1.9 -    Spinoza         (.htm)

 

Spinoza vive nel secolo successivo rispetto a Bruno, ma i tempi non permettevano ancora un discorso panteista senza correre dei rischi; egli, poi, in quanto ebreo, viveva all’interno di una comunità religiosa che, proprio perché perseguitata da secoli, viveva con ancora maggiore rigore la dimensione di ortodossia e nel momento in cui Spinoza riprende un discorso che è quello di Bruno, di Cusano, di Platone finisce per incappare nei rigori del suo stesso gruppo, per cui viene cacciato dalla comunità ebraica e, pur esiliato, dovette ancora mimetizzarsi per non rischiare una ulteriore persecuzione.

A differenza di Bruno che è arrivato a scrivere e a pubblicare che le religioni positive sono tutte contro natura rendendo in tal modo inevitabile la reazione di condanna da parte della Chiesa, Spinoza ha scelto una strada diversa.

Egli era una persona di cultura superiore ed è vissuto facendo l’operaio specializzato: ha imparato a lavorare le lenti per gli occhiali e, con questa specializzazione artigianale, ha potuto procurarsi di che vivere sapendosi accontentare di un tenore di vita modesto sul piano economico che gli garantiva, però, l’assoluta autonomia sul piano culturale.

Ha pubblicato solamente i suoi primi due lavori, dopo di che i suoi scritti sono circolati in pochissime copie nella cerchia dei suoi amici sotto forma di manoscritti. Amici che erano affascinati dal suo discorso: alcuni di essi gli proposero anche di finanziarlo per permettergli di poter soltanto fare il filosofo e potere così elaborare con maggiore calma la propria dottrina; Spinoza ha sempre rifiutato questo denaro, è vissuto del suo lavoro di artigiano conservando così la sua totale autonomia: e, già solo per questo, è una persona con una coerenza di vita esemplare.

Il suo pensiero emerge già nel Trattato teologico filosofico che, una volta pubblicato, gli è valsa l’espulsione dalla comunità ebraica. In quest’opera afferma a chiare lettere che nè la Chiesa nè lo Stato hanno il diritto di impedire la ricerca filosofica; infatti, nel momento in cui cercano di impedirlo si vanno a cacciare in un vicolo cieco perché nessuno può impedire ad altri di pensare come meglio crede e, nel momento in cui si propongono l’assurda impresa di impedire la libertà di pensiero sia la Chiesa che lo Stato si rendono odiosi e quindi indeboliscono se stessi perché favoriscono la ribellione.

Egli pubblicherà e firmerà ancora il Tractatus de intellectus emendatione, nel quale delinea una sorta di digiuno di purificazione della propria mente. Dopo questa opera non pubblicherà più nulla perché il suo è ancora un secolo in cui si bruciano gli eretici e le streghe ed egli dovrà cercare di non richiamare l’attenzione sulla propria persona per non rischiare la fine di Bruno.

La purificazione che Spinoza propone viene delineata nella introduzione di questa opera. Leggiamo le sue parole testuali: “Dopo che l’esperienza mi insegnò che tutto quello che si incontra comunemente nella vita è vano e futile, vedendo che tutto ciò da cui temevo e che temevo non aveva in sè nulla né di bene né di male se non in quanto il mio animo se ne commuovesse, stabilii finalmente di ricercare se ci fosse un vero bene che si comunicasse a chi l’ama e ne occupasse da solo l’animo respingendo tutte le altre cose: se ci fosse qualcosa, trovata e ottenuta la quale, io potessi godere in eterno continua e somma letizia”.

Spinoza questa cosa l’ha trovata e ha cercato di esprimerla nella sua filosofia.

