Plotino vive nel III secolo dopo
Cristo, quindi convive con una realtà cristiana che ormai ha cominciato a
diffondersi grazie anche alla civiltà romana che aveva unificato tutto il
bacino del Mediterraneo.
Leggendo le opere di Platone e di
Plotino abbiamo la netta sensazione che il discorso del primo sia accessibile e
coinvolgente mentre invece quello di Plotino appare più impegnativo, nel senso
che si presenta più tecnico come discorso e più difficile da interpretare.
Il fatto è che Platone parlava come
iniziato a non iniziati e quindi utilizzava il mito; il mito sembra per tanti
versi banalizzare un discorso filosoficamente impegnativo, ma proprio in quanto
mito e, perciò, in un certo senso banalizzante, è però leggibile su piani
diversi, per cui se hai già avuto un certo tipo di iniziazione il mito di
Platone ti suggerirà precise intuizioni, se non hai queste basi il mito ti
permetterà comunque, se pure in
via ingenua, di intuire qualcosa che poi si sedimenta nel tuo inconscio
e col tempo, crescendo e aumentando la tua esperienza e la tua capacità di
riflessione, potrà maturare in consapevolezze nuove.
Il messaggio portato dal mito è facile da apprendere e
difficile da dimenticare, per cui il discorso di Platone apre un ventaglio di
stimoli che è amplissimo e, per ciò, il suo discorso appare più semplice.
Il discorso di Plotino invece si
realizza in un contesto culturale molto diverso, siamo ormai sette–otto secoli
dopo Platone: intanto il Cristianesimo di questo periodo ha sposato il
platonismo come filosofia, tanto che Agostino, che si trova praticamente ad essere coetaneo di Plotino perchè gli
è posteriore di poche decine di anni, vede in Plotino un filosofo eccezionale,
proprio perché riprende il discorso del grande Platone che, per il vescovo
cristiano, rappresenta la voce più limpida e più pura di conoscenza della
verità che l’uomo abbia avuto prima di Gesù Cristo.
Plotino appare in un contesto in cui
a livello di masse un certo tipo di discorso è già stato reso accessibile, per
cui non c’è più bisogno di parlare attraverso miti, perché i cristiani, i
cristiani dei primi secoli, certe cose se le sono già sentite dire molto bene:
quando Platone afferma che bisogna uscire dalla caverna e andare a vedere il
sole, l’aria libera, attraverso una lunga e faticosa salita, non è il discorso
cristiano per cui dobbiamo in questa vita affrontare la sofferenza, i
sacrifici, realizzare la virtù per arrivare alla felicità eterna?
Con queste premesse, il discorso di
Plotino si qualifica come il cristianesimo delle classi colte di quell’epoca;
in altre parole, una persona che avesse alle spalle quella che oggi diciamo una
cultura superiore, vedeva nel discorso di Plotino il complemento perfetto alla
omelia che egli sentiva in chiesa da parte del sacerdote e del vescovo che
parlavano ai fedeli il cui livello culturale era più basso.
E’ per questi motivi che si può
affermare che la filosofia di Plotino si inserisce nella dimensione cristiana
non come voce contrastante, ma come la teorizzazione su un piano logico più
impegnativo di quel discorso che il Cristianesimo fa a livelli più semplici
alle masse.
Proviamo a fare un esempio: Plotino
parla di Trinità, per cui Dio è Uno e Trino, il che è esattamente il discorso
del Cristianesimo. In realtà abbiamo visto che era già un discorso fatto da
Pitagora, che, però, lo aveva proposto su una dimensione di metalogica matematica
e quindi accessibile solo a livello iniziatico.
Il Cristianesimo questo discorso di
Dio Uno e Trino lo ha portato a un livello più accessibile, per cui abbiamo Dio
Padre, Figlio e lo Spirito Santo che, della terna, risulta la figura più
difficilmente comprensibile a livello di massa perché tutti possono pensare al
Padre e al Figlio come figure reali, ma lo Spirito Santo, -stiamo
all’ortodossia cristiana- che si pone come il rapporto di amore e conoscenza
che lega tra loro il Padre e il Figlio, non è più così facile da immaginare
come entità reale. In altre parole, abbiamo la trasformazione di un puro legame
ideale tra due figure che riusciamo a vedere come reali -un padre e un figlio-
in una terza entità: questo passaggio non è più cosa semplice da intuire,
almeno per tutti.
