3.7 - Le ricette (.htm)
Premessa
Le
singole ricette devono essere viste come integrazioni e possibili reinterpretazioni
di quelle riportate nei libri suggeriti nella II sezione -(vedi i capitoli 2.1
– 2.2 – 2.3 – 2.4 – 2.8)- che costituiscono il punto di riferimento
fondamentale.
Il
presente ricettario è, quindi, volutamente ridotto per evitare inutili ripetizioni
e si prefigge come scopo principale di essere stimolo a sviluppare la fantasia
e la creatività personale. Anzi, in certi casi, il discorso sulla “ricetta” ha
la sua fondamentale giustificazione nell’intento di fare riflettere sui
presupposti filosofico-religiosi che necessariamente devono fondare la scelta
macrobiotica.
Tuttavia,
proprio per la sua intenzione di presentarsi come momento di riflessione e di
comprensione, potrà essere successivamente arricchito con i contributi e i
suggerimenti proposti dai frequentatori del sito.
Il
piatto migliore è sempre quello che nasce rispondendo in modo ottimale alle
particolari condizioni del momento: un minestrone aromatizzato con quel tipo di
erba selvatica che poche ore prima in montagna o in campagna ci ha
piacevolmente attirati, potenziando un appetito che la camminata aveva già per
conto suo attivato, diventa un piatto che non dimenticheremo più.
Aglio Cipolla
Scalogno
Se
quando li si pulisce, soprattutto se sono ancora molto freschi, si incontra qualche
difficoltà nel togliere fino all’ultimo le pellicine esterne, è meglio togliere
quelle che vengono via facilmente e lasciare l’ultima: il nostro intestino ce
ne sarà grato.
Il Basilico
con una gran voglia di vivere
Quando,
seminato il basilico, si comincia ad utilizzarne le foglie perchè è cresciuto
abbastanza si può provare a trattarlo con il rispetto che una vita individuata,
la Vita, merita.
In
questo caso si utilizzano le foglie della base, quelle più vecchie, che magari
cominciano già dal verde a tendere al giallino: la vostra pietanza avrà l’aroma
che vi aspettate e la pianta potrà continuare il suo progetto di vita.
Se
avete seminato diverse piante di basilico verrà il momento in cui le loro
sommità tenderanno ad andare in fiore: in questo caso si possono recidere le
sommità, in modo che la pianta metta nuovi germogli lungo il fusto. Lasciate
tuttavia, per ogni pianta, almeno una sommità che possa sviluppare
l’inflorescenza e, allora, quando i primi fiori alla base della inflorescenza
saranno stati fecondati, potrete tagliare la parte superiore della spiga
fiorita che userete nei vostri sughi: in questo modo la pianta potrà portare a
termine nei semi che verranno a maturare il senso della propria esistenza e, al
tempo stesso, continuerà a spingere la produzione di nuovi germogli.
Se,
poi, avete acquistato un mazzetto di basilico sufficientemente fresco potrete
mettere a bagno in un bicchiere i rametti, in modo che questi si conservino
nelle migliori condizioni; ogni giorno si cambierà l’acqua del vaso e si
taglieranno i fusti di qualche millimetro alla loro base dove i tessuti della
pianta che tendono ad annerire rivelano che stanno iniziando i processi di
marcescenza. E’ importante usare un coltello ben affilato perchè il taglio,
fatto obliquamente, lasci i microcanali dei tessuti della pianta nelle migliori
condizioni. Nel frattempo si utilizzano le foglie di basilico partendo da
quelle più in basso, come per le piante che abbiamo messo in vaso.
Prima
di giungere ad utilizzare il germoglio apicale dei singoli rametti, vedrete
spuntare delle radici nella parte tenera del fusto non ancora indurita dai
processi di lignificazione, che nel frattempo hanno potuto restare a bagno
nell’acqua per alcuni giorni. Allora non si taglia più la base del rametto
perchè dal momento in cui sono state emesse le prime radici la pianta sta già
provvedendo in modo autonomo alla propria sopravvivenza. Intanto si continua ad
utilizzare le foglie più grandi finchè non rimarranno che le sommità con poche
foglioline non ancora completamente sviluppate: quello sarà il momento buono
per piantare in un vaso i rametti che hanno sviluppato le radici e, con il
tempo, procedendo come sopra abbiamo già precisato, potrete raccogliere non
solo altro basilico ma ottenere anche dei semi che voi avete permesso e voluto
e le piantine che nell’annata successiva si svilupperanno da questi semi
saranno la testimonianza vivente di una sensibilità che non si incontra spesso.
L’essere
umano con questa sensibilità pone le premesse concrete perchè altre energie su
piani superiori si muovano con analoga sollecitudine nei suoi confronti.
Bevande dalle
verdure
Molte
verdure -cipolle, zucchini, carote, cavoli, scalogno, cavolfiori, cetrioli,
rape, zucche, porri, ravanelli, ...- possono essere utilizzate come punto di
partenza per produrre piacevoli bevande che apportano al nostro organismo
elementi preziosi.
Come
esempio proviamo ad utilizzare una cipolla: la si taglia a pezzetti e la si fa
bollire nell’acqua; quando è cotta si fa un frullato con il mixer e si aggiunge
un po’ di sale integrale. Sorseggiata lentamente quando ancora è ben calda
rivela tutte le sue qualità.
I
risultati migliori si otterranno con le verdure cresciute nel nostro orto.
Al
posto del sale integrale si potrà usare il tamari, che ci stupirà con la
rotondità del suo aroma.
Un’altra
possibile variante può essere costituita dal miso: ne basta ½ cucchiaino in una
tazza da tè per avere una bevanda ricca di fermenti provvidenziali per
potenziare una flora intestinale indebolita; l’importante è di sciogliere il
miso quando la temperatura non è più troppo alta per non ridurre la efficacia
dei fermenti che costituiscono un vero e proprio “yogurt dei vegetariani”.
Tuttavia,
per quanto riguarda l’utilizzo del miso e del tamari, vogliamo qui fare una
importante precisazione. Sono entrambi prodotti utili e interessanti ma
assolutamente non indispensabili, come invece molti negozianti di prodotti
macrobiotici vorrebbero fare credere. Attualmente la loro produzione è ancora,
praticamente, monopolizzata da poche ditte che non rivelano la esatta procedura
della loro produzione, per impedire che altri possano inserirsi in questo
mercato. Noi siamo contrari a ciò e ci battiamo perchè le conoscenze vengano
messe a disposizione di tutti, in modo che chiunque possa, volendo, prodursi
sia il miso che il tamari: il lavoro per chi ha deciso di investire il proprio
impegno nella loro produzione non mancherà mai, esattamente come, da noi, c’è
il lavoro assicurato per i panettieri pure essendoci chi preferisce farsi il
pane in casa propria.
La
preparazione di questi due prodotti non è molto semplice e richiede anche tempi
lunghi e questo giustifica il prezzo piuttosto alto richiesto da chi ne
garantisce la genuinità ma, tutto questo, non può legittimare la attuale
situazione di monopolio, dal momento che si tratta di prodotti che potrebbero,
in effetti, diventare di uso generalizzato.
Un
miso non pastorizzato e un tamari, ottenuti con una fermentazione naturale e
una maturazione che può giungere anche a tre anni, possono certamente rivelarsi
ottimi complementi della dieta macrobiotica, ma possono benissimo essere
sostituiti dai prodotti ottenuti dalle fermentazioni naturali che ogni cultura
e civiltà ha saputo scoprire e utilizzare: il pane, lo yogurt, il kefir, i
formaggi, la birra il vino, i crauti, ... i quali, quando sono prodotti in modo
naturale e senza l’utilizzo di additivi e conservanti, hanno la capacità di
rivitalizzare un organismo indebolito dai prodotti che ci vengono oggi proposti
dalla industria alimentare, ovviamente sapendo calibrare in modo corretto
ciascuno di essi sulla base della dialettica yin/yang.
Invitiamo
pertanto i visitatori del nostro sito, che già abbiano fatto qualche tentativo
di prodursi sia il miso che il tamari o salsa di soia, a segnalarci il
risultato dei loro tentativi e le procedure seguite: scambiandoci le esperienze
riusciremo senz’altro, prima o poi, a ottenere risultati positivi e magari,
anche, a ottenere nuovi prodotti utilizzando non solo la soia ma anche le
leguminose tradizionalmente coltivate nelle nostre regioni.
Il cavolo
verza “liofilizzato”
Durante
la stagione invernale, quando la temperatura scende decisamente sotto lo zero,
potremmo rammaricarci pensando ai nostri cavoli verza nell’orto che appaiono,
con le foglie rinsecchite dal gelo, apparentemente inutilizzabili. In effetti
sarebbe impossibile, oggi, pensare di poterli immettere nel mercato, ma
nell’uso familiare possiamo utilizzarli scoprendo che tutta la parte delle
foglie che non si sbriciola tra le nostre dita e che appare appassita e
impresentabile secondo i normali canoni del mercato possono, opportunamente
tagliate e lavate, essere messe a cuocere con un po’ di olio e aromatizzate con
l’aglio, il dado vegetale o il sale integrale o il tamari, rivelando un sapore
forte e deciso.
Ovviamente,
trattandosi di verdure che sono state quasi liofilizzate dal gelo, occorrerà
procedere alla cottura al più presto e occorrerà anche aggiungere una adeguata
quantità di acqua per reintegrare le perdite subìte a causa del rigore
invernale. Se il sapore risultasse troppo deciso si potrà farle bollire
nell’acqua per qualche minuto per poi scolarle e farle stufare o soffriggere
con gli aromi più opportuni; l’acqua di cottura potrà essere utilizzata per
cuocere il riso o la pasta.
Questi
cavoli non avranno certo la morbidezza delle foglie più tenere e più interne,
ma non per questo vanno buttate: è proprio da queste verdure, sempre
considerate come contorno del piatto fondamentale costituito dai cereali o da
utilizzare come companatico, che abbiamo l’energia giusta per costruirci un
organismo capace di sopportare in scioltezza i rigori dell’inverno, lasciando
ad altri l’utilizzo dei vaccini antiinfluenzali.
Creme di
cereali tostati
Coloro
che hanno problemi di masticazione possono tostare i cereali e poi macinarli e
usare le farine per fare delle creme: si scopriranno, così, indovinati
abbinamenti tra i singoli cereali e aromi particolari. Per esempio
l’abbinamento riso tostato e prezzemolo, il grano tostato e il paté di olive,
il mais e il gomasio di nocciole, … .
La
cosa importante, sia per chi ha problemi di masticazione come per chi si trova
con una dentatura perfetta, è di ricordare sempre la regola base secondo cui
vanno bevuti i cibi e masticate le bevande, nel senso che per una corretta
assimilazione si deve imparare a masticare a lungo ciò che si sta mangiando: le
creme di cereali tostati e ridotti in farina vanno rigirate in bocca più volte
e non deglutite velocemente. Dobbiamo diventare degli assaggiatori professionisti
che riescono a fare emergere dal cibo che stanno mangiando tutti i sapori più
reconditi, ottenendo in questo caso diversi, utilissimi risultati: da un lato
si migliora notevolmente la digestione e l’assimilazione; dall’altra si scopre
che i prodotti di origine animale hanno un sapore molto forte e pronunciato
all’inizio ma se la masticazione si prolunga finiscono per risultare insipidi,
mentre i cibi di origine vegetale rivelano più lentamente i loro sapori che
rimangono però netti e precisi fino all’ultimo; infine, impegnando in tal modo
più tempo per il rito fondamentale del pasto, si scoprirà che si mangia meno,
semplicemente perché l’organismo ha il tempo materiale per segnalare che la
quantità di cibo fisiologicamente necessaria per sentirsi sazi è già arrivata
nello stomaco.
Masticando
a lungo e mangiando con la calma di chi è cosciente che si sta compiendo il più
importante “rito magico” della natura, si possono benedire con maggiore
efficacia le forme di vita sacrificate per noi e tutto questo non mancherà di
trasformarsi in una progressivamente sempre più potente consapevolezza del
ruolo fondamentale dell’essere umano sul nostro piano di realtà.
Il dado
vegetale
Un
condimento universale che chiunque può prepararsi in casa è il “dado” vegetale,
utilizzando gli aromi e le verdure del nostro orto o, per lo meno, acquistati
nella stagione in cui costano meno e hanno il sapore migliore, dal momento che
i dadi con il glutammato non fanno bene alla salute e i dadi vegetariani che si
trovano nei negozi dietetici non fanno bene al portafoglio.
