia, perchè l’esercito deve a sua volta essere composto da specialisti che, come tutti gli altri lavoratori, si dedicano soltanto alla loro specializzazione, per cui i successivi otto libri - oggi diremmo capitoli - di cui è composta La Repubblica, servono per delineare i principi necessari per poter gestire una realtà sociale così complessa.

Di quanti soldati dovrà essere composto l’esercito: centinaia o migliaia? E, di conseguenza, di quanto si dovranno aumentare i guardiani di porci e gli addetti agli altri lavori?

E poi sorgerà il problema costituito dal fatto che, il compito di difenderci, deve necessariamente essere affidato a persone molto evolute sul piano spirituale, perché un soldato, nella concezione platonica, dev’essere scelto come tale in quanto disposto a sacrificare la propria vita per il bene della collettività.

In questo stato i governanti, per poter gestire nel modo migliore possibile i problemi connessi ad una convivenza di tante persone, dovranno necessariamente essere gli uomini moralmente più evoluti mentre l’esercito dovrà essere costituito da coloro che più si avvicinano, come integrità morale, al livello dei governanti e poi avremo le persone moralmente meno evolute che dovranno fare i lavori necessari per  provvedere ai beni di cui questo stato non riesce a fare a meno.

Stiamo semplificando e sintetizzando il discorso platonico, ma questa è la sostanza del suo pensiero: nello stato sano, nello stato vero non ci sono governanti, come non ci sono soldati e tutte le  persone sono tanto evolute quanto basta per vivere con l’essenziale, non avendo neppure bisogno, se non in caso di incidenti, di medici e di ospedali, perché il tipo di vita comporterebbe automaticamente una armonizzazione dell’uomo con i ritmi e le leggi naturali. Lo stato ideale di Platone rappresenta veramente la sintesi del suo sogno come filosofo: una umanità che vive in armonia con le leggi che regolano il mondo e che, invece di pretendere egoisticamente di forzarle, si sforza di comprenderle assecondandole, favorendo con ciò la propria evoluzione, che la può portare dal più alto livello di coscienza animale all’inizio di una nuova evoluzione a livello divino. Per intenderci, in termini cristiani, sarebbe come dire che se l’uomo supera positivamente il suo  attuale stadio di consapevolezza, vedrà aprirsi nel suo futuro l’ingresso tra le gerarchie angeliche, e precisamente in quella che, al livello a noi più vicino, viene definita dalla tradizione cristiana come quella degli “Angeli custodi” e che, vivo Platone, venivano identificate come le divinità protettrici della natura.

 

Con Platone la visione definitiva del mondo è, in ultima analisi, quella di Parmenide: l’Essere è Uno e nella dimensione platonica questa unità dell’Essere si qualifica come Bene, come Bellezza, Armonia.

Questa è la conclusione di Platone per cui il suo è veramente il pensiero di un credente, di una persona che è convinta che esiste Dio e tutti coloro che condividono questa certezza hanno la forza, anche nei momenti più laceranti, di credere che il mondo abbia un senso. E’ chiaro che per arrivare a questa certezza, che è la certezza di Platone, che è la certezza di un credente, bisogna fare un percorso di ascesi, perchè nel momento in cui tutto va per il meglio è facile credere in Dio, un po’ meno facile è conservare questa fede quando ti muore una persona cara, quando ti succede un incidente, quando semplicemente stai per partire e vieni bloccato da un contrattempo, quando ti imbatti in quelle quotidiane piccolissime contrarietà che testimoniano che il tuo io non è l’asse attorno a cui ruota il mondo.

Si può arrivare, anche all’interno di questi momenti di crisi, a credere che il mondo sia bello, quando si è realizzata quella crescita personale che è il percorso che il Cristianesimo ci chiede di fare se vogliamo andare in Paradiso, che si sintetizza nella capacità di affrontare il sacrificio credendo che questo ha un senso e non affrontando il sacrificio maledicendolo o guardando gli altri, più fortunati, pensando: “perché  proprio io”?