Il discorso di Plotino si propone
come una specie di cerniera tra la più ingenua teorizzazione cristiana di una
Trinità costituita da Padre, Figlio e Spirito Santo e l’intuizione metalogica
dell’Uno che, in quanto realtà infinita, è Uno Due e quindi è
contemporaneamente il Tre di Pitagora.
La Trinità di Plotino si fonda
sull’Essere nella sua dimensione assoluta che egli chiama Infinito Uno,
l’Assoluto, intendendo proprio quell’Abisso vertiginoso di oscurità, perché
insondabile alla mente umana, che è l’Essere di Parmenide che tutto comprende
e, perché tutto comprende, di esso non si può dire nulla, perché per quanto se
ne dica non lo si esaurisce e perciò, automaticamente, lo si limita. L’abisso
assoluto dell’Essere è, per l’uomo, una intuizione sfuggente che può divenire
però più “stabile” quando riconosciamo nell’Abisso e Silenzio la prima
intuizione della fonte della consapevolezza come capacità di pensare.
L’Infinito Uno nella sua assolutezza
vertiginosa di Abisso e Silenzio corrisponde a Dio Padre, l’Infinito Uno
come Coscienza corrisponde a Dio Figlio. Intendendolo come coscienza non
dobbiamo, però, incorrere nell’errore di attribuire a questa Coscienza il
benché minimo contenuto: la seconda persona della Trinità plotiniana deve
essere intuita come una coscienza infinita e, proprio per tale motivo, in sè
assolutamente vuota. Dobbiamo fare uno sforzo di astrazione perchè si deve
pensare al pensiero come atto puro: è il discorso di Aristotele, Dio come atto
puro, come pensiero di pensiero, che
rappresenta l’estrema astrazione a cui può giungere l’analisi razionale della
ricerca filosofica, oltre a cui c’è l’abisso e silenzio che non appartiene più
all’area filosofica quanto piuttosto caratterizza l’esperienza del mistico.
Il terzo costituente della Trinità
plotiniana, il corrispettivo dello Spirito Santo del cristianesimo, è il
contenuto della Coscienza divina, è cioè l’”oggetto” della Coscienza, la quale
costituisce la seconda Persona divina. Per cui abbiamo l’Infinito Uno che è Coscienza
e, in quanto tale, è coscienza dell’Essere, inteso come l’Idea di essere in quanto denominatore
comune di tutta la realtà pensabile, dal granello di sabbia alla galassia.
In ultima analisi, la Trinità divina
in Plotino si pone in questi termini:
1)
abbiamo
l’abisso infinito dell’essere che per noi è irraggiungibile
2)
al suo
“interno”, quello che è l’Uno-Due, pari-dispari di Pitagora diventa la capacità
di pensare
3)
l’”oggetto”
pensato dalla capacità di pensare, il contenuto della coscienza: l’idea di
Essere.
Questo modo di proporre la Trinità
divina, più impegnativa che non la proposta cristiana del Padre, Figlio e
Spirito Santo, qualifica il discorso plotiniano come filosofia cristiana
evoluta sul piano culturale.
Se andiamo a rileggere un passo di
Plotino quando parla dell’Intelletto e dell’Essere come “momenti all’interno”
dell’Infinito: (Enneadi, V, 1, 4) “Coesistono
insieme e non si lasciano l’un l’altro, ma... questa unità che è insieme
Intelletto ed Essere... in quanto pensa è Intelletto, in quanto è pensato è
Essere”, troviamo proprio questo sforzo di portare l’intuizione umana ai
limiti estremi delle proprie capacità, perché in realtà quando noi parliamo
utilizziamo simboli e parole e veniamo condizionati da termini che
immediatamente ci vanno a riproiettare sul concreto e quindi sono intuizioni
che riusciamo a cogliere per un attimo e poi si perdono.
