Giordano Bruno, anch’egli religioso,
non è vescovo: è un frate ed è nato alcuni decenni dopo la Riforma protestante,
dopo che Lutero si è staccato dalla chiesa di Roma: in un periodo, cioè, in cui
la chiesa cattolica si è impaurita e ha scelto, sull’onda della paura, di
rinunciare alla dottrina della doppia verità, per cui Bruno verrà condannato pur
dicendo le stesse cose di Cusano. Il fatto è che Cusano le aveva espresse in
latino attraverso un linguaggio logico, geometrico, matematico, inaccessibile
alle folle, mentre quando Bruno dirà che non si è più vicino a Dio come uomo
che come formica lo dirà in modo tale che anche le folle lo possono capire.
La Chiesa non poteva più tollerare
questo discorso, così come non lo tollera oggi: l’ortodossia costruita dai
teologi non ammette per esempio che, in rapporto a Dio, l’uomo e l’animale
possano avere la stessa considerazione e non è assolutamente previsto un
paradiso per gli animali, dopo la loro morte.
Ma, anche qui, possiamo constatare
che nei primi secoli nella chiesa cristiana troviamo posizioni diverse, che non
avrebbero mai ammesso di poter assistere ad episodi di crudeltà nei confronti
degli animali che, poi, nei secoli successivi, la gerarchia ecclesiastica
avrebbe tranquillamente ignorato. D’altra parte, e arriviamo alla provocazione,
che cosa di meglio ci si poteva attendere da una chiesa che, dopo avere
solennemente proclamato la peculiarità dell’essere umano rispetto a tutto il
creato, si troverà a suo agio in un mondo dove le guerre di religione
diventeranno un modo per rendere gloria a Dio?
Più avanti andremo a leggere la
preghiera di Basilio, la preghiera per gli animali; vedremo come all’interno di
un pensiero come quello di Cusano e di Bruno, non si può più mangiare come
l’uomo comune: non puoi più uccidere gli animali per cibartene, se raggiungi un
certo tipo di conoscenza.
Se hai capito che si può vivere
senza uccidere gli animali non puoi più cibarti di carne, perchè se giustifichi
la tua scelta affermando che si deve pur mangiare, in realtà o sei un ignorante
o sei un peccatore, nel senso che non sei capace di rinunciare ai sapori molto forti
di questo tipo di alimentazione; certamente, mangiando il riso, la pasta, la
polenta, il grano per quanto elaborato sia il piatto non potrà mai dare
sensazioni di gusto così forti come il piatto di carne. Ma il punto
fondamentale sta proprio nel fatto che con i cereali nella loro versione
integrale, unitamente alla frutta e alla verdura, si può vivere in perfetta
salute e con tutta l’energia necessaria per una vita intensa anche sul piano
dell’impegno fisico pesante. La stessa dietologica, per altro fin troppo
incline a indulgere sul mantenimento delle secolari abitudini dietetiche delle
classi ricche, ha dovuto riconoscere l’evidenza di questa affermazione per cui,
a questo punto, se si è capito un certo livello di discorso filosofico ci si
trova davanti alla necessità di scegliere, come già succedeva a chi si
accostava alla scuola pitagorica.
Anche in questo senso presso i
pitagorici si affermava che ciascuno ha la verità che si merita, il livello di
verità che è in grado di sopportare.
Normalmente nei testi scolastici si
parla di Bruno come di un panteista un po’ particolare perché si sottolinea
che, in lui, la dimensione trascendente dell’Essere ultimo rimane sempre in
qualche modo se non affermata per lo meno sempre possibile e qualche autore
ritiene che non sia giusto contestare a Bruno questa contraddizione, dal
momento che la sua vita di religioso è stata caratterizzata da un continuo
conflitto con la ortodossia cattolica, che a quei tempi non era tenera con i
dissidenti, e la tragedia in cui questo conflitto ha finito per risolversi
renderebbe questa ambivalenza più che comprensibile.
