1.6  -  Plotino                (.htm)

 

 

Plotino vive nel III secolo dopo Cristo, quindi convive con una realtà cristiana che ormai ha cominciato a diffondersi grazie anche alla civiltà romana che aveva unificato tutto il bacino del Mediterraneo.

Leggendo le opere di Platone e di Plotino abbiamo la netta sensazione che il discorso del primo sia accessibile e coinvolgente mentre invece quello di Plotino appare più impegnativo, nel senso che si presenta più tecnico come discorso e più difficile da interpretare.

Il fatto è che Platone parlava come iniziato a non iniziati e quindi utilizzava il mito; il mito sembra per tanti versi banalizzare un discorso filosoficamente impegnativo, ma proprio in quanto mito e, perciò, in un certo senso banalizzante, è però leggibile su piani diversi, per cui se hai già avuto un certo tipo di iniziazione il mito di Platone ti suggerirà precise intuizioni, se non hai queste basi il mito ti permetterà comunque, se pure in  via ingenua, di intuire qualcosa che poi si sedimenta nel tuo inconscio e col tempo, crescendo e aumentando la tua esperienza e la tua capacità di riflessione, potrà maturare in consapevolezze nuove.

 Il messaggio portato dal mito è facile da apprendere e difficile da dimenticare, per cui il discorso di Platone apre un ventaglio di stimoli che è amplissimo e, per ciò, il suo discorso appare più semplice.

Il discorso di Plotino invece si realizza in un contesto culturale molto diverso, siamo ormai sette–otto secoli dopo Platone: intanto il Cristianesimo di questo periodo ha sposato il platonismo come filosofia, tanto che Agostino, che  si trova praticamente ad essere coetaneo di Plotino perchè gli è posteriore di poche decine di anni, vede in Plotino un filosofo eccezionale, proprio perché riprende il discorso del grande Platone che, per il vescovo cristiano, rappresenta la voce più limpida e più pura di conoscenza della verità che l’uomo abbia avuto prima di Gesù Cristo.

Plotino appare in un contesto in cui a livello di masse un certo tipo di discorso è già stato reso accessibile, per cui non c’è più bisogno di parlare attraverso miti, perché i cristiani, i cristiani dei primi secoli, certe cose se le sono già sentite dire molto bene: quando Platone afferma che bisogna uscire dalla caverna e andare a vedere il sole, l’aria libera, attraverso una lunga e faticosa salita, non è il discorso cristiano per cui dobbiamo in questa vita affrontare la sofferenza, i sacrifici, realizzare la virtù per arrivare alla felicità eterna?

Con queste premesse, il discorso di Plotino si qualifica come il cristianesimo delle classi colte di quell’epoca; in altre parole, una persona che avesse alle spalle quella che oggi diciamo una cultura superiore, vedeva nel discorso di Plotino il complemento perfetto alla omelia che egli sentiva in chiesa da parte del sacerdote e del vescovo che parlavano ai fedeli il cui livello culturale era più basso.

E’ per questi motivi che si può affermare che la filosofia di Plotino si inserisce nella dimensione cristiana non come voce contrastante, ma come la teorizzazione su un piano logico più impegnativo di quel discorso che il Cristianesimo fa a livelli più semplici alle masse.

Proviamo a fare un esempio: Plotino parla di Trinità, per cui Dio è Uno e Trino, il che è esattamente il discorso del Cristianesimo. In realtà abbiamo visto che era già un discorso fatto da Pitagora, che, però, lo aveva proposto su una dimensione di metalogica matematica e quindi accessibile solo a livello iniziatico.

Il Cristianesimo questo discorso di Dio Uno e Trino lo ha portato a un livello più accessibile, per cui abbiamo Dio Padre, Figlio e lo Spirito Santo che, della terna, risulta la figura più difficilmente comprensibile a livello di massa perché tutti possono pensare al Padre e al Figlio come figure reali, ma lo Spirito Santo, -stiamo all’ortodossia cristiana- che si pone come il rapporto di amore e conoscenza che lega tra loro il Padre e il Figlio, non è più così facile da immaginare come entità reale. In altre parole, abbiamo la trasformazione di un puro legame ideale tra due figure che riusciamo a vedere come reali -un padre e un figlio- in una terza entità: questo passaggio non è più cosa semplice da intuire, almeno per tutti.