 In Platone questo discorso viene praticamente fatto con il mito della caverna, quando parla del fatto che gli uomini normali sono come degli schiavi incatenati in fondo ad una caverna e pensano di conoscere il mondo vedendo delle ombre che si agitano sulla parete di fondo della caverna, quella parete verso cui, in quanto incatenati, è l’unica direzione in cui possono guardare agevolmente. Le cose che si muovono, e che rappresentano l’unica possibile percezione per gli schiavi incatenati, sono in realtà ombre proiettate da oggetti che forze sconosciute spostano sul ciglio di un muretto alla cui base, dalla parte opposta agli schiavi incatenati, è acceso un fuoco: tutte cose che sfuggono agli schiavi, che non vedono altro che le ombre. Certamente gli schiavi potrebbero migliorare la loro percezione, ma sono pochi coloro che lo fanno perchè spezzare le catene, superare il muro e affrontare la faticosa salita per uscire dalla caverna sono scelte difficili. Soltanto usciti dalla caverna e superato il non facile processo di adattamento della loro vista, abituata al buio, potranno finalmente vedere alla luce del sole non più solo ombre sulle pareti o statuine sul muretto: non vedrebbero più un’ombra di cane che si muove, un’ombra di albero che cresce, ma vedrebbero il cane e l’albero veri.

Soltanto con un ulteriore sforzo, ancora più impegnativo, riflettendo sulla esistenza del Sole potrebbero avere la capacità di intuire razionalmente che se il cane, l’albero e la vita intera hanno la possibilità di esistere è perché c’è il sole con la sua luce e il suo calore e arriverebbero ad intuire che la realtà del mondo tutta intera è il risultato dell’esserci del Sole: ecco Dio, ecco il Bene di Platone.

 

Torniamo ancora un attimo su un punto già accennato.

Mentre il Platone maturo affermerà che sono ugualmente veri il mondo delle idee e il mondo delle cose materiali, il giovane Platone sottolineava che la realtà delle idee è più potente, tanto da ridurre all’inconsistenza di un’ombra la realtà materiale che, nel divenire del tempo, non è mai uguale a se stessa.

Possiamo fare un esempio per intuire ciò che intendeva il giovane Platone: se noi chiediamo a un gruppo di persone di disegnare un albero e poi raccogliamo i fogli, verifichiamo che c’è chi ha disegnato un abete, chi un albero senza foglie, chi un albero tutto fiorito, chi un pino mugo..., insomma una varietà incredibile di alberi, non uno identico agli altri. La stessa idea di albero si è realizzata in tanti disegni concreti, ciascuno dei quali tenta di realizzare, di materializzare l’”essenza” di albero sottolineandone uno o più aspetti particolari, nessuno di essi riuscendo ad esaurire la potenza dell’idea da cui si era partiti.

Platone dice che tra il mondo concreto delle cose che noi percepiamo, il mondo materiale, e il Bene, come causa ultima del tutto, c’è una dimensione gerarchica di Idee via via più potenti che fanno da cerniera tra il mondo materiale e la dimensione divina.

Il primo Platone, che vuole scuotere gli Ateniesi dal materialismo, afferma che le Idee sono più importanti, l’ultimo Platone, quando qualcuno finalmente ha intuito che esiste una realtà che i nostri sensi non percepiscono, “rimette le cose a posto”: la Materia e le Idee sono le due dimensioni dell’Essere vero, sono le due facce di Dio.

 

Per intuire cosa si intende per gerarchia delle Idee proviamo a pensare a questo: il livello più basso di realtà è il bosco, gli alberi che ho davanti agli occhi, poi immaginiamo di contare tutti gli alberi del bosco e supponiamo che il numero che esprime la quantità complessiva degli alberi del bosco sia 10715; quel 10715 non è una realtà concreta, ma un simbolo assolutamente astratto, che però esprime in sé la quantità esatta degli alberi del bosco e, per un esperto, esprime molto concretamente il costo complessivo, la mano d’opera necessaria, il numero dei trattori e dei mezzi di trasporto necessari per un qualsiasi intervento che si decida riguardo a quel bosco.