Durante
l’estate prendete un chilo di vegetali diversi, a piacere: si possono usare 4 o
5 vegetali: cipolle, zucchini, carote, coste e sedano, ma possono essere
variate a piacere sia come quantità che qualità. L’importante è utilizzare per
ogni chilo di verdure 250 grammi di sale integrale, determinando quindi una
proporzione sul totale del 20% di sale, a cui poi si aggiungono gli aromi che
possono essere, anche qui in proporzione e qualità in base alla scelta personale:
scalogno, aglio, rosmarino, salvia, lauro, … . Le verdure vengono tagliate
minutamente e poi, dopo averle opportunamente rimescolate, messe in un vaso di
vetro alternando strati di verdure e sale integrale grosso. Riempito il
vasetto, lo si lascia a riposo per qualche giorno in frigorifero e poi si potrà
ancora aggiungere altra verdura fino a che la salamoia copra le verdure tenute
schiacciate con un cucchiaio. Per evitare che la soluzione salina tocchi il
coperchio, si può usare per tenere la verdura pressata un dischetto di vetro su
cui si posiziona, sotto il coperchio, un pressaverdure di plastica o, se siamo
perfezionisti, un sassolino di misura adeguata.
Queste
verdure in salamoia possono essere usate per insaporire minestre e sughi, al
posto del semplice sale e, chiuse nel loro vaso senza il processo di
sterilizzazione, si conservano anche per diversi anni, pur essendo naturalmente
preferibile programmarne la preparazione in modo che nell’annata successiva si
possa rinnovare la provvista con le verdure fresche. Quando si ritirano in
cantina questi vasi è bene mettere tra il coperchio e il vaso un doppio foglio
di polietilene per alimenti in modo da impedire che la salamoia, in seguito a
movimenti imprevisti, possa venire a contatto con il coperchio con il rischio
quindi di fenomeni di corrosione. Quando il vaso verrà aperto per il primo
utilizzo si eliminerà il foglio di polietilene e si conserverà il vaso in
frigorifero.
Di
questa ricetta esiste anche un’altra versione in cui le verdure, già sminuzzate,
vengono omogeneizzate con un frullatore, poi fatte stufare con un po’ di olio
aggiungendo, durante la cottura, il sale nelle stesse dosi della precedente
versione. Quando, con una lenta cottura e rimescolando spesso, il sale si sarà
sciolto si lascia raffreddare il tutto e si potranno riempire i vasi con questa
crema, ricoprendo tutto con un filo di olio extravergine di oliva.
Questa
versione si rivela preferibile quando si vuole preparare un brodo di verdure
nel quale non si vogliano vedere le verdure a pezzi ma, in fondo, è solo una
questione di gusti. In questa ultima versione la conservazione del preparato,
oltre che dalla presenza del sale nella proporzione del 20%, è garantita dal
processo di cottura e non è necessaria la sterilizzazione dei vasi che, però,
ovviamente devono essere perfettamente puliti.
La focaccia di
pasta non lievitata
In
India e nell’area centroamericana, con il nome di chapati e di tortilla, è
ancora ai giorni nostri un cibo utilizzato correntemente e ha il rispetto che si
è assicurato nel corso dei secoli garantendo la sopravvivenza dei ceti più
umili della popolazione. In Europa e nelle aree del pianeta dove la cultura
europea ha finito per imporsi è prevalsa invece la preparazione del pane
costituito di pasta lievitata, ma viene ora riproposta nei corsi di
sopravvivenza, riscoprendo così la forma più antica di utilizzazione dei
cereali per l’alimentazione umana.
Questa
focaccia è fatta con la farina integrale e non viene fatta lievitare ed è,
insieme con il riso sbramato, il cibo che può consentire la sopravvivenza anche
negli ambienti e nelle condizioni più difficili e, per coloro che devono
ristabilire l’equilibrio ottimale di salute, deve costituire almeno il 75%
della alimentazione.
E’
un cibo che va utilizzato in tempi brevi dopo la cottura perchè il giorno
successivo, essendo la pasta non lievitata, diventerebbe eccessivamente dura,
creando problemi anche a chi ha i denti nelle migliori condizioni: mentre,
appena cotta, risulta morbida e croccante e può essere mangiata facilmente
anche da chi ha problemi con i denti, il
giorno successivo la focaccia potrà essere utilizzata solo riducendola in pezzi
e dopo averla unita ad un minestrone o a un brodo di verdure che, con la cottura,
la renderanno nuovamente utilizzabile.
Per
la sua preparazione, nel caso di una persona sola, dato il ridotto quantitativo
di farina integrale occorrente, va bene la macina cereali manuale; per chi
decide di utilizzare la focaccia come pane quotidiano per tutta la famiglia
questo attrezzo comincerebbe già a rivelare i suoi limiti, facendo preferire la
macina elettrica. Tuttavia, prima di lanciarci in spese che sono già più
consistenti, proviamo a entrare nell’ordine di idee che in molte regioni della
terra ci sono ancora persone che sopravvivono schiacciando con le pietre il
cereale che garantisce loro la sopravvivenza perchè, rispetto al pane di pasta
lievitata, conserva la totalità delle proprietà nutritive del chicco integrale:
anche la fatica della piccola macina a mano potrà apparire sopportabile e il
giorno in cui decideremo il nuovo acquisto potremo apprezzare con maggiore
intensità i vantaggi che la tecnologia moderna usata correttamente ci può
consentire.
In
tutte le grandi civiltà del passato la focaccia è stata alla base della alimentazione
della popolazione: dalle antiche civiltà dell’area mesopotamica e mediterranea,
dall’India al Messico, cotta nei modi più diversi, ha costituito per i poveri
la garanzia della sopravvivenza e della salute; un cibo facilmente conservabile
anche a tempi lunghi sotto forma di chicchi e pronto all’uso dopo averli
macinati o anche solo pestati tra due pietre e impastando la farina con un po’
di acqua, fino ad avere una pasta contemporaneamente morbida e non più
appiccicosa, e poi cotta in vari modi.
Già
molti secoli fa si usavano i forni, ma la fantasia e la necessità possono
suggerire diversi modi di cottura.
Gli
antichi soldati romani, durante le marce di trasferimento, cuocevano la pasta
schiacciandola tra le mani per poi avvolgere con questa le pietre che
delimitavano i fuochi del loro accampamento: quando la pasta si staccava,
croccante, dalla pietra era pronta da mangiare e aveva assunto la forma e la
consistenza di una ciotola in cui si potevano versare intingoli per rendere le
focacce più appetitose.
Ancora
in tempi recenti nelle zone interne del subcontinente indiano era difficile
trovare un’auto con i copri mozzi alle ruote: erano tutti finiti come piastre
di cottura, appoggiate su tre pietre, sotto cui un fuoco anche solo di
sterpaglie permetteva la cottura del chapati.
Una
possibile, tra le tante, ricetta di preparazione.
Si
macinano tre grosse cucchiaiate di grano tenero e una cucchiaiata di granoturco
tostato; si mescola la farina con dell’acqua fino ad avere una palla umida che
viene lasciata in un recipiente coperto se non la si utilizza subito. Quando è
il momento di farla cuocere si versa sulla pasta un po’ di farina bianca, in
modo da poterla manipolare senza che si appiccichi alle dita e al recipiente e,
a questo punto, dopo averla schiacciata riducendola come una piccola pizza,
viene messa su una piastra ben calda fino a che sul fondo si sia formata una
crosticina croccante per poi capovolgerla fino ad ottenere lo stesso risultato
dall’altra parte: all’interno resterà morbida e si può mangiare subito, non
appena la temperatura lo permette.
Per
chi ha tempo questa preparazione quotidiana, che evidentemente non è molto
impegnativa, può sostituire il pane lievitato. Potremmo anzi dire che il modo
ideale sarebbe di utilizzare il pane lievitato (vedi le ricette più avanti)
come alimento che si può conservare più giorni e, magari, surgelare, per averlo
disponibile in qualunque momento, mentre la focaccia è il cibo che va mangiato
fresco, preparato sul momento.
Si
possono variare i sapori in moltissimi modi: usando l’orzo o il miglio o la
segala o il farro, si può insaporire con il sale o non mettendone affatto, al
posto del sale si può utilizzare la salsa di soia, si può usare l’acqua
naturale o il brodo di cottura delle verdure, ... .
Per
quanto riguarda la cottura questo è uno dei pochi casi in cui si potrebbero
anche usare le pentole con il fondo antiaderente, che restano tuttavia sempre
poco consigliabili, ma qualunque pentola è adatta, imparando a calibrare bene
la temperatura che deve essere ben calda all’inizio per diminuire poi
progressivamente con il procedere della cottura. L’importante è mettere la
focaccia sulla piastra di cottura quando questa è già ben calda, avendo
l’avvertenza di avere ben infarinato la pasta, in modo che non si appiccichi
più in alcun modo alle dita: in questo modo non è più necessario mettere sul
fondo del recipiente di cottura nè olio nè grassi.
Si
possono usare le pentole di acciaio, di ghisa o di ferro, come quelle di
terracotta o anche di alluminio, girando la focaccia quando si è formata la
crosta dorata.
Un
metodo di cottura che dà sempre ottimi risultati è quello di utilizzare una
pentola o una padella con un coperchio di esatta misura, affinché all’interno
si creino le condizioni di cottura di un forno: quando la padella ha raggiunto
la temperatura si pone sul fondo la focaccia e si copre con il suo coperchio;
dopo alcuni minuti si asciuga l’umidità che si è depositata all’interno del
coperchio, ripetendo questa operazione alcune volte per evitare che sulla focaccia
abbiano a cadere le gocce formatesi con il deposito del vapore. Quando il fondo
della focaccia risulta croccante viene girata, ripetendo anche qui alcune volte
l’operazione di asciugatura del vapore condensato all’interno del coperchio,
fino alla cottura desiderata: in questo modo, poichè all’interno della pentola
si creano le condizioni di un forno, la focaccia cuoce nel modo migliore anche
nelle parti interne, nel caso in cui non sia stata tirata troppo sottile, e con
umidità sufficiente a impedire che la crosta superficiale abbia a carbonizzare
troppo velocemente. E’ una ricetta che richiede la costante attenzione e che
impegna, a seconda del volume di fuoco utilizzato, dai venti ai trenta minuti,
ma è di una semplicità estrema e dà sempre ottimi risultati per non parlare,
poi, del fatto che in questo modo abbiamo il cibo di base ideale per un
macrobiotico.
Frutta cotta
Già
è stato detto che la frutta cruda di stagione prodotta dal clima della regione
in cui si vive, in una alimentazione macrobioticamente equilibrata, può avere
uno spazio relativamente consistente nella misura in cui nella dieta sono
presenti alimenti di origine animale.
Se
invece, in una consapevole alimentazione macrobiotica si è fatta la scelta
vegetariana, occorre valutare correttamente il grande yin che si esprime nella
frutta e che, in questo contesto, potrebbe diventare squilibrante per un adulto
che non si trovi in condizioni particolari come lavoro e attività fisica molto
pesanti e caldo e sole estivi; per un bambino, che è naturalmente più yang,
sarà più facilmente utilizzabile in limiti ragionevoli senza alcun problema.
Utilizzandola
come frutta cotta il grande yin viene relativamente yanghizzato con il calore
del fuoco e il sale e può quindi essere utilizzata meglio anche all’interno di
una scelta vegetariana. L’importante è che si tratti sempre di frutta di
stagione e prodotta dal clima della regione in cui si vive. Opportunamente
lavata, ripulita e sminuzzata viene messa in una pentola con un po’ di acqua
sul fondo per facilitarne la cottura; va fatta cuocere come una qualunque
verdura e negli ultimi minuti della cottura si aggiunge un po’ di sale
integrale, in modo che venga esaltato e reso più sapido il sapore della frutta.
Può
essere consumata calda, a temperatura ambiente o, d’estate, appena tolta dal
frigorifero diventando, in questo caso, un possibile sostituto del sorbetto.
