1.5 - Aristotele
(.htm)
Aristotele
fu allievo di Platone e da lui poi si staccò, ma in realtà conservando tracce
evidenti del pensiero del maestro.
Egli
afferma, come punto di partenza della sua ricerca filosofica, che la realtà
vera è quella che noi percepiamo con i nostri sensi, fatta di cose ben
individuate, che egli poi definirà sinoli
di materia e forma, cioè la realtà fatta di individui,
per cui nel linguaggio aristotelico individuo
è la matitache ho in mano, il tavolo su cui lavoro, la pietra che calpesto,
così come la persona che mi sta di fronte; la realtà, cioè, è costituita di
cose individuate, ciascuna delle
quali ha caratteristiche sue proprie, quindi siamo proprio agli antipodi del
primo Platone, il quale diceva che la realtà vera ha dimensioni ideali, non materiali: qui abbiamo
esattamente il contrario.
A
questo punto Aristotele, partendo dal mondo concreto, si pone il problema del
senso del mondo e, quindi, il senso di ciascun individuo e la sua sarà una
filosofia che progressivamente si complica e, nel percorso di ricerca, è
costretta ad affrontare contraddizioni sempre nuove. Questo perché nel momento
in cui Platone afferma che l’Essere è una sola realtà ed è Bene ci chiede uno
sforzo di tipo religioso, di ascesi, perché ci vuole un certo coraggio per dire
che l’Essere è Bene quando ti piove addosso… ; tuttavia, accettato il postulato
di partenza, il discorso è poi più facile dal punto di vista logico, perché hai
un principio unico su cui lavorare. Quando, invece, affermi come punto di
partenza che la realtà sono gli individui...: vogliamo provare a contare gli individui, nel significato
aristotelico del termine? Quanti fili d’erba, quanti alberi, quante pietre,
quanti granelli di sabbia, quanti uomini… .
Dobbiamo
cercare qual è la radice ultima di queste cose. E’ una bella impresa e il
problema della ricerca si prospetta esattamente all’opposto di quello di
Platone che, dal principio unico, doveva spiegare perché ciascuno di noi esiste
come realtà distinta, mentre Aristotele deve partire da ciascuno di noi per
arrivare ad una spiegazione che valga per tutti, arrivare ad un comune
denominatore che tutti li giustifichi perché, in quanto filosofo, Aristotele
crede anch’egli che il mondo abbia un senso ed è per questo che fa la sua
ricerca.
Questa
dimensione di progressiva complicazione determina nella filosofia di
Aristotele, per certi versi, un processo analogo a quello che succederà alla
scienza.
La
scienza occidentale nasce quando riuscirà a ribellarsi, nel secolo XVI, a
quell’Aristotele che, senza sua colpa, era diventato il fondamento della verità
religiosa della Chiesa e perciò utilizzato, in quanto tale, come verità
cristallizzata, imposta come ortodossia da cui non si poteva uscire se non come
eretici.
La
scienza comincerà le sue indagini e, queste, con Bacone, ma soprattutto con
Galilei, porteranno alla misurazione della realtà fisica, concreta, materiale
del mondo e tutto ciò porterà ad una progressiva espansione e complicazione
della ricerca scientifica per cui nasceranno le scienze come specializzazioni:
ci saranno la fisica, la chimica, la biologia, la botanica, la sociologia, …,
ognuna di esse con un suo campo specifico che in certi momenti dello sviluppo
della storia della scienza verrà difeso coi denti da intrusioni operate da
altre discipline per arrivare poi al ventesimo secolo quando, con la relatività
e con la fisica quantistica, il controllo della situazione sfuggirà di mano in
tutti i sensi: quando la scienza sarà costretta a riconoscere che noi non
potremo mai misurare in modo definitivo proprio quel mondo da cui essa era
partita come realtà su cui fondarsi. Svaniscono, cioè, quelle dimensioni di
concretezza ritenute per secoli come l’unico criterio di certezza per cui vero
è soltanto ciò che è misurabile e scopriamo che quel “vero” lì, se noi
spingiamo la misurazione oltre una certa soglia, se vogliamo sapere dove va
esattamente l’ultimo elettrone dell’ultimo atomo che compone la matita con cui
scrivo, noi non riusciremo mai a saperlo.
La
scienza, che è arrivata a ridimensionare radicalmente la manifestazione dataci
dai nostri sensi di quella realtà che era il suo presupposto di partenza, ha
finito per porre alla radice di quella realtà, che pure continua ad affermare
come l’unica a noi accessibile, una dimensione di pura intuizione: i quanti di energia, che non sono né
prevedibili nel loro emergere né misurabili nel loro essere come entità di
energia ben definita. Con ciò essa ha percorso nella sua secolare ricerca una
traiettoria per certi versi analoga a quella di Aristotele, che concluderà la
sua ricerca affermando che questo mondo di individui ha come suo fondamento due
principi assolutamente immateriali: la materia e la forma, che Aristotele
identifica poi come potenza e atto.
In
altre parole, come la scienza oggi sta riscoprendo la dimensione immateriale o,
per lo meno, è arrivata a scoprire che la radice di quella realtà materiale sfugge
ai parametri che da secoli sono stati usati per definire la dimensione
materiale, analogo sarà, guarda caso, il percorso di Aristotele che riscoprirà
Dio: in questo senso si diceva poco fa che le radici di Platone riemergeranno
in lui, perchè egli inizia la ricerca come materialista e, alla fine, trova
Dio.
Possiamo
capire perché la Chiesa abbia poi divorziato da Platone per sposare Aristotele:
da un lato, con il suo percorso di ricerca che dalla dimensione di materialità giunge ad individuare come
causa ultima del mondo due principi assolutamente immateriali che, in un certo
senso, si sintetizzano poi in un Dio che comunque sfugge in ogni modo alla
ricerca umana, bene esprime quanto di meglio abbia saputo fare l’uomo privo
della rivelazione divina e, dall’altro, proprio per il tipo di percorso della
sua ricerca filosofica e in quanto è vissuto alcuni secoli prima di Cristo, ha
lasciato aperti gli spazi perchè la chiesa cristiana potesse poi fare tutti i
“distinguo” che la teologia avrà nel frattempo definito come ortodossia.
Alla
domanda del perchè la Chiesa abbia aspettato oltre mille anni prima di operare
la conversione dalla filosofia platonica a quella aristotelica si possono dare
diverse risposte.