Il discorso di Plotino si propone come una specie di cerniera tra la più ingenua teorizzazione cristiana di una Trinità costituita da Padre, Figlio e Spirito Santo e l’intuizione metalogica dell’Uno che, in quanto realtà infinita, è Uno Due e quindi è contemporaneamente il Tre di Pitagora.

La Trinità di Plotino si fonda sull’Essere nella sua dimensione assoluta che egli chiama Infinito Uno, l’Assoluto, intendendo proprio quell’Abisso vertiginoso di oscurità, perché insondabile alla mente umana, che è l’Essere di Parmenide che tutto comprende e, perché tutto comprende, di esso non si può dire nulla, perché per quanto se ne dica non lo si esaurisce e perciò, automaticamente, lo si limita. L’abisso assoluto dell’Essere è, per l’uomo, una intuizione sfuggente che può divenire però più “stabile” quando riconosciamo nell’Abisso e Silenzio la prima intuizione della fonte della consapevolezza come capacità di pensare.

L’Infinito Uno nella sua assolutezza vertiginosa di Abisso e Silenzio corrisponde a Dio Padre, l’Infinito Uno come Coscienza corrisponde a Dio Figlio. Intendendolo come coscienza non dobbiamo, però, incorrere nell’errore di attribuire a questa Coscienza il benché minimo contenuto: la seconda persona della Trinità plotiniana deve essere intuita come una coscienza infinita e, proprio per tale motivo, in sè assolutamente vuota. Dobbiamo fare uno sforzo di astrazione perchè si deve pensare al pensiero come atto puro: è il discorso di Aristotele, Dio come atto puro, come pensiero di pensiero, che rappresenta l’estrema astrazione a cui può giungere l’analisi razionale della ricerca filosofica, oltre a cui c’è l’abisso e silenzio che non appartiene più all’area filosofica quanto piuttosto caratterizza l’esperienza del mistico.

Il terzo costituente della Trinità plotiniana, il corrispettivo dello Spirito Santo del cristianesimo, è il contenuto della Coscienza divina, è cioè l’”oggetto” della Coscienza, la quale costituisce la seconda Persona divina. Per cui abbiamo l’Infinito Uno che è Coscienza e, in quanto tale, è coscienza dell’Essere, inteso come  l’Idea di essere in quanto denominatore comune di tutta la realtà pensabile, dal granello di sabbia alla galassia.

In ultima analisi, la Trinità divina in Plotino si pone in questi termini:

1)       abbiamo l’abisso infinito dell’essere che per noi è irraggiungibile

2)       al suo “interno”, quello che è l’Uno-Due, pari-dispari di Pitagora diventa la capacità di pensare

3)       l’”oggetto” pensato dalla capacità di pensare, il contenuto della coscienza: l’idea di Essere.

 

Questo modo di proporre la Trinità divina, più impegnativa che non la proposta cristiana del Padre, Figlio e Spirito Santo, qualifica il discorso plotiniano come filosofia cristiana evoluta sul piano culturale.

Se andiamo a rileggere un passo di Plotino quando parla dell’Intelletto e dell’Essere come “momenti all’interno” dell’Infinito: (Enneadi, V, 1, 4)   Coesistono insieme e non si lasciano l’un l’altro, ma... questa unità che è insieme Intelletto ed Essere... in quanto pensa è Intelletto, in quanto è pensato è Essere”, troviamo proprio questo sforzo di portare l’intuizione umana ai limiti estremi delle proprie capacità, perché in realtà quando noi parliamo utilizziamo simboli e parole e veniamo condizionati da termini che immediatamente ci vanno a riproiettare sul concreto e quindi sono intuizioni che riusciamo a cogliere per un attimo e poi si perdono.

