1.8 -   Bruno           (.htm)

 

 

Giordano Bruno, anch’egli religioso, non è vescovo: è un frate ed è nato alcuni decenni dopo la Riforma protestante, dopo che Lutero si è staccato dalla chiesa di Roma: in un periodo, cioè, in cui la chiesa cattolica si è impaurita e ha scelto, sull’onda della paura, di rinunciare alla dottrina della doppia verità, per cui Bruno verrà condannato pur dicendo le stesse cose di Cusano. Il fatto è che Cusano le aveva espresse in latino attraverso un linguaggio logico, geometrico, matematico, inaccessibile alle folle, mentre quando Bruno dirà che non si è più vicino a Dio come uomo che come formica lo dirà in modo tale che anche le folle lo possono capire.

La Chiesa non poteva più tollerare questo discorso, così come non lo tollera oggi: l’ortodossia costruita dai teologi non ammette per esempio che, in rapporto a Dio, l’uomo e l’animale possano avere la stessa considerazione e non è assolutamente previsto un paradiso per gli animali, dopo la loro morte.

Ma, anche qui, possiamo constatare che nei primi secoli nella chiesa cristiana troviamo posizioni diverse, che non avrebbero mai ammesso di poter assistere ad episodi di crudeltà nei confronti degli animali che, poi, nei secoli successivi, la gerarchia ecclesiastica avrebbe tranquillamente ignorato. D’altra parte, e arriviamo alla provocazione, che cosa di meglio ci si poteva attendere da una chiesa che, dopo avere solennemente proclamato la peculiarità dell’essere umano rispetto a tutto il creato, si troverà a suo agio in un mondo dove le guerre di religione diventeranno un modo per rendere gloria a Dio?

Più avanti andremo a leggere la preghiera di Basilio, la preghiera per gli animali; vedremo come all’interno di un pensiero come quello di Cusano e di Bruno, non si può più mangiare come l’uomo comune: non puoi più uccidere gli animali per cibartene, se raggiungi un certo tipo di conoscenza.

Se hai capito che si può vivere senza uccidere gli animali non puoi più cibarti di carne, perchè se giustifichi la tua scelta affermando che si deve pur mangiare, in realtà o sei un ignorante o sei un peccatore, nel senso che non sei capace di rinunciare ai sapori molto forti di questo tipo di alimentazione; certamente, mangiando il riso, la pasta, la polenta, il grano per quanto elaborato sia il piatto non potrà mai dare sensazioni di gusto così forti come il piatto di carne. Ma il punto fondamentale sta proprio nel fatto che con i cereali nella loro versione integrale, unitamente alla frutta e alla verdura, si può vivere in perfetta salute e con tutta l’energia necessaria per una vita intensa anche sul piano dell’impegno fisico pesante. La stessa dietologica, per altro fin troppo incline a indulgere sul mantenimento delle secolari abitudini dietetiche delle classi ricche, ha dovuto riconoscere l’evidenza di questa affermazione per cui, a questo punto, se si è capito un certo livello di discorso filosofico ci si trova davanti alla necessità di scegliere, come già succedeva a chi si accostava alla scuola pitagorica.

Anche in questo senso presso i pitagorici si affermava che ciascuno ha la verità che si merita, il livello di verità che è in grado di sopportare.

Normalmente nei testi scolastici si parla di Bruno come di un panteista un po’ particolare perché si sottolinea che, in lui, la dimensione trascendente dell’Essere ultimo rimane sempre in qualche modo se non affermata per lo meno sempre possibile e qualche autore ritiene che non sia giusto contestare a Bruno questa contraddizione, dal momento che la sua vita di religioso è stata caratterizzata da un continuo conflitto con la ortodossia cattolica, che a quei tempi non era tenera con i dissidenti, e la tragedia in cui questo conflitto ha finito per risolversi renderebbe questa ambivalenza più che comprensibile.

