3.3 – Considerazioni generali (.htm)
Gli alimenti consigliati dalle
regole fondamentali della macrobiotica sono quelli che, nel passato, più
facilmente erano a disposizione dei poveri, dal momento che la base è
costituita dai cereali con la verdura e la frutta di stagione. I cibi “giusti”
sono quelli prodotti in modo naturale dall’ambiente, dal clima, dalla terra in
cui si vive: quelli sono i cibi che devono essere scelti in rapporto alle
proprie condizioni di vita e al proprio stato fisico.
Oggi viviamo in un mondo nel quale,
soprattutto se si è in città, non si sa più quali sono le verdure di stagione.
Per esempio, immaginando di essere nell’Italia settentrionale, può succedere,
ai primi di marzo, di fare la spesa in un supermercato e vedere il banco delle
verdure garantite come biologiche e naturali e lì trovare zucchini e pomodori,
venduti a prezzi più alti della analoga verdura di un reparto adiacente dove
non c’è l’etichetta che li dichiara biologici e naturali: dal punto di vista
macrobiotico potranno essere accettati come biologici nel senso che non saranno
stati usati diserbanti, concimi chimici e antiparassitari, ma non possono
essere considerati come prodotti naturali perché naturale, per un macrobiotico,
significa che devono crescere nel clima proprio della terra in cui si vive e,
quindi, senza le serre perché queste creano un microclima innaturale: ai primi
di marzo nessuno nell’Italia settentrionale può produrre se non in serre
riscaldate zucchini e pomodori che sono, quindi, cibi che, per quanto coltivati
senza pesticidi, fitofarmaci e concimi chimici, non possono far bene perché ti
squilibrano, perché non sono il prodotto del clima in cui effettivamente si
vive. Per lo stesso motivo è squilibrante utilizzare nella stessa situazione
prodotti cresciuti in modo naturale a latitudini diverse: lo zucchino coltivato
in pieno campo in Sicilia non può essere cibo equilibrato per chi vive nella
pianura padana nel periodo in cui, in tale zona, le piante di zucchini possono
essere soltanto seminate.
Perché li mangiamo e non ci
ammaliamo? Perché in realtà siamo molto yang
per l’uso eccessivo di prodotti di origine animale e per le nostre condizioni
di vita in generale, per cui possiamo tranquillamente mangiare anche i pomodori
in pieno inverno. Se non facciamo grosse stupidate non abbiamo problemi:
godiamo di quella apparente immunità che lasciò allibiti gli Aztechi, gli Inca,
i Maya quando videro gli spagnoli e gli europei e li considerarono semidei non
solo perché avevano il cavallo e gli archibugi, ma anche perché potevano
mangiare tranquillamente cose che gli indigeni davano loro con l’intento di
farli ammalare, come le patate e i pomodori che essi conoscevano come
squilibranti e che non potevano permettersi di mangiare oltre una certa soglia.
Gli uomini bianchi venuti dal mare avevano assaggiato queste verdure: erano
cibi dai sapori nuovi, ne mangiavano in quantità senza nessun problema, perché
essi erano molto più yang; gli
indigeni che avevano una dieta prevalentemente vegetariana, non erano così yang da poter sopportare una grande
quantità del potente yin che si materializza in questo tipo di verdure,
mentre i nuovi arrivati potevano permetterselo.
Anche noi oggi possiamo
permettercelo perché, con l’alimentazione carnea diventata quotidiana, possiamo
mangiare tranquillamente l’insalata di pomodori in pieno inverno; oltre a
questo viviamo in case dove c’è il termosifone e quindi in un ambiente reso yang, che ci difende.
Se andiamo a vedere i piatti
tradizionali poveri dei contadini di qualunque regione italiana, i piatti con
cui si viveva tutti i giorni, scopriamo che quelli sono piatti macrobiotici
perfetti, perché mangiavano ciò che la terra dava loro in quel momento, non
c’erano i frigoriferi, i surgelati, i liofilizzati e quindi non potevano
sbagliare.