L’affermazione che la dimensione
trinitaria di Plotino è la versione culturalmente più evoluta della Trinità
cristiana si basa, tra l’altro, su una precisa citazione di s. Agostino; non
dimentichiamo che quest’ultimo nasce ottanta anni dopo la morte di Plotino
(Plotino 203-270 d.C.; Agostino 354-430 d.C.), e vive quindi in un contesto nel
quale le opere di Plotino, Le Enneadi,
erano certamente conosciute.
Ebbene Agostino in una delle sue
opere, Contra Accademicos, dice: “Il
messaggio di Platone, il più puro e il più luminoso di ogni filosofo, ha
dissipato le tenebre dell’errore ed ora risplende specialmente in Plotino, un
platonico così simile al suo maestro che si penserebbe vissuto insieme o
piuttosto, dato il periodo così lungo che li separa, che Platone sia nato di
nuovo in Plotino”.
Si capisce a questo punto perché i teologi allineati sul
piano dell’ortodossia abbiano, nel migliore dei casi, rimosso il pensiero
agostiniano.
La cosa più preoccupante di tutta
questa faccenda è la sicurezza con cui la teologia prende le misure di tutto
ciò che non rientra nella ortodossia del momento, non ponendosi minimamente
neppure il dubbio che Agostino, vescovo di Ippona, non è stato dichiarato santo
nel ventesimo secolo ma subito dopo la sua morte, quando ben vivo era il
ricordo di come aveva testimoniato la verità cristiana in cui credeva e ben
note erano le opere nelle quali aveva chiarito il suo pensiero per cui, se oggi
risulta scomodo per la chiesa cattolica, potrebbe essere la prova che questa
chiesa non è più, evidentemente, quella che, a suo tempo, lo ha proclamato
santo e che riusciva a convivere senza problemi con il pensiero filosofico di
Plotino.
Un’immagine famosa che Plotino ha
utilizzato per spiegare il rapporto che c’è tra Dio e il mondo è quella della
rosa: attorno alla rosa c’è il profumo e il profumo non nasce dopo, nasce con
la rosa, e, se essa è eterna, coeterno è il profumo. Il profumo della rosa è il
mondo che noi percepiamo, la rosa è Dio come principio ultimo del mondo e, come
il profumo è reale perché lo senti e al tempo stesso ha una dimensione di
realtà-impalpabilità nei confronti della rosa, per cui la rosa è “più vera” del
profumo, perchè se non ci fosse la rosa il profumo non sussisterebbe, così Dio
è la eterna radice ultima del mondo che, con Lui e in Lui, sussiste
eternamente.
E’ un esempio efficace, da
utilizzare però sempre con la attenzione critica del filosofo perchè, affermando
che la rosa è la causa del profumo, introduciamo un rapporto causa effetto che
sminuisce la dimensione divina nel senso che, al limite, finiamo per attribuire
alla causa una sorta di volontà che avvenga l’effetto. Nell’area
dell’ortodossia cristiana finirà per prevalere proprio il discorso secondo cui
il mondo è stato creato per volontà di Dio, che rientrava nel primo livello, il
più ingenuo, del messaggio della nuova religione. Attribuire a Dio la volontà
fa sorridere dal punto di vista filosofico e, infatti, Plotino afferma che Dio
è eterno principio che, per il fatto stesso di esistere, pone in essere il
mondo.
Con il tipo di cultura e di
educazione religiosa con cui siamo stati cresciuti ci sembra di sminuire Dio,
privandolo della possibilità-volontà di porre in essere il mondo.
Filosoficamente un Dio che vuole il mondo è un Dio che mette in essere qualcosa
che gli mancava. L’Essere perfetto non crea niente: quella che noi chiamiamo
realtà è in lui, per cui il mondo esiste coeternamente in Dio, se pure come
piano di realtà a cui si riduce la nostra attuale capacità di percezione.