Per
chi non ha mai provato è incredibile come diventi buona la frutta ancora un po’
acerba che cade prematuramente dall’albero perchè bacata e che viene buttata
via, ora che non ci sono più gli allevamenti familiari di animali da cortile
con i quali si riciclavano questi “scarti”. Senza contare, poi, che utilizzando
in questo modo la frutta che non può
avere alcun valore commerciale si contribuisce in modo ecologicamente perfetto
a ridurre la quantità di insetti che l’anno successivo attaccheranno la nostra
frutta perchè, quando la mela bacata viene scartata e buttata, il parassita che
la “abita” ha molte probabilità in più di portare a termine regolarmente il
proprio ciclo vitale diventando così capace di riprodursi.
Per
evitare di eccedere è bene mangiare la frutta, sia cotta che cruda, con il pane
come una normale pietanza: in questo modo se ne mangia in misura corretta.
Sappiamo
tutti che quando si ha l’appetito vero, si prova piacere anche nel mangiare il
pane integrale puro e semplice e, accompagnandolo con una pietanza, si tende ad
aumentare la percentuale di pietanza e a ridurre quella del pane nella misura
in cui il pasto si prolunga: la frutta cotta a fine pasto, senza il pane che la
accompagni, è senz’altro piacevole e il macrobiotico alle prime armi può
ritenere di avere correttamente sostituito quello che prima era il dessert; in
realtà, a tempi lunghi, quando il corpo ormai ripulito dalle incrostazioni di
squilibri ben più pesanti precedentemente accumulati sarà diventato capace di
segnalare i minimi squilibri, non mancherà di evidenziare il mattino successivo
che la frutta cotta della sera precedente è stata una scelta di puro piacere sensoriale
e, come tale, pericolosa se protratta nel tempo.
Se
durante la pulizia della frutta bacata si nota che il torsolo e i semi non sono
ancora stati intaccati dal parassita, sarà bene utilizzare anche questi perchè
costituiscono la parte più yang del frutto: lo stupore che questo invito
suscita normalmente è il segnale più evidente della diversa consapevolezza del
macrobiotico che non opera più le sue scelte su un piano di puro piacere
sensoriale ma sulla base di precise considerazioni razionali: il seme racchiuso
nel torsolo racchiude in sè una energia molto più consistente di quella che si
materializza nel frutto e, facendo questo tipo di scelta, il macrobiotico si
pone all’interno del mondo come un momento di superiore consapevolezza della
razionalità che nel mondo si esprime. Si diventa, in altre parole, un momento
di creazione attiva e non più fruitori passivi che, proprio perciò, sono
soggetti in misura molto maggiore ad una razionalità che, in quanto non
compresa, in certi casi può essere vista come destino assurdo e crudele.
Conservazione della frutta
Descriviamo
quattro diversi modi:
a) Come
marmellata
b) Come
frutta secca
c) Come
succo di frutta
d) Come
frutta cotta congelata
-
a)
Come marmellata, con l’aggiunta di zucchero, vedi al capitolo 3.8 -
Ricette sfiziose.
-
b)
Come frutta secca
Lavate
e asciugate la frutta, che non va sbucciata. Si taglia a metà o in quarti per
togliere il nocciolo o il torsolo e poi si lascia su una teglia o meglio ancora
su un graticcio in un luogo asciutto e ventilato (vedi anche nel capitolo 5.1 –
Costruzione di un essiccatore) oppure sfruttando quando se ne ha l’occasione il
calore residuo del forno quando si è fatto il pane (vedi nel capitolo 3.6 – L’attrezzatura/modifiche
al forno per il pane). Ottima soluzione è anche quella di utilizzare il forno
elettrico della cucina, quando ha il dispositivo di ventilazione interna,
tenendo la temperatura quanto più bassa possibile: si possono inserire due o
più teglie di frutta già tagliata a metà o in quarti e poi, ogni tanto, si spostano
dall’alto in basso e si girano le teglie in modo da rendere la essiccazione
quanto più omogenea possibile. Dopo un po’ di ore, quando la frutta è già
asciugata quanto basta per poter essere manipolata senza danno, si potrà
mettere la frutta in un sacchetto di tela o di carta che permetta la
traspirazione: ottimi i sacchetti usati per il pane. Il sacchetto verrà appeso
con le mollette al filo dove stendiamo la biancheria ad asciugare, badando che
non sia esposto alla luce diretta del sole. Se l’operazione di essiccatura si
prolunga per qualche giorno sarà meglio, alla sera, ritirare al coperto il
sacchetto.
Al
termine della essiccazione la frutta si conserverà per anni in vasi di vetro
che si potranno tenere nel frigorifero in cui conserviamo i cereali. Quando si
inizia ad utilizzare uno di questi vasi sarà sempre meglio conservarlo nel
normale frigorifero di casa.
Questa
frutta secca, magari ulteriormente sminuzzata, si rivelerà ottima insieme con
l’uva passa per preparare le ciambelle alla frutta (vedi il capitolo 3.8 – Le
ciambelle).
-
c)
Come succo di frutta
Per
fare il succo di frutta si procede esattamente come per preparare la frutta
cotta sopra descritta.
Quando
il contenuto della pentola ha raggiunto la temperatura di ebollizione si
omogeneizza il tutto con un frullatore ad immersione e si fa ancora cuocere per
quindici minuti, rimescolando fino a quando la purea di frutta non avrà ripreso
il bollore.
Al
termine, sempre tenendo la pentola sulla fiamma più piccola al minimo perché ne
conservi la temperatura di ebollizione, si riempiono le bottiglie che verranno
immediatamente chiuse con il tappo a corona e tenute insieme sotto una coperta
per una sterilizzazione più efficace (vedi questa procedura nel capitolo 3.8 –
La marmellata per dolcificare il tè). Le bottiglie migliori sono quelle di
vetro scuro e sufficientemente robuste come quelle della birra. Chi ha fornito
questa ricetta si è trovata in cantina, dimenticata in un angolo, una cassetta
di 16 bottiglie di birra da 66 cl. riempite tredici anni prima con un succo di
pere preparato e imbottigliato con la procedura sopra descritta: il succo di
frutta si è rivelato perfettamente conservato . Per maggiore sicurezza questo
succo di frutta è stato usato per dolcificare bevande bollenti come il tè o il caffè
di orzo, ma anche semplicemente mescolata in rapporto 1/10 con dell’acqua che
poi è stata fatta bollire, ottenendo così una ottima bevanda dissetante al
gusto di pere.
-
d)
Come frutta congelata.
Si
procede come già descritto nella ricetta per la frutta cotta non dimenticando,
quindi, di aggiungere un po’ di acqua sul fondo della pentola per facilitare la
cottura e aggiungendo poi a fine cottura ½ cucchiaino da tè di sale integrale
per ogni chilo di frutta. Quando il tutto raggiunge il bollore si rimescola
qualche volta per amalgamare il sale e si lascia cuocere il tutto per una
quindicina di minuti. Si spegne il fuoco e si lascia raffreddare il tutto
tenendo la pentola chiusa. Usando la pentola a pressione la cottura potrà
limitarsi a pochi minuti. Quando la frutta cotta ha raggiunto la temperatura
ambiente si preparano i contenitori per la congelazione.
Chi
ha fornito questa ricetta utilizza normali scodelle di ceramica: ne copre il
fondo con un foglio di carta di giornale, che permetterà il perfetto distacco
della “mattonella” congelata, e, sopra di questo, stende un velo di pellicola
di polietilene per alimenti sufficientemente grande da potere, dopo che è stata
riempita la scodella per circa 4/5 di frutta cotta, ripiegare i margini della
pellicola debordante in eccesso, in modo da poter ritirare la scodella nel
congelatore limitando al massimo la formazione di ghiaccio sulle pareti del
congelatore, dal momento che la pellicola è stata così ripiegata su se stessa
sui quattro lati: in questo modo, tenendo la scodella in piano fino a che il
contenuto è ancora liquido, si ha una chiusura praticamente ermetica perché la
pellicola aderisce con forza su se stessa. Il giorno successivo si potrà
togliere dalle scodelle la frutta congelata, come tante mattonelle a forma di
ciotola che potranno essere stipate nel congelatore in borse di plastica in cui
un cartoncino di misure adeguate ricorderà il tipo di frutta e la data di
confezione; nel congelatore si conserveranno per diversi mesi.
Quando
si decide di utilizzarne una la si tira fuori dal congelatore al mattino, la si
passa per alcuni istanti sotto l’acqua corrente in modo da staccare bene la
pellicola di polietilene e la mattonella di frutta congelata potrà essere messa
nella scodella di ceramica di cui ha preso la forma. Si copre la scodella con
un piatto e si lascia in frigorifero. A sera si ritroverà la frutta cotta ormai
scongelata e potrà essere consumata come un ottimo sorbetto: tanto buono da
raccomandare di mangiarla con il chapati o con il pane integrale sia per
favorirne la corretta masticazione sia per limitarne la quantità, dal momento
che a fine pasto uno yin così potente potrebbe, senza il pane, essere assunto
in quantità eccessiva determinando l’insorgere, nel giorno successivo, di
qualche problema da eccesso di yin.
Gomasio
Altro
possibile condimento è il gomasio, che può essere considerato un sostituto del
formaggio grattugiato per i vegetariani: la ricetta classica prevede che sia
fatto con semi di sesamo abbrustoliti e pestati nel mortaio con un po’ di sale.
Al posto dei semi di sesamo si possono usare, di volta in volta e sempre dopo
averli tostati, arachidi, noci, nocciole, pinoli. Ottimo è il gomasio di
nocciole, anche perché si possono usare quelle che ci crescono nell’orto. Sulla
pasta, insieme ai vari sughi, o sulle
insalate di verdure cotte, può dare un sapore nuovo e gradevole. E’ certamente
un sapore più morbido rispetto al parmigiano o al pecorino ma, per chi ha
rieducato il proprio gusto imparando ad apprezzare il sapore della frutta cotta
con un po’ di sale invece che con lo zucchero, non suscita rimpianti.
Ciò che
qui ci interessa in modo particolare è di stimolare la creatività e la fantasia
di chi utilizza il gomasio, precisando che può essere preparato non solo con i
semi di sesamo ma anche con altri semi oleaginosi.
Ohsawa,
nel suo libro “La dieta macrobiotica” precisa che il suo tenore in lecitina ne
fa l’amico del cervello e dei nervi, regolatore dell’intestino. Nello stesso
libro, nel capitolo “Gli alimenti principali”, viene data la ricetta di
preparazione che qui riportiamo integralmente:
Fate rosolare
leggermente dei semi di sesamo, schiacciateli a metà, aggiungete da 10 a 20% di
sale dorato e schiacciate il tutto. Mangiate questo composto tutti giorni sul
pane, con il riso, ecc.. Deve essere conservato in un recipiente ermetico. E’
una preparazione delicata, i semi di sesamo non devono essere troppo rosolati
nè ridotti interamente in polvere. Non conservare oltre gli otto giorni.
La
precisazione di Ohsawa, quando dice che il gomasio fatto con i semi di sesamo è
ricco di lecitina, porta il discorso su un piano specialistico e analitico che
nel suo libro ha un senso preciso, dal momento che in questo testo viene data
tutta una serie di suggerimenti concreti per diversi stati patologici. Noi non
mettiamo in discussione questo piano (tra l’altro proponiamo quel libro come
una lettura assolutamente fondamentale per un macrobiotico), ma non intendiamo
seguirlo perchè si rischia di far diventare l’alimentazione macrobiotica come una
scelta che implica sempre la presenza di un esperto fornito di conoscenze che
non tutti possono avere e, di fatto, non sarebbe più il discorso di liberazione
dai meccanismi che creano dipendenza, tipici della nostra attuale cultura e
civiltà, che noi intendiamo portare avanti.
Quando
abbiamo scritto che il gomasio è il formaggio grattugiato dei macrobiotici
vegetariani intendevamo sottolinearne l’utilizzo più corrente, come potrebbe
essere quello di dare un sapore nuovo ad un piatto di cereali o di verdure,
senza andare a precisare che un gomasio preparato con i semi di sesamo e il 20%
di sale diventa nella dieta un buon elemento yang che può riequilibrare un
eccesso di yin che abbia già dato segnali precisi e disturbi a carico del
sistema nervoso.
