1.7 -  Cusano            (.htm)  

 

 

Cusano è un filosofo interessante anche perché, con lui, all’interno della Chiesa Cattolica si è potuto fare in forma ufficiale per l’ultima volta un discorso che presupponeva la dottrina della doppia verità, dottrina che nell’area cristiana è stata mantenuta per oltre mille anni.

Cusano, filosofo e matematico, nasce nel XV secolo e muore circa 50 anni prima della Riforma protestante: come vescovo e cardinale ha ricoperto cariche importanti, è stato legato pontificio in Germania e ha partecipato al concilio di Basilea e a quello di Firenze e, con lui, la Chiesa Cattolica poteva ancora avere il coraggio di accettare come momento di ortodossia il discorso della doppia verità.

In che cosa consisteva questo discorso? Nel fatto che il vescovo quando parlava in chiesa e spiegava il Vangelo al popolo faceva un certo tipo di discorso; quando invece si trovava all’università o comunque con persone di un certo livello culturale faceva un discorso diverso. E quindi è importante vedere il pensiero di Cusano perché è l’ultima volta che possiamo prendere atto della presenza, all’interno della chiesa cattolica, di una espressione del cristianesimo che in seguito verrà condannata e repressa con la violenza.

Nell’area cristiana di oggi la citazione di s. Agostino da cui siamo partiti suona come provocatoria e inaccettabile perchè sono ormai cinque secoli che non si fa più il discorso di una verità cristiana che può essere rivelata a livelli diversi.

Per questo il pensiero di Cusano appare provocatorio e le sue riflessioni sembrano bestemmie, oggi, agli occhi di un teologo. Eppure Cusano è un vescovo, ha avuto la porpora cardinalizia, e non è mai entrato in conflitto con l’ortodossia all’interno della Chiesa: il fatto è che, a quell’epoca, questi discorsi erano fatti alla minoranza che aveva un livello culturale adeguato.

Delineando il pensiero di Bruno, vedremo perchè la Chiesa sceglierà di non sostenere più queste posizioni.

 

 Cusano parte dalla realtà del mondo, la realtà delle cose finite e afferma che partendo dal finito è impossibile giungere a Dio, cioè all’Infinito, perché per quante cose finite io accumuli, per quante cose io impari, capisca, per quanto aumenti la mia conoscenza di uomo finito non potrò mai dire: “Ora so che cosa è Dio”.

Fin qui va tutto bene, non ci sono problemi con quella che oggi è definita come ortodossia, però, al tempo stesso, Cusano sottolinea che nel finito si manifesta l’infinito, nel finito si manifesta l’infinita potenza di Dio, e questo lo porta a recuperare in pieno la metalogica, quella logica di Eraclito e di Pitagora che appare ai più come strana e provocatoria. Ecco, allora, Cusano parlare di dotta ignoranza: il cristiano che ha aperto gli occhi è un ignorante, ma è dotto, perché pur essendo, in quanto uomo, finito, facente parte di quella realtà che ha dei limiti, sa di avere in sé la capacità di intuire Dio su una dimensione che nessun teologo sarà mai capace di delineare.

In Cusano abbiamo quella dotta ignoranza che ci recupera la teologia negativa, come dire che la teologia che si sforza attraverso strumenti razionali e discorsi logici di dire qualcosa in positivo di Dio ha sbagliato strada: solo attraverso l’intuizione, che nel finito dell’essere umano esprime l’infinito in cui siamo radicati, noi possiamo percepire la realtà divina che si attua attraverso la coincidenza degli opposti, e qui il discorso di Cusano arriva ad essere provocatorio e sostanzialmente blasfemo, se utilizziamo come criterio di valutazione il primo livello di verità, quello riservato a chi non ha strumenti culturali adeguati.

Cusano è un vescovo e pesa le parole nel momento in cui parla di Dio come coincidenza degli opposti e utilizza un vocabolario tecnico specialistico, neutro: utilizza la geometria. Quando, verso la metà del quindicesimo secolo, Cusano afferma che una circonferenza di raggio infinito coincide con una retta, come dire che assume caratteristiche opposte a quelle che le appartenevano come assunto di partenza, egli, per certi versi, anticipa di parecchi secoli la battuta paradossale di Einstein quando dirà che se esistesse un telescopio sufficientemente potente e ci mettessimo in osservazione vedremmo la nostra nuca perché nell’universo, data la curvatura spazio-tempo, il raggio di luce finirebbe per richiudersi su se stesso.