L’affermazione che la dimensione trinitaria di Plotino è la versione culturalmente più evoluta della Trinità cristiana si basa, tra l’altro, su una precisa citazione di s. Agostino; non dimentichiamo che quest’ultimo nasce ottanta anni dopo la morte di Plotino (Plotino 203-270 d.C.; Agostino 354-430 d.C.), e vive quindi in un contesto nel quale le opere di Plotino, Le Enneadi, erano certamente conosciute.

Ebbene Agostino in una delle sue opere, Contra Accademicos, dice: “Il messaggio di Platone, il più puro e il più luminoso di ogni filosofo, ha dissipato le tenebre dell’errore ed ora risplende specialmente in Plotino, un platonico così simile al suo maestro che si penserebbe vissuto insieme o piuttosto, dato il periodo così lungo che li separa, che Platone sia nato di nuovo in Plotino”.

 Si capisce a questo punto perché i teologi allineati sul piano dell’ortodossia abbiano, nel migliore dei casi, rimosso il pensiero agostiniano.

La cosa più preoccupante di tutta questa faccenda è la sicurezza con cui la teologia prende le misure di tutto ciò che non rientra nella ortodossia del momento, non ponendosi minimamente neppure il dubbio che Agostino, vescovo di Ippona, non è stato dichiarato santo nel ventesimo secolo ma subito dopo la sua morte, quando ben vivo era il ricordo di come aveva testimoniato la verità cristiana in cui credeva e ben note erano le opere nelle quali aveva chiarito il suo pensiero per cui, se oggi risulta scomodo per la chiesa cattolica, potrebbe essere la prova che questa chiesa non è più, evidentemente, quella che, a suo tempo, lo ha proclamato santo e che riusciva a convivere senza problemi con il pensiero filosofico di Plotino.

 

Un’immagine famosa che Plotino ha utilizzato per spiegare il rapporto che c’è tra Dio e il mondo è quella della rosa: attorno alla rosa c’è il profumo e il profumo non nasce dopo, nasce con la rosa, e, se essa è eterna, coeterno è il profumo. Il profumo della rosa è il mondo che noi percepiamo, la rosa è Dio come principio ultimo del mondo e, come il profumo è reale perché lo senti e al tempo stesso ha una dimensione di realtà-impalpabilità nei confronti della rosa, per cui la rosa è “più vera” del profumo, perchè se non ci fosse la rosa il profumo non sussisterebbe, così Dio è la eterna radice ultima del mondo che, con Lui e in Lui, sussiste eternamente.

E’ un esempio efficace, da utilizzare però sempre con la attenzione critica del filosofo perchè, affermando che la rosa è la causa del profumo, introduciamo un rapporto causa effetto che sminuisce la dimensione divina nel senso che, al limite, finiamo per attribuire alla causa una sorta di volontà che avvenga l’effetto. Nell’area dell’ortodossia cristiana finirà per prevalere proprio il discorso secondo cui il mondo è stato creato per volontà di Dio, che rientrava nel primo livello, il più ingenuo, del messaggio della nuova religione. Attribuire a Dio la volontà fa sorridere dal punto di vista filosofico e, infatti, Plotino afferma che Dio è eterno principio che, per il fatto stesso di esistere, pone in essere il mondo.

Con il tipo di cultura e di educazione religiosa con cui siamo stati cresciuti ci sembra di sminuire Dio, privandolo della possibilità-volontà di porre in essere il mondo. Filosoficamente un Dio che vuole il mondo è un Dio che mette in essere qualcosa che gli mancava. L’Essere perfetto non crea niente: quella che noi chiamiamo realtà è in lui, per cui il mondo esiste coeternamente in Dio, se pure come piano di realtà a cui si riduce la nostra attuale capacità di percezione.