Nei
primi secoli il cristianesimo, come nuova religione che si stava espandendo
come messaggio di salvezza soprattutto nelle classi più umili e diseredate, non
si poneva in alcun modo il problema di una propria dottrina filosofica e, per
la minoranza cristiana costituita dalle alte gerarchie ecclesiastiche e dai
convertiti provenienti da classi elevate, che avevano tale esigenza, c’erano
già, pronte e strutturate, la filosofia platonica e neoplatonica che si
prestavano in modo perfetto a tale scopo: ne fanno fede gli scritti di S.
Agostino e dei Padri della Chiesa.
Nei
secoli successi, e siamo nell’alto medioevo, il livello culturale medio
nell’area europea si abbassa e le opere dei grandi scrittori e filosofi del
passato, soprattutto quelle di Aristotele, diventano introvabili e a mala pena
la paziente opera dei monaci amanuensi riesce a garantire un minimo di
conoscenza delle opere già possedute tra cui, quelle di Platone, risultano
meglio conservate proprio in quanto da secoli utilizzate come discorso
filosofico di base da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche.
Nel
tredicesimo secolo la cultura cristiana latina riscopre le opere di Aristotele
grazie agli arabi che, nei secoli precedenti, erano venuti in contatto con il
pensiero del filosofo greco e lo avevano tradotto e commentato, ma si trattava
di un Aristotele “riveduto e corretto” dai filosofi arabi che avevano cercato
di utilizzarlo all’interno del loro rigido sistema religioso monoteista. Per
avere in Europa le opere originali del filosofo greco occorrerà attendere il
quindicesimo secolo quando, con la caduta di Costantinopoli, si avrà la
conseguente fuga di coloro che non volevano affrontare la convivenza con gli
Ottomani e che si trasferirono in occidente portando con sè, tra le cose più
preziose, i manoscritti che riproducevano gli originali delle opere del
filosofo greco.
Quando,
nel tredicesimo secolo, Tommaso d’Aquino propose di utilizzare il pensiero di
Aristotele come fondamento filosofico su cui, in posizione dominante, porre la
teologia cristiana fu ancora criticato dalle autorità accademiche religiose
della università di Parigi dove egli, come appartenente all’ordine dei
Domenicani, era titolare di una cattedra di insegnamento, perchè ancora forte
era l’influenza del pensiero platonico anche se ormai piegato e costretto su
una dimensione di problemi, come ad esempio la questione degli universali, che
rivelavano come secoli di discussioni teologiche avessero finito con il far
perdere la genuina dimensione esoterica di Platone.
Resta
comunque come osservazione fondamentale il fatto che con Cusano, e siamo nella
seconda metà del quindicesimo secolo, avremo nella chiesa cattolica l’ultimo
sostenitore di una visione neoplatonica. Dopo di lui chiunque ci proverà verrà
perseguitato e messo a tacere sotto l’accusa di eresia.
Come
ulteriore elemento da prendere in considerazione si può aggiungere che la
diffusione della cultura presso i laici avrebbe, prima o poi, messo la Chiesa
che fosse rimasta fedele al pensiero neoplatonico di fronte alle contestazioni
di chi, giustamente critico nei confronti di una gerarchia ecclesiastica che
era tutto meno che esempio di una vita religiosa coerente con i principi
evangelici, avrebbe anche potuto osservare che i pontefici e la corrotta curia
romana non potevano in alcun modo pretendere di essere i depositari della
verità rivelata, dal momento che essi stessi utilizzavano un pensiero
filosofico che, ben prima di Cristo, aveva già delineato in modo corretto il
senso del mondo e la funzione, in esso, dell’essere umano.
Avendo,
invece, come pensiero filosofico di base il razionalismo aristotelico mediato
dalla versione araba, il discorso era ben diverso. In questo caso, tuttavia,
per i limiti propri dell’epoca di S. Tommaso che con la sua Summa Theologiae
verrà dalla chiesa cattolica utilizzato come fondamento della propria
ortodossia, non si tratterà dell’autentico pensiero aristotelico che, invece,
costituisce un interessante percorso di ricerca di Dio partendo dal mondo, in
ciò delineando e prefigurando il futuro percorso della scienza occidentale.
Il
fatto che, poi, tale percorso sarà capace di approdare ad una conclusione che è
straordinariamente vicina alla visione pitagorico-platonica è una tesi che
cercheremo di evidenziare.
Torniamo
al nostro Aristotele che vede gli individui come unica realtà e si chiede quali
siano le radici di questi esseri individuali: da qui ha origine la teoria delle
quattro cause, per cui ciascun individuo, per esempio la matita che sto usando,
è fatto di una causa materiale, di una causa formale, di una causa finale e di
una causa efficiente; la causa materiale è costituita dalla gomma,
dall’acciaio, dalla plastica, dalla grafite, cioè dai materiali di cui è
composta la matita o portamine; la causa formale è il fatto che ha una certa
struttura geometrica, in questo caso potremmo parlare di un cilindro con un
tronco di cono, la causa finale è un oggetto che è stato voluto, pensato e
costruito per fare una certa cosa, per scrivere; e poi c’è la causa efficiente
nella quale sono compresi, dal progettista all’ultimo degli operai, coloro ai quali
si deve la sua produzione.
Tutto
bene, ma questa teoria delle quattro cause come si concilia con un oggetto
della natura come un albero? Ecco le complicazioni a cui porta il pensiero di
Aristotele: nell’albero possiamo individuare una causa materiale e una causa
formale, la causa efficiente diventa un problema, non parliamo della causa
finale: perché esiste l’albero? Che senso ha l’albero? Saremmo tentati di dire
che quell’albero è nato lì per caso.
Quando
Aristotele arriverà a concludere che Dio e la materia sono gli elementi che
spiegano il mondo e Dio, come atto puro, prevale sulla materia che è potenza
pura, in quel momento ecco che potrà anche spiegarci perché l’albero è nato lì:
è un momento della spinta evolutiva della materia verso Dio, che è un bellissimo
discorso, è portatore di una dimensione religiosa affascinante, che vedremo più
avanti di recuperare meglio, però in effetti passiamo attraverso tutta una
serie di complicazioni perché queste quattro cause emergono da un limbo a sua
volta misterioso.