Ma in che misura è blasfemo affermare che in Dio circonferenza e linea retta sono la stessa cosa?

È blasfemo oggi, non allora, perché quando Cusano fa simili discorsi utilizza la geometria, che in quel momento storico era conosciuta da pochi, ma questi pochi -anche tra i sacerdoti erano pochi coloro che avevano questo tipo di conoscenze- che erano in grado di capire il senso profondo della coincidenza degli opposti di Cusano, non si scandalizzavano pur essendo a conoscenza del fatto che voleva anche dire che in Dio Lucifero e Satana, bene e male coincidono, in Dio coesistono, Dio è il contenitore di entrambi, Dio contiene in sé la radice ultima del bene e del male. Ecco le affermazioni che oggi il teologo non accetta più e che invece il vescovo Cusano nel 1450 ancora poteva fare all’interno della Chiesa: chiaramente non le faceva di fronte alle masse, non diceva al popolino che Satana è all’interno di Dio. Cusano le esponeva a livello di chierici e usando un linguaggio da iniziati, cioè attraverso le provocazioni logiche di una geometria portata sul piano eracliteo-pitagorico, cioè spinta a quei livelli di massima intuizione a cui le capacità umane possono giungere, per poter superare le contraddizioni logiche: possiamo dire che la linea chiusa di una circonferenza è esattamente l’opposto di una linea retta però, sempre usando la logica, ma superando i suoi limiti, possiamo dire che se immaginiamo un cerchio di raggio infinito ecco che la sua circonferenza finisce per coincidere con la linea retta e ho superato con l’intuizione i limiti del finito, i limiti dell’esperienza dello spazio-tempo.

 

Un analogo salto qualitativo tra finito e infinito, già utilizzato a suo tempo da Zenone, viene ripreso da Cusano per far intuire il rapporto tra il tempo e l’eternità.

Cusano ci suggerisce di immaginare una trottola sulla quale identifichiamo i due punti estremi di una specie di diametro A – B.

C-D sono punti che si trovano fuori della trottola, sullo spazio esterno, e costituiscono a loro volta gli estremi del diametro di una circonferenza che rappresenta quella che per noi è la realtà del tempo.

Per noi    -individuati nel punto X-   C e D rappresentano la realtà del tempo: supponendo di essere “in cammino” in senso orario su questa circonferenza, il punto C rappresenta il nostro passato e il punto D il nostro futuro. La trottola, con il suo diametro AB rappresenta l’eternità. Se noi, dice Cusano, immaginiamo la trottola che gira a velocità infinita -non ha importanza il suo senso di rotazione- possiamo dire che A e B che sono sulla superficie della trottola i punti più lontani, opposti tra loro, si trovano contemporaneamente nel punto X1, proprio in corrispondenza del nostro attuale attimo di coscienza. Si trovano contemporaneamente perchè la velocità infinita del moto della trottola impedisce di poter dire se A passi prima o dopo B. Non solo, ma per lo stesso motivo i punti A e B si trovano contemporaneamente in corrispondenza con tutti gli infiniti punti di cui è composta la circonferenza CD. Il che equivale a dire che in qualunque attimo del tempo c’è, tutta intera, la potenza infinita dell’eternità.

Ecco che cosa significa coincidenza degli opposti: non vuol soltanto dire che Dio è contemporaneamente  Lucifero e Satana, ma vuol anche dire che in ogni attimo della nostra vita c’è tutta intera la potenza dell’eternità, c’è tutta intera la potenza infinita di Dio. Dirà Hegel che il tempo, così come lo percepiamo noi, non esiste, la realtà vera è l’attimo ed è nell’attimo che c’è la potenza infinita dell’Essere, ed è proprio in questo senso che Cusano parla di Dio perché per lui vale l’equazione Dio=infinito e afferma che in ogni attimo della nostra vita se solo noi abbiamo aperto gli occhi possiamo scoprire, appunto, l’infinita potenza di Dio.

