3.8 – Le ricette sfiziose per
le occasioni particolari (htm.)
Le nostre ricette così dette
"sfiziose" risultano pur sempre piuttosto spartane, dal momento che
vengono proposte da un sito in cui si cerca di mettere a fuoco quanto meglio
possibile l'essenza della filosofia macrobiotica con il risultato, per certi
versi inevitabile, di delineare una
sorta di "ascetismo laico". Per chi si trova un po' sacrificato in
questo contesto è consigliabile un sito come
http://essenzalimentare.blogspot.com/
nel quale le ricette si arricchiscono senza per altro tradire il messaggio fondamentale
della macrobiotica. Il sito citato è
utile alle persone che sostanzialmente non hanno particolari problemi di salute
da risolvere e, per usare una espressione di Ohsawa, "non hanno fretta di andare in paradiso".
Anche questa potrebbe essere una scelta di saggezza.
Antipasti
Per chi segue la macrobiotica gli
antipasti non hanno ragione di esistere perchè non si dovrebbe mai avere
bisogno degli stuzzichini per trovare il piacere di sedersi a tavola. Si deve
mangiare solo quando si ha l’appetito sano: quello, per intenderci, che ti fa
trovare gradevole un pezzo di pane integrale raffermo.
E, come nella pratica quotidiana non
sono previsti gli antipasti, a maggior ragione non si ammettono a fine pasto
cibi con sapori molto marcati che si fanno comunque mangiare anche quando già
ci si sente sazi, tanto che non ci sogneremmo in quel momento di chiedere un
piatto di riso integrale o del pane azzimo.
In momenti particolari si possono
però utilizzare aromi e sapori potenti come, per esempio, quelli dell’aglio,
della cipolla, dello scalogno, ... .
Un esempio concreto: si può tritare
finemente dell’aglio crudo per mescolarlo poi con il gomasio, anche di nostra
produzione. Ottimo è l’aglio così tritato con il gomasio fatto con le noci
tostate e pestate con il sale: si schiaccia bene il tutto con un cucchiaio
lasciandolo riposare un po’ di tempo; prima di metterlo in tavola si smuove il
composto con una forchetta per dargli la consistenza morbida che permetta di
prenderne agevolmente con un cucchiaino per condire così il pane azzimo, il
riso, la pasta, ... .
In altre parole diventa un gomasio
sfizioso, un altro possibile sostituto del formaggio grattugiato con tutte le
sue innumerevoli varianti nel senso che potrà essere fatto, oltre che con i
semi di sesamo, con le noci, le nocciole, le arachidi, le mandorle, i pinoli,
..., a cui potremo unire l’aroma potente dell’aglio o della cipolla o dello
scalogno crudi.
Se poi si volesse ancora arricchire
si potranno ulteriormente utilizzare le erbe aromatiche che meglio si sposano
con la preparazione scelta e le nostre condizioni psicofisiche del momento.
Pur non essendo previsti componenti
di origine animale abbiamo preferito citare questa proposta tra le ricette
sfiziose, da utilizzare quindi con oculatezza, perchè vengono utilizzati aromi
crudi con tutta la loro carica di yin così potente da sentirci portati a
desiderare di bere al punto da trovarci poi squilibrati dalla eccessiva
quantità di liquidi presente nel nostro corpo.
Abbiamo già in precedenza
(vedi: 3.3 – Considerazioni generali)
accennato alla distinzione tra sete yang e sete yin. L’aglio, la cipolla e lo
scalogno crudi, così come tutti gli aromi particolarmente intensi e
concentrati, portano l’organismo a fare sentire lo stimolo della sete nel
tentativo di diluire una concentrazione di energia che, pur essendo molto
sottile in termini di calorie, è però molto potente come stimolo, tanto da
risultare squilibrante. Gli stessi aromi con la cottura vengono yanghizzati sia
perchè la componente aromatica si diluisce con il resto del cibo sia perchè la
parte più volatile, che è poi anche la più yin, viene liberata dalla cottura e
non verrà più introdotta nel nostro corpo dove poi sentiremmo l’effetto della
sua energia centrifuga.