Il profumo c’è, è vero, ma vuoi
mettere? È la rosa la realtà vera, ecco il discorso di Plotino, come già era di
Platone: il mondo c’è, è vero, esiste, ma la realtà ultima è Dio, quindi il
compito del filosofo, per Plotino, è poi lo stesso proposto dalla religione
cristiana: quello di invitare alla ascesi, quello cioè di puntare il nostro
sguardo verso Dio, scegliendo una vita virtuosa.
Si tratta, cioè, di risalire dalla
dimensione di puro profumo alla rosa, come principio ultimo che lo pone in
essere che, ancora una volta, è quello di Platone quando invita a risalire
dalla caverna alla luce del sole. Questo è un discorso perfettamente cristiano, senza le ingenuità di un Dio che crea,
vuole, giudica.
Platone e Plotino affermano che Dio
non ci ha voluto né creato perché noi in Dio esistiamo eternamente: sta a noi
scegliere, in quanto siamo scintille di Dio e quindi portatori della sua
infinita potenza, sta a noi scegliere se rimanere così come siamo o spostarci
nella infinitudine dell’essere a livelli sempre diversi: finchè ci basta il
profumo resteremo in questo livello, il giorno in cui cominceremo a realizzare
che ci può essere una realtà più consistente, cominceremo a darci da fare per
risalire dal profumo all’essere vero, alla rosa.
Tutto questo ci costerà fatica,
perché? Perché dobbiamo risalire dalla materia che Plotino definisce come
l’ultima delle vibrazioni coeternamente esistenti nell’essere infinito di Dio:
siamo, per dirla con Platone, in fondo alla caverna. Osserviamo, per inciso,
che quando usiamo il termine “ultima” stiamo già cadendo in un discorso
filosoficamente ingenuo, perché in realtà l’Infinito nei suoi infiniti livelli
di manifestazione, non può averne uno che si qualifica come ultimo, per cui
dobbiamo utilizzare il discorso di Plotino come i miti di Platone e le parabole
di Gesù Cristo: per chi ha orecchie da intendere, nell’infinita realtà di
energie che costituiscono l’Essere divino, quella meglio percepita dall’uomo è
da noi chiamata materia.
E come gli elettroni, che per
spostarsi da un’orbita all’altra avvicinandosi o allontanandosi dal nucleo,
devono rispettivamente acquistare o perdere energia, così, nel nostro caso, per
avvicinarci a Dio dobbiamo diventare più forti e ciò può essere ottenuto
affrontando e accettando serenamente i sacrifici di una vita che non è più
banale ma un percorso di ascesi.
Proviamo a fare un esempio che,
grazie alle attuali conoscenze scientifiche, ci permette di intuire molto meglio
il discorso di Plotino: noi ci troviamo in una stanza illuminata e ai nostri
occhi queste lampade risultano dare una luce continua, in realtà sono lampade
alimentate da una corrente alternata a 50 hertz, il che vuol dire che ogni
secondo attraverso i due poli che innescano la reazione del filamento
incandescente o del tubo fluorescente, abbiamo ogni secondo 50 interruzioni
come flash di energia; il nostro occhio non percepisce questa rapida
successione, per cui invece di vedere la successione acceso-spento, noi vediamo
una luce costante perchè gli attimi di luce finiscono per sovrapporsi. La
stessa illusione ottica si realizza con la proiezione cinematografica: se noi
proiettassimo venti immagini al secondo vedremmo ancora la successione, se
giungiamo a 32 fotogrammi al secondo non vediamo più i fotogrammi singoli che
si succedono, ma il fluire delle immagini come un continuum. Anche qui: dov’è la realtà e dove l’illusione?