La incommensurabile potenza dell’uomo in rapporto agli altri animali, che sono i suoi fratelli minori, è data proprio dalla sua potenziale capacità di “fare rendere” la potenza dell’attimo che può essere il condensato di una consapevolezza temporale molto estesa, come dire che l’autoconsapevolezza umana si sta espandendo nella dimensione dell’infinito. Lo stesso parametro può essere utilizzato per distinguere tra loro, su una scala gerarchica in senso evolutivo, gli altri animali.

Nella nostra vita c’è una quantità incredibilmente alta di attimi di banalità, di attimi in cui ci lasciamo vivere e c’è un numero molto più ridotto di attimi di una potenza notevole: l’attimo in cui ho deciso che quella ragazza meritava la mia proposta di un impegno per la vita, l’attimo in cui ho deciso che volevo fare un certo corso di studi, l’attimo in cui ho rifiutato una prospettiva di lavoro per sceglierne un’altra, ... e la importanza, nella nostra vita, di questi attimi, è stata a sua volta costruita in modo silenzioso e non quantificabile da una serie infinita di attimi apparentemente meno importanti con i quali, così come la cattedrale è costituita dai singoli mattoni, si è poco per volta “voluto” raggiungere quella che poi, a cose fatte, apparirà come una tappa importante della nostra vita.

Ciascuno di noi può portare infiniti esempi di questo genere: ci sono infinite possibili situazioni che hanno determinato una svolta nella nostra vita; Cusano ci porta a prendere atto che ciascuno degli infiniti attimi di cui è costituita la nostra vita, a partire da quando abbiamo acquisito la capacità di autogestirci, ci caricano della responsabilità per ciò che abbiamo scelto o abbiamo rifiutato.

In realtà li abbiamo lasciati passare per la maggior parte non utilizzandoli per quanto potevano dare e una persona si distingue ed emerge dalle altre unicamente per la percentuale più alta di attimi che non lascia semplicemente scorrere, ma che usa, per cui una persona “vale” più di un’altra nella misura in cui sa sfruttare l’infinita potenza degli attimi della sua vita. Non vogliamo sentirci ricordare troppo spesso questa cosa perché ci è abbastanza comodo dire che se le cose non vanno bene è colpa di qualcun altro.

In fondo, e questa è una consapevole provocazione, è anche più comodo impegnarsi in politica o nel sociale perché il mondo vada meglio; certamente è utile anche questo, però il modo migliore per far andare meglio il mondo è cominciare da noi stessi: cercare di cambiare il mondo, cercare di cambiare gli altri è, sotto questo punto di vista, un atto di egoismo e di presunzione; è, più o meno inconsciamente, la pretesa di sostenere che sono gli altri che devono cambiare il proprio punto di vista e il proprio comportamento.

Perché siamo nati? Siamo nati per noi stessi, per crescere in sapienza e grazia, non siamo nati per gli altri; migliorando noi stessi diamo il massimo contributo possibile perché il mondo migliori; anche perché, poi, migliorando noi stessi non potremo più sottrarci a un certo tipo di obblighi, di impegni, di scadenze, su cui prima invece potevamo glissare con una certa disinvoltura: nel momento in cui migliori te stesso su certe cose non si discute più, sai che devi farle e le fai senza aspettarti ricompensa, perché hai già lavorato su te stesso, hai già realizzato che si nasce per diventare sempre meno indegni della potenza divina che in noi si sta esprimendo. Questo è il discorso di Cusano, che oggi sarebbe eretico, ma che allora era all’interno della Chiesa cattolica e che si conclude con un messaggio religioso bellissimo.

Cusano sostiene che dal finito non si può raggiungere l’infinito nel senso che l’uomo, come essere vivente di tipo animale, non può, in quanto tale, salvarsi: è Gesù Cristo che ci salva; ma, attenzione, in Cusano la figura di Gesù Cristo acquista una valenza diversa, per cui non c’è più il salto qualitativo tra il vero figlio di Dio e noi che, in quanto e solo in quanto recuperati attraverso il battesimo e i sacramenti, possiamo anche noi chiamarci figli di Dio ma che, in quanto soggetti alla tentazioni del demonio, alla sofferenza, alla nascita, alla morte, al dolore risultiamo piuttosto i figli della serva.