In realtà non c’è nessun panteista, intendendo per panteista
colui che afferma l’immanenza totale di Dio nel mondo, per cui Dio è nel mondo
e non fuori di esso come creatore trascendente, in realtà nessun panteista ha
mai preteso di dire che il mondo così come gli esseri finiti lo percepiscono
esaurisca l’essere nella sua assolutezza ed è questa la dimensione trascendente
che in Bruno rimane sempre sottintesa. Il mondo è Dio, ma non può esaurirlo;
questo, però, non nel senso che Dio sia ancora qualcos’altro oltre la realtà,
quanto piuttosto il fatto che, per noi, la realtà si riduce alla nostra
capacità di percezione, che è limitata.
Abbiamo citato più volte l’esempio del
fatto che adesso abbiamo apparecchiature che ci evidenziano le onde
elettromagnetiche in cui siamo immersi, ma che noi non percepiamo nè con la
vista nè con l’udito. Sappiamo che il cane ha dei sensi tali per cui suoni che
per noi non esistono vengono da esso percepiti. Ogni essere ha le sue
caratteristiche: ci sono i serpenti del deserto che catturano le prede in piena
notte perché hanno un “visore” a raggi infrarossi, per cui il serpente va a
colpo sicuro su quella macchia di calore che percepisce con la stessa
precisione che noi potremmo condividere solo con la luce del sole.
Nessun panteista ha mai preteso che
la percezione che abbiamo del mondo esaurisca l’essere divino, così come,
d’altra parte, cambiando fronte, tutte le religioni che hanno affermato la
trascendenza di Dio hanno poi, su un piano popolare, cioè di religione vissuta
dalle masse, tutte hanno finito poi per antropomorfizzare quella dimensione
divina che in quanto trascendente avrebbe dovuto essere fuori da qualunque
possibilità di descrizione. La stessa religione musulmana che ha cercato in
ogni modo di evitare questo pericolo vietando qualunque possibile
rappresentazione iconografica dell’essere divino, ha poi finito per consentire
una descrizione di Dio in termini umanamente positivi e comprensibili.
E’ importante sottolineare, a questo
punto, che non viene fatta questa osservazione per amor di polemica, ma proprio
per dire che quando si fa filosofia bisogna sempre stare attenti a mai
generalizzare con troppa disinvoltura perché, oltre tutto, ciò che un filosofo
ha cercato di dire è il più delle volte frutto di intuizioni che non si sono
ancora concretizzate in termini ed espressioni registrate nel vocabolario di
cui dispone la lingua in quel preciso momento storico e che, a maggior ragione
a distanza di secoli, per giunta dopo una traduzione, è difficile recuperare
nella dimensione assolutamente genuina del messaggio filosofico iniziale.
Nel pensiero panteista di Bruno
abbiamo vere e proprie anticipazioni di riflessioni che verranno poi riproposte
da altri filosofi.
Abbiamo una anticipazione di
Schelling quando leggiamo: “Camminare, nuotare, volare, vegetare, sentire,
essere vivificati, vivere, morire è circolo”: come dire che tra vita e
morte non c’è alcun salto nè frattura, perchè l’Essere è sempre se stesso.
Così, quando Bruno ci fa osservare
che “in noi che siamo immobili nel sonno ci sono infinite forme di vita che
nuotano, volano, vegetano e sentono” anticipa riflessioni che saranno poi
meglio sviluppate e indagate da Leibniz.
Quando Bruno mette a fuoco la
dimensione divina del mondo, proprio in quanto manifestazione di Dio, trasforma
la raggiunta consapevolezza filosofica in eroico
furore: questo perchè l’uomo che apre gli occhi e si rende conto che Dio
non è qualcosa di esterno che ci ha creati ma è il nostro vivere, agire,
sentire; è il nostro aver paura, come il nostro essere innamorati. E’ un eroico furore che si autoalimenta nel
momento in cui, realizzata questa nuova consapevolezza, ci rendiamo conto che
quanto più si perfeziona la nostra conoscenza del mondo tanto più siamo
scintille di consapevolezza divina che crescono. E’ una dimensione di crescita
che va all’infinito, per cui vivere è sperimentare, sperimentare è aumentare la
propria consapevolezza, quindi vivere è “inDiarci” sempre di più, è
approssimarci sempre di più alla dimensione di perfezione divina.
L’eroico furore, dice Bruno, spinge la ricerca umana verso un traguardo infinito, ma che
non per questo non deve essere perseguito, e anzi ti accende di entusiasmo
nella misura in cui con un moto progressivamente accelerato la conoscenza
cresce. Al tempo stesso questo eroico furore finisce per sfociare su una
dimensione che potrà apparire contraddittoria ma che forse proprio per questo è
ancora più affascinante, adombrata dal mito di Atteone.