Intanto,
come ulteriore osservazione, quando parliamo di causa materiale noi abbiamo
distinto gomma acciaio, grafite, plastica: la causa materiale si è
ulteriormente trasformata in altre quattro, ed ecco perché poi Aristotele arriverà a parlare di materia
come pura dimensione intuitiva: la materia è la dimensione di pura intuizione
che sta alla base del ferro, del calcio, del rame, del bronzo, che non devono
essere intesi come elementi previsti ed elencati nella tavola di Mendeleev
perchè lì Aristotele non c’è già più: in altre parole la materia di cui parlava
Aristotele risulta essere una non realtà materiale, è una pura intuizione, è
quella dimensione di “concretezza” che sta alla radice dell’albero, della
pietra, dell’osso, dell’acqua, che sembrano così diversi l’uno dall’altro:
l’albero brucia, la pietra no, l’acqua scorre, si muove da tutte le parti, la
pietra sta sempre ferma, e tutto questo è espressione della materia come
principio unico che è alla radice
di tutto.
Aristotele
partendo da una dimensione di concretezza, spingendo la sua analisi oltre le
contraddizioni, è arrivato alla conclusione che la radice vera e ultima della
concretezza può essere trovata solo su un piano puramente intuitivo.
La
grandezza di Aristotele sta proprio in questo, nel non essersi mai arreso di
fronte alle difficoltà e alle contraddizioni a cui il suo tipo di ricerca lo
aveva portato e procedendo nella sua ricerca sono riemerse le radici
platonizzanti della sua filosofia, per cui la materia come principio base finirà
per avere una dimensione di pura intuizione.
Nessuno
di noi con i propri sensi percepirà mai la materia, così come la intendono i
fisici, di cui è fatta la matita con cui sto scrivendo: in questo oggetto che
pesa pochi grammi è condensata una energia enorme, capace di demolire la più
grande città del pianeta. Quando il fisico ci dice che la materia è energia ci
sta parlando di una realtà che possiamo solo intuire. Che la materia sia
energia concentrata è ormai una cosa ovvia e, per quanto le prospettive della
ricerca scientifica siano in questo senso affascinanti, è forse una fortuna
che, oggi, l’uomo non disponga ancora della tecnologia per liberare l’energia
condensata, per esempio, in una pietra perchè il livello di autocontrollo che
mediamente l’essere umano è in grado di garantire è piuttosto basso. Siamo
ancora lontani dalla capacità di smaterializzare un qualunque elemento naturale
per poterne utilizzare l’energia totale perchè, per il momento, tutto ciò che
siamo capaci di fare è di utilizzare una percentuale più o meno soddisfacente
dell’energia che si libera trasformando sul piano fisico-chimico le sostanze di
origine organica e gli elementi naturali di struttura atomica più semplice o
più complessa. In altre parole, come con la stufa riduciamo la legna in cenere
utilizzando l’ossigeno come comburente ottenendo, da questa trasformazione,
della energia residuale che utilizziamo, ancora solo in parte, per scaldarci e
per cucinare, così facciamo con i derivati del petrolio utilizzati come
combustibile per i motori dei nostri mezzi di trasporto.
Con
le pile atomiche riusciamo a spaccare il nucleo dell’uranio arricchito
ottenendo dei sottoprodotti che costituiscono poi, a loro volta, dei problemi
in quanto radioattivi e, contemporaneamente, otteniamo dell’energia residuale
che con gli opportuni scambiatori di calore si trasforma in vapore che aziona
le turbine da cui otteniamo l’energia elettrica. La ricerca attuale sta
tentando di trasformare, “fondendoli” tra loro, gli atomi di idrogeno in elio,
anche qui potendo poi utilizzare una energia residuale; ma siamo solo ai primi
tentativi di intervento sui nuclei atomici della materia, nel senso che siamo
solo capaci di spezzare gli atomi più voluminosi o di compattare gli atomi più
semplici: siamo sempre quindi sul piano delle trasformazioni nell’ambito della
realtà materiale e ben lontani dalla vera e propria smaterializzazione in
energia pura.
Da
questo punto di vista le forme di vita organica, sotto qualunque aspetto si
esamini il problema, in quanto organismi capaci di assimilare prodotti di
livello evolutivo inferiore, sono estremamente più efficienti delle macchine
finora utilizzate e prodotte dall’uomo. E una prova dell’enorme divario
esistente tra la realtà vivente della natura e i risultati della tecnologia e
della scienza umana è data dalla difficoltà che la scienza ancora incontra
nell’ammettere che negli animali superiori e soprattutto nell’uomo si realizza
un raffinato processo di smaterializzazione di energia che, dal cibo
materialmente consistente che viene assimilato, si trasforma, oltre che in
nuove cellule dell’organismo vivente, in pensieri, emozioni, sentimenti,
progetti, ...: una realtà materiale che si smaterializza non in termini
immediati e quindi in forma esplosiva, ma capace comunque di una potenza
incredibile, dal momento che il pensiero dell’uomo è poi, a sua volta, capace
di cambiare la faccia del pianeta.
Torniamo
alle quattro cause di Aristotele, quattro cause che diventano infinite perché
si intersecano tra di loro con in più la distinzione tra realtà naturale e
realtà artificiale prodotta e costruita dall’uomo. Si complica ulteriormente
nel momento in cui, riflettendo, dobbiamo riconoscere che, come esseri umani,
abbiamo le ossa, la carne, i capelli, le unghie: materiali diversi, dal sangue
che è liquido alle cartilagini fino alle ossa e ai denti che sono ben
consistenti. A questo punto Aristotele propone un altro modo di spiegare questo
individuo: spuntano le categorie e tra queste ce n’è una fondamentale, la
categoria di sostanza: è la categoria più importante ed è la più immateriale di
tutte, per cui ciascuno di noi è costituito da carne, ossa, sangue, capelli,
unghie,... ma, soprattutto, siamo esseri umani: la sostanza uomo, che in noi si
manifesta attraverso tutti questi materiali, diventa la caratteristica
fondamentale che ci qualifica, per cui noi siamo uomini e non cani: con il cane
condividiamo il fatto di avere dei peli, della carne, delle ossa, del sangue,
però noi siamo esseri umani e quello è un cane.