Gli Eschimesi non hanno mai saputo
cosa fosse il raffreddore o la polmonite fino a che non sono arrivati la
cioccolata e gli alcolici e, da quel momento, anche essi hanno cominciato ad
avere malattie alle vie respiratorie; in questi ultimi decenni, con i cibi
prodotti industrialmente contenenti additivi e conservanti, sono arrivate anche
le malattie renali e cardiache, che prima non erano affatto diffuse tra loro,
semplicemente perché è difficile trovare l’equilibrio con cibi che non conosci
e che non appartengono da secoli alla tua cultura di vita e che, inoltre,
contengono sostanze chimiche che bloccano i naturali processi di
biodegradazione.
Scoprire i principi macrobiotici
vuol dire reinserirsi nei cicli della natura e sapere dosare e usare le energie
che essa ci offre; l’uomo è l’unico tra gli animali che si può ammalare.
Attenzione, stiamo parlando di animali allo stato selvatico, che o nascono
geneticamente più deboli e allora scompaiono per la selezione naturale, o si
feriscono in seguito ad un incidente o nella lotta per la sopravvivenza: anche
una tigre può trovarsi con una spina nella zampa, ma non troverete mai il
dingo, il leone, la tigre con il fegato ingrossato come il nostro cagnolino da
salotto, a cui diamo i biscotti.
Dalla seconda metà del ventesimo
secolo anche gli animali selvatici sono colpiti da malattie degenerative per il
fatto che siamo riusciti ad inquinare l’intero pianeta.
La cultura occidentale ci ha portati
non solo ad estremizzare, separandoli, i principi opposti-complementari del
bene e del male ma, modificando gli equilibri naturali dell’ambiente in cui
viviamo, ha creato le premesse per lo sviluppo di agenti patogeni sempre più
virulenti.
Il macrobiotico recupera invece un
diverso rapporto con la realtà che non viene mai vista come nemica o matrigna:
ad essa si affida, consapevole che le leggi naturali vanno soltanto individuate
per potere poi tenerne conto.
Facciamo un esempio concreto.
Il principio per cui il cibo va
preparato in un ambiente pulito è assolutamente condiviso nella dottrina
macrobiotica ma è inserito in un discorso filosoficamente coerente con l’intera
concezione del mondo. Per la cultura occidentale contemporanea preparare i cibi
osservando le regole della pulizia significa individuare norme precise, che
vengono poi applicate con rigidità mentale, dove i canoni fondamentali sono i
centimetri di altezza minima del rivestimento in piastrelle delle pareti dei
locali in cui si cucina, la pavimentazione dello stesso ambiente che deve
consentire l’utilizzo di determinate procedure di pulizia, la temperatura
minima dell’acqua calda che deve essere disponibile nelle tubature, il risultato
negativo delle analisi standardizzate periodicamente ripetute, ... .
La macrobiotica non disdegna affatto
questa dimensione di parametri, ma sottolinea contemporaneamente come
fondamentali le condizioni mentali di chi prepara il cibo: le mani che manipolano
la pasta, che lavano e tagliano le verdure, così come i pensieri di tutti
coloro che entrano in qualunque modo nel ciclo produttivo del cibo lo caricano
di vibrazioni che possono essere positive o negative: la pulizia deve essere,
contemporaneamente, interiore ed esteriore, con un occhio di riguardo alla
dimensione ecologica del nostro essere-nel-mondo, per cui non si andrà a lavare
le verdure usando decine di litri di acqua alla caccia del minimo pulviscolo
che sia rimasto impigliato al loro interno perchè la ricerca tendenziale di un
livello di pulizia da sala operatoria implica la paura nei confronti di forme
di vita che dividono con noi la scena del mondo e che hanno, in essa, un ruolo
razionalmente insostituibile ai fini dell’armonia del tutto.
Il cibo preparato nell’asettico
ciclo produttivo di una grande azienda moderna mentre, da un lato, ci cattura
in una trappola di veleni come i conservanti, addensanti, emulsionanti,
coloranti, dolcificanti, ... tutti presenti nel pieno rispetto di normative internazionali
che ne legittimano la presenza, dall’altro ci rende progressivamente sempre
meno capaci di utilizzare la reattività del nostro organismo maturato nel corso
di milioni di anni. Il cibo preparato con le nostre mani, che dopo pochi giorni
inacidisce e cambia sapore perchè non contiene quelle sostanze che
artificialmente gli impedirebbero di partecipare al naturale divenire della
natura, costituisce quotidianamente un vaccino naturale che potenzia le
capacità del nostro corpo di interagire con l’ambiente nella sua totalità. Così
come diventano attive a livello omeopatico le verdure in cui non si è
esasperata la ricerca del lavaggio finale in acqua limpidissima o la
lievitazione della farina integrale non precedentemente sterilizzata: diventano
capaci di “tenere in allenamento” la naturale capacità di difesa dell’organismo
che si troverà stimolato dalla eventuale presenza di elementi potenzialmente
pericolosi, ma che l’alta temperatura della cottura avrà reso meno aggressivi.