Il gomasio
è uno dei prodotti che possiamo prepararci in casa utilizzando, magari, proprio
i semi oleaginosi che ci crescono nell’orto sempre seguendo la ricetta di
Ohsawa, per cui i semi di sesamo, così come le nocciole, le arachidi, le
mandorle, ... dopo una leggera tostatura (non dimenticando che per i semi di
sesamo che sono molto piccoli basteranno pochi minuti mentre per le nocciole il
trattamento sul fuoco deve essere più deciso) possono essere frantumati in un
mortaio (che può essere di ceramica o di legno, ottimo quello di olivo) unendo
contemporaneamente un po’ di sale fino integrale; la percentuale del sale va
dal 10 al 20% nel senso che ciascuno deve sapersi regolare sulla base del
proprio attuale stato di salute: se ci si sta disintossicando da una precedente
alimentazione ricca di prodotti animali si potrà andare al 20%, dal momento che
ci siamo abituati ai sapori forti e in tal modo ci aiuterà a non cedere alla
tentazione di tornare al formaggio grana o al pecorino, ma sapendo che,
progressivamente, dovremo ridurre al 10% il sale per non ritrovarci, poi,
diventati vegetariani ma con il “bisogno” di mangiare frutta cruda.
Per quanto
riguarda la quantità e la frequenza possiamo dire che quando si è raggiunto un
buon equilibrio yin/yang sarà il nostro organismo a segnalarci, con le sue
“voglie”, le dosi e la frequenza migliori. Chi ha la fortuna di avere nel
proprio orto alberi “del companatico” come il noce o il nocciolo sa che
mangiando questa frutta secca rigorosamente con il pane integrale a fine pasto,
sostituendo così quello che in precedenza era il posto del formaggio, utilizza
i semi oleaginosi nella misura corretta perchè finchè si prova piacere nel
mangiare le noci con abbondante pane integrale si tratta di un legittimo
appetito mentre quando si mangiano solo più le noci senza il pane si è già
imboccata la strada che ci porterà allo squilibrio e alla malattia.
La frutta
oleaginosa è di per se stessa piuttosto yin, la tostatura e la frantumazione
con il sale la yanghizzano, ma si tratta pur sempre di un companatico, cioè di
un momento che non deve mai costituire il fondamento del nostro pasto che deve
sempre essere riservato ai cereali.
Usato come
“condimento” potrà sempre essere presente sulla nostra tavola tutti i giorni
ma, come già abbiamo accennato, saremo sicuri di avere sotto controllo la
nostra salute quando scopriremo che non abbiamo bisogno sempre di un certo
condimento, ma piuttosto l’attrazione verso di esso si manifesterà in modo
ciclico, magari condizionato dai fattori climatici, stagionali o dalle nostre
condizioni di lavoro fisico: la sera in cui sentiremo il bisogno di mangiare
una pasta asciutta condita con l’aglio e le noci sarà l’occasione buona per
capire quali situazioni, incombenze e comportamenti nelle 24 ore precedenti
hanno potuto fare sorgere in noi questa attrazione: in questo caso le noci e
l’aglio non saranno, solo, più che legittimi come condimento, ma potranno anche
essere l’occasione per capire il tipo di comportamento che ne ha fatto sorgere
il bisogno come di una energia che nel nostro organismo va a ristabilire un
equilibrio che abbiamo messo in crisi.
D’altra
parte, la constatazione che la voglia di condire la pasta con l’aglio e le noci
ci sia venuta dopo una attività fisica impegnativa, come potrebbe essere un
lavoro pesante o una lunga camminata in montagna (che costituiscono una delle
tante possibili espressioni yang del nostro vivere), ci testimonia la carica
yin piuttosto potente di questo condimento: uno yin tanto forte da
riequilibrare l’organismo che ha saputo superare uno sforzo non indifferente.
Tornando
al gomasio, con qualunque seme oleaginoso venga preparato, dobbiamo ancora
sottolineare che, aumentando la percentuale del sale fino e persino oltre il
20%, otteniamo un prodotto che si avvicina sempre di più ad una medicina e che
va quindi consumato e dosato con prudenza sviluppando l’autoosservazione, se
necessario tenendo un diario nel quale registriamo con cura tutti i
particolari. La riflessione e la nuova consapevolezza ci permetteranno, in
futuro, di essere non solo il medico di noi stessi, ma di poter essere di aiuto
a chi ci chiederà un consiglio.
Insalate
Nel
preparare le insalate la conoscenza dei principi dialettici su cui si basa la
macrobiotica diventa fondamentale, per cui si può affermare che dal modo di
preparare questo piatto si può valutare il livello di comprensione della
dottrina macrobiotica.
Partendo
dalla considerazione che in linea di principio l’insalata è un piatto
notevolmente yin, che vede soltanto nella frutta una scelta che porta una
maggiore yinizzazione del nostro organismo, ecco che si sceglierà tra le
diverse insalate quella di lattuga e pomodori soltanto nel pieno della calura
estiva perchè nei pomodori abbiamo un eccesso di potassio piuttosto consistente
e nella lattuga una verdura che rivela la propria dimensione yin per la sua
scarsissima capacità di conservazione una volta che si è interrotto il suo
rapporto vitale con la terra. E’ vero che potremmo yanghizzarla aggiungendo,
per esempio, del tonno ma questo potrebbe essere accettabile solo nel caso in
cui si debbano affrontare lavori pesanti dal punto di vista fisico, ma ci
porterebbe comunque a tempi medio lunghi su un piano di scelte che ci vedrebbe
ineludibilmente con una struttura corporea resa più “opaca e rozza”, meno
capace di sostenerci come supporto materiale raffinato in una ricerca
spirituale avanzata. Potremmo esprimere questo concetto affermando che
l’insalata di lattuga, pomodori e tonno può andare bene per chi non ha fretta
di andare in paradiso, sempre ricordando che il paradiso non è un “luogo” in
cui si può andare dopo la nostra morte quanto piuttosto è uno stato, un modo di
vivere che può essere raggiunto solo durante la nostra esistenza terrena.
Ecco
allora che nel pieno della calura estiva il macrobiotico vegetariano potrà
anche usare lattuga e, molto meno spesso, il pomodoro ma utilizzerà
preferibilmente altre verdure che, pure essendo come verdure sempre
appartenenti al settore yin, sono relativamente più yang della lattuga, come
per esempio la carota, la cipolla, il ravanello, il cetriolo, ... verdure cioè
che sono capaci di mantenere la loro freschezza di energia vitale per tempi
molto più consistenti rispetto alla lattuga. Questa insalata potrà essere
aromatizzata con le erbe profumate dell’orto, come per esempio il basilico o la
maggiorana o il timo, ... . Se nell’insalata si uniranno un po’ di nocciole o
di noci o di olive non si dovrà più in alcun modo utilizzare l’olio come
condimento e, in quanto al sale, si troverà con l’esperienza la giusta quantità
in rapporto alla attività fisica svolta, dal momento che i sali eliminati con
la sudorazione dovranno essere reintegrati. Al posto del sale si potrà
utilizzare la salamoia in cui si saranno conservate in frigorifero le olive
(vedi più avanti) oppure, per esempio, diluendo con un po’ di acqua sul fondo
della insalatiera del miso che apporterà così, oltre ai fermenti vivi utili per
l’intestino, il suo sapore particolare e la sua ricchezza di aminoacidi
fondamentali.
Potranno
essere unite anche alcune patate novelle bollite e gli zucchini, i fagiolini e
altre simili verdure bollite per alcuni minuti, in modo che abbiano la giusta
consistenza per arricchire la nostra insalata.
Quando
si è deciso per la scelta vegetariana non si dovrà più usare nè l’aceto nè il
limone come condimenti, perchè si riveleranno yin troppo potenti.
Con
l’arrivo dell’autunno dovrà diminuire la percentuale di verdure crude, che
saranno comunque sempre quelle che effettivamente possiamo trovare nel nostro
orto, come per esempio le carote, i finocchi, le rape e si darà, invece,
maggiore spazio alle verdure bollite.
In
pieno inverno si ridurrà ulteriormente lo spazio delle verdure crude che
potranno essere, per esempio, i topinambur, il cavolo verza, ... mentre gli
aromi potranno essere assicurati oltre che dalle olive in salamoia da una
piccola cipolla o da uno scalogno crudi. Chiaramente questi ultimi potranno
essere utilizzati in misura più ampia se invece che crudi li faremo bollire
finchè saranno croccanti.
Sempre
tenendo presente il già accennato discorso sugli effetti che a tempi lunghi
questa scelta potrebbe comportare sul nostro corpo, è durante l’inverno che
l’insalata può essere insaporita utilizzando anche un po’ di tonno, un filetto
di acciuga o una sardina: una scelta che nel freddo invernale avrebbe una sua
possibile giustificazione molto meglio che durante il calore estivo. A questo
proposito potremmo prendere in considerazione l’opportunità di insaporire la
nostra insalata con po’ di formaggio sminuzzato o con un uovo sodo, surrogando
così il tonno, le acciughe e le sardine ma anche il formaggio e l’uovo hanno
sul nostro organismo degli effetti secondari non indifferenti. Ne abbiamo già
parlato in un precedente capitolo di questa sezione ed è un argomento
specificatamente affrontato in uno dei testi consigliati nella seconda sezione.
Nel
caso, invece, di un macrobiotico non vegetariano le insalate potranno avere uno
spazio più consistente nella dieta, dal momento che le verdure cotte
rischierebbero di non essere sufficienti a bilanciare il grande yang della
carne e dei prodotti animali. In questo caso però il controllo della situazione
diventa molto più difficile perchè l’utilizzo dei prodotti animali instaura e
accresce nell’organismo il bisogno dei prodotti che contengono zucchero e alcol
i cui effetti rapidi e violenti nell’organismo, se è vero che vanno a
contrapporsi all’azione altrettanto rapida e violenta dei prodotti di origine
animale, determinano a tempi medio lunghi una sinergia negativa che ottunde e
appesantisce le capacità dell’organismo di segnalare gli squilibri: il
macrobiotico vegetariano “paga“ nell’arco di 48 ore il debito di uno squilibrio
immediatamente segnalato, chi mangia abitualmente prodotti di origine animale
percepirà soltanto i segnali di uno squilibrio che si è già cronicizzato e che
richiede interventi più pesanti. Non per nulla i farmaci della medicina
ufficiale che in questo ultimo caso sembrano essere, almeno sul piano
sintomatico, gli unici efficaci risultano deleteri nel caso di un vegetariano,
sul quale evidenziano a livelli difficilmente sopportabili gli effetti
collaterali negativi che questi farmaci determinano in un organismo che è
ancora reattivo.
Olive
Un
possibile modo di utilizzare le olive.
Si
cercano in commercio le confezioni di olive in salamoia, al forno o
aromatizzate con erbe e prodotti naturali senza l’utilizzo di conservanti di
alcun genere.
Se,
come spesso accade, si trovano in confezioni di plastica e sottovuoto si apre
la confezione e si travasano le olive in un barattolo di vetro, si coprono di
acqua e si aggiunge una adeguata quantità di sale integrale per ristabilire una
accettabile dimensione batteriostatica (indicativamente si può calcolare mezzo
cucchiaio ogni 500 grammi di olive). In questo modo le olive si conserveranno
in frigorifero per diverso tempo e si potranno usare così poco per volta sia
d’estate che d’inverno per aromatizzare le insalate, i sughi e i piatti più
diversi.
Quando
le olive saranno finite si potrà utilizzare la salamoia in sostituzione del
sale in tutti quei piatti in cui il suo sapore risulti gradevole.
Il pane
Domanda:
il pane è yang o yin? In quanto cereale è yang
rispetto alle verdure, ed inoltre il grano è più yang anche rispetto al riso e
al granoturco perché cresce in climi più freddi e non ha bisogno di molta
acqua.
In
realtà bisogna prima definire il tipo di pane perché se è fatto con farina
bianca e lievito di birra con dell’olio extravergine di oliva è molto più yin
del pane integrale in cui si sia usato il lievito naturale; quest’ultimo, a sua
volta, è più yin del pane azzimo costituito di pasta non lievitata, come erano
in origine le tortillas messicane, i chapati dell’India, come il piatto che si
cuocevano i soldati dell’antica Roma durante le marce forzate di manovra, nel
corso delle campagne di guerra.