La
sostanza diventa qualificante, però la dimensione uomo che mi differenzia dalla
dimensione cane non è più così materiale, non è più così individuabile: è
oggetto di intuizione, di scoperta razionale, ma non posso più misurarla,
descriverla ed evidenziarla concretamente e, senza rendersene conto, Aristotele
ricade in quello stesso tipo di problema che aveva rimproverato a Platone
quando si era staccato da lui. Quel Platone da lui definito come un poeta e non
più filosofo, nel momento in cui affermava che l’albero concreto partecipa
dell’idea di albero ed è vero nella misura in cui è partecipe della realtà
dell’idea. Usando un’espressione moderna, Aristotele rimprovera a Platone di
non essere uno studioso serio della natura perchè sta proponendo una
spiegazione della realtà che non si può più toccare con mano, non si può più
misurare concretamente. Se ci pensiamo bene un Aristotele che ci spiega che noi
e il cane abbiamo in comune l’idea di sostanza che però in noi è sostanza uomo
e in esso è sostanza cane, se da un lato fa un discorso più concreto di Platone
perchè propone un raffronto tra due realtà materialmente ben individuate,
dall’altra pone come elemento fondamentale di distinzione tra le due specie
“qualcosa” di molto meno concreto, tant’è vero che accettiamo tranquillamente
il discorso da un lato di chi definisce quello che dovrebbe essere un uomo come
una bestia e il discorso di chi mette in luce, nel cane, comportamenti che sono
più simili a quelli che caratterizzano la specie umana che non quella puramente
animale.
A
questo punto la categoria sostanza, che è diventata a sua volta un problema dal
momento che la si ritrova nell’uomo, nel cane, come nella pietra, si complica
ulteriormente dal momento che su di essa, come categoria fondamentale, si
innestano altre nove categorie, che costituiscono ulteriori determinazioni come
la quantità, la qualità,... per cui io posso essere sostanza uomo ma bianco e,
per esempio, alto 1,67 metri, pesare chilogrammi sessanta, posso essere uno che
in questo momento sta seduto o sta camminando, posso essere simpatico o
antipatico: tutte categorie che poi Aristotele definirà accidenti, accidenti nel senso che non sono fondamentali per essere
uomini, perché io posso essere bianco come posso essere nero, e sempre uomo
sono, quindi sono puri accidenti questi e però servono per individuare questo
individuo qui rispetto a un altro.
Abbiamo
una ulteriore complicazione nel momento in cui questa sostanza uomo, definitasi
in un preciso individuo, può essere vista in una fotografia vecchia di decenni
e sorge il problema del dover spiegare com’è che questa stessa sostanza ha
subìto questi cambiamenti così radicali. In altre parole Aristotele si trova ad
affrontare il problema del divenire e allora introduce il discorso della
potenza e dell’atto, per cui nel momento in cui quel preciso individuo nasce è
un uomo in potenza, in realtà è ancora un neonato: già partecipe della sostanza
uomo, non è ancora tale e l’atto sarà l’essere uomo. Però, poi, questa stessa
realtà diventa qualcosa che sfugge da tutte le parti perché quand’è che
quell’individuo è un uomo: quando ha 20 anni, 40, 80, se ci arriva? A
novantacinque, quando si trascinerà come un essere che non ha più praticamente
nulla della vitalità, energia, forza, velocità, prestanza che aveva quando
aveva 30 anni? Quand’è che l’atto uomo si realizza? Allora l’individuo neonato
è potenza di diventare l’”atto uomo” che però, in realtà, non esiste come atto
definitivo e ben individuabile perché quanto più l’atto uomo si viene
realizzando tanto più si evidenzia il suo essere potenzialmente un vecchio, e
il vecchio è in potenza un cadavere e ogni potenza richiama un atto, per cui il
novantacinquenne richiama come atto il cadavere perché non ha più molto che lo
separi da questa realtà che lui sarà.
A
questo punto se l’atto, come arriverà a dire Aristotele, è ciò che dà senso
alla potenza ecco il terribile traguardo a cui porta la filosofia aristotelica:
se è l’atto che dà senso alla potenza, ogni essere vivente nel momento in cui
nasce è potenzialmente un cadavere e il cadavere come atto è ciò che dà senso
alla vita. A questo punto la ricerca aristotelica diventa assolutamente
incapace di spiegare la realtà, se non recuperando la dimensione religiosa che
vedremo tra poco.
In
realtà il problema è ulteriormente complicato dal fatto che tra tutti quei
discorsi, che siamo venuti con una disinvoltura estrema tagliando e
semplificando perché non abbiamo la possibilità di vederli in modo
approfondito, Aristotele arriva a stabilire come fondamentale il principio di
non contraddizione per cui è impossibile che una cosa sia e non sia al tempo
stesso. Con ciò Aristotele è diventato il padre della logica occidentale ed è
in fondo il responsabile della nostra attuale incapacità a intuire quella che è
la dimensione taoista, shintoista, eraclitea, quella che abbiamo chiamato
metalogica o super-logica, che ci permetterebbe di superare con un salto solo,
immediato, le contraddizioni della vita: la vita è potenzialmente morte e se
l’atto a cui noi dobbiamo giungere è la morte è essa che spiega la vita. Ma,
attenzione, in un simile contesto la realtà morte, la realtà cadavere è a sua
volta potenzialmente vita perché qualunque cadavere nel momento in cui viene
sepolto nella terra si ritrasforma in principi base su cui rinascerà tutta una
serie incalcolabile di nuove forme di vita e a questo punto tutto si capovolge,
per cui la realtà della morte come atto diventa potenzialmente nuova vita in
una dimensione, contraddittoria secondo la logica occidentale, di compresenza
di ogni cosa e del suo opposto come momenti di Dio che è costituito di due
facce opposte complementari: è la dimensione eraclitea, shintoista, taoista, esoterica che con Aristotele ci viene
preclusa; ci viene definitivamente preclusa e non per niente la Chiesa,
preferendo al pensiero platonico quello di Aristotele, già reinterpretato dagli
arabi alla luce della loro dottrina religiosa, perderà proprio questa
dimensione che invece in Platone c’è sempre. Con il pensiero aristotelico male
interpretato e irrigidito da una ortodossia cristiana che diventerà nei secoli
successivi sempre più intollerante nei confronti di chi non si allinea alle
posizioni sostenute dai teologi di Roma, la ricerca filosofica si conclude in
un vicolo cieco dove solo la fede in Dio può salvarci, ma è un Dio che diventa
assolutamente inaccessibile nella sua dimensione ultima.