Il profumo c’è, è vero, ma vuoi mettere? È la rosa la realtà vera, ecco il discorso di Plotino, come già era di Platone: il mondo c’è, è vero, esiste, ma la realtà ultima è Dio, quindi il compito del filosofo, per Plotino, è poi lo stesso proposto dalla religione cristiana: quello di invitare alla ascesi, quello cioè di puntare il nostro sguardo verso Dio, scegliendo una vita virtuosa.

Si tratta, cioè, di risalire dalla dimensione di puro profumo alla rosa, come principio ultimo che lo pone in essere che, ancora una volta, è quello di Platone quando invita a risalire dalla caverna alla luce del sole. Questo è un discorso perfettamente cristiano,  senza le ingenuità di un Dio che crea, vuole, giudica.

Platone e Plotino affermano che Dio non ci ha voluto né creato perché noi in Dio esistiamo eternamente: sta a noi scegliere, in quanto siamo scintille di Dio e quindi portatori della sua infinita potenza, sta a noi scegliere se rimanere così come siamo o spostarci nella infinitudine dell’essere a livelli sempre diversi: finchè ci basta il profumo resteremo in questo livello, il giorno in cui cominceremo a realizzare che ci può essere una realtà più consistente, cominceremo a darci da fare per risalire dal profumo all’essere vero, alla rosa.

Tutto questo ci costerà fatica, perché? Perché dobbiamo risalire dalla materia che Plotino definisce come l’ultima delle vibrazioni coeternamente esistenti nell’essere infinito di Dio: siamo, per dirla con Platone, in fondo alla caverna. Osserviamo, per inciso, che quando usiamo il termine “ultima” stiamo già cadendo in un discorso filosoficamente ingenuo, perché in realtà l’Infinito nei suoi infiniti livelli di manifestazione, non può averne uno che si qualifica come ultimo, per cui dobbiamo utilizzare il discorso di Plotino come i miti di Platone e le parabole di Gesù Cristo: per chi ha orecchie da intendere, nell’infinita realtà di energie che costituiscono l’Essere divino, quella meglio percepita dall’uomo è da noi chiamata materia.

E come gli elettroni, che per spostarsi da un’orbita all’altra avvicinandosi o allontanandosi dal nucleo, devono rispettivamente acquistare o perdere energia, così, nel nostro caso, per avvicinarci a Dio dobbiamo diventare più forti e ciò può essere ottenuto affrontando e accettando serenamente i sacrifici di una vita che non è più banale ma un percorso di ascesi.

 

Proviamo a fare un esempio che, grazie alle attuali conoscenze scientifiche, ci permette di intuire molto meglio il discorso di Plotino: noi ci troviamo in una stanza illuminata e ai nostri occhi queste lampade risultano dare una luce continua, in realtà sono lampade alimentate da una corrente alternata a 50 hertz, il che vuol dire che ogni secondo attraverso i due poli che innescano la reazione del filamento incandescente o del tubo fluorescente, abbiamo ogni secondo 50 interruzioni come flash di energia; il nostro occhio non percepisce questa rapida successione, per cui invece di vedere la successione acceso-spento, noi vediamo una luce costante perchè gli attimi di luce finiscono per sovrapporsi. La stessa illusione ottica si realizza con la proiezione cinematografica: se noi proiettassimo venti immagini al secondo vedremmo ancora la successione, se giungiamo a 32 fotogrammi al secondo non vediamo più i fotogrammi singoli che si succedono, ma il fluire delle immagini come un continuum. Anche qui: dov’è la realtà e dove l’illusione?