Atteone, nel mito dell’antica
Grecia, aveva intravisto Diana, la dea della caccia, e folgorato da questa
divinità la insegue, la vuole vedere da vicino, la vuole in qualche modo
possedere e, nel momento in cui la sorprende nella selva, Diana, resasi conto
di essere spiata, per punizione trasforma Atteone in un cervo: Diana che come
cerva era insidiata dal cacciatore Atteone ha il potere di trasformarlo per
fargli provare, a sua volta, che cosa significa essere cacciato.
Qual è il significato bruniano di
questo mito? Nel momento in cui noi con la nostra sete di conoscenza assoluta,
che è poi il nostro modo bruniano di essere religiosi e di cercare Dio,
cominciamo a capire e intuire qualcosa di più del senso del mondo, ci
accorgiamo di essere noi per primi proprio quella cosa che stavamo cercando e
quindi da cacciatori di un segreto che sembrava fuori di noi ci scopriamo come
espressione del segreto che stavamo indagando.
Qui, necessariamente, riprendiamo un
discorso già fatto e sul quale non si insisterà mai abbastanza.
Colui che raggiunge questo livello
di consapevolezza non può più esimersi dal riflettere sul fatto che per vivere
bisogna uccidere. Resisi conto che il principio vitale di ogni essere vivente è
il medesimo, sorge la necessità di chiederci, dal momento che l’essere umano
può scegliere il proprio comportamento, quale alimentazione sia preferibile dal
momento in cui si è diventati consapevoli della intuizione panteista adombrata
dal mito di Atteone. Come esseri umani dobbiamo necessariamente pensare, come
cibo, alla materia organica ma, a parte questioni di gusto e di possibili
controindicazioni sul piano della salute, abbiamo un ampio ventaglio di
possibili cibi. Il problema, per il filosofo, è di scegliere consapevolmente di
sacrificare per la propria sopravvivenza le forme di vita la cui soppressione
introduca nel mondo la minor sofferenza possibile.
Ecco la razionalità della scelta
vegetariana che, sul piano esoterico, risale a tempi molto anteriori alla
scuola pitagorica. Utilizzando come cibo i vegetali noi facciamo una scelta che
rispetta negli animali un progetto di vita e di evoluzione di livello
nettamente superiore che solo presuntuosamente possiamo ritenerci in diritto di
interrompere. Sottolineando, poi, che nella scelta vegetariana una
alimentazione equilibrata si basa prevalentemente sui cereali che sono le
vittime sacrificali ideali che la natura ci offre: il chicco di riso, di grano,
di qualunque altro cereale racchiudono un principio vitale che diventando il
nostro cibo viene sacrificato ma, questo, succederebbe comunque perchè si
tratta del frutto terminale di un progetto di vita che è stato portato a
termine e il suo destino può essere soltanto quello di morire nella terra per
dare origine ad un’altra spiga o finire nel sistema digerente di un essere di
livello superiore che, in tal modo, fa compiere all’energia vitale racchiusa
nel chicco un salto di qualità che, nel caso dell’essere umano, rappresenta per
il chicco la più alta sublimazione possibile.
Come ultima considerazione possiamo
ancora notare che, scegliendo di alimentarci con i cereali, noi non
interrompiamo un processo vitale che cerca con tutte le sue forze di opporsi al
sacrificio, dal momento che si tratta di un essere vivente che si trova in uno
stato di ibernazione, per cui il chicco di cereale può rimanere vitale anche
per secoli, sempre in attesa di germogliare a nuova vita o nella terra o nel
processo di assimilazione di un essere vivente superiore. Avremo modo,
tuttavia, di riprendere ampiamente questi discorsi quando, parlando della
macrobiotica come applicazione sul piano dietetico dei principi filosofici che
stiamo esponendo, potremo dedicare più tempo per giustificare le scelte del
cibo sulla base della dialettica yin-yang.
Torniamo a Bruno che, proponendoci
la sua visione del mondo, inevitabilmente ci porta a questo tipo di
considerazioni.