Il
pane azzimo di farina integrale è quello più yang ed è macrobioticamente il più
indicato per i malati, perché è il cereale nella sua dimensione di purezza,
completo di vitalie: è il cereale che viene già “premasticato”, perché è già
stato ridotto a farina e, anche se poi l’impasto e la cottura lo rassodano, si
può mangiare facilmente se è appena cotto. Quando è raffermo, però, diventa
durissimo e non può più essere masticato. In questo caso occorre sminuzzarlo
con altri mezzi e poi tenerlo in bocca tanto da riammorbidirlo e, in un certo
senso, va succhiato come una caramella: ovviamente stiamo parlando di
situazioni estreme, dal momento che non ha senso pensare di utilizzare un
simile pane indurito nell’alimentazione quotidiana.
Con
le attrezzature oggi disponibili è possibile ottenere sul piano industriale
delle ottime gallette di pane azzimo che sono croccanti e, perciò, facilmente
masticabili. La produzione familiare è più impegnativa.
Qui
diamo le indicazioni per chi volesse cimentarsi.
Le
gallette di pane azzimo
E’
consigliabile, soprattutto all’inizio, utilizzare farina bianca assieme alla
farina integrale: diciamo 30% di integrale e il 70% di farina bianca; con il
tempo si potrà progressivamente aumentare la percentuale di farina integrale.
Si
fa l’impasto e poi con la macchina, una vecchia macchina della pasta, quella
con cui si facevano le sfoglie per i ravioli, la si fa passare tra i rulli
regolati sullo spessore massimo per poi ripiegare su sé stessa la sfoglia per
ulteriormente ripassarla tra i rulli: occorre ripetere più volte questo
procedimento aggiungendo eventualmente farina fino a quando la pasta raggiunge
la giusta consistenza, per cui si stacca bene dalla spianatoia pur restando
morbida. Quando le sfoglie hanno raggiunto questa consistenza possono essere
fatte cuocere nell’olio oppure nel forno.
Si
possono friggere nell’olio e diventano un pane azzimo con il sapore dell’olio
extra-vergine: buttate nell’olio bollente le sfoglie gonfiano immediatamente e
in 10-13 minuti sono cotte. Quando si fa questo lavoro si può mettere in
funzione la friggitrice nella quale si utilizzano circa due litri d’olio e si
possono fare da 4 a sei chili di gallette: si lavora praticamente tutto il
giorno, ma ci si fa la scorta per tutto l’anno perché poi questo è un pane che
si mangia preferibilmente nella stagione fredda e sempre con estrema
moderazione e si conserva molto bene nel congelatore.
L’olio
che si avanza può essere riciclato per fare i lumini a olio.
Le
gallette di pane azzimo si possono fare anche nel forno. In questo caso si
mettono nel forno già molto caldo, a 300° e anche in questo caso le molecole
d’aria che sono rimaste racchiuse nella pasta ogni volta che si è ripiegata la sfoglia su sé stessa e la si è
fatta ripassare nei cilindri, nel forno a 300° queste molecole d’aria,
infinitesimali, esplodono e fanno diventare la pasta croccante.
Se
si fa cuocere un pezzo di pasta non lievitata senza prima fare questo lavoro
essa diventa dura come una pietra,
invece così diventano croccanti. Quando la cottura è terminata, le gallette si
devono ancora fare seccare completamente a calore moderato (ottimi risultati si
ottengono mettendo le gallette nel forno di una stufa a legna quando, la sera,
si sta spegnendo: al mattino le gallette risulteranno biscottate e croccanti in
modo perfetto) e si conserveranno così per diversi mesi in un qualunque
contenitore tenuto in un luogo asciutto.
Il
pane integrale lievitato
Noi
proponiamo di utilizzare per metà o 1/3 la farina integrale e per metà o 2/3
quella bianca e come lievito si propone il lievito naturale. Un pane fatto,
oggi, con il 30% di farina integrale macinata in casa e il 70% di farina bianca
comperata nei normali negozi di alimentari è già un ottimo pane neppure
paragonabile a quello proposto dalla quasi totalità delle panetterie italiane.
Comunque
si sottolinea, ancora una volta, che il pane come qualunque altra ricetta può
consentire infinite variazioni personali con le quali esprimiamo da un lato la
nostra fantasia e, dall’altro, i segnali e i bisogni che il nostro organismo ci
fa pervenire nel particolare momento in cui stiamo facendo la preparazione.
Lo
si può fare cuocere in diversi modi.
Si
va dal fornetto di alluminio venduto anche nei negozi di articoli casalinghi e
nei mercatini dei piccoli paesi per una somma di dieci-quindici euro al forno a
legna con la camera di cottura scaldata a fuoco indiretto che costa 1.500/2.000
euro. Per iniziare si può usare sia il fornetto di alluminio che il forno
normale della cucina, dal momento che si possono già ottenere risultati
soddisfacenti, mettendo però in conto che le prime volte si potranno avere
risultati non ottimali, dal momento che bisogna imparare a calibrare bene il
calore del forno e il tempo di cottura in rapporto alle dimensioni e alla forma
delle pagnotte.
Il lievito
C’è
il lievito chimico, il lievito di birra e il lievito naturale.
Il
più potente è il lievito chimico, per cui non c’è bisogno di aspettare che si
sviluppi la lievitazione: si unisce all’impasto la polvere, costituita da
tartrato monopotassico e bicarbonato. E’ chiaro che con questo lievito non c’è
bisogno di lasciare lievitare l’impasto dal momento che, con il calore del
forno, il lievito chimico agisce immediatamente.
Il
lievito di birra ha una potenza intermedia, per cui bisogna sempre attendere
alcune ore perchè il lievito sviluppi la sua azione fermentante; il pane
risulta più yin di quello azzimo ma, per lo meno, è interamente costituito di
componenti naturali, non di sintesi; il lievito di birra è prodotto
industrialmente, certamente, però è il prodotto di una fermentazione naturale
che, in questo caso, ha le sue origini nel processo di produzione della birra.
Il
lievito naturale è costituito invece di pasta acida, pasta che è già fermentata
di suo ed è molto più lento, per cui le prime volte occorre preventivare anche
due o tre giorni per avere la pastella lievitata necessaria per fare il pane
che, poi, gonfia molto meno rispetto ai risultati che si possono ottenere con
il lievito di birra o con quello chimico.
Quando
li si è provati si capisce subito se il pane che si sta mangiando è fatto con
lievito di birra, con lievito chimico o con il lievito naturale. Così come,
dopo che si è iniziato a fare in casa il proprio pane, ci si rende
immediatamente conto di quanti grassi ed emulsionanti si trovino nel pane
comunemente in commercio: il pane fatto in casa, composto di farina, acqua,
lievito e sale ha una consistenza e un peso, a parità di volume, assolutamente
diversi da quello a cui la normale panificazione ci ha oggi abituati.
Nota.
Fino a qualche tempo fa presso qualunque panettiere si poteva trovare il
lievito di birra e lo si acquistava sfuso, nella quantità desiderata. Oggi è
difficile acquistarlo sfuso dai panettieri perché non lo usano più nemmeno
loro, almeno per la maggior parte, e bisogna allora cercare le confezioni da 20
grammi presso i grandi magazzini. I panettieri non lo usano più, perché è molto
più comodo il lievito chimico: con gli emulsionanti, i grassi, e il lievito
chimico essi non hanno più bisogno di alzarsi alle 2 del mattino per far
lievitare il pane.
Il
lievito di birra invece richiede più tempo, lavoro e pazienza.
Il
lievito naturale è fatto con la pasta acida e si forma naturalmente impastando
un pugno di pasta e lasciandola all’aria libera finchè, nel giro di qualche
giorno, comincia a fermentare.
Tuttavia
il metodo più veloce è quello di fare il pane, per la prima volta, con il
lievito di birra: al termine della lievitazione si preleva una tazza di
pastella lievitata che, da quel momento e opportunamente rinnovata, sostituirà
il lievito di birra. La tazza di pastella lievitata si potrà conservare nel
frigorifero se si fa il pane con una certa frequenza se, invece, si panifica ad
intervalli di sette-dieci giorni è meglio soprattutto d’estate conservarlo nel
congelatore.
Quando,
nel secolo scorso, non esistevano ancora frigoriferi e congelatori, si
conservava il lievito tenendo la pasta acida in una scodella coperta da un telo
e, nella pasta, veniva fatto con il pollice un buco che veniva riempito di
sale. In questo modo lo strato superficiale esterno della pasta si copriva di
muffa ma, all’interno, risultava utilizzabile anche dopo molto tempo, magari
sbriciolandolo nel caso si fosse rinsecchito. Di solito, però, questo lievito
veniva rinnovato con una certa frequenza dal momento che, nei paesi di
campagna, la panificazione veniva fatta
nei vari rioni in tempi diversi e il lievito veniva utilizzato in successione
nel ciclo delle panificazioni.
Il
pane con la normale farina bianca
Se
si usa il lievito di birra basta iniziare la sera prima: dopo cena si estrae
dal congelatore il pezzetto di lievito di birra, lo si mette nella terrina di
vetro -sempre meglio usare il vetro che non la plastica, specialmente se la permanenza degli alimenti si prolunga
nel tempo- e si aggiungono, solo questa prima volta, tre cucchiai di zucchero,
mezzo litro di acqua e la confezione di lievito di birra, si aggiungono circa
nove cucchiai di farina col mezzo litro di acqua.
E’
importante che la pastella risulti piuttosto liquida perché, dal momento che si
usa il lievito di birra che è potente, al mattino si troverebbe tutto debordato
fuori dalla terrina, che comunque deve essere coperta. Al mattino c’è una bella schiuma che galleggia e allora si
rimescola bene per riomogeneizzare la pastella e si toglie l’equivalente di una tazza da tè di quella
pastella lievitata. Questa tazza di pastella lievitata sarà il lievito di
partenza della prossima panificazione e si conserverà nel frigorifero o nel
congelatore, a seconda del tempo che intercorre tra una panificazione e
l’altra. Sarà opportuno aggiungere a questa pastella, prima di ritirarla, un
cucchiaino di sale che servirà da batteriostatico.
La
volta successiva si seguirà lo stesso procedimento per rifare la pastella
lievitante, sostituendo al cubetto di lievito di birra questa pastella
prelevata dalla panificazione precedente. E’ opportuno ricordare che, come
lievito naturale, avrà una azione più lenta del lievito di birra e occorrerà
attendere, d’inverno, anche due o tre giorni prima di procedere all’impasto
finale.
Torniamo
al pane: tolta la pastella lievitata per la panificazione successiva, per
ottenere l’impasto finale si aggiunge ½ litro di acqua, salata a piacere, alla
pastella lievitata e si rimescola per ottenere la riomogeneizzazione per
aggiungere, poi, due chilogrammi di farina –dal momento che mediamente si
calcola un chilo di farina per ogni ½ litro di acqua- e si incomincia a
impastare.
Con
l’impastatrice, velocemente e senza fatica, viene un impasto perfetto e
omogeneo. Si parla qui di impastatrici semiprofessionali, il cui costo parte da
circa 500 euro e il cui peso parte dai 40 chilogrammi, per i modelli di
taglia più ridotta .
La
pasta così ottenuta viene divisa in pagnotte e messe su una teglia sul cui
fondo si è steso uno strato di carta da forno, che potrà essere utilizzato più
volte, e lasciate lievitare coperte con un panno per un paio d’ore; prima di
coprirle si fa un taglio sulla superficie delle pagnotte e, nell’incavo che
così viene a formarsi allargando con le dita il taglio, si versa un cucchiaino
di acqua.
Per
chi veramente decide di farsi il pane in casa merita l’acquisto sia
dell’impastatrice che del forno.
Nella
cottura da effettuare sul gas, con il fornetto di alluminio, non si usa come
rivestimento la carta da forno ma si deve spennellare l’interno con un po’ di
olio e poi, prima di mettere la pasta, lo si cosparge con un velo di farina; è
bene ricordare che la pasta, in questo caso, deve essere posta a lievitare in
un recipiente diverso e posta nel forno solo a lievitazione ultimata quando si
inizia la cottura, per evitare che durante la lievitazione la pasta finisca per
aderire direttamente alla superficie di alluminio del fornetto, finendo così
poi con il carbonizzarsi. Per quanto riguarda le modalità di cottura si provano
prima questi tempi: 5 minuti di fiamma al massimo, 15 minuti di fiamma media e
30 minuti di fiamma al minimo (vedi il capitolo 3.8, in merito alla ricetta
della focaccia) e poi, eventualmente, si modificano tempi e intensità di fiamma
sulla base dei risultati raggiunti.