Nel campo elettromagnetico, che costituisce un aspetto della realtà che non è più percepibile sul piano materiale dai nostri sensi, si misurano, per ogni secondo, le vibrazioni hertz, dal nome del fisico che le ha analizzate in termini scientifici: abbiamo i kilo-hertz, i mega-hertz, giga-hertz, cioè abbiamo mille, milioni, miliardi di hertz, di vibrazioni al secondo. Se partiamo dalle vibrazioni più lente abbiamo il suono, se aumentiamo le vibrazioni arriviamo all’ultrasuono, che il nostro orecchio non percepisce più ma che il nostro organismo mal sopporterebbe per tempi prolungati; a livelli ancora superiori abbiamo i raggi infrarossi, per cui quello che chiamiamo calore in realtà è l’effetto di vibrazioni, per cui come con il calore si aumentano le vibrazioni molecolari di un oggetto che, perciò, si dilata, così se provochiamo questo aumento di vibrazioni otteniamo calore; a livello superiore abbiamo la luce e andiamo, sempre aumentando le vibrazioni, dal rosso al violetto, poi passiamo all’ultravioletto, abbiamo le onde radio, ancora oltre abbiamo i raggi  X e. in  un ulteriore intensificarsi delle vibrazioni, andiamo su energie via via più penetranti e sempre più “impalpabili”.

Normalmente non ci pensiamo, ma tutti accettiamo ormai l’affermazione che siamo immersi in un mare di onde elettromagnetiche e stiamo diventando sempre più consapevoli che è meglio non andare ad abitare vicino al traliccio di una linea di corrente ad alta tensione perché potrebbero aumentare i rischi di essere colpiti da leucemia, così stiamo attenti a che il nostro forno a microonde abbia le guarnizioni integre e ci sentiamo anche dire che un uso smodato dell telefonino potrebbe avere conseguenze negative sul nostro cervello. Prendiamola come una provocazione ancora da verificare, ma potrebbe esserci qualcosa di vero in queste ipotesi, dal momento che il telefonino e i computers funzionano a mega o gigahertz: un’onda con pochi hertz si estende per chilometri, ma è un’onda soffice, morbida; un’onda gigahertz, è un’onda brevissima ma che incide, che corrode, che spappola.

Passando dai kilohertz ai mega, giga, terahertz... si entra in livelli di realtà diversi: se, con la tecnologia adeguata, puntiamo una parabola in un qualunque punto dello spazio possiamo captare delle onde elettromagnetiche che arrivano da galassie lontane anni luce. Quello che si chiama spazio vuoto in realtà è pieno di energia: è questa la dimensione immateriale del mondo, è questa la energia che è difficile calcolare per sapere, dal punto di vista scientifico, se il mondo si espanderà all’infinito o se si ricompatterà.

 

L’intuizione che ci propone Plotino è proprio questa: l’Infinito si pone su infiniti piani come vibrazioni diverse: quella che per noi risulta essere quella meglio percepibile è chiamata materia, ma questo non significa che non ce ne possano essere ancora di più dense ma che noi non riusciamo a percepire e che possiamo solo intuire all’interno di teorie astrofisiche, nelle quali si ipotizzano condizioni di realtà totalmente diverse da quelle che sono oggetto della nostra esperienza, come gli ipotetici buchi neri, all’interno dei quali ci troveremmo immobili sul piano spaziale ma capaci di muoverci nel tempo.

In effetti, se ci pensiamo bene, la percezione del mondo dipende dal nostro livello di consapevolezza: che cos’era il mondo per noi quando eravamo nel ventre di nostra madre quando, oggi lo sappiamo, già avevamo una forma di coscienza? Che cosa era la realtà materiale per noi in quel momento? Il feto negli ultimi stadi dello sviluppo ha una sua coscienza e si è appurato che è possibile mandargli e ricevere tutta una serie di stimoli, mentre ancora è all’interno dell’utero materno.

L’affermazione che l’Essere è costituito da infiniti livelli di vibrazioni è l’intuizione di Plotino che verrà poi ripresa da Spinoza e da Leibniz più di mille anni dopo: il discorso di Plotino, se è vero che restringe il discorso di Platone perchè non usa più il mito ma tenta di fare discorsi più stringati, logicamente più definiti e più coerenti, diventa però un discorso estremamente interessante perchè, riducendo lo spettro del messaggio platonico, lo evolve in un discorso anticipatore della successiva ricerca filosofica.