La macrobiotica afferma che, se si
mangia e si beve ciò che la natura offre sapendo scegliere sulla base della
valutazione della valenza yin/yang dei cibi e delle bevande, non ci si può
ammalare o, quanto meno, ci si potrà difendere meglio dalla aggressività dei
fattori inquinanti, con i quali ora siamo costretti a convivere, perché non
potremo mai eccedere e sarà il nostro stesso organismo a darci i segnali
sufficienti per non superare le soglie sopportabili tra le due opposte forme di
energia. Contemporaneamente la macrobiotica fa osservare che, se è sempre
teoricamente possibile equilibrare cibi dal sapore intenso, portatori di
energie yin/yang molto potenti, nella pratica ciò è molto difficile: in altre
parole, se mangio il pollo arrosto ci sta benissimo del vino buono assieme e,
poi, posso mangiare anche un gelato; difficile è però dosare la quantità di
vino o i dolci con quella quantità precisa di pollo arrosto, e allora ecco che,
alla lunga, il rischio di trovarsi con i calcoli renali, con il fegato
ingrossato o con la cirrosi epatica se supero certe soglie, diventa concreto.
In realtà non sono i singoli cibi o bevande che mi hanno creato le malattie, ma
è il non avere saputo equilibrare il tutto, perché sono energie molto potenti,
molto yang il pollo arrosto, molto yin il vino e il gelato.
Per meglio fare intuire questo
discorso si può fare l’esempio dell’altalena: c’è un asse di legno posato su un
perno che fa da sostegno esattamente al suo centro; se si sale su questo asse
con un piede da una parte e l’altro dalla parte opposta del perno centrale,
anche se soffia un vento non indifferente ci si può bilanciare, flettendo sulle
gambe in modo da spostare il peso da una parte o dall’altra; ma se ci si siede
ad alcuni metri di distanza dal perno centrale e dall’altra parte si mette alla
stessa distanza dal perno un peso uguale al nostro, in modo da equilibrare
perfettamente l’altalena, si può pensare di avere trovato l’equilibrio che però
sarà tanto più instabile quanto più ci si sarà allontanati dal perno centrale,
per cui basterà un leggero soffio di vento per far saltare tutto e in quella
situazione non ci sono flessioni correttive che possano essere fatte perché si
è in balia di variabili esterne difficili da riequilibrare, in quanto variabili
indipendenti da noi.
Quando si utilizzano come cibo la
carne, lo zucchero e l’alcool ci si è allontanati dal centro, cioè dalle
energie più morbide, più dolci, più facili da equilibrare che si possono
ottenere dai cereali e dalle verdure e, con il tempo, ci si ritrova
impossibilitati a poter correggere rapidamente ed efficacemente gli squilibri
potenti che si sono sedimentati con sintomatologie che rivelano la mancanza di
interventi correttivi di lungo periodo: se ci si trova con i calcoli renali,
quelli sono il risultato di uno squilibrio che si è accumulato negli anni e ci
vorrà tempo e occorrerà affrontare sofferenze non indifferenti per smaltirlo
con il metodo macrobiotico. Qui viene fuori la dimensione ostica della
macrobiotica, che la rende così difficile per noi occidentali, perché noi
pretendiamo una medicina che ci risolva i problemi nel più breve tempo
possibile permettendoci, inoltre, di non pagare il conto della sofferenza, che
è l’altra faccia del piacere che abbiamo in precedenza scelto.