Egli ha capito che nella vita quelli che noi chiamiamo felicità e dolori in realtà sono tali nella misura in cui li abbiamo caricati più o meno intensamente sul piano emotivo e affettivo e tutto ciò determina aspettative che ampliano ulteriormente l’intensità delle esperienze, ma che di per sé non esistono: ecco perché l’animale vive l’innocenza del paradiso terrestre. Gli esoteristi affermano che deve essere interpretata in questo senso l’espressione biblica secondo cui Adamo ed Eva non conoscevano né la sofferenza né la morte: in essi è simbolizzato lo stadio della innocenza animale per cui, esattamente come gli animali, essi soffrivano nel momento in cui avevano un incidente, ma non erano in grado di soffrire pensando al fatto che era possibile avere un incidente per cui, non avendo una autoconsapevolezza capace di proiettarsi nel tempo, la sofferenza fisica non diventava mai angoscia di vita.

Il raggiungimento dello stadio di consapevolezza umana si ha quando l’animale comincia a fare una scelta capace di opporsi alla pulsione istintuale e tale capacità viene progressivamente accentuata dal fatto che la nuova consapevolezza gli renderà ineludibile prendere atto delle conseguenze, nel bene e nel male, della sua decisione.

L’intento di Spinoza è di proporre un livello di conoscenza filosofica tale per cui si ridimensiona l’autoconsapevolezza esasperata che ci pone al centro del mondo e ci complica la vita e, a questo punto, entriamo nel cuore della filosofia spinoziana con la sua intuizione fondamentale: Deus sive natura: Dio ossia la natura.

Appare qui evidente il panteismo spinoziano ma è bene sgombrare il campo da possibili equivoci.

Quando Spinoza propone l’equazione Dio=mondo non intende assolutamente il mondo così come lo percepisce e lo intuisce la gente comune. Dio è l’Infinito e, in quanto tale, non può ridursi al mondo percepito dai nostri sensi e neppure al mondo che sarà poi rivelato dai più potenti microscopi e radiotelescopi. Non è neppure il mondo che può essere pensato dallo scienziato, che riesce a vedere oltre i nostri sensi, utilizzando le sue conoscenze e la sua intuizione.

Proviamo a pensare, per intenderci, al discorso che F. Capra, studioso di fisica delle particelle, fa nella introduzione alla sua opera Il Tao della fisica. Egli racconta di quando, trovandosi in vacanza sulla sponda occidentale degli Stati Uniti, mentre si godeva lo spettacolo dell’Oceano Pacifico, ebbe una sensazione che gli rimase impressa nella memoria: si trovò, con gli occhi aperti, a non mettere visivamente a fuoco alcun oggetto particolare e ai suoi occhi ebbe la sensazione-percezione dei moti convettivi dell’aria sotto il calore intenso del sole sulla sabbia infuocata; una sensazione che molti di noi hanno già provato in una giornata estiva guardando, nel loro dispiegarsi nella profondità dello spazio, le rotaie sulla massicciata di una ferrovia o il nastro stradale surriscaldato di una autostrada: sembra di percepire un ribollire dell’aria con i turbinosi movimenti che possiamo osservare nell’acqua che sta bollendo. Ebbene, F. Capra associò a questa sensazione la propria consapevolezza di fisico per il quale una semplice pietra, assolutamente inerte per la gente comune, era come un universo di energie in movimento che, dalla dimensione perennemente rinnovantesi dell’incalcolabile numero di particelle subatomiche, agli atomi che si presentano ciascuno come un sistema planetario in equilibrio dinamico, alle molecole …, permettono di affermare che, stretto nella nostra mano, stiamo sostenendo un insieme strutturato di energie misterioso e affascinante come l’intero universo. A questo punto il fisico, alla consapevolezza dei moti convettivi dell’aria e alla certezza delle energie costituenti a livello atomico e subatomico della materia, associò un’altra intuizione: forse gli antichi saggi dell’India, che affermavano che il mondo è generato e mantenuto in vita in un equilibrio dinamico perennemente in divenire dalla danza divina di Siva, volevano proporre agli uomini, attraverso il mito, una intuizione del mondo  che andava ben oltre le capacità di pensiero dei loro contemporanei, analogamente a quanto, se pure su scala diversa, si trova oggi a fare lo studioso della materia.

Ebbene, tornando a Spinoza, neppure questo tipo di intuizioni esaurisce la sua equazione Deus sive natura. Proprio per meglio far intuire la sua proposta Spinoza introduce la teoria dei modi e attributi: noi di Dio percepiamo due attributi: il pensiero e l’estensione.