Nella
dimensione platonico-eraclito-pitagorica, invece, noi abbiamo un’intuizione di
Dio nel quale noi siamo un ciclico, eterno infinito immergersi e riemergere
dallo spazio-tempo, in un continuo processo di crescita di consapevolezza, di
“inDiazione”, per cui il Paradiso diventa questa crescita di coscienza, questo
nostro progressivo scoprirci sempre più potentemente momenti di Dio. Tutto ciò
è oggi, per l’ortodossia cattolica, una dimensione religiosa ereticale o
addirittura non cristiana, mentre invece era ciò che caratterizzava il
cristianesimo alle sue origini: basta andare a rileggere i Padri della Chiesa
avendo un minimo di conoscenza esoterica.
La
caratteristica fondamentale, che costituisce il limite e al tempo stesso il
pregio di Aristotele è quello di essere stato capace di superare la
“contraddizione” per cui il mondo è fatto di cose concrete, le cose che abbiamo
sotto gli occhi e che costituiscono la realtà che possiamo manipolare,
misurare, su cui possiamo contare.
La
realtà degli individui, innegabile sul piano concreto, rischia di trasformarsi,
filosoficamente parlando, in una contraddizione irrisolvibile perchè, se con la
ricerca filosofica si vuole appurare il senso del mondo, l’esistenza degli
individui, irriducibilmente diversi tra loro, comporta necessariamente come
unica prospettiva la conclusione che il mondo non ha senso, dal momento che
esso diventa la scena di un teatro nella quale c’è la lotta mai conclusa per
mangiare o essere mangiati. E trovare il senso di questa lotta mai finita
diventa impossibile se si rimane ancorati alla concretezza che costituisce,
appunto, gli individui.
Aristotele,
se pure ha i piedi saldamente ancorati sul piano della concretezza, è tuttavia
un credente e non può, non vuole pensare che il mondo sia una casuale
manifestazione di principi inconciliabili, perennemente in lotta tra loro. Egli
riesce a non affondare nell’oceano dell’incalcolabile numero degli individui in
lotta tra loro perchè, indagando sui principi di cui sono costituiti, giunge
alla conclusione che tutto ciò che esiste è costituito dall’intersecarsi di due
dimensioni di non-realtà, di due concetti limite, per esprimerci con un termine
moderno: materia e forma, potenza e atto. Qualunque cosa esista al mondo, dal
granello di sabbia alla galassia, dal filo d’erba all’essere umano, qualunque
cosa esista è costituito, in ultima analisi, da materia e forma.
Non
abbiamo la possibilità, dato lo spazio che qui ci siamo dati, di seguire passo
passo il percorso di analisi che porta Aristotele, partito dalla multiforme e
contradditoria realtà degli individui, alla conclusione che tutto ciò che
esiste è il risultato dell’intersecarsi dei due principi che, al limite, non
appartengono più alla dimensione di realtà da cui si è partiti, ma risultano
essere pure intuizioni. I due principi nella loro dimensione più assoluta si
escludono a vicenda, ma nella dialettica realtà del divenire sono sempre
compresenti sotto forma di un equilibrio dinamico mai uguale a se stesso.
Questi
due principi costituiscono quindi, con il loro vicendevole intersecarsi, ogni
realtà individuata del mondo concreto e qui possiamo aprire una brevissima
parentesi per osservare che, sul piano esoterico, il principio materiale può
venire simbolizzato con un segmento orizzontale e il principio spirituale (o
formale) con un segmento verticale: dal loro incrociarsi nasce il mondo come
dimensione della nostra percezione sensoriale, per cui il simbolo cristiano
della croce era già preesistente e ad esso era giunto anche Aristotele con la
sua analisi filosofica. Analogamente, e in modo ancora più preciso, nei Veda, che è uno dei più antichi testi
scritti di cui disponga per il momento l’umanità, si pone, proprio nel punto in
cui si sovrappongono spirito e materia il dio Krishna crocifisso: questo per
significare che nella realtà del mondo la Vita è una, e continuamente si
autosacrifica perché il mondo esista. Qualunque essere vivente uccide per
vivere, in altre parole il principio vitale si autopropone come vittima
sacrificale perché il mondo esista; in fondo è il modo religioso di esprimere
ciò che anche la scienza della seconda metà del diciannovesimo secolo è giunta
a riconoscere affermando che tutto si trasforma ma che in realtà nulla si crea
e nulla si distrugge. La realtà è energia che è sempre uguale a se stessa, pur
continuamente assumendo forme diverse: sul piano biologico questo assumere
forme diverse è il mangiare e l’essere mangiati.
Ma
Aristotele, da buon credente, non si ferma davanti a quella che risulta
“l’ultima contraddizione” a cui è giunto il suo percorso di ricerca: affermando
che il mondo è il risultato della interazione dei due principi che nella loro
forma estrema sono pure intuizioni, ma che risultano tra loro inconciliabili,
si pone ancora il problema di una loro possibile sintesi.
Platone
era giunto ad affermare che tutto è Bene, anche il suo principio opposto che,
come Male, è per l’uomo comune realtà in sè ma che, per il filosofo, risulta
essere un bene non ancora riconosciuto come tale.
Aristotele
risolve la dicotomia tra Materia e Forma, che è poi la dicotomia tra Potenza ed
Atto, affermando la supremazia dell’atto sulla potenza, la quale esiste e si
pone come tale solo in quanto l’atto è, sul piano logico, la premessa
indispensabile senza la quale la potenza non potrebbe essere nè intuita nè
pensata nè, quindi, verificata come verità concreta e, in questo senso, l’Atto
puro si identifica in Dio.
Che
cosa vuol dire Atto puro? Aristotele dirà che è pensiero di pensiero: proviamo a riflettere un attimo su cosa
significa pensiero di pensiero.
Quando noi diciamo che stiamo pensando, in realtà, significa che nella nostra
mente stiamo elaborando astrazioni di cose e avvenimenti molto concreti: stiamo
pensando al fatto che domattina dobbiamo andare a comprare il giornale, che
domattina vogliamo alzarci ad una certa ora; pensare vuol dire, cioè,
sintetizzare su un piano di non realtà materiale quella che è una realtà
materiale; pensiero di pensiero nel
linguaggio aristotelico indica il “distillato” del pensiero, che non ha più
alcun riferimento alla realtà materiale: in altre parole è un attimo di
intuizione, che ci sfugge immediatamente nel senso che non possiamo
“descriverlo” perchè noi non possiamo pensare se non riferendoci al concreto.
Nel
momento in cui Aristotele afferma la superiorità e la “primogenitura” dell’Atto
sulla Potenza lo fa in quanto ha già portato la sua analisi al limite estremo.