Un ottimo esempio di ciò che deve
essere la medicina, per noi occidentali, è l’aspirina, che in pochi minuti ci
permette di dimenticare il mal di testa che al risveglio ci testimonia le
intemperanze della sera precedente; la macrobiotica, invece, ci fa osservare
che l’aspirina risolve solo apparentemente il problema perché, in realtà, è uno
yin molto più potente dell’alcool bevuto la sera precedente e, diventando un
fattore acidificante del nostro sangue, contribuisce a creare uno squilibrio
yin più profondo che non potrà più essere smaltito con il “mal di testa del
giorno dopo”.
Cominciare a vivere secondo i
principi della macrobiotica, per un adulto, è spesso molto difficile perché si
fa fatica ad accettare che devono essere “pagati” comportamenti che nella
nostra cultura appaiono assolutamente legittimi: per noi è perfettamente
normale bere due o tre caffè al giorno e mangiare nel corso della giornata
qualche dolce ma, nel momento in cui iniziando la macrobiotica scegli di
rinunciare al caffè e allo zucchero, ti renderai conto che dovrai sopportare
per qualche tempo, a volte anche più di un mese, un mal di testa che è la
conseguenza del fatto che è venuto a mancare al tuo organismo quella, se pure
modesta, dose quotidiana di yin in eccesso che aveva dilatato i tuoi vasi
capillari i quali ora, ritornando alle dimensioni corrette ma che da anni il
corpo non era più abituato ad avere, creano la situazione di malessere che
caratterizza il periodo della disintossicazione. Se non si è disposti ad
accettare l’affermazione che il mal di testa, che ci si ritrova dopo aver
rinunciato ad una inveterata abitudine al caffè o ai dolci, è una crisi di
astinenza che differisce solo per il suo livello di intensità rispetto alla
crisi di astinenza di un drogato, è meglio non prendere in considerazione
l’opportunità di provare a vivere in modo macrobioticamente corretto.
E’ importante ribadire questo
concetto perché senza questa premessa è impossibile arrivare a capire che la
sofferenza e il dolore a questo punto non sono più sintomo di una malattia, ma
conseguenza del fatto che si sta uscendo in termini naturali da uno stato di
squilibrio, che sarebbe stato prima o poi la causa vera di una futura malattia.
La
masticazione
Già
è stato detto che la masticazione deve essere molto accurata e questo viene
ribadito nel momento in cui si scopre che la macrobiotica consiglia di non bere
mai mangiando: questo per costringere a masticare di più, a masticare meglio,
perché se si mastica poco si rende più difficoltosa la digestione e dopo un po’
viene percepita la sensazione di avere la gola asciutta e, bevendo, si
diluiscono i succhi gastrici, rendendo anche più difficoltosa la digestione.
La
prima regola per lasciare qualche chilogrammo di peso superfluo è quella di
masticare a lungo e assaporare a fondo il cibo, come a dire che si può
dimagrire diventando dei gourmet. In questa ottica si può utilizzare il vino
come un condimento nel senso che se ne deve bere pochissimo, quel tanto che
basta per esaltare il sapore di un piatto particolare non perché, mangiando, si
ha sete. Si può arrivare gradualmente a non bere mangiando e poi si scoprirà
che il bicchiere in tavola normalmente non è necessario.
Si può
cogliere qui una possibile distinzione tra il macrobiotico e movimenti come
Slow Food i quali, se pure sono da vedere in termini positivi per la loro
azione in difesa della genuinità dei prodotti e dei metodi di coltivazione, si
caratterizzano per una dimensione di edonismo che resta fondamentalmente di
tipo materialistico, dal momento che non ritengono di fondare la propria azione
sulla certezza filosofica della unicità della vita che si manifesta in tutti
gli esseri e che per un macrobiotico è invece fondamentale, tanto da portarlo,
necessariamente, alla scelta vegetariana.
Capire il tipo
di sete
Ci
si può rendere conto se si è mangiato troppo yang o troppo yin dal
tipo di sete che verrà dopo circa un’ora, durante la digestione, perché sono
due tipi di sete diverse e non si può descrivere, è una cosa che poi si
comincia a percepire con l’esperienza e allora uno si regola, per modificare il
pasto successivo. Ad esempio, nelle ore successive ad una cena costituita da
una minestra di verdura e un’insalata di cipolle e pomodori si proverà sete,
durante la digestione; questa sarà diversa dalla sete che si proverà dopo un
pasto a base di grano saraceno; ancora più intenso sarà il bisogno di bere se
il pasto è stato con prodotti di origine animale: in questi ultimi due casi si
tratta di una sete yang, mentre la
prima è una sete yin.