Nel campo elettromagnetico, che
costituisce un aspetto della realtà che non è più percepibile sul piano
materiale dai nostri sensi, si misurano, per ogni secondo, le vibrazioni hertz,
dal nome del fisico che le ha analizzate in termini scientifici: abbiamo i
kilo-hertz, i mega-hertz, giga-hertz, cioè abbiamo mille, milioni, miliardi di
hertz, di vibrazioni al secondo. Se partiamo dalle vibrazioni più lente abbiamo
il suono, se aumentiamo le vibrazioni arriviamo all’ultrasuono, che il nostro
orecchio non percepisce più ma che il nostro organismo mal sopporterebbe per
tempi prolungati; a livelli ancora superiori abbiamo i raggi infrarossi, per
cui quello che chiamiamo calore in realtà è l’effetto di vibrazioni, per cui
come con il calore si aumentano le vibrazioni molecolari di un oggetto che,
perciò, si dilata, così se provochiamo questo aumento di vibrazioni otteniamo
calore; a livello superiore abbiamo la luce e andiamo, sempre aumentando le
vibrazioni, dal rosso al violetto, poi passiamo all’ultravioletto, abbiamo le
onde radio, ancora oltre abbiamo i raggi
X e. in un ulteriore intensificarsi
delle vibrazioni, andiamo su energie via via più penetranti e sempre più
“impalpabili”.
Normalmente non ci pensiamo, ma
tutti accettiamo ormai l’affermazione che siamo immersi in un mare di onde
elettromagnetiche e stiamo diventando sempre più consapevoli che è meglio non
andare ad abitare vicino al traliccio di una linea di corrente ad alta tensione
perché potrebbero aumentare i rischi di essere colpiti da leucemia, così stiamo
attenti a che il nostro forno a microonde abbia le guarnizioni integre e ci
sentiamo anche dire che un uso smodato dell telefonino potrebbe avere
conseguenze negative sul nostro cervello. Prendiamola come una provocazione
ancora da verificare, ma potrebbe esserci qualcosa di vero in queste ipotesi,
dal momento che il telefonino e i computers funzionano a mega o gigahertz:
un’onda con pochi hertz si estende per chilometri, ma è un’onda soffice,
morbida; un’onda gigahertz, è un’onda brevissima ma che incide, che corrode,
che spappola.
Passando dai kilohertz ai mega,
giga, terahertz... si entra in livelli di realtà diversi: se, con la tecnologia
adeguata, puntiamo una parabola in un qualunque punto dello spazio possiamo
captare delle onde elettromagnetiche che arrivano da galassie lontane anni
luce. Quello che si chiama spazio vuoto in realtà è pieno di energia: è questa
la dimensione immateriale del mondo, è questa la energia che è difficile
calcolare per sapere, dal punto di vista scientifico, se il mondo si espanderà
all’infinito o se si ricompatterà.
L’intuizione che ci propone Plotino
è proprio questa: l’Infinito si pone su infiniti piani come vibrazioni diverse:
quella che per noi risulta essere quella meglio percepibile è chiamata materia,
ma questo non significa che non ce ne possano essere ancora di più dense ma che
noi non riusciamo a percepire e che possiamo solo intuire all’interno di teorie
astrofisiche, nelle quali si ipotizzano condizioni di realtà totalmente diverse
da quelle che sono oggetto della nostra esperienza, come gli ipotetici buchi
neri, all’interno dei quali ci troveremmo immobili sul piano spaziale ma capaci
di muoverci nel tempo.
In effetti, se ci pensiamo bene, la
percezione del mondo dipende dal nostro livello di consapevolezza: che cos’era
il mondo per noi quando eravamo nel ventre di nostra madre quando, oggi lo
sappiamo, già avevamo una forma di coscienza? Che cosa era la realtà materiale
per noi in quel momento? Il feto negli ultimi stadi dello sviluppo ha una sua
coscienza e si è appurato che è possibile mandargli e ricevere tutta una serie
di stimoli, mentre ancora è all’interno dell’utero materno.
L’affermazione che l’Essere è
costituito da infiniti livelli di vibrazioni è l’intuizione di Plotino che
verrà poi ripresa da Spinoza e da Leibniz più di mille anni dopo: il discorso
di Plotino, se è vero che restringe il discorso di Platone perchè non usa più
il mito ma tenta di fare discorsi più stringati, logicamente più definiti e più
coerenti, diventa però un discorso estremamente interessante perchè, riducendo
lo spettro del messaggio platonico, lo evolve in un discorso anticipatore della
successiva ricerca filosofica.