Cosa sono, come si devono intendere gli attributi?

L’Essere, afferma Spinoza, si afferma attraverso infiniti aspetti e, di essi, l’uomo percepisce solo il pensiero e l’estensione che risultano, in quanto espressione di Dio, entrambi infiniti. In altre parole, lo spirito e la materia sono tutto ciò che il genere umano è in grado di intuire e percepire dell’Essere, sono i due attributi accessibili alle nostre possibilità di conoscenza e, all’interno di ciascuno di essi, noi percepiamo infiniti modi attraverso cui i singoli attributi si diversificano: come sono infiniti i pensieri così infinite sono le realtà materiali perché Dio, come causa infinita, non può ridursi a un universo finito, per quanto grande possa essere. Ciascuno degli infiniti attributi, quindi, esaurisce, sotto una particolare angolazione, la realtà per cui, dice Spinoza, noi come dimensione spazio-temporale percepiamo il mondo come cose concrete, ciascuna delle quali è uno degli infiniti modi di essere dell’attributo spazialità: si va dal virus alla galassia senza avere la pretesa di poter trovare l’ultimo dei più piccoli e l’ultimo dei più grandi dei modi dell’attributo estensione: il che è come dire che la scienza non potrà mai individuare l’ultima particella subatomica che costituisca la base della materia, come non potrà mai pensare di trovare i confini ultimi del mondo.

E poi abbiamo l’attributo pensiero e, anche lì, abbiamo gli infiniti modi di essere del pensiero che sono le infinite idee che si possono avere, le più incredibili, le più folli, le più profonde idee: sono tutti modi di essere dell’attributo pensiero.

Come si è già detto, il pensiero e la materia, ciascuno sotto la propria particolare angolazione, esauriscono l’essere divino, salvo, per noi uomini, la precisazione che in Dio gli attributi sono in realtà infiniti.

 

Oggi siamo in grado di intuire meglio ciò che Spinoza intendeva dal momento che gli sviluppi della scienza ci permettono di affermare che l’umanità del ventesimo secolo ha messo a fuoco un terzo attributo che ai tempi di Spinoza era per gli uomini inesistente, nel senso che non era in alcun modo percepibile: la dimensione elettromagnetica. La realtà si esprime anche sotto forma elettromagnetica e oggi abbiamo gli strumenti che percepiscono e misurano questo livello di energia per cui le mie parole possono trasformarsi in “onde” elettromagnetiche che possono essere inviate nello spazio e captate con una televisione, una radio.

Nell’antichità si studiava il cielo a occhi nudi, poi si è cominciato a osservarlo con i cannocchiali e poi con i telescopi, oggi lo si studia con i radio telescopi che percepiscono cose che nessun occhio potrà mai vedere perché captano gli impulsi elettromagnetici che sono e resteranno all’occhio umano invisibili.

Possiamo quindi affermare che, oggi, abbiamo dell’essere divino, e quindi dei suoi infiniti attributi, la percezione di una terza dimensione, di un nuovo attributo che Spinoza presupponeva ma non poteva né immaginare né descrivere né tanto meno quantificare: oggi, invece, del campo elettromagnetico abbiamo le unità di misura e abbiamo tutta una serie di prodotti tecnologici che registrano e utilizzano questa forma di energia.

Un altro filosofo, Leibniz, prospetterà una quarta dimensione di attributo che ancora oggi pochi uomini percepiscono come realtà ed è l’attributo della dimensione della possibilità: Leibniz dirà che ci sono infiniti mondi possibili, in Dio tutti ugualmente veri, mentre noi persone normali sosteniamo che, se è vero che oggi potevo essere a Torino, è altrettanto vero che in realtà non ci sono andato e, quindi, questa possibilità è irrecuperabilmente caduta dalla penombra del possibile nel buio del nulla. No, dice Leibniz, quella che tu chiami penombra del possibile è vera quanto la dimensione di realtà che tu percepisci autentica: i grandi uomini della storia sono quelli che hanno avuto il coraggio di intuire e perseguire il possibile come qualcosa che a  prezzo di grande energia può diventare reale; in effetti è un ottimo alibi per la nostra pigrizia mentale dire che il possibile è ben diverso dalla realtà: sarà un discorso che faremo con Leibniz.