Il discorso di Cusano invece ha proprio questo significato, Gesù Cristo è simbolo-realtà di ciò che siamo noi, cioè Gesù Cristo è ciò che noi possiamo diventare:

 

L’uomo è infatti un dio, ma non assolutamente, in quanto uomo; è perciò come un dio umano. L’uomo è anche un mondo, ma in quanto uomo non è, nella sua contrazione, tutte le cose. E’ perciò l’uomo un microcosmo e un certo mondo umano. La stessa sfera dell’umanità perciò abbraccia con la sua potenzialità umana e Dio e l’universo mondo.

Può quindi essere l’uomo un dio umano e Dio umanamente; può essere una angelo umano e una bestia umana, ... .                                                                  (Cusano - De conjecturis - 1440 - Libro II; cap. XIV: L’uomo)

 

Gesù Cristo, come vero figlio di Dio, è ciò che noi potenzialmente siamo ma che non sappiamo ancora di essere. Questo è il discorso di Cusano, chiaramente non lo dice dal pulpito in chiesa, davanti alla folla. Non lo dice all’ubriacone incapace di controllare gli impulsi che egli stesso ha messo in moto, lo dice al chierico, a colui che è capace di capire quale estrema responsabilità abbiamo nel momento in cui cominciamo a intuire che noi, ciascuno di noi, in quanto momenti di Dio siamo figli di Dio esattamente come Gesù Cristo. Come, nella dimensione dell’infinito qualunque punto ha la valenza di punto centrale, per cui non esistono punti più o meno importanti e significativi così, in Dio, la figura storica di Gesù Cristo e ciascuno di noi rappresentiamo l’espressione dello stesso soffio vitale di potenza infinita.

Vedremo Bruno che queste cose le dirà in modo più “brutale”, Cusano le esprime attraverso i giochi e le provocazioni logiche della geometria: il tempo che coincide con l’eternità, il cerchio che coincide con la linea retta. Bruno dirà chiaro: guarda che tu non sei più vicino a Dio come uomo che come formica, perché Dio è tutto ciò che esiste; tutto, allo stesso identico modo. E’ lo stesso pensiero di Cusano il quale, però, scriveva in libri accessibili solo ai chierici, per cui le masse, che non sarebbero state in grado di fare buon uso di questo messaggio, restano tagliate fuori.

Queste riflessioni si propongono solo all’uomo maturo, capace di farsi carico della terribile responsabilità che un così alto livello di verità comporta. Con Cusano la Chiesa utilizza per l’ultima volta un panteismo platonizzante: Dio è il mondo, Dio si esprime nel mondo.

Cusano ripete più volte che Dio come causa infinita del mondo lo trascende, però occorre sottolineare che quando Cusano dice queste cose sta di nuovo distinguendo tra Dio che è sempre da lui inteso come infinito e il mondo che, in quanto percepito da noi, appare finito: e allora necessariamente è trascendente, ma nel momento in cui abbiamo l’intuizione dell’infinito, questa distinzione tra finito e infinito non c’è più, tant’è vero che nella coincidenza degli opposti ci sta anche quella dimensione che oggi la scienza ha riscoperto e che gli antichi filosofi avevano già intuito e cioè che il finito non è veramente tale, perché all’interno del discorso cusaniano si sottolinea che come la linea retta, infinita, è costituita di infiniti punti, così anche il più piccolo dei segmenti, anche quello è fatto di infiniti punti esattamente come la linea retta; analogamente alla consapevolezza, già citata, che in ogni attimo della nostra vita si condensa e si esprime la potenza dell’eternità divina.

In altre parole, è come dire che ciascuno di noi è portatore dell’infinito che è Dio, che è tutto intero in noi: a questo punto Gesù Cristo appare come un nostro fratello maggiore e non un essere qualitativamente superiore agli altri uomini.

Ciascuno di noi ha questa infinita potenza e solo noi possiamo decidere di accelerare o ritardare il processo di crescita che ci sta portando a scoprirci, esattamente come Gesù Cristo, figli di Dio e momenti della sua infinita potenza.

Questo è il discorso di Cusano, che all’interno della Chiesa si è potuto fare, se pure per una minoranza,  fino al XV secolo.