Se, infatti, fossimo ancora su un piano di realtà concreta il problema risulterebbe
irrisolvibile. Il classico esempio che viene utilizzato per esprimere questa
difficoltà è il porsi il problema del fatto se sia nato prima l’uovo o la
gallina. In altre parole, qual è l’atto fondamentale: l’essere dell’uovo o
l’essere della gallina? In realtà è un modo per porre in evidenza le
contraddizioni a cui il discorso di Aristotele può portare nel momento in cui
si rimane ancorati a quella realtà concreta che, all’inizio della sua ricerca
filosofica, poneva Aristotele agli antipodi rispetto al pensiero platonico.
L’uovo
può essere un atto, ma se l’uovo come atto non ha più nessuna dimensione
potenziale è come dire che le galline fan le uova perché qualcun altro le
mangi, ma se le galline fan le uova perché nascano dei pulcini e ritornino ad
essere galline, l’uovo non è un atto ma
è potenza, a questo punto l’atto diventa la gallina, però,
inevitabilmente, torna il discorso già fatto in precedenza: un uomo è tale,
come realtà in atto, a 30 anni, a 50 o a 95?
Qualunque
atto che appartiene al mondo, e che viene da noi percepito come realtà vivente,
convive a sua volta con una potenza che lo costituisce, appunto, come realtà
vivente: una potenza che, gli
piaccia o no, sta giorno per giorno trasformandosi sempre più da potenza
ad atto e cioè l’essere cadavere. Ed è qui la dimensione di contraddizione per
cui non c’è la possibilità di rispondere se sia concettualmente più importante
l’uovo o la gallina, perché, se seguiamo Aristotele fino in fondo, scopriremo
che solo arrivando ai due concetti limite di potenza pura e atto puro possiamo
stabilire un principio di unificazione, per cui si potrà concludere che, dati i
due concetti limite, materia e forma, come potenza pura e atto puro, ecco che è
l’Atto puro che spiega il mondo, per cui Dio è ciò che spiega l’esserci del
mondo come tensione, come divenire.
In
estrema sintesi, Aristotele dà un senso al divenire del mondo: tutta la realtà
del mondo è un tendere verso Dio. Con ciò Aristotele conclude la sua ricerca
filosofica con il recupero di una dimensione religiosa affascinante e, insieme,
filosoficamente evoluta.
Secondo
Aristotele, Dio non ha voluto niente, perché l’atto puro non può volere, volere
è avere in sé stesso innestata la dimensione di potenza, se voglio è perché
intendo raggiungere qualcosa che non ho, quindi Dio come atto puro non può
volere niente e non può avere creato il mondo. Il fatto che poi la ortodossia
cristiana faccia creare il mondo a Dio è perché ha preferito una dimensione di
Dio che non ha la profondità filosofica della dimensione dell’atto puro di
Aristotele, per cui quell’Aristotele che la chiesa cristiana definisce come
volonteroso ricercatore di Dio che non ha potuto disporre della verità rivelata
di cui la Chiesa si autodefinisce detentrice in esclusiva, in realtà, come filosofo,
è giunto con la ragione a mettere a fuoco una dimensione divina che è superiore
al Dio antropomorfo della attuale ortodossia cristiana, in cui Dio crea, vuole,
giudica.
In
realtà, un Dio che crea, giudica…è un Dio che ci è più vicino, che possiamo in
qualche modo pensare; certo è un Dio di cui abbiamo bisogno, ma nel momento di
massima intuizione filosofica non può essere un Dio che ci soddisfa fino in
fondo perché, in questo senso, solo la intuizione aristotelica dell’atto puro
ci proietta su un piano superiore.
In
che senso è opportuno cercare di spingere la nostra fede su un piano
filosoficamente più evoluto come la intuizione aristotelica di Dio come Atto
puro, rinunciando al dio antropomorfo della attuale ortodossia cristiana? Ci
guadagnamo nel senso che intendeva Rubbia quando, a chi gli chiedeva come mai
in Italia c’era una così brillante tradizione di fisici di prestigio
internazionale, rispondeva: “Noi a scuola siamo molto esigenti nei confronti
dei nostri allievi migliori, così come ai cavalli da corsa, se sono veramente
validi, si mette la greppia in alto, più del normale, in modo che siano
costretti fin da puledri a tirare su quanto più possibile il collo perchè poi,
quando correranno, saranno più abituati a tenere il collo dritto e respireranno
meglio, riempiranno più velocemente i loro polmoni e correranno più veloci.”
Cercando
di avere la capacità di accettare come Dio, nei momenti di maggiore potenza di
consapevolezza, un Dio come atto puro, rinunciando al Dio “chioccia” che ci
protegge, che ci giudica, che è il Dio dell’ortodossia, noi non facciamo un
atto di ribellione sacrilega, ma stiamo ponendo le basi per accelerare la
nostra evoluzione, cioè stiamo ponendo le basi per spingere la nostra
evoluzione dalla dimensione di pura umanità a quella di essenze angeliche che
si avvicinano ad una dimensione di Dio che non deve più farsi
antropomorficamente intuire come presenza paterna o giurisdizionale.
Ecco
il fascino del pensiero di Aristotele: una filosofia materialista che si
conclude con la scoperta di Dio e con il riconoscere nel mondo delle cose
materiali una tensione verso la perfezione divina.
La
filosofia di Aristotele è il percorso di nascita di una sensibilità religiosa
partendo da una dimensione di materialismo. Ci mancava, perché è relativamente
facile trovare il maestro che ti propone come dimensione vera quella
spirituale; in realtà l’uomo è anche e prima di tutto un essere che vive la sua
dimensione di concretezza e ha bisogno di sentirsi accettato come un essere che
vive su questa terra, con i suoi problemi molto concreti e prosaici.
Aristotele
testimonia che testimonia che si può partire tranquillamente di lì, ma se poi
siamo esseri umani, e prima o poi nessuno può esimersi dall’esserlo, un bel
giorno ci chiederemo il senso del nostro pranzo, ci chiederemo il senso dei
soldi che maneggiamo, dell’automobile che abbiamo comprato, della serie di
automobili che nella nostra vita abbiamo consumato, ci chiediamo il senso di
tutto questo e lì iniziamo quel percorso religioso che prima o poi, grazie alla
ragione di cui l’uomo dispone, ci porterà inevitabilmente a Dio. Questa è la
grande testimonianza che ci porta Aristotele: Dio prima o poi è alla fine della
nostra ricerca. Che si sia dei premi Nobel, che si sia degli illustri sconosciuti,
non cambia niente: prima o poi arriveremo a Dio per il fatto stesso che ci
poniamo il problema del senso della nostra vita, del senso del mondo.