Buoni
risultati si possono ottenere anche con vecchi e nuovi fornetti elettrici,
venduti come piccoli elettrodomestici che, dopo l’uso, si possono ritirare in
un armadietto.
Volendo si può usare il forno della cucina
oppure, ed è la scelta ideale per chi ha lo spazio necessario, acquistare i
forni a legna che costano circa 1.500/2.000 euro e che esistono anche in
versione da interno: sia nella versione da esterno che da interno hanno il
vetro che consente la continua visione del fuoco e, in casa, sono oltre che
utili anche belli da vedere. Funzionano a legna e hanno la camera di cottura
scaldata a fuoco indiretto, nel senso che la fiamma e il fumo ne lambiscono le
pareti esterne, per cui il pane non è mai a contatto della cenere. Inoltre sono
dotati di termometro, di una lampada che permette di tenere sotto controllo
visivo i risultati del processo di cottura e di una elettroventola che
favorisce la circolazione dell’aria e una più omogenea cottura del pane. Con
tutti questi dispositivi i risultati sono eccellenti e, seguendo le istruzioni
del produttore e, imparando con l’uso a valutare e interpretare la indicazione
del termometro inserito nel forno sulla cui esatta taratura non sempre si può
giurare, in breve tempo si padroneggia perfettamente la cottura.
Quando
ci si è abituati al pane fatto in casa si comincerà ad apprezzare il pane non
troppo lievitato che ha caratteristiche più yang, dal momento che il processo
di lievitazione rappresenta un momento altamente yinizzante. In questo caso si
guadagnerà anche tempo e si potrà semplificare la procedura seguendo questa
ricetta che può valere per chi pratica la macrobiotica come scelta definitiva:
Il
pane di chi vive la dimensione macrobiotica come scelta consolidata
La
sera precedente la panificazione si toglie dal frigorifero o dal congelatore
(in questo ultimo caso occorre partire alcune ore prima in modo da avere per la
sera il lievito che abbia raggiunto la temperatura ambiente) il nostro lievito
naturale e lo si scioglie in mezzo litro di acqua unendovi poi la quantità di
farina integrale che intendiamo usare per fare il pane.
Il
mattino successivo, dopo avere ben rimescolato, si toglie la tazza di pastella
che servirà come lievito la prossima volta e poi si aggiunge l’acqua salata
(basta un cucchiaino da tè di sale integrale), eventualmente anche un po’ di
olio extravergine di oliva e la farina bianca necessarie per avere l’impasto
che sia morbido ed elastico quanto basta (i nostri vecchi suggerivano di
lavorare la pasta e unire farina finchè acquistava la consistenza del lobo
dell’orecchio).
Fatte
le pagnottelle è bene inciderle in modo da potervi inserire un cucchiaino di
acqua e poi si copre con un asciugamano lasciando lievitare per due-tre ore.
Si
inforna badando che la temperatura del forno sia intorno ai 300° calibrando sia
il tempo di cottura che la temperatura del forno in rapporto alla dimensione e
alla forma delle pagnotte. Qui sarà l’esperienza personale che ci permetterà di
definire i particolari.
La
cottura sarà ultimata quando picchiando con le nocche sulla superficie
inferiore della pagnotta si sentirà il tipico suono dato dalla crosta ormai
diventata croccante che, pure, conserva al suo interno la giusta morbidezza
della mollica.
Seguendo
questa ricetta si avrà un pane poco lievitato e con la crosta piuttosto
consistente. Per averlo più morbido occorrerà allungare i tempi di lievitazione
ripetendo più volte la lavorazione della pasta aggiungendo, ogni volta, un po’ di farina bianca.
Dal
momento che abbiamo intitolato questa nostra ricetta come “Il pane di chi vive
la dimensione macrobiotica come scelta consolidata”, riteniamo importante
sottolineare che è molto meglio ridurre al minimo la lievitazione perchè essa
avviene per opera di microorganismi che si sviluppano consumando una grande
parte degli zuccheri complessi di cui è costituita la farina. Zuccheri
complessi che, nel nostro corpo, ci forniscono l’energia migliore perchè
potente nel tempo e progressiva nella sua manifestazione, priva delle
caratteristiche “esplosive” di altri prodotti che costringerebbero il nostro
organismo a mettere in opera interventi di contenimento e di difesa proprio nei
confronti di quella energia che gli viene offerta per vivere.
Per
questi stessi motivi non si ripeterà mai abbastanza che il pane ideale, base
della alimentazione, sarà sempre per il macrobiotico consolidato la focaccia
non lievitata, costituita di farina integrale al 100% macinata e cotta quanto
prima possibile e mangiata croccante: apprezzarne il sapore e mangiarla con
gusto sarà sempre il miglior test di buona salute in atto.
La pasta
Proporre,
in Italia, una ricetta originale per la pasta è un’impresa disperata.
Qui
ci limitiamo a dare alcuni suggerimenti che potranno sembrare provocazioni e,
in effetti, lo vogliono proprio essere.
In
tutte le ricette si afferma di gettare la pasta nell’acqua salata bollente,
calcolando un litro di acqua ogni 100 grammi di pasta. E’ vero che in questo
modo la massa d’acqua bollente è tale, rispetto alla quantità di pasta, da
riprendere subito il bollore cocendo quindi la pasta in modo perfetto, ma dal
punto di vista macrobiotico questa pratica costituisce uno spreco.
La
quantità di acqua può essere notevolmente ridotta modificando il volume della
fiamma sotto la pentola, nel senso che quando si butta la pasta si deve alzare
la fiamma al massimo per poi ridurla al minimo quando l’acqua ha ripreso il
bollore. La cottura che concilia la bontà del prodotto con il minimo impatto
sull’ambiente è quella ottenuta tenendo la pentola chiusa con il coperchio e la
fiamma al minimo, in modo che si mantenga all’interno un leggero sobbollire.
Usare la quantità di acqua prescritta dalle ricette tradizionali e tenere la
pentola scoperta per evitare il travaso determinato da una bollitura fuori
controllo sono sprechi inammissibili, quando basta un po’ di cura e di
attenzione per ottenere risultati ottimi riducendo del 75% il consumo di
energia.
Allo
stesso modo è uno spreco e una fonte di inquinamento salare l’acqua di cottura,
quando può essere preparato un sugo che può essere salato quanto basta per
insaporire in modo ottimale la pasta. Se si prepara un sugo abbastanza liquido
si potrà versare nella pentola in cui si è preparato il sugo la pasta appena
scolata e, rimescolandola opportunamente, si porterà a termine la sua cottura
con l’assorbimento omogeneo del sugo.
Procedendo
in questo modo si può risolvere anche il problema dell’alto costo della
cosiddetta pasta integrale.
Mentre
per il riso, acquistando il quantitativo sufficiente per l’intera annata, ci si
può rivolgere direttamente alle riserie saltando i passaggi degli intermediari
che fanno lievitare in modo inaccettabile per il consumatore il costo finale
del riso sbramato, non si può ancora fare altrettanto per la pasta. Anche
presso gli spacci delle aziende produttrici i prezzi restano alti perchè il
mercato della pasta integrale è ancora ridotto per cui si tratta di un prodotto
di nicchia dove la concorrenza non ha spazio; inoltre le riserie, proprio
perchè tradizionalmente ubicate in campagna, hanno da sempre avuto l’acquirente
privato che proveniva dai dintorni, mentre i pastifici non presentano di solito
queste caratteristiche.
Se
noi maciniamo qualche cucchiaiata di grano o di farro, di segala, di orzo o
utilizziamo una analoga quantità di cereali in fiocchi possiamo, aggiungendoli
al sugo che avremo preparato abbastanza diluito, dare alla nostra pasta la
quantità di fibre e, soprattutto nel caso della farina macinata sul momento,
vitamine che renderà il nostro piatto superiore ai prodotti preconfezionati.
In
Italia si può trovare una buona pasta di semola di grano duro a prezzi anche
molto bassi, a poco più di 50 centesimi di euro al kg. e, nell’attesa che la
coscienza alimentare più evoluta renda sensibile il mercato alle proprie
esigenze, si può così risolvere la attuale situazione per cui il prodotto
naturale e completo, che dovrebbe essere quello più a buon mercato, sia invece
un prodotto accessibile solo ad una minoranza economicamente privilegiata.
L’acqua
di cottura della pasta potrà poi essere riciclata per fare cuocere, il giorno
successivo, il riso, per fare un minestrone di verdure, una pastina in brodo,
una crema di cereali, per fare il pane, ... o per preparare la zuppa per il
cane.
La
pasta veloce
Un
suggerimento per il giorno in cui non si ha il tempo di preparare il sugo.
La
pasta, una volta cotta, potrà essere condita con l’olio di oliva extravergine
crudo, il sale aromatizzato (vedi più avanti) e il gomasio: potremo così avere
la pasta al rosmarino, alla salvia, alla maggiorana, all’origano, ...
utilizzando così tutti gli aromi che si prestano ad essere polverizzati con il
sale, con le ulteriori possibili variazioni date dal gomasio fatto in casa. I
diversi tipi di sale aromatizzato, tenuti in barattoli di vetro, si
conserveranno per anni.
Queste
ricette, veloci e “spartane” potranno affiancarsi ad altre, ancora piuttosto
veloci, come la classica “aglio, olio e peperoncino”, che potremo variare in
modo inusuale. Sempre tenendo come punto di riferimento la semplicità di una
ricetta-tipo come quella olio, aglio e peperoncino, si potranno introdurre
variazioni utilizzando verdure che avrebbero un sapore poco accentuato che non
potrebbero, da sole, dare risultati convincenti.
Come
esempio, tra i tanti possibili, possiamo citare quella offerta dalle piante di
zucche e zucchini. Quando, al finire dell’estate-inizio autunno, queste piante
hanno esaurito la loro produzione si può utilizzare la parte sommitale, ancora
tenera, della pianta che ha esaurito la spinta alla produzione di altri frutti.
Questa parte della pianta tagliata a pezzi e opportunamente rosolata con l’olio
e l’aglio, eventualmente riducendo la quantità di peperoncino perchè non abbia
a coprire con la sua forza il sapore della nuova verdura, offrirà l’opportunità
di un sugo diverso.
Una
stagione ancora favorevole e la generosità e vitalità della pianta
permetteranno di ripetere più volte la spuntatura, permettendoci di inserirci
con maggiore consapevolezza nel ciclo produttivo delle verdure del nostro orto.
La pasta
integrale fatta in casa
Visto
il prezzo assolutamente spropositato della pasta integrale venduta nei negozi
dietetici, vale la pena prodursela in casa e qui potranno rivelarsi utili le
vecchie macchine per fare la pasta che, nel secolo scorso, era presente in
quasi tutte le case e a cui ora, volendo, si può collegare un motorino
elettrico appositamente progettato per questo tipo di macchina: i risultati
sono ottimi e, se ci si accontenta della semplice sfoglia di pasta non
pretendendo formati particolari, non vale la pena di acquistare le costose
impastatrici casalinghe che, poi, sono quasi sempre poco più che giocattoli.
Quando
si decide di fare abitualmente la pasta integrale in casa, considerato il
quantitativo di grano duro da macinare, diventa indispensabile l’acquisto di
una macina elettrica poichè si creano le condizioni per un suo utilizzo
sistematico: è una condizione analoga a quella in cui quando nella famiglia c’è
una sola persona che pratica la macrobiotica e utilizza come pane quotidiano la
focaccia è più che sufficiente la macina manuale, ma se si vuole anche fare il
pane lievitato allora diventa necessario poter disporre anche della macina
elettrica.
Si
può partire con la proporzione già suggerita per il pane: 1/3 di farina
integrale di grano duro macinata sul momento e 2/3 di farina bianca che, però,
dovrà essere di semola di grano duro e non di grano tenero come per il pane.
Volendo,
si potrà aggiungere all’acqua che verrà utilizzata per impastare la farina
qualche goccia di olio extra vergine di oliva.
Con
la macchina per la pasta si tira la sfoglia quanto più sottile possibile e la
si stende su asciugamani stesi su un tavolo o su un ripiano: durante la
stagione invernale non ci sono problemi perchè non ci sono mosche o altri
insetti circolanti, d’estate sarà bene ricoprire la pasta con un altro
asciugamano. In condizioni normali dopo 24 ore la pasta è perfettamente
asciutta e può essere sminuzzata dando origine al formato “maltagliato” che
verrà apprezzato per la sua ottima resa.