 In realtà non c’è nessun panteista, intendendo per panteista colui che afferma l’immanenza totale di Dio nel mondo, per cui Dio è nel mondo e non fuori di esso come creatore trascendente, in realtà nessun panteista ha mai preteso di dire che il mondo così come gli esseri finiti lo percepiscono esaurisca l’essere nella sua assolutezza ed è questa la dimensione trascendente che in Bruno rimane sempre sottintesa. Il mondo è Dio, ma non può esaurirlo; questo, però, non nel senso che Dio sia ancora qualcos’altro oltre la realtà, quanto piuttosto il fatto che, per noi, la realtà si riduce alla nostra capacità di percezione, che è limitata.

Abbiamo citato più volte l’esempio del fatto che adesso abbiamo apparecchiature che ci evidenziano le onde elettromagnetiche in cui siamo immersi, ma che noi non percepiamo nè con la vista nè con l’udito. Sappiamo che il cane ha dei sensi tali per cui suoni che per noi non esistono vengono da esso percepiti. Ogni essere ha le sue caratteristiche: ci sono i serpenti del deserto che catturano le prede in piena notte perché hanno un “visore” a raggi infrarossi, per cui il serpente va a colpo sicuro su quella macchia di calore che percepisce con la stessa precisione che noi potremmo condividere solo con la luce del sole.

Nessun panteista ha mai preteso che la percezione che abbiamo del mondo esaurisca l’essere divino, così come, d’altra parte, cambiando fronte, tutte le religioni che hanno affermato la trascendenza di Dio hanno poi, su un piano popolare, cioè di religione vissuta dalle masse, tutte hanno finito poi per antropomorfizzare quella dimensione divina che in quanto trascendente avrebbe dovuto essere fuori da qualunque possibilità di descrizione. La stessa religione musulmana che ha cercato in ogni modo di evitare questo pericolo vietando qualunque possibile rappresentazione iconografica dell’essere divino, ha poi finito per consentire una descrizione di Dio in termini umanamente positivi e comprensibili.

E’ importante sottolineare, a questo punto, che non viene fatta questa osservazione per amor di polemica, ma proprio per dire che quando si fa filosofia bisogna sempre stare attenti a mai generalizzare con troppa disinvoltura perché, oltre tutto, ciò che un filosofo ha cercato di dire è il più delle volte frutto di intuizioni che non si sono ancora concretizzate in termini ed espressioni registrate nel vocabolario di cui dispone la lingua in quel preciso momento storico e che, a maggior ragione a distanza di secoli, per giunta dopo una traduzione, è difficile recuperare nella dimensione assolutamente genuina del messaggio filosofico iniziale.

 

Nel pensiero panteista di Bruno abbiamo vere e proprie anticipazioni di riflessioni che verranno poi riproposte da altri filosofi.

Abbiamo una anticipazione di Schelling quando leggiamo: “Camminare, nuotare, volare, vegetare, sentire, essere vivificati, vivere, morire è circolo”: come dire che tra vita e morte non c’è alcun salto nè frattura, perchè l’Essere è sempre se stesso.

Così, quando Bruno ci fa osservare che “in noi che siamo immobili nel sonno ci sono infinite forme di vita che nuotano, volano, vegetano e sentono” anticipa riflessioni che saranno poi meglio sviluppate e indagate da Leibniz.

Quando Bruno mette a fuoco la dimensione divina del mondo, proprio in quanto manifestazione di Dio, trasforma la raggiunta consapevolezza filosofica in eroico furore: questo perchè l’uomo che apre gli occhi e si rende conto che Dio non è qualcosa di esterno che ci ha creati ma è il nostro vivere, agire, sentire; è il nostro aver paura, come il nostro essere innamorati. E’ un eroico furore che si autoalimenta nel momento in cui, realizzata questa nuova consapevolezza, ci rendiamo conto che quanto più si perfeziona la nostra conoscenza del mondo tanto più siamo scintille di consapevolezza divina che crescono. E’ una dimensione di crescita che va all’infinito, per cui vivere è sperimentare, sperimentare è aumentare la propria consapevolezza, quindi vivere è “inDiarci” sempre di più, è approssimarci sempre di più alla dimensione di perfezione divina.

L’eroico furore, dice Bruno, spinge la ricerca umana verso un traguardo infinito, ma che non per questo non deve essere perseguito, e anzi ti accende di entusiasmo nella misura in cui con un moto progressivamente accelerato la conoscenza cresce. Al tempo stesso questo eroico furore finisce per sfociare su una dimensione che potrà apparire contraddittoria ma che forse proprio per questo è ancora più affascinante, adombrata dal mito di Atteone.