Al disopra di questo simbolo, di questa idea che è il numero, che esprime l’estensione e la consistenza del bosco, possiamo considerare l’idea di albero che, nella sua semplicità, comprende non solo tutti gli alberi di quel bosco, ma qualsiasi albero che concretamente possiamo incontrare nel corso della nostra vita.

Al di sopra dell’idea di albero potremmo considerare le idee di maestosità, forza, potenza, resistenza che ciascun albero esprime in modo diverso. Abbiamo la grande quercia che esprime l’idea di maestosità, abbiamo quel cespuglio che sembra un non-albero, ma che da decenni sopravvive nonostante l’ambiente durissimo in cui è nato: ecco l’idea della resistenza; se pensiamo ai fiori, alla perfezione di una foglia, di una gemma, ecco l’idea della bellezza. Sono, tutte queste, idee più potenti della semplice idea di albero perchè esprimono qualità e modi di essere che vengono a loro volta concretamente realizzati non soltanto dagli alberi ma da infiniti altri esseri.

Finalmente arriviamo all’idea che tutte le idee sintetizza, l’idea di Bene, al cui interno, come componenti, possiamo individuare la grandiosità, la potenza, la resistenza…ecco, questa è la dimensione di gerarchia, di gerarchie angeliche che collegano il mondo concreto con la dimensione divina, se vogliamo esprimerci in termini cristiani, e che rappresentano i diversi livelli di intuizione che possiamo avere sulla dimensione sovrumana fino all’intuizione ultima di Bene, che rappresenta il limite estremo, in termini positivi, a cui l’essere umano può giungere; oltre c’è l’abisso e il silenzio come velo dell’essere ultimo di Dio, del “l’Essere è”.

 

A questo punto noi abbiamo il Platone che è Pitagora, perché nell’idea di Bene si esprime l’idea fondamentale della razionalità del mondo che è esattamente il discorso che era stato quello di Pitagora. Con ciò si spiega perché il pensiero di Platone ha per tanti secoli ispirato il Cristianesimo, dal momento che esprime la certezza che tutto il mondo ha un senso e c’è una dimensione divina che tutto sovrintende. Inoltre nel momento in cui Platone invita l’uomo a raggiungere questa intuizione dell’Essere, superando quella che è la percezione che ci viene data dai nostri sensi, abbiamo l’invito che è del Cristianesimo ad una vita non più animalesca, di chi si lascia vivere immerso nelle sensazioni, ma abbiamo l’invito a superare questo livello puramente animale per sviluppare una dimensione che il Cristianesimo chiama spirituale, la dimensione intuitiva, la dimensione meno legata alla concretezza di realtà dataci dai nostri sensi.

Leggendo le opere degli scrittori cristiani dei primi secoli ci rendiamo conto che la matrice filosofica alla base della religione cristiana è quella platonica prima e neoplatonica in seguito; sarà poi con Tommaso d’Aquino che la chiesa cattolica opererà il salto e sposerà Aristotele abbandonando Platone.

 

Il discorso su Platone non può certo considerarsi concluso. Chi abbia avuto da ciò che è stato detto un minimo di suggestioni positive è invitato ad andarsi a leggere le opere complete di Platone che, per quanto possano sembrare impegnative, sono interessantissime. Se si riesce a fare questo sforzo e ci si innamora di Platone, dalle sue opere complete si potrà avere quel sapere esoterico attraverso i miti che vi parleranno, vi suggeriranno intuizioni che si sedimenteranno nel vostro inconscio e lì cominceranno a maturare i loro frutti. Magari a distanza di anni, soprattutto se nel frattempo avrete continuato a coltivare interesse per la ricerca personale, se avrete magari cominciato ad alimentarvi in modo diverso, con il tempo, vi daranno la sensazione di essere entrati in contatto con quel sapere che da sempre guida l’evoluzione dell’uomo.

Questo perché il vostro corpo si sarà evoluto e sarà diventato uno strumento più raffinato, capace di percepire ed emettere energie a livelli più sottili, tanto da consentire di entrare in contatto con quel sapere esoterico che può essere la guida e il sostegno di una vita più serena.