Per il momento limitiamoci a osservare che qualcuno di noi può già intuire come questa dimensione degli infiniti mondi possibili sia realtà, anche se le “persone serie” la relegano alla fantascienza che parla di universi paralleli, o a quella scienza ai limiti della eresia che prospetta ipotetici tunnel spazio-temporali che ci fanno uscire da questo mondo e ci fanno entrare nell’antimateria, in un antiuniverso: per ora sono solo teorie ai limiti dell’eresia che la scienza non condanna più come follie perché, dopo Popper, essa riconosce che affermazioni di questo genere in sé e per sé possono avere dignità scientifica come ipotesi, nell’attesa di avere poi gli strumenti per verificarle. Già questo diverso atteggiamento del mondo scientifico contribuisce a rafforzare l’intuizione di un possibile quarto attributo dell’essere infinito dello spinoziano Deus sive natura.

 

Tuttavia, dal momento che in Dio gli attributi sono infiniti, il panteista finisce sempre per recuperare una dimensione di teologia negativa: andiamoci piano prima di aver la pretesa di dire cosa è Dio visto che noi, se parliamo con Spinoza, siamo tuttora capaci, su infiniti attributi di percepirne due e riusciamo a malapena a intuirne altri due.

Dal punto di vista religioso può ancora essere interessante fare un rapido cenno alla differenza tra il razionalismo cartesiano e quello di Spinoza.

Spinoza scrive l’Etica come se si trattasse di un manuale di geometria, tanto da concludere ogni argomentazione con la formula: “C.V.D.” come volevasi dimostrare, come se avesse concluso la dimostrazione di un teorema.

Non dimentichiamo che Spinoza vive dopo Cartesio e la dottrina di quest’ultimo, che pure Spinoza non accetta, ha lasciato in eredità la certezza della razionalità del mondo sintetizzata, nel pensiero cartesiano, dalla geometria analitica: era il sogno di poter fotografare e riprodurre il mondo sul piano di una descrizione geometrica matematicamente ineccepibile.

E’ stato un bel sogno durato fino al ventesimo secolo quando la teoria della relatività, la teoria dei quanti e il principio di indeterminazione ridurranno la geometria analitica e la meccanica razionale a descrizioni del mondo valide sul piano della approssimazione, valide quindi per risolvere i problemi concreti della vita pratica, ma assolutamente inadeguate per indagare la radice ultima della materia o lo spazio intergalattico.

Quando Spinoza scrive l’Etica subisce l’influenza e il fascino della geometria analitica cartesiana, ma che cosa di questo filosofo egli non accettava?

Era l’”arroganza” del cogito ergo sum, “arroganza” filosofica perché quel cogito ergo sum, dice Spinoza, è indubitabilmente una evidenza, ma è una evidenza che non sarà mai in grado di spiegare se stessa: ciascuno si coglie come autocoscienza, ma nessuno di noi sa spiegare se stesso, su un piano di evidenza razionale. E Cartesio, pur consapevole di questi limiti e, anzi, proprio partendo da questi limiti, ha preteso di dimostrare l’esistenza di un Dio trascendente il mio ergo sum: con ciò, secondo Spinoza, ha ucciso Dio nella sua dimensione più vera perché non può più essere una realtà assoluta se si trova trascendente il singolo essere umano che dice “Ergo sum, Dunque io esisto”. Per non parlare, poi, del fatto che non è accettabile sul piano della coerenza logica che una entità che non è capace di spiegare se stessa pretenda di dimostrare la realtà di un piano che, definito come trascendente, non gli appartiene nel modo più assoluto.

Dio, dice Spinoza, in quanto realtà assoluta comprende in sé quell’attimo di consapevolezza che è ergo sum; affermare la propria esistenza in quanto realtà distinta da Dio è un po’ come se una cellula del mio corpo arrivasse ad essere autocosciente -in realtà sono autocoscienti: è un discorso che sta bene in Spinoza, sta bene in Bruno, starà molto bene in Leibniz-, al punto da avere la pretesa di dire: “Io so di esserci e conosco anche i progetti e i valori a cui si ispira l’organismo di cui faccio parte.