Atteone, nel mito dell’antica Grecia, aveva intravisto Diana, la dea della caccia, e folgorato da questa divinità la insegue, la vuole vedere da vicino, la vuole in qualche modo possedere e, nel momento in cui la sorprende nella selva, Diana, resasi conto di essere spiata, per punizione trasforma Atteone in un cervo: Diana che come cerva era insidiata dal cacciatore Atteone ha il potere di trasformarlo per fargli provare, a sua volta, che cosa significa essere cacciato.

Qual è il significato bruniano di questo mito? Nel momento in cui noi con la nostra sete di conoscenza assoluta, che è poi il nostro modo bruniano di essere religiosi e di cercare Dio, cominciamo a capire e intuire qualcosa di più del senso del mondo, ci accorgiamo di essere noi per primi proprio quella cosa che stavamo cercando e quindi da cacciatori di un segreto che sembrava fuori di noi ci scopriamo come espressione del segreto che stavamo indagando.

 

Qui, necessariamente, riprendiamo un discorso già fatto e sul quale non si insisterà mai abbastanza.

Colui che raggiunge questo livello di consapevolezza non può più esimersi dal riflettere sul fatto che per vivere bisogna uccidere. Resisi conto che il principio vitale di ogni essere vivente è il medesimo, sorge la necessità di chiederci, dal momento che l’essere umano può scegliere il proprio comportamento, quale alimentazione sia preferibile dal momento in cui si è diventati consapevoli della intuizione panteista adombrata dal mito di Atteone. Come esseri umani dobbiamo necessariamente pensare, come cibo, alla materia organica ma, a parte questioni di gusto e di possibili controindicazioni sul piano della salute, abbiamo un ampio ventaglio di possibili cibi. Il problema, per il filosofo, è di scegliere consapevolmente di sacrificare per la propria sopravvivenza le forme di vita la cui soppressione introduca nel mondo la minor sofferenza possibile.

Ecco la razionalità della scelta vegetariana che, sul piano esoterico, risale a tempi molto anteriori alla scuola pitagorica. Utilizzando come cibo i vegetali noi facciamo una scelta che rispetta negli animali un progetto di vita e di evoluzione di livello nettamente superiore che solo presuntuosamente possiamo ritenerci in diritto di interrompere. Sottolineando, poi, che nella scelta vegetariana una alimentazione equilibrata si basa prevalentemente sui cereali che sono le vittime sacrificali ideali che la natura ci offre: il chicco di riso, di grano, di qualunque altro cereale racchiudono un principio vitale che diventando il nostro cibo viene sacrificato ma, questo, succederebbe comunque perchè si tratta del frutto terminale di un progetto di vita che è stato portato a termine e il suo destino può essere soltanto quello di morire nella terra per dare origine ad un’altra spiga o finire nel sistema digerente di un essere di livello superiore che, in tal modo, fa compiere all’energia vitale racchiusa nel chicco un salto di qualità che, nel caso dell’essere umano, rappresenta per il chicco la più alta sublimazione possibile.

Come ultima considerazione possiamo ancora notare che, scegliendo di alimentarci con i cereali, noi non interrompiamo un processo vitale che cerca con tutte le sue forze di opporsi al sacrificio, dal momento che si tratta di un essere vivente che si trova in uno stato di ibernazione, per cui il chicco di cereale può rimanere vitale anche per secoli, sempre in attesa di germogliare a nuova vita o nella terra o nel processo di assimilazione di un essere vivente superiore. Avremo modo, tuttavia, di riprendere ampiamente questi discorsi quando, parlando della macrobiotica come applicazione sul piano dietetico dei principi filosofici che stiamo esponendo, potremo dedicare più tempo per giustificare le scelte del cibo sulla base della dialettica yin-yang.

 

Torniamo a Bruno che, proponendoci la sua visione del mondo, inevitabilmente ci porta a questo tipo di considerazioni.