Alla
sete yang si deve rispondere con delle bevande, mentre alla sete yin bisogna
saper resistere utilizzando il disagio conseguente come esperienza che ci
aiuterà a non ricadere nello stesso tipo di squilibrio. Il mattino dopo ci si
renderà conto che è stata una cosa saggia non bere nonostante lo stimolo della
sete yin, determinato non dalla carenza di liquidi ma dalla reazione dovuta a
yin potenti quali, nel caso citato, la cipolla cruda e i pomodori che si sono
utilizzati come insalata: la sensazione di sete sarebbe stata molto minore se
si fosse aumentata la quantità di sale nella insalata, in modo da neutralizzare
in qualche modo l’effetto acidificante del pomodoro. E’ in questo senso che si
può affermare che alla sete yin si potrebbe rispondere con bevande
correttamente salate come potrebbe essere il brodo di cottura di verdure, in
modo da reintegrare il sodio drenato dalle cellule ad opera del sangue reso
acido dall’eccesso di potassio dei pomodori ma, in questo modo, si rischia
sempre di introdurre nell’organismo una quantità eccessiva di liquidi. In un corpo
sano questo non è un grosso problema, ma quando si sperimenta quotidianamente
la gestione di un ottimale equilibrio yin/yang anche queste considerazioni
finiscono per avere la loro importanza.
Un pasto ogni
24 ore
Mangiare
una sola volta al giorno, conservando l’energia e la capacità di fare fronte al
dispendio energetico di una vita attiva sul piano del lavoro e della pratica
sportiva, naturalmente non agonistica, si può.
Quando
si è raggiunto il controllo della propria salute utilizzando come base i cereali
integrali e come contorno le verdure di stagione, acquisire l’abitudine di fare
un solo pasto nell’arco delle 24 ore è possibile e, rispetto a coloro che hanno
bisogno di fare colazione, pranzo e cena, è come poter disporre di una marcia
in più: ci si può alzare alle prime luci dell’alba e vivere l’intera giornata
di lavoro, di viaggio, di pratica sportiva giungendo a sera perfettamente
digiuni, senza dover interrompere ciò che si sta facendo con un pasto più o
meno pesante e la conseguente diminuzione di efficienza dovuta alla digestione.
E’
preferibile che l’unico pasto venga consumato nelle ore serali, al termine
delle attività più impegnative, almeno due o tre ore prima di andare a letto.
Mangiando
una sola volta al giorno si può, praticamente, mangiare a volontà nel senso che
in questo unico pasto non è più necessario alzarsi da tavola con ancora un po’
di appetito, sempre ricordando che vale sempre la regola del mangiare adagio
per masticare bene e a lungo.
Quando
però si entra nella stagione estiva e con il grande caldo può succedere di non
avere più il solito appetito, anche nell’unico pasto nell’arco delle 24 ore,
bisogna avere l’avvertenza di non stimolare con cibi particolarmente elaborati
o saporiti un appetito che si è naturalmente ridotto, perchè quest’ultimo è un
segnale fisiologico importante. Da un lato, infatti, non è più necessario lo
stesso volume di cibo a cui lo stomaco si è abituato per inviare il segnale
della sazietà e, dall’altro, l’organismo coglie questa occasione per eliminare
i grassi accumulati nella stagione più fredda e che ora diventano un elemento
negativo: si dovrà così dare più spazio allo yin di buona qualità come le
verdure e la frutta, stando sempre attenti a non esagerare con la frutta cruda.
Alla luce
di queste considerazioni può essere meglio compresa l’affermazione che andare
in vacanza con la motivazione prevalente di sfuggire un clima diventato
insopportabile è una decisione molto discutibile perchè impedisce all’organismo
di esercitare la propria capacità di reagire con flessibilità a mutate
condizioni ambientali e ci rende mentalmente rigidi perchè, per esempio,
mandare i bambini in montagna o al mare durante l’estate in modo che non
perdano l’appetito significa abituarli a perdere la capacità di fare fronte al
ciclico alternarsi freddo-caldo del divenire e a pretendere di non modificare
le proprie abitudini pur trovandosi in un contesto nel quale esse risultano
squilibranti.