Riprendiamo
ancora una volta, in sintesi, il discorso già delineato, dal momento che stiamo
parlando in questa sede con persone che non necessariamente hanno già in
precedenza accostato il pensiero di
Aristotele: egli ha affermato che la realtà, quella vera, quella su cui
merita concentrare il proprio studio come filosofi, ricercatori e scienziati,
che a quell’epoca si identificavano in una figura sola, è quella costituita
dagli individui concreti, individui intendendo non soltanto le persone, ma gli
oggetti, le cose concrete; questo tipo di realtà deve essere analizzata
utilizzando come strumento di base il principio di non contraddizione.
Con
queste premesse Aristotele è veramente il fondatore non solo di quel tipo di
ricerca che sarà poi la caratteristica dell’occidente, la ricerca scientifica,
precisa, analitica, fondata su una rigorosa serie di dati, ma è anche il
fondatore della logica dell’occidente, basata sul principio di non
contraddizione, da lui sintetizzato in questi termini: una cosa non può
contemporaneamente avere o non avere una determinata caratteristica, o ce l’ha
o non ce l’ha. E questo suo modo di impostare il discorso finirà poi per
caratterizzare, come abbiamo detto, tutta la nostra cultura, arrivando fino a
Cartesio che è un filosofo, matematico, scienziato, studioso tipico
dell’Occidente, ma proprio perché portatore di questa dimensione tipicamente
aristotelica Cartesio è, oggi, irrimediabilmente datato: fino all’Ottocento era
osannato come studioso che simbolicamente sintetizzava, al meglio, la
dimensione scientifica, la concretezza positivista e, come tale, Cartesio era
un vanto della cultura occidentale. Oggi Cartesio rivela i suoi limiti di
fronte a una scienza per la quale lo stesso evento se considerato in una certa
ottica è chiamato elettrone, se lo consideriamo in un’altra ottica è un fotone
( F. Capra - Il Tao della fisica
- Adelphi, Milano 1989 -
pagg.173-185, 210-211).
Il
principio di non contraddizione di Aristotele è venuto meno perchè irrigidisce
la realtà in modo inaccettabile e oggi uno scienziato serio avrebbe parecchi
motivi per essere cauto di fronte alla possibile domanda se gli animali abbiano
coscienza o no, in altre parole, se un animale sappia di soffrire o no. Oggi
c’è una sensibilità diversa. E’ chiaro che quando parliamo di un animale che sa
di soffrire non parliamo di un’ameba, parliamo di un cagnolino, parliamo di
animali di livello superiore, per cui ci vuole un certo coraggio a dire che gli
animali non hanno sensazioni, dal momento che tutti abbiamo sperimentato che se
ci rivolgiamo al cane con un certo tono di voce lo vediamo allontanarsi con la
coda tra le gambe, se cambiamo il tono di voce lo vediamo scodinzolare:
dimostrandosi, con ciò, evidentemente capace di cogliere dimensioni opposte su
un piano puramente emotivo.
Cartesio,
in quanto erede del principio di non contraddizione di Aristotele, arriverà a
dire che gli animali sono automi, giustificando secoli e secoli di totale
insensibilità di comportamento dell’uomo nei confronti degli animali, definiti
come macchine prive di consapevolezza.
Il
principio di non contraddizione di Aristotele ha un’importanza eccezionale
perché costituisce una caratteristica fondamentale della nostra cultura
occidentale odierna ma è proprio ciò che rende noi occidentali così lontani e
incapaci di comprendere culture alternative come lo Shintoismo e il Taoismo
nelle quali vale invece esattamente il contrario, per cui in ogni fenomeno,
proprio nella sua fase di massima affermazione, comincia a svilupparsi al suo
interno il seme dell’energia di tipo opposto.
Per
noi occidentali, per esempio, è particolarmente difficile, nel momento in cui
siamo affascinati dalla fantasmagoria dei fuochi artificiali, essere
consapevoli, proprio in quel momento, del fatto che il fenomeno che ci colpisce
è reso possibile ed è esaltato dallo sfondo scuro del cielo contro il quale i
fuochi si stagliano, per cui la luce e i colori esistono, per la nostra
percezione, solo in quanto emergono da quel “nulla” che è il buio della notte.
La
nostra costituzionale difficoltà a coniugare questa dimensione di
complementarietà degli opposti ha le sue radici nel fatto che il pensiero di
Aristotele è stato per tanti secoli cristallizzato in una ortodossia religiosa,
quella cristiana, che ci ha reso più difficile cogliere che, invece, lo stesso
Aristotele che proclama il principio di non contraddizione ha saputo riconoscere
che il mondo degli individui concretamente reali ha le sue radici ultime su
dimensioni puramente intuitive come la materia e la forma, la potenza e l’atto.
In
altre parole, Aristotele è stato il primo a rimettere in discussione il
principio di non contraddizione: questo principio è, infatti, basilare nel
momento in cui, con un rigore che sarà proprio della scienza, egli ci invita ad
analizzare la realtà dei fatti, degli individui che costituiscono la realtà del
mondo arrivando a definire quello che sarà il metodo scientifico, per cui si
procede con cautela, con metodo, facendo ogni tanto dei riassunti, verificando
ciò che è stato detto fino a quel momento, verificando di non essere usciti dal
seminato rispetto alle premesse. Ma, dal momento che la sua ricerca pone in
evidenza una sempre crescente dimensione di complicazioni e contraddizioni,
sarà proprio lui a terminare la sua analisi approdando ad una conclusione che
capovolge il principio di non contraddizione, nel senso che egli arriva a dire
che la realtà vera è fatta di individui, di cose concrete, ma in ultima analisi
qualunque cosa concreta, dal filo d’erba alla galassia è costituita di due
principi assolutamente immateriali: la materia e la forma. La materia che è
denominatore comune a qualsiasi realtà individuata del mondo e la forma che è
l’elemento puramente ideale, senza il quale il mondo non potrebbe essere nè
percepito nè pensato.