La
pasta, così seccata e ridotta in pezzi, potrà essere conservata per circa 10
giorni a temperatura ambiente in un sacchetto di tela o di carta, anche per
alcuni mesi in frigorifero, sempre in sacchetti di tela o di carta. Se si vuole
conservarla fuori dal frigorifero in scatole o contenitori di metallo o di
vetro, occorrerà farla passare in forno sui 60°-70° per qualche tempo; il
risultato migliore si ottiene mettendola nel forno di una stufa a legna quando,
la sera tardi, si è cessato di alimentare il fuoco:al mattino si troverà il
forno ancora leggermente tiepido e la pasta portata in condizioni tali da
conservarsi per molti mesi sempre che, naturalmente, si riesca a difenderla
dalle tarme che sono attratte in modo irresistibile dai prodotti naturali. Il
sole estivo può diventare una fonte inesauribile di calore utilizzabile anche
per fare seccare in modo ottimale la pasta, ma se ne parlerà nella quinta parte
di questo sito.
Procurarsi
a prezzi accettabili il grano tenero prodotto biologicamente è relativamente
facile nell’area settentrionale: l’unico problema, come già abbiamo accennato
in precedenza, è che non si può andare dall’agricoltore ad acquistare 5 kg. di
grano tenero, ma si dovrà acquistarne almeno 50 kg.; di qui la necessità di un
frigorifero che permetta di stivare il quantitativo di cereali sufficienti per
la famiglia per l’intera stagione.
Per
quanto riguarda il grano duro il discorso è analogo, complicato però dal fatto
che la produzione di questo cereale viene ottenuta prevalentemente nell’area
centro-meridionale. Il problema si può risolvere trovando qualche persona
disposta a dividere con noi l’ordine di acquisto e, poi, è relativamente facile
mettersi in contatto con le comunità di immigrati meridionali che nelle grandi
città dell’Italia settentrionale si riforniscono di prodotti vari direttamente
dal sud con ordinativi che, nel loro complesso, giustificano l’utilizzo di un
autocarro appositamente riservato per il loro acquisto collettivo.
La polenta con la pentola a
pressione
Nei ricettari delle pentole a pressione è prevista la polenta: qui viene rivisitata una delle tante ricette reperibili, con una integrazione suggerita da una persona che ha acquistato una macina per cereali e si è procurata una qualità di mais di tipo tradizionale. Si tratta di una varietà di mais che non viene più coltivata su larga scala perchè non ha una resa quantitativamente paragonabile agli ibridi oggi normalmente utilizzati e, inoltre, risulta più appetibile non solo ai roditori e ai pennuti campagnoli ma anche alle tarme che lo prediligono rispetto agli ibridi, per cui una produzione già fisiologicamente inferiore si riduce ulteriormente per l’intervento di questi imprevisti estimatori.
Nonostante ciò, queste varietà “antiche” vengono ancora coltivate da coloro che vogliono continuare a gustare una polenta con un sapore ineguagliabile, nella quale i condimenti utilizzati si integrano perfettamente e non hanno bisogno di essere presenti in misura massiccia per coprire il sapore di base stopposo del cereale coltivato per ingrassare gli animali degli allevamenti intensivi.
Il rapporto cereale/acqua è, indicativamente, 1/3 ma va poi meglio definito caso per caso in rapporto alla qualità del granoturco, che potrà richiedere qualche piccola variazione. Con 500 grammi di mais, quindi, si utilizzerà circa un litro e mezzo di acqua.
Quando l’acqua è ben calda, ma non ancora bollente, si scioglie il sale e si versa la farina. A questo punto occorrerà rimescolare con calma ma assiduamente fino a che, con l’aumento progressivo della temperatura, nella pentola si comincerà ad avere una pastella piuttosto densa che tenderà a fare le bolle, originate dal fatto che sul fondo della pentola l’impasto ha già raggiunto la temperatura di ebollizione.
A questo punto si chiude la pentola a pressione tenendo la fiamma a volume medio fino a che la valvola non segnala il raggiungimento della temperatura di pressione corretta: normalmente, in quel momento, si comincia a sentire vicino alla valvola un leggerissimo odore di “bruciato”. Allora si sposta la pentola sulla fiamma più piccola al minimo e si prosegue la cottura per 25 minuti. Al termine, spenta la fiamma sotto la pentola, si attenderanno ancora 15 0 20 minuti affinchè la pressione scenda naturalmente e poi, aperta la pentola, si rimescolerà energicamente la polenta con un robusto cucchiaio di legno per poi versarla in un piatto di portata precedentemente inumidito.
Finito di versare la polenta, si potrà raschiare sul fondo della pentola con un robusto cucchiaio di metallo: se la cottura è stata buona, il fondo dovrà staccarsi perchè la parte inferiore risulterà biscottata e si rivelerà tanto buona da non richiedere alcun condimento per essere apprezzata.
I condimenti per una polenta fatta con i mais tradizionali dovranno essere leggeri, a base di verdure o leguminose di stagione, fritte o stufate.
D’estate la polenta avanzata del giorno precedente potrà essere utilizzata, fredda, in sostituzione del pane mentre d’inverno le fette di polenta potranno essere fritte permettendoci così di recuperare i sapori basilari di una precedente epoca di povertà materiale ma ricca di emozioni e percezioni sottili, che oggi molti vorrebbero riprovare ma che pochi sono in grado di ricreare.
In condizioni eccezionali la polenta di mais tradizionale potrà diventare il nucleo fondamentale di un piatto sfizioso che avrà come condimento il burro, il formaggio o il latte: la polenta calda su cui si versa un po’ di latte freddo di malga è un’esperienza che non si dimentica più.
Questa è la ricetta della polenta “ruspante”, ottenuta macinando il mais in modo piuttosto grossolano, tanto da avere più che una farina una specie di semola.
Chi di polenta si intende suggerisce di utilizzare la farina con due diversi gradi di finezza; in altre parole, sempre nella ipotesi di utilizzare una quantità di 500 grammi di mais, si potranno macinare 250 grammi in modo da avere uno sfarinato più grossolano e l’altra metà del mais in modo da avere una farina più fine, quasi come se si volesse fare il pane. In questo modo la polenta risulterà più legata, pastosa e meno ruvida al palato.
E’ una questione di gusti, ma vale la pena provare le due versioni.
I tempi e le modalità di cottura sono praticamente gli stessi.
Riso sbramato
La
cottura del riso sbramato.
Il
riso integrale richiede una cottura molto lunga e quindi può essere opportuno
usare la pentola a pressione,
specialmente per chi ha problemi di orario e di lavoro. Tuttavia lo si può fare
cuocere in modi diversi. In una pentola normale la cottura deve arrivare quasi
a un’ora, ma può essere interessante ricordare il metodo della “cottura alla
coperta”: si usa una qualsiasi pentola e quando il riso comincia a bollire si
lascia sul gas alcuni minuti e poi, tolto dal fuoco, si può avviluppare la
pentola in una coperta. In questo modo, a distanza anche di ore, si può trovare
il riso ancora caldo e perfettamente cotto come quando, una volta, si lasciava
la pentola ai bordi della piastra di una stufa a legna; è un metodo che può
essere utilizzato per tutti i primi che richiedono cotture lunghe, dal
minestrone di verdura al riso e fagioli, ovviamente calibrando a seconda dei
casi il tempo di permanenza sul fuoco.
E’
chiaro, però, che viene un sapore diverso dal riso fatto secondo la ricetta
tradizionale, per cui si fa il battuto di cipolla e di erbe, si fa soffriggere,
si butta il riso e si rimescola, aggiungendo acqua o brodo di verdure quando è
asciutto e, quando il riso è ben insaporito, si aggiunge la quantità definitiva
di acqua, si rimescola e si chiude la pentola a pressione: in questo caso il
sapore chiaramente è diverso e, potendolo fare, è sempre il metodo migliore.
Il
riso sbramato non scuoce, poichè durante la cottura la pellicola che racchiude
il chicco si apre per effetto dell’umidità e del calore ma resta per la maggior
parte della sua superficie aderente al chicco che resta, perciò, “al dente”
qualunque sia la qualità del riso.
D’estate
si potranno fare delle ottime insalate sempre utilizzando la stessa qualità di
riso con la quale prepariamo i piatti caldi durante le altre stagioni. Per
questo motivo molti acquistano il riso comune o “originario”, che ha il non
indifferente vantaggio di essere quello più a buon mercato, come cereale da
utilizzare tutto l’anno.
Grazie
a questa caratteristica del riso integrale la preparazione delle insalate viene
molto facilitata, dal momento che se ne può fare cuocere una buona quantità che
potrà essere conservata in frigorifero ed utilizzata anche due o tre giorni
dopo.
Il sale
aromatizzato
Qualunque
erba aromatica che possa essere seccata e poi polverizzata nel mortaio può
essere poi mescolata con il sale e riposta in vasetti di vetro.
Avremo
così, ricordando ancora le possibili variazioni del “dado vegetale” (vedi
sopra) e del gomasio, una bella gamma di scelte per aromatizzare in modo
diverso le singole pietanze con l’unico limite del gusto e della fantasia
personale.
I
Topinambur
I
tuberi dei topinambur, una verdura normalmente poco citata nei ricettari di
cucina, meritano invece più attenzione da parte di chi dispone di un orto
familiare.
I
motivi della loro scarsa presenza sul mercato sono dovuti al fatto che
tradizionalmente sono stati utilizzati per l’alimentazione animale; essi,
infatti, non hanno una superficie liscia e una conformazione regolare come le
patate, ma si presentano piuttosto bitorzoluti. Non è bello metterli in vendita
così come vengono estratti dal terreno perché finiscono per trattenere tra le
rugosità delle loro forme molta terra e, se li si lava, vengono rapidamente a
disidratarsi, per cui devono essere venduti in giornata perché nel giro di
poche ore si presentano così poco consistenti da rendere ancora più difficile
la loro sbucciatura.
Ecco quindi che li troveremo crudi come
ingredienti in ricette particolari come la “bagna caoda” piemontese mentre è
difficile vederli citati come verdure da fare cuocere perché, se sbucciati, tendono
rapidamente a spappolarsi, tanto da essere utilizzabili praticamente solo come
purea mentre la cottura con la buccia, se da un lato ne conserva più facilmente
la consistenza, comporta una modifica del sapore dovuta proprio alla buccia che
è piuttosto amarognola.
Per
chi dispone di un orto familiare i topinambur diventano invece una verdura
preziosa utilizzabile per tutto l’inverno sia cotti che crudi.
Qualche
consiglio sulla loro coltivazione, conservazione e utilizzo.
Il
topinambur è una pianta molto rustica che non presenta alcun problema di
coltivazione. I tuberi, nella pianura padana, possono essere messi nella terra
verso il mese di febbraio/marzo non appena il terreno, non più gelato, può
essere lavorato e vengono interrati ad una profondità pari al diametro del
tubero. La pianta cresce vigorosa fino ad una altezza di oltre due/tre metri
per cui non teme in alcun modo le erbe che vengono subito sopravanzate e poi,
se i tuberi sono stati interrati ad una reciproca distanza di circa trenta
centimetri, soffocate dalla sua vigoria. Predilige un terreno piuttosto umido
ma senza ristagni: allo stato selvatico prospera sulle rive di corsi d’acqua
dove il terreno risulta con buona pendenza, per cui l’eccesso di acqua
defluisce facilmente nel canale, tuttavia riesce a dare un discreto raccolto
anche in una estate siccitosa se solamente, da agosto in avanti, le piogge
tardo estive gli consentono di recuperare un ritardo di crescita dovuto alla
precedente mancanza di acqua. Nel mese di settembre/ottobre la pianta produce
dei fiori gialli che sono anche belli a vedersi e i tuberi potranno essere
raccolti quando le foglie e il fusto avranno perso vitalità.
Rimangono
indenni, perfettamente conservati, sotto terra anche con temperature molto
basse: nei periodi di gelo intenso l’unico problema è la loro raccolta che
diventa difficile perché i tuberi vengono interamente inglobati nel crostone di
terra gelata che si può formare ma, non appena la temperatura ammorbidisce la
terra, li ritroviamo sodi, croccanti e perfettamente vitali.