Analogamente a quello che è stato per Aristotele.
Sempre in Plotino troviamo
riflessioni che anticipano quella che poi, in seguito, verrà definita come
teologia negativa, che invita il credente a non illudersi presuntuosamente di
potere in qualche modo definire positivamente le caratteristiche divine: quando
egli afferma che “non si deve dire di Lui nè questo nè quello” e “lo
stesso nome Uno non significa altro che la negazione della molteplicità”
per cui quando “definiamo l’Uno assegnamo un attributo non a Lui ma a noi”
nel senso che “intendiamo cioè dire che abbiamo qualcosa di Lui mentre Egli
rimane in sè stesso”. (Plotino - Enneadi - Libro VI, 9, 3-4)
Sono riflessioni profonde, che
rendono impegnativo il pensiero di Plotino ma, proprio per questo,
straordinariamente evoluto, capace di anticipare, di secoli, problematiche
filosofiche fondamentali.
Quando diciamo che noi siamo il
profumo emanato da Dio, non stiamo dicendo che Dio volutamente ci ha posto in
essere, semplicemente stiamo dicendo che, in quanto partecipi dell’Essere,
abbiamo una intuizione di Esso: noi esistiamo in quanto siamo una parte di Dio
o, meglio, un attimo di Dio: dire una parte finisce già per inserire in Dio il
principio della divisibilità, della spazialità, dire un attimo forse è meglio
perché l’attimo, in quanto impalpabile, già partecipa della dimensione di
infinito.
In questo senso possiamo dire che
tutto ciò che ci succede è in realtà l’effetto di cause che noi stessi abbiamo
posto in essere: Dio è infinito, in quanto infinito in Lui coesiste tutto e il
contrario di tutto, per cui le nostre decisioni non pongono in essere una
realtà piuttosto che un’altra, ma sono l’energia necessaria per “andare a
visionare” nell’infinitudine divina questo mondo qui, piuttosto che un altro.
Questo sarà il discorso di Leibniz,
ma in Plotino è già implicito quando dice che non dobbiamo imputare a Dio le
disgrazie che ci succedono, poichè né nel bene né nel male Dio può essere
provvidente: Dio come infinito è l’Essere, che permane eternamente identico a
se stesso.
Ma allora non si può più pregare? Si
può anche pregare, ma la preghiera è sempre una scelta che il filosofo vede con
distacco. Poi lo stesso filosofo, che è pur sempre un essere umano, avrà i suoi
momenti di crisi e, anche lui, pregherà. Pregherà non più l’Infinito Uno che
non si può pregare ma, nelle infinite manifestazioni di Dio, andrà a cercare
quei livelli che gli sono più accessibili: per limitarci all’ambito del
cristianesimo tra gli infiniti esseri che si trovano tra la dimensione umana e
l’Uno ci sono infiniti livelli di energie diverse, le possiamo anche chiamare
Santi, Angeli, Arcangeli, Serafini, Cherubini,...: entità che ci possono
effettivamente venire in aiuto, energie che possono lavorare in sintonia con
noi e quindi aiutarci nell’affrontare i nostri problemi.
Quando si prega non si è più un
filosofo, si è un credente, un pellegrino, un poveretto gravato di problemi ed
è umanamente giusto, comprensibile, accettabile che si preghi. Nei momenti di
maggiore forza, invece, ci si rende conto che l’unica cosa che si può dire è
“Signore sia fatta la tua volontà” perché, nell’Infinito, tutto ciò che per noi
esiste ha una sua giustificazione come momento dell’armonia del Tutto. D’altra
parte la consapevolezza filosofica che tutto ciò che è pensabile è, su piani
che ancora ci sfuggono, realtà, fa sì che l’andare a “vedere” o meno questi
piani diversi di realtà sia, in ultima analisi, una possibilità condizionata dalla
nostra attuale capacità o incapacità di disporre delle energie necessarie
perchè ciò avvenga. Sono discorsi su cui torneremo.