 Analogamente a quello che è stato per Aristotele.

 

Sempre in Plotino troviamo riflessioni che anticipano quella che poi, in seguito, verrà definita come teologia negativa, che invita il credente a non illudersi presuntuosamente di potere in qualche modo definire positivamente le caratteristiche divine: quando egli afferma che “non si deve dire di Lui nè questo nè quello” e “lo stesso nome Uno non significa altro che la negazione della molteplicità” per cui quando “definiamo l’Uno assegnamo un attributo non a Lui ma a noi” nel senso che “intendiamo cioè dire che abbiamo qualcosa di Lui mentre Egli rimane in sè stesso”. (Plotino - Enneadi -  Libro VI, 9, 3-4)

Sono riflessioni profonde, che rendono impegnativo il pensiero di Plotino ma, proprio per questo, straordinariamente evoluto, capace di anticipare, di secoli, problematiche filosofiche fondamentali.

Quando diciamo che noi siamo il profumo emanato da Dio, non stiamo dicendo che Dio volutamente ci ha posto in essere, semplicemente stiamo dicendo che, in quanto partecipi dell’Essere, abbiamo una intuizione di Esso: noi esistiamo in quanto siamo una parte di Dio o, meglio, un attimo di Dio: dire una parte finisce già per inserire in Dio il principio della divisibilità, della spazialità, dire un attimo forse è meglio perché l’attimo, in quanto impalpabile, già partecipa della dimensione di infinito.

In questo senso possiamo dire che tutto ciò che ci succede è in realtà l’effetto di cause che noi stessi abbiamo posto in essere: Dio è infinito, in quanto infinito in Lui coesiste tutto e il contrario di tutto, per cui le nostre decisioni non pongono in essere una realtà piuttosto che un’altra, ma sono l’energia necessaria per “andare a visionare” nell’infinitudine divina questo mondo qui, piuttosto che un altro.

Questo sarà il discorso di Leibniz, ma in Plotino è già implicito quando dice che non dobbiamo imputare a Dio le disgrazie che ci succedono, poichè né nel bene né nel male Dio può essere provvidente: Dio come infinito è l’Essere, che permane eternamente identico a se stesso.

Ma allora non si può più pregare? Si può anche pregare, ma la preghiera è sempre una scelta che il filosofo vede con distacco. Poi lo stesso filosofo, che è pur sempre un essere umano, avrà i suoi momenti di crisi e, anche lui, pregherà. Pregherà non più l’Infinito Uno che non si può pregare ma, nelle infinite manifestazioni di Dio, andrà a cercare quei livelli che gli sono più accessibili: per limitarci all’ambito del cristianesimo tra gli infiniti esseri che si trovano tra la dimensione umana e l’Uno ci sono infiniti livelli di energie diverse, le possiamo anche chiamare Santi, Angeli, Arcangeli, Serafini, Cherubini,...: entità che ci possono effettivamente venire in aiuto, energie che possono lavorare in sintonia con noi e quindi aiutarci nell’affrontare i nostri problemi.

Quando si prega non si è più un filosofo, si è un credente, un pellegrino, un poveretto gravato di problemi ed è umanamente giusto, comprensibile, accettabile che si preghi. Nei momenti di maggiore forza, invece, ci si rende conto che l’unica cosa che si può dire è “Signore sia fatta la tua volontà” perché, nell’Infinito, tutto ciò che per noi esiste ha una sua giustificazione come momento dell’armonia del Tutto. D’altra parte la consapevolezza filosofica che tutto ciò che è pensabile è, su piani che ancora ci sfuggono, realtà, fa sì che l’andare a “vedere” o meno questi piani diversi di realtà sia, in ultima analisi, una possibilità condizionata dalla nostra attuale capacità o incapacità di disporre delle energie necessarie perchè ciò avvenga. Sono discorsi su cui torneremo.