Vengono
estratti usando una vanga a denti, stando attenti a piantare l’attrezzo ad una
distanza e profondità tali da non lesionarli, come quando si raccolgono le
patate; se durante l’estrazione vengono lesionati e non possono essere
utilizzati subito, si può intervenire come per le patate spalmando sulla ferita
un po’ di terra argillosa che consentirà loro di conservarsi senza problemi
anche per molti giorni: quando verranno lavati con uno spazzolino sotto l’acqua
corrente per essere utilizzati scopriremo che la polpa si è semplicemente
scurita e, tolta la terra, può essere utilizzata in tutta tranquillità.
Nei
periodi in cui la loro estrazione dal terreno è resa più difficile per il gelo
o le piogge prolungate è possibile farsene una scorta ponendoli in un secchio,
dopo averli ripuliti con le mani dall’eccesso di terra senza lavarli,
disponendo sul fondo i tuberi di maggiore dimensione e in superficie quelli più
piccoli. Il secchio potrà essere sistemato in cantina al buio e ricoperto con
un foglio di giornale ripiegato in modo che i tuberi possano respirare
riducendo quanto possibile la dispersione della loro umidità.
La
pianta di topinambur può rimanere per alcuni anni sulla stessa parcella di
terreno e non ci sarà più alcun bisogno di lavorare la terra, a fine inverno,
per assicurarci il raccolto nell’anno successivo: smuovendo, infatti, la terra
per la loro raccolta e lasciando deliberatamente nel terreno i tuberi medio
piccoli di forma meno regolare , quelli che creerebbero anche i maggiori
problemi per il loro utilizzo in cucina, avremo compiuto tutte le operazioni
necessarie perché nella primavera successiva si abbia una nuova e abbondante
produzione di tuberi.
L’unico
problema della coltivazione consiste nel fatto che se la coltura viene
effettuata in pieno campo attirerà i topi che trovano una abbondante riserva di
cibo perfettamente conservata per tutto l’inverno e, nelle zone infestate dai
cinghiali, questi saranno irresistibilmente attratti dal profumo dei tuberi: è
vero che il campo di topinambur verrà da loro arato e concimato, ma il
coltivatore non potrà sperare di raccogliere ancora qualcosa.
Per
l’uso in cucina si potranno scegliere quelli di forma più regolare e
tondeggiante, dove il rapporto tra la superficie esterna e la polpa risulta più
favorevole al contenuto di polpa, per utilizzarli crudi nelle insalate di
verdure miste, dal momento che sarà sufficiente spazzolarli bene sotto l’acqua corrente.
Un macrobiotico praticante li apprezzerà anche con la buccia, dal momento che
in ogni fetta di tuberi essa sarà presente in misura piuttosto ridotta.
I
tuberi di forma meno regolare, dopo essere stati lavati sotto l’acqua corrente
con uno spazzolino, eventualmente spezzandoli nei punti in cui la loro forma
irregolare crea qualche problema per una perfetta pulizia, potranno essere
messi con poca acqua in pentola a pressione in modo che cuociano a vapore,
mentre in una pentola normale dovranno essere coperti di acqua. Nella pentola a
pressione basteranno pochi minuti mentre, diversamente, ci vorrà più tempo:
questo dovrà essere, le prime volte, calcolato per tentativi in rapporto alla
intensità della fiamma, alla dimensione dei tuberi, alla quantità di acqua e
alle caratteristiche della pentola. In una pentola normale con neppure un litro
di acqua che può già coprire una più che discreta quantità di tuberi, per
esempio, potrebbe essere sufficiente farli bollire una decina di minuti,
avendoli posti nell’acqua fredda, per poi lasciarli riposare nell’acqua a
pentola coperta fino a che l’acqua si sia raffreddata quanto basta per estrarli
con le dita. I tuberi saranno cotti a dovere quando con una forchetta si potrà
sentire la buccia ormai diventata morbida tanto da poter essere tolta senza
problemi e senza neppure usare un coltello, mentre la polpa del tubero rimane
morbida e croccante.
I
tuberi così sbucciati saranno deliziosi nelle insalate di verdure miste o
potranno ancora essere cotti ulteriormente con un po’ di olio e sale o con il
tamari in sostituzione del sale sia facendoli brevemente saltare a fuoco vivace
sia riducendoli a purea con una cottura più lunga tenendo la fiamma al minimo.
E’
una verdura preziosa perché gustosa e disponibile per tutto l’inverno, dal
momento che affronta in piena terra il gelo senza alcun problema. Anche per
questa sua capacità si rivela come una componente yin di ottima qualità nella
nostra dieta invernale.
La zuppa di
verdure
La
base di partenza è una minestra o minestrone di verdure che, a sua volta, ha
innumerevoli variazioni possibili: chi ha un orto, che non sia curato con la
maniacale pretesa di eliminare qualunque forma vegetale che non sia l’ortaggio
specifico seminato dal coltivatore, sa molto bene che in ogni stagione ci sono
vegetali spontanei con i quali si può dare al minestrone un sapore ogni volta
diverso.
L’aglio
selvatico e l’ortica, l’erba cipollina, la piantaggine, la portulaca, il
finocchio selvatico, la borragine e le varie qualità di porri che si pongono
come sapore e forma vegetativa tra l’aglio, lo scalogno e la cipolla; le varie
forme di bietole e di cicorie da taglio; i germogli, in primavera, del luppolo
e del fusto dei cavoli consumati durante l’inverno e lasciati nel terreno; i
germogli, in autunno, delle piante ormai esauste degli zucchini, così come,
durante l’estate, i germogli che si dipartono come sviluppi laterali del fusto
principale delle piante di zucca, le varie forme di cicoria più o meno
selvatica, il sedano e gli spinaci selvatici nelle loro varie espressioni, ...
sono tutti vegetali che possono di volta in volta accompagnare le verdure di
base già variamente usate come le carote, le cipolle, il cavolo, il cavolfiore,
la zucca e gli zucchini, i porri, le patate, le bietole, le rape, la pastinaca,
... dando al minestrone una sfumatura diversa che potrà essere esaltata dagli
aromi e dalle erbe aromatiche tradizionali come l’aglio, la salvia, il
rosmarino, il basilico, la maggiorana, l’origano, il lauro, il timo, ... nelle
loro varie forme anche selvatiche e che potranno essere raccolte quando si va a
fare una camminata nei boschi o in montagna.
Questo
lungo e ancora incompleto elenco di verdure, erbe selvatiche e aromi non deve
però portarci a fare nel nostro minestrone dei miscugli complicati. In ogni
cosa ci vuole equilibrio e, come la bellezza e l’eleganza meglio si esprimono
nella semplicità, così il minestrone avrà più personalità e carattere quando,
mangiandolo, si possono sentire e assaporare i suoi ingredienti che non devono
costituire un insieme indecifrabile. La varietà di verdure base, di erbe e di
aromi permette infinite diverse combinazioni possibili le quali, nella loro
semplicità di esecuzione, ci permetteranno di esprimere al meglio la nostra
condizione del momento. L’unico condimento universale sempre necessario come
base in un piatto vegetariano di questo genere è il sale marino non raffinato,
tutti gli altri aromi sono prime donne che non amano dividere la scena con
troppi concorrenti.
Questo
minestrone, quando è fatto con le sole verdure, è un piatto molto yin che può
essere utilizzato con una certa frequenza solo da chi ha lasciato da poco tempo
una alimentazione ricca di prodotti di origine animale. Il vegetariano lo
utilizzerà prevalentemente d’estate o come forma di riequilibrio, il giorno
successivo alle occasioni in cui si è dovuto partecipare ad un pasto non
vegetariano. Nella stagione fredda si dovrà badare con attenzione a rispettare,
nella giornata, l’equilibrio complessivo dello yin e dello yang.
Può
invece diventare un piatto di utilizzo normale quando viene yanghizzato con
l’aggiunta, a scelta, di riso, pasta, miglio, grano saraceno, pane, fiocchi di
cereali, ... diventando in tal caso una vera e propria zuppa, che sarà tanto
più asciutta e consistente quanto maggiore sarà la presenza del cereale che la
renderà capace di fornire le calorie necessarie anche per una giornata di
intenso lavoro fisico. Volendo, la si potrà addensare utilizzando le farine di
cereali tostati e macinati e, in questo caso, si amplierà il ventaglio dei
sapori ottenuti permettendo a ciascuno di trovare la combinazione di cereali e
verdure più gradita in quel particolare momento.
Potranno
anche essere usate le alghe e le leguminose, ma non tutti i giorni e, sempre,
con una certa moderazione. Le alghe, infatti, possono essere usate come
integratori di sali minerali ma per chi già sa utilizzare nel tempo una buona
varietà di erbe e vegetali spontanei la funzione delle alghe come integratori
diventa praticamente superflua, per cui le si può proporre soltanto come una
possibile variazione sul tema.
Importante,
ancora, è capire perchè bisogna andare cauti con le leguminose. Fagioli, ceci,
lenticchie, piselli, soia, ... sono vegetali ricchi di proteine, tanto da
essere definiti come la carne dei poveri. In realtà gli aminoacidi di
cui sono ricche diventano fondamentali in una alimentazione di per se stessa
carente e squilibrata. Il classico esempio che può essere citato è quello degli
indigeni dell’America centrale che, con i fagioli, integravano perfettamente le
carenze del mais che costituiva la base della loro alimentazione: il mais è
l’unico cereale che, da solo, anche se usato nella sua forma integrale, non è
sufficiente a fornire una alimentazione equilibrata.
Con
il riso, il grano, l’orzo, la segale, il miglio, ovviamente nella loro forma
integrale, si può vivere in perfetta salute anche se il loro utilizzo in modo
da costituire il 100% della dieta (la famigerata
dieta n.7 di Ohsawa) è assolutamente sconsigliabile per le pesanti conseguenze
sul piano della gioia di vivere a cui tutti abbiamo diritto. La dieta n.7, già
è stato precisato, può essere utilizzata solo in casi eccezionali e per brevi
periodi, all’interno di un preciso e controllato progetto di guarigione.
Ecco,
allora, che i fagioli, i piselli, i ceci, le lenticchie, ... possono
saltuariamente insaporire il nostro minestrone o la nostra zuppa, ma, se non si
hanno più i denti in ordine che consentano una masticazione ottimale, sarà bene
che siano bolliti a parte e omogeneizzati con il mixer o ridotti a crema con il
passaverdure. Che il loro utilizzo debba essere piuttosto ridotto è desumibile
dal fatto che, se si fa uso di cereali integrali come base della alimentazione,
gli aminoacidi delle leguminose non sono più indispensabili e, d’altra parte, i
segnali che ci arrivano dall’intestino quando facciamo uso delle leguminose
sono una inequivocabile indicazione di scarso gradimento.
Tutto
questo, come sempre, con intelligenza e flessibilità mentale: privarsi per
sempre delle gustosissime preparazioni esclusivamente vegetariane che le cucine
regionali hanno saputo elaborare con le leguminose -valgano come esempio i
fagioli all’uccelletto, i fagioli cotti al fiasco, i fagioli stufati della
cucina toscana; per non parlare dei fagioli stufati per ore sul lato esterno
della piastra di ghisa della stufa a legna di casa nostra che, da giovani, ci
sognavamo per tutto il giorno quando ci trovavamo a sciare- non è un buon
segnale di sereno equilibrio alimentare e rivela, al contrario, una rigidità mentale
che, da sola, testimonia una non corretta assimilazione del messaggio
fondamentale della macrobiotica.
Il
giorno in cui saremo capaci di trasformare le nostre leguminose, con una
appropriata fermentazione, in ciò che gli orientali hanno saputo fare con la
soia ottenendo il miso ed il tamari, potremo allora suggerirne l’uso più
frequente come quello di un possibile condimento: in questo caso, infatti, le
leguminose diventeranno perfettamente digeribili ed assimilabili
dall’organismo. Per il momento, la preparazione del miso e del tamari è
gelosamente custodita nel segreto da una produzione che non vuole perdere la
sua posizione di monopolio sul mercato, ma le cose cambieranno e noi ci
impegniamo a rendere pubblico, appena possibile, il modo di produrli. Per il
momento, ci limitiamo a sottolineare che nè il miso nè il tamari sono
indispensabili per vivere in salute e non è quindi il caso di utilizzarli con
frequenza, spendendo le cifre imposte da una posizione di monopolio.