Ciascuno di noi si è già trovato nella situazione, per lavoro o anche per svago durante un’attività sportiva particolarmente intensa, di prevedere che avrebbe potuto riportare un graffio o una escoriazione, per quanto fosse viva l’attenzione volta ad evitare che ciò avvenisse. Anche un semplice graffio comporta la morte di numerose cellule che compongono la struttura della epidermide della parte interessata.

Ecco, attenzione, la cellula che dicesse “Io so di esserci e so che cos’è quell’organismo di cui faccio parte” dovrebbe avere, contemporaneamente, la capacità di essere cosciente del fatto che un ramo spinoso sta per colpire il dorso della mano, nel punto esatto in cui essa si trova.

In altre parole, e chiudiamo il discorso su Spinoza, questo livello di consapevolezza, a cui in effetti l’uomo può giungere, si ha soltanto all’interno della raggiunta consapevolezza a cui Parmenide, con il suo “l’Essere è” ci può portare. Dio esiste e la mia individualità emerge all’interno della Realtà: è la Realtà che in me si esprime e, nella sua infinitudine, mi trascende. Questa è, esattamente, la conclusione della ricerca spinoziana e ci fa diventare capaci, con uno sforzo che solo la ricerca filosofica che si conclude su un piano religioso può consentire, di affermare che nella vita non esistono né gioie né dolori per i quali valga la pena di impostare la propria esistenza perché io sono in Dio e tutto ciò che vivo, sperimento e succede ha la sua giustificazione in Dio: Spinoza è la dimostrazione di come si possa vivere da perfetti monaci nel mondo, senza bisogno di chiudersi in un monastero.

Ci auguriamo di essere riusciti, se pure in modo sintetico, a esprimere la sensazione del fascino che una filosofia come quella di Spinoza può avere e, quindi, di essere stati uno stimolo sufficiente per andare a leggere qualcosa di questo filosofo che può aiutarci a ripensare la nostra vita.

Un possibile limite della filosofia spinoziana può essere visto nel fatto che, sfumando dalla filosofia alla religione, ci porta su un piano di totale adesione all’Essere di cui abbiamo intuito la realtà, per cui ci si può trovare a vivere in una ottica di fatalismo che, per noi occidentali, viene visto spesso come un modo filosoficamente elegante per giustificare il disimpegno sociale e il rifiuto di una analisi critica del mondo in cui siamo inseriti per non impegnarci in una sua possibile modificazione.

 

Una immagine suggestiva e, anche se spinozianamente criticabile, pertinente per illustrare il nostro esistere individuale nei confronti dell’Essere si può trovare nella affermazione che noi siamo delle gocce d’acqua che l’oceano nei suoi movimenti ha finito per spruzzare su uno scoglio e nel momento in cui la goccia d’acqua è lì, sullo scoglio, può permettersi di affermare: “Io esisto, Cogito ergo sum”. Al tempo stesso, però, mi rendo conto che la mia vita sta “evaporando”, questa goccia d’acqua sta sparendo, sparendo dove? Noi sappiamo che evaporando nell’atmosfera prima o poi tornerà nell’oceano che costituisce, accettiamo per il momento questa approssimazione, la “radice ultima” di tutte le gocce d’acqua. In questa dimensione le vicende di una qualunque goccia d’acqua che potrà cadere come goccia di pioggia o fiocco di neve, che potrà cadere sulla cima di un monte o finire nel fango di una vallata nebbiosa, sono tutte cose che vanno e vengono perché prima o poi tutta intera quella goccia d’acqua tornerà nell’oceano e si riimmergerà nell’Essere.

Questa è la dimensione di fatalismo a cui Spinoza può portare.

 

Un possibile vaccino, un possibile antidoto a questo rischio? La filosofia di Leibniz che deve essere riscoperta nelle sue intuizioni più originali.