Importante in Plotino è ancora il rapporto tempo-eternità: con Plotino si intuisce la relatività del tempo, giungendo ad una concezione del tempo che solo nel ventesimo secolo verrà proposta ma, essendo da lui utilizzata all’interno di un punto di vista religioso, diventa un discorso più potente di quello che sarà di Einstein. Questo perché Plotino porta avanti un discorso di certezze religioso-filosofiche di tipo platonico che Einstein, quand’anche le avesse personalmente credute, non avrebbe potuto manifestare come scienziato. Quando, ad esempio, Eistein dirà “Dio non gioca a dadi”, rifiutando un certo tipo di discorso della fisica dei quanti, la sua affermazione verrà dalla cultura scientifica ufficiale bollata come discorso inaccettabile dal punto di vista accademico.

Plotino non ha questi problemi, perché è portatore di certezze religioso-filosofiche di tipo platonico e può fare quindi, per i credenti, un discorso più potente.

Plotino, abbiamo visto, riprendeva in pieno il pensiero di Platone riesponendolo a distanza di alcuni secoli in un contesto culturale diverso, in un epoca nella quale il Cristianesimo aveva già portato a livello di massa tutta una serie di intuizioni che all’epoca di Platone erano riservate a un’élite. Anche se attraverso il discorso cristiano si era scesi di livello sul piano logico-filosofico però, sul piano intuitivo, le parabole del Vangelo valgono i miti di Platone, quindi il suo discorso era stato reso accessibile a molte più persone di quanto non fosse possibile ai suoi tempi. E, come Platone aveva affermato che il tempo è l’immagine dell’eternità, così Plotino riprende questo discorso, lasciando chiaramente intendere che quello che noi chiamiamo tempo è il nostro modo di pensare, di percepire, di intuire l’eternità di Dio, la dimensione divina.

Con ciò Plotino già afferma nelle sue opere, a più riprese, che il tempo ha una dimensione soggettiva e non ha una realtà in sè quando, ancora oggi, la maggior parte della gente continua a credere che il tempo sia una realtà oggettiva perché lo misuriamo con meccanismi tecnologicamente evoluti e, sul piano scientifico, si è convenzionalmente accettato a livello planetario di considerare l’ora come composta di 60 minuti primi, a loro volta composti di 60 minuti secondi, ciascuno dei quali è definito come la durata di 9.192.631.770 oscillazioni della radiazione emessa dall’atomo di cesio-133 nello stato fondamentale nella transizione tra due particolari livelli.

 

Possiamo fare un esempio che in qualche modo può aiutare a intuire il discorso plotiniano che è estremamente moderno. Utilizziamo un esempio in cui le misure e i dati numerici forniti non hanno la pretesa di essere scientificamente corretti perchè, volutamente, si è preferito approssimare anche grossolanamente i dati senza per questo stravolgere la dimensione logica dal punto di vista scientifico, per sottolineare piuttosto le riflessioni filosofiche possibili.

Immaginiamo un piano inclinato di sei metri, su questo piano inclinato immaginiamo una sfera, che viene lasciata libera e quindi comincia a rotolare.

 


 

 

 


Se noi teniamo ferma l’unità di tempo, cioè se noi non pensiamo al tempo come a una realtà che possiamo soggettivamente controllare, ma piuttosto al tempo come energia che scorre in un modo per noi incontrollabile, ecco allora che abbiamo, nel primo disegno, a sinistra, un secondo, un altro secondo, un ultimo secondo, (sono le misure in alto) e allora, per ogni secondo considerato come realtà immutabile, noi vediamo che la palla percorre nel primo secondo un metro, nel secondo due metri, nel terzo secondo tre metri, per cui parliamo di moto uniformemente accelerato, perchè la sfera comincia a muoversi adagio e poi accelera perché è attirata con moto uniformemente accelerato dalla forza di gravità.

Nel secondo disegno, a destra, capovolgiamo i nostri parametri di osservazione. A questo punto, cioè, consideriamo la distanza di due metri come unità fissa di spazio, su cui basiamo un nuovo criterio di osservazione e valutazione.