Una ulteriore prova del fatto che il
cristianesimo dei primi secoli era portatore di una visione del mondo di tipo
platonico e, quindi, affine al panteismo bruniano è data dalla lettura della
preghiera che San Basilio, padre della Chiesa, proponeva ai cristiani:
“Oh Dio, aumenta in noi il senso di fraternità con tutti gli esseri
viventi, nostri piccoli fratelli, a cui tu hai dato la terra per dimora comune
con noi. Ci ricordiamo con vergogna che nel passato noi abbiamo esercitato
l’alto dominio dell’uomo sopra di essi con crudeltà spietata, così che la voce
della terra che avrebbe dovuto alzarsi a Te in canto, è stata un gemito
doloroso. Fa che noi si possa realizzare che essi vivono non solo per noi, ma
per loro stessi, e per Te, e che essi amano la dolcezza della vita come noi e
Ti servono meglio nel loro posto che non lo facciamo noi nel nostro”.
Questa è la preghiera che uno dei
Padri della Chiesa proponeva come invocazione per la comunità cristiana,
segnale e dimostrazione di una sensibilità che poi, così come molte altre cose,
la Chiesa finirà con il perdere nel corso dei secoli.
Qual è stato l’errore di Bruno tanto
da essere condannato a morire bruciato vivo come eretico, dal momento che
proponeva una visione del mondo così delicata nella quale c’era posto anche per
l’attenzione alla possibile sofferenza degli animali? Bruno è stato un
“imprudente” nella misura in cui era perfettamente cosciente dei rischi che
stava correndo: contemporaneo di Galilei ha preferito al compromesso, sempre
possibile con la Chiesa, la denuncia aperta di una religione che aveva tradito
i suoi presupposti fondamentali e che, soprattutto nelle sue gerarchie più
alte, dava comunque un pessimo esempio in quanto a coerenza di vita con le
dottrine predicate.
Ci sono voluti quattro secoli perchè
la chiesa cattolica trovasse il coraggio di riconoscere nella condanna di
Galilei un proprio gravissimo errore. Non ha ancora trovato il coraggio di
riconoscere in Bruno un martire cristiano ucciso da coloro che si
autodefinivano custodi della ortodossia cristiana. E’ difficile che, in tempi
brevi, si possa assistere alla riabilitazione di Bruno perchè ciò
implicherebbe, automaticamente, insieme all’errore commesso nel condannarlo,
l’ammissione di avere da secoli stravolto quella che era la dottrina cristiana
dei primi secoli.
Quando Bruno scrive che “la
verità non ha bisogno di difensori perchè si difende da sé, però ama la
compagnia di pochi e sapienti, odia la moltitudine e si dimostra a quelli che
per se stessa la cercano” è
perfettamente consapevole che il suo discorso potrebbe essere accettato
solo all’interno della dottrina della doppia verità. Ma egli sa
contemporaneamente che dopo la riforma protestante non c’è più alcuno spazio,
all’interno della chiesa cristiana, per tale dottrina. Abbiamo già visto,
accennando al pensiero di Aristotele e di Cusano, i motivi per cui è caduta la
dottrina della doppia verità e Bruno sa benissimo che la scelta della Chiesa è
irreversibile. Il suo comportamento quindi, non può definirsi un “errore”: è
una scelta precisa che non accetta compromessi e che si sintetizza nella sua
affermazione secondo cui “le religioni positive sono tutte contro natura”.
Con ciò egli rende pubblica la consapevolezza esoterica che le religioni
storiche, di ogni epoca e cultura, nel momento in cui si sono date una
struttura di potere e al loro interno si è affermata una casta sacerdotale
distinta dagli altri fedeli, in quello stesso momento hanno iniziato a tradire
il messaggio religioso originario che, nella sua purezza iniziale, appartiene
al genere umano e non è monopolio di alcuna nazione più o meno eletta.
E’ chiaro che, con queste premesse,
il destino di Bruno era a quei tempi segnato.
Non sta a noi, in questo momento,
giudicare se sia preferibile la scelta netta e decisa di Bruno o quella morbida
e sfuggente di Galilei perché il discorso ci porterebbe lontano dal tema che ci
siamo proposto.
Ciò che a noi ora interessa è
constatare come in entrambi i casi la chiesa cattolica si riveli molto lontana
dal pensiero cristiano originario.