Importante in Plotino è ancora il
rapporto tempo-eternità: con Plotino si intuisce la relatività del tempo,
giungendo ad una concezione del tempo che solo nel ventesimo secolo verrà
proposta ma, essendo da lui utilizzata all’interno di un punto di vista
religioso, diventa un discorso più potente di quello che sarà di Einstein.
Questo perché Plotino porta avanti un discorso di certezze
religioso-filosofiche di tipo platonico che Einstein, quand’anche le avesse
personalmente credute, non avrebbe potuto manifestare come scienziato. Quando,
ad esempio, Eistein dirà “Dio non gioca a dadi”, rifiutando un certo tipo di
discorso della fisica dei quanti, la sua affermazione verrà dalla cultura
scientifica ufficiale bollata come discorso inaccettabile dal punto di vista
accademico.
Plotino non ha questi problemi,
perché è portatore di certezze religioso-filosofiche di tipo platonico e può
fare quindi, per i credenti, un discorso più potente.
Plotino, abbiamo visto, riprendeva
in pieno il pensiero di Platone riesponendolo a distanza di alcuni secoli in un
contesto culturale diverso, in un epoca nella quale il Cristianesimo aveva già
portato a livello di massa tutta una serie di intuizioni che all’epoca di
Platone erano riservate a un’élite. Anche se attraverso il discorso cristiano
si era scesi di livello sul piano logico-filosofico però, sul piano intuitivo,
le parabole del Vangelo valgono i miti di Platone, quindi il suo discorso era
stato reso accessibile a molte più persone di quanto non fosse possibile ai
suoi tempi. E, come Platone aveva affermato che il tempo è l’immagine
dell’eternità, così Plotino riprende questo discorso, lasciando chiaramente
intendere che quello che noi chiamiamo tempo è il nostro modo di pensare, di
percepire, di intuire l’eternità di Dio, la dimensione divina.
Con ciò Plotino già afferma nelle
sue opere, a più riprese, che il tempo ha una dimensione soggettiva e non ha
una realtà in sè quando, ancora oggi, la maggior parte della gente continua a
credere che il tempo sia una realtà oggettiva perché lo misuriamo con
meccanismi tecnologicamente evoluti e, sul piano scientifico, si è
convenzionalmente accettato a livello planetario di considerare l’ora come
composta di 60 minuti primi, a loro volta composti di 60 minuti secondi,
ciascuno dei quali è definito come la durata di 9.192.631.770 oscillazioni
della radiazione emessa dall’atomo di cesio-133 nello stato fondamentale nella
transizione tra due particolari livelli.
Possiamo fare un esempio che in
qualche modo può aiutare a intuire il discorso plotiniano che è estremamente
moderno. Utilizziamo un esempio in cui le misure e i dati numerici forniti non
hanno la pretesa di essere scientificamente corretti perchè, volutamente, si è
preferito approssimare anche grossolanamente i dati senza per questo
stravolgere la dimensione logica dal punto di vista scientifico, per
sottolineare piuttosto le riflessioni filosofiche possibili.
Immaginiamo un
piano inclinato di sei metri, su questo piano inclinato immaginiamo una sfera,
che viene lasciata libera e quindi comincia a rotolare.

Se noi
teniamo ferma l’unità di tempo, cioè se noi non pensiamo al tempo come a una
realtà che possiamo soggettivamente controllare, ma piuttosto al tempo come
energia che scorre in un modo per noi incontrollabile, ecco allora che abbiamo,
nel primo disegno, a sinistra, un secondo, un altro secondo, un ultimo secondo,
(sono le misure in alto) e allora, per ogni secondo considerato come realtà
immutabile, noi vediamo che la palla percorre nel primo secondo un metro, nel
secondo due metri, nel terzo secondo tre metri, per cui parliamo di moto
uniformemente accelerato, perchè la sfera comincia a muoversi adagio e poi
accelera perché è attirata con moto uniformemente accelerato dalla forza di
gravità.
Nel secondo disegno, a destra,
capovolgiamo i nostri parametri di osservazione. A questo punto, cioè,
consideriamo la distanza di due metri come unità fissa di spazio, su cui
basiamo un nuovo criterio di osservazione e valutazione.