Cosa succede? Sempre lasciando correre la pallina, nello stesso identico modo, libera di scorrere sul piano inclinato, succede che a questo punto si modifica il tempo, cioè per percorrere i primi due metri, la pallina impiega un secondo e 25 centesimi, per percorrere gli altri due metri la pallina utilizza solo un secondo, mentre per percorrere gli ultimi due metri la pallina utilizza soltanto 0,75 secondi. Si dirà: “Ma è chiaro, è lo stesso discorso di prima solo che invece di guardare l’unità di tempo guardiamo l’unità di spazio”. Certamente, però il tempo si dilata in senso inverso, cioè mentre la conclusione del disegno di sinistra era che la pallina in ogni secondo aumentava progressivamente lo spazio che percorreva, nel disegno la conclusione sottolinea che lo “spazio di tempo”, cioè la dimensione del tempo, varia in misura esattamente opposta, per cui è il tempo più dilatato, più ampio all’inizio, quando la pallina scorre adagio, mentre il tempo si restringe quando la pallina scorre più veloce.

 

Qui si possono fare alcune riflessioni interessanti. Quando noi, vivendo, siamo concentrati su noi stessi, ad esempio siamo nella sala d’attesa del dentista, il tempo sembra non passare più, perché siamo concentrati su noi stessi, e la dimensione nostra come coscienza è la dimensione del tempo, non quella dello spazio.

Per dirla con Platone, un’anima, che con il linguaggio comune potrebbe essere definita come grande perchè nobile e virtuosa, può essere più efficacemente definita come “antica” perchè sono le esperienze passate, e cioè il tempo, che l’hanno fatta evolvere, mentre un uomo “da poco” è esotericamente meglio definirlo come una anima “giovane”, che deve ancora fare molte esperienze per maturare consapevolezze di livello superiore e, anche qui, è il tempo il parametro fondamentale in un simile processo evolutivo. Quando siamo nella sala d’aspetto del dentista, e non vogliamo o non sappiamo concentrare la nostra attenzione su fattori esterni a noi, scopriamo la nostra dimensione più autentica come momenti della eternità dell’essere: per questo il tempo sembra non passare mai.

La dimensione del nostro spirito è una dimensione impalpabile, mentre quando stiamo guardando la partita o stiamo affrontando un colloquio di esame, stiamo vivendo qualcosa capace di concentrarci oggettivamente su una realtà spazialmente sentita come punto di riferimento privilegiato e, quindi, capace di proiettarci fuori di noi stessi, per cui il tempo passa rapidissimo.

Plotino aveva intuito questa dimensione soggettiva del tempo, meglio di quanto saprà fare Agostino che scriverà: “Se nessuno mi chiede cos’è il tempo io so che cos’è, lo intuisco, ma se qualcuno mi chiede di spiegare che cos’è il tempo, mi mancano le parole...”; sì, perché si capovolge tutto.

Queste intuizioni nel discorso filosofico di Plotino servivano per suggerire all’uomo di non considerare la vita come tempo che ci resta da vivere come qualcosa di oggettivo, come qualcosa di ineluttabile di fronte a cui essere passivi, quanto piuttosto di utilizzarlo in positivo, imparando a gestirlo attivamente, perché il tempo si dilata nella misura in cui lo si sa usare: quanto più ci si immerge in una dimensione di impegno in cui si crede tanto più si produce nella stessa unità di tempo, nel senso che il tempo si dilata. Se non ci si dà dei programmi, se nulla ci entusiasma, le giornate sembrano lunghissime, ma poi di colpo ci si accorge che sono passati 30 anni e non si è combinato niente, mentre se si è avuta la capacità di darsi dei programmi, delle cose da fare, se si è saputo utilizzare l’entusiasmo come caratteristica del vivere ecco che si può scoprire che le giornate passano in un attimo, però poi dopo 30 anni di questo tipo di vita ci si accorgerà di avere fatto cose che ci permetteranno di essere fieri di noi.