Tra
questi due elementi Aristotele concluderà sulla supremazia dell’elemento
formale, sempre tenendo presente, ancora, che la materia come elemento basilare
è immateriale, in quanto è un vero e proprio concetto limite.
Apparentemente
curioso, ma per niente casuale, è il fatto che la scienza moderna, che si
staccherà dalla filosofia per iniziare la sua ricerca autonoma da un lato
ribellandosi alla rigidità di un Aristotele suo malgrado diventato elemento
fondamentale della ortodossia cristiana e, dall’altro, ribadendo l’aristotelico
principio di non contraddizione, concluderà nel ventesimo secolo con
l’affermazione che alla base della realtà del mondo si devono riconoscere i
principi della relatività e della indeterminazione, che sono esattamente
l’opposto del principio di non contraddizione. Una considerazione a cui, a modo
suo, Aristotele era finito per giungere.
In
altre parole Aristotele, nel momento in cui è giunto ad una conclusione che
stravolgeva le sue premesse di partenza, ha poi soltanto anticipato ciò che
succederà alla scienza che, ancora nell’Ottocento, giurava sulla assoluta
irriducibilità degli elementi naturali elencati in base al peso atomico nella
tavola di Mendeleev: in essa è elencato un centinaio di atomi diversi definiti
come irriducibili gli uni agli altri, per cui gli atomi di carbonio non sono
gli atomi di alluminio e non potranno mai esserlo e mai diventarlo. Oggi,
invece, la scienza riconosce che alla base di questi elementi materiali c’è un
solo, unico elemento: l’energia, che è in ultima analisi l’essenza degli atomi,
per cui, sul piano teorico, è ammessa come possibile la trasmutazione degli elementi.
L’intuizione
di Aristotele che, come filosofo, ha avuto il “coraggio” di giungere a una
conclusione che era contraddittoria sulla base dei principi di partenza che
egli stesso aveva individuato, in realtà ha anticipato un analogo percorso che
poi la scienza dovrà a sua volta superare.
Ma,
allora, Aristotele è tornato a Platone? No, perché Aristotele nel momento in
cui ha fatto il suo percorso di ricerca ha fondato un modo originale di studiare la realtà, ben diverso da
quello di Platone e poi perché la sua analisi giunge alla conclusione che il
mondo resta diviso in due: il mondo della forma, dell’atto puro, di Dio e la
dimensione della materia, come potenza pura, che sono eternamente irriducibili
per cui, se vogliamo, Aristotele si situa in una dimensione di tipo gnostico,
in una dimensione filosofica in cui l’Essere in realtà è costituito di due
esseri contrapposti che eternamente risultano separati.
E’
vero che Aristotele definisce la forma, l’atto puro come elemento predominante,
ma è una predominanza relativa, perché a Dio, atto puro, autosufficiente che si
disinteressa del mondo proprio perché Egli è perfetto si contrappone la realtà
del mondo.
Quella
di Dio è, quindi, una “perfezione finita” perchè “fuori” di Dio c’è la materia,
la dimensione di pura potenza che tende a Dio e qui possiamo riprendere un
discorso che abbiamo già accennato altre volte.
Quando
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo, si farà sostenitore della opportunità
di sostituire al pensiero platonico quello di Aristotele come fondamento della
filosofia cristiana, lo potrà fare perchè la chiesa cristiana, che ha nel corso
dei secoli perso il messaggio più genuino, esoterico, dei Vangeli si
riconoscerà più facilmente nel dualismo aristotelico che non nel monismo
platonico. Anzi, l’attuale ortodossia cristiana ci parla di un Satana che, se
pure verrà alla fine dei tempi rinchiuso nell’Inferno, anche quando sarà là
rinchiuso, per sempre incatenato, rimarrà eternamente opposto a Dio, nemico di
Dio, quindi in fondo la visione cristiana ha esasperato il discorso di
Aristotele portandolo dove il filosofo greco non è affatto giunto.
Qui,
infatti, si può sottolineare che, pur risultando migliore il pensiero platonico
come sostrato filosofico per una religione come quella cristiana, che potrebbe
così tornare alle sue origini ripulendosi di tante incrostazioni che,
sedimentatesi nei secoli, le rendono oggi praticamente impossibile operare in
buona fede nella direzione dell’ecumenismo, il pensiero di Aristotele avrebbe
comunque potuto offrire alla chiesa cristiana un principio che poteva essere
sviluppato in termini veramente positivi dalla Chiesa: è la materia che tende a
Dio, perchè essa è priva della sua perfezione, per cui il peccato originale a
questo punto non sarebbe più una colpa dei singoli individui, ma un limite del
principio materiale che ci costituisce, per cui non sarebbe più una colpa che
singolarmente ci condanna e, inoltre, è la materia stessa che ci sospinge verso
quella meta che il cristianesimo ha chiamato redenzione.
Ancora
pochi decenni fa si poteva vedere accanto ai cimiteri cristiani un piccolo
recinto nel quale venivano sepolti i bambini morti senza battesimo: se la
Chiesa, invece di irrigidirlo e strumentalizzarlo, avesse rispettato il
pensiero aristotelico, avrebbe potuto trarre da esso una concezione più aperta
e serena sulla natura umana: una concezione nella quale l’unione anima-corpo
avrebbe nel corpo non l’elemento soltanto negativo della coppia perchè,
indispensabile per consentire esperienza e consapevolezza di livello più
concreto evidentemente necessari alle attuali capacità dell’anima, fornirebbe
anche una spinta di base verso la perfezione divina, in ciò assecondando le
pulsioni superiori dell’anima.
In
tale contesto l’opera salvifica di Gesù Cristo diventerebbe, “semplicemente”,
l’avere rivelato ai semplici e agli umili la esoterica consapevolezza che siamo
tutti figli di Dio e, come tali, avviati sulla strada della evoluzione che ha
come meta la perfezione divina attraverso un percorso che vede nel corpo il nostro
migliore alleato e non un ostacolo da annullare.
Ne
avrebbe guadagnato la religione cristiana che si sarebbe caratterizzata per un
ottimismo di fondo che le avrebbe impedito di cadere nella vergognosa abiezione
dei processi, delle torture e delle condanne del tribunale dell’inquisizione.
Ci avrebbe, al tempo stesso, guadagnato il pensiero di Aristotele che sarebbe
stato, come poteva essere, spinta decisiva verso un più positivo approccio allo
studio del mondo concreto, invece di trovarsi cristallizzato in una ortodossia
mortificante.