Cosa succede? Sempre lasciando
correre la pallina, nello stesso identico modo, libera di scorrere sul piano
inclinato, succede che a questo punto si modifica il tempo, cioè per percorrere
i primi due metri, la pallina impiega un secondo e 25 centesimi, per percorrere
gli altri due metri la pallina utilizza solo un secondo, mentre per percorrere
gli ultimi due metri la pallina utilizza soltanto 0,75 secondi. Si dirà: “Ma è
chiaro, è lo stesso discorso di prima solo che invece di guardare l’unità di
tempo guardiamo l’unità di spazio”. Certamente, però il tempo si dilata in
senso inverso, cioè mentre la conclusione del disegno di sinistra era che la
pallina in ogni secondo aumentava progressivamente lo spazio che percorreva,
nel disegno la conclusione sottolinea che lo “spazio di tempo”, cioè la
dimensione del tempo, varia in misura esattamente opposta, per cui è il tempo
più dilatato, più ampio all’inizio, quando la pallina scorre adagio, mentre il
tempo si restringe quando la pallina scorre più veloce.
Qui si possono fare alcune
riflessioni interessanti. Quando noi, vivendo, siamo concentrati su noi stessi,
ad esempio siamo nella sala d’attesa del dentista, il tempo sembra non passare
più, perché siamo concentrati su noi stessi, e la dimensione nostra come
coscienza è la dimensione del tempo, non quella dello spazio.
Per dirla con Platone, un’anima, che
con il linguaggio comune potrebbe essere definita come grande perchè nobile e
virtuosa, può essere più efficacemente definita come “antica” perchè sono le
esperienze passate, e cioè il tempo, che l’hanno fatta evolvere, mentre un uomo
“da poco” è esotericamente meglio definirlo come una anima “giovane”, che deve
ancora fare molte esperienze per maturare consapevolezze di livello superiore
e, anche qui, è il tempo il parametro fondamentale in un simile processo
evolutivo. Quando siamo nella sala d’aspetto del dentista, e non vogliamo o non
sappiamo concentrare la nostra attenzione su fattori esterni a noi, scopriamo
la nostra dimensione più autentica come momenti della eternità dell’essere: per
questo il tempo sembra non passare mai.
La dimensione del nostro spirito è
una dimensione impalpabile, mentre quando stiamo guardando la partita o stiamo
affrontando un colloquio di esame, stiamo vivendo qualcosa capace di
concentrarci oggettivamente su una realtà spazialmente sentita come punto di
riferimento privilegiato e, quindi, capace di proiettarci fuori di noi stessi,
per cui il tempo passa rapidissimo.
Plotino aveva intuito questa
dimensione soggettiva del tempo, meglio di quanto saprà fare Agostino che
scriverà: “Se nessuno mi chiede cos’è il tempo io so che cos’è, lo intuisco,
ma se qualcuno mi chiede di spiegare che cos’è il tempo, mi mancano le parole...”;
sì, perché si capovolge tutto.
Queste intuizioni nel discorso
filosofico di Plotino servivano per suggerire all’uomo di non considerare la
vita come tempo che ci resta da vivere come qualcosa di oggettivo, come
qualcosa di ineluttabile di fronte a cui essere passivi, quanto piuttosto di
utilizzarlo in positivo, imparando a gestirlo attivamente, perché il tempo si
dilata nella misura in cui lo si sa usare: quanto più ci si immerge in una
dimensione di impegno in cui si crede tanto più si produce nella stessa unità
di tempo, nel senso che il tempo si dilata. Se non ci si dà dei programmi, se
nulla ci entusiasma, le giornate sembrano lunghissime, ma poi di colpo ci si
accorge che sono passati 30 anni e non si è combinato niente, mentre se si è avuta
la capacità di darsi dei programmi, delle cose da fare, se si è saputo
utilizzare l’entusiasmo come caratteristica del vivere ecco che si può scoprire
che le giornate passano in un attimo, però poi dopo 30 anni di questo tipo di
vita ci si accorgerà di avere fatto cose che ci permetteranno di essere fieri
di noi.