Una ulteriore prova del fatto che il cristianesimo dei primi secoli era portatore di una visione del mondo di tipo platonico e, quindi, affine al panteismo bruniano è data dalla lettura della preghiera che San Basilio, padre della Chiesa, proponeva ai cristiani:

“Oh Dio, aumenta in noi il senso di fraternità con tutti gli esseri viventi, nostri piccoli fratelli, a cui tu hai dato la terra per dimora comune con noi. Ci ricordiamo con vergogna che nel passato noi abbiamo esercitato l’alto dominio dell’uomo sopra di essi con crudeltà spietata, così che la voce della terra che avrebbe dovuto alzarsi a Te in canto, è stata un gemito doloroso. Fa che noi si possa realizzare che essi vivono non solo per noi, ma per loro stessi, e per Te, e che essi amano la dolcezza della vita come noi e Ti servono meglio nel loro posto che non lo facciamo noi nel nostro”.

Questa è la preghiera che uno dei Padri della Chiesa proponeva come invocazione per la comunità cristiana, segnale e dimostrazione di una sensibilità che poi, così come molte altre cose, la Chiesa finirà con il perdere nel corso dei secoli.

Qual è stato l’errore di Bruno tanto da essere condannato a morire bruciato vivo come eretico, dal momento che proponeva una visione del mondo così delicata nella quale c’era posto anche per l’attenzione alla possibile sofferenza degli animali? Bruno è stato un “imprudente” nella misura in cui era perfettamente cosciente dei rischi che stava correndo: contemporaneo di Galilei ha preferito al compromesso, sempre possibile con la Chiesa, la denuncia aperta di una religione che aveva tradito i suoi presupposti fondamentali e che, soprattutto nelle sue gerarchie più alte, dava comunque un pessimo esempio in quanto a coerenza di vita con le dottrine predicate.

Ci sono voluti quattro secoli perchè la chiesa cattolica trovasse il coraggio di riconoscere nella condanna di Galilei un proprio gravissimo errore. Non ha ancora trovato il coraggio di riconoscere in Bruno un martire cristiano ucciso da coloro che si autodefinivano custodi della ortodossia cristiana. E’ difficile che, in tempi brevi, si possa assistere alla riabilitazione di Bruno perchè ciò implicherebbe, automaticamente, insieme all’errore commesso nel condannarlo, l’ammissione di avere da secoli stravolto quella che era la dottrina cristiana dei primi secoli.

Quando Bruno scrive che “la verità non ha bisogno di difensori perchè si difende da sé, però ama la compagnia di pochi e sapienti, odia la moltitudine e si dimostra a quelli che per se stessa la cercano” è  perfettamente consapevole che il suo discorso potrebbe essere accettato solo all’interno della dottrina della doppia verità. Ma egli sa contemporaneamente che dopo la riforma protestante non c’è più alcuno spazio, all’interno della chiesa cristiana, per tale dottrina. Abbiamo già visto, accennando al pensiero di Aristotele e di Cusano, i motivi per cui è caduta la dottrina della doppia verità e Bruno sa benissimo che la scelta della Chiesa è irreversibile. Il suo comportamento quindi, non può definirsi un “errore”: è una scelta precisa che non accetta compromessi e che si sintetizza nella sua affermazione secondo cui “le religioni positive sono tutte contro natura”. Con ciò egli rende pubblica la consapevolezza esoterica che le religioni storiche, di ogni epoca e cultura, nel momento in cui si sono date una struttura di potere e al loro interno si è affermata una casta sacerdotale distinta dagli altri fedeli, in quello stesso momento hanno iniziato a tradire il messaggio religioso originario che, nella sua purezza iniziale, appartiene al genere umano e non è monopolio di alcuna nazione più o meno eletta.

E’ chiaro che, con queste premesse, il destino di Bruno era a quei tempi segnato.

Non sta a noi, in questo momento, giudicare se sia preferibile la scelta netta e decisa di Bruno o quella morbida e sfuggente di Galilei perché il discorso ci porterebbe lontano dal tema che ci siamo proposto.

Ciò che a noi ora interessa è constatare come in entrambi i casi la chiesa cattolica si riveli molto lontana dal pensiero cristiano originario.