Ora possiamo meglio comprendere perchè
sia più accettabile utilizzare queste proposte sfiziose all’inizio del pasto in
modo da poter sfruttare la condizione di buon appetito per ridurre la quantità
del companatico e aumentare i cereali integrali che andiamo con esso a condire,
dando anche la possibilità alle papille gustative di assuefarsi ai sapori più
morbidi del cibo successivo. Se noi li mangiassimo a fine pasto saremmo
naturalmente portati a continuare a mangiare per la sapidità del cibo, quando
invece un cibo dai sapori più morbidi ci permetterebbe di capire che abbiamo
mangiato già a sufficienza. In caso contrario tenderemo ad aumentare la
percentuale del condimento rispetto al cereale e, inoltre, ci troveremmo,
finito il pasto, con le condizioni che ci farebbero trovare molto difficile
controllare contemporaneamente il bisogno di bere conseguente ad una digestione
che comincia a fornirci le calorie unitamente allo stimolo che permane da
papille gustative che sono rimaste, proprio da ultimo, potentemente coinvolte
dal piatto sfizioso.
Burro e
formaggi
Se
organizziamo una gita in montagna durante l’estate potremo trovare negli
alpeggi dei pastori con le loro mucche. Può essere l’occasione buona per
acquistare del burro e del formaggio.
Il
burro è, in questi casi, sicuramente genuino dal momento che non può essere
oggetto di manipolazioni discutibili e merita di essere acquistato anche
perchè, venduto ad un prezzo sempre inferiore a quello che troviamo in pianura
nei negozi che frequentiamo abitualmente, non può che essere prodotto in loco e
l’ambiente in cui vivono le mucche è quello ideale.
L’unica
cosa che si deve controllare sono le condizioni igieniche del processo
produttivo ma, se si tengono gli occhi aperti, è difficile sbagliare nel
momento in cui si entra nei locali dell’alpeggio utilizzati come caseificio.
Questo
burro potrà essere suddiviso in porzioni che meglio ci soddisfano e, avvolte
nell’alluminio, conservate nel congelatore.
Per
quanto riguarda il formaggio il discorso è più articolato.
Se
noi, infatti, ci troviamo al mese di luglio e ci vediamo offrire una toma
stagionata di alcuni mesi possiamo pensare che sia una produzione del pastore
con cui stiamo parlando in quel momento ma, sicuramente, si è utilizzato il
latte prodotto quando ancora le mucche erano in pianura e, quindi, alimentate
non certamente in modo ideale come invece avviene quando si trovano in
montagna.
Un
formaggio meno stagionato, invece, è con buone probabilità ottenuto dal latte
prodotto dalle mucche già liberamente pascolanti sulla montagna e, inoltre, è
più facilmente una toma ottenuta con il latte crudo, da latte cioè che non è
stato pastorizzato. Il processo di pastorizzazione, se è vero che dal punto di
vista igienico costituisce un elemento che garantisce un maggior grado di
sicurezza dal punto di vista igienico è però altrettanto vero che appiattisce
il gusto della pasta del formaggio che resta, anche, impoverito come alimento
che non è più in grado di offrire al nostro organismo occasione per potenziare
e migliorare le proprie capacità di autodifesa, tanto da costituire una sorta
di vaccino naturale che ci permette di mantenere nel corpo difese attive ed
efficienti che vengono rinnovate e potenziate quando mangiamo questo formaggio.
Indubbiamente
il nostro organismo ci segnalerà che sia il burro che il formaggio non sono i
prodotti ideali per la nostra alimentazione, attraverso tutta una serie di
disturbi che abbiamo già citato (vedi 3.5), ma quando si è in buona salute può
essere piacevole in occasioni particolari arricchire i nostri piatti con questi
prodotti: la pasta, il riso, la polenta, il grano saraceno, ... potranno essere
offerti in varianti nuove e gustose proprio utilizzando questi prodotti che,
tra l’altro, ci permettono di ricordare le esperienze piacevoli e le giornate
gratificanti in cui li abbiamo acquistati.
Un
po’ di formaggio può essere, per esempio, un modo per yanghizzare una insalata
dandole nel contempo un sapore diverso.
Per
quanto riguarda la conservazione del burro e del formaggio occorre ricordare
che mentre il burro sopporta meglio la conservazione nel congelatore per il
formaggio bisogna fare un discorso diverso.
L’ideale
è di acquistare una forma intera (parliamo, ovviamente, di forme che non
superino i 5 kg.) che potrà essere conservata in cantina e che dovrà essere
periodicamente capovolta e strofinata con un telo sul quale si siano versate
alcune gocce di olio di oliva: il formaggio da utilizzare verrà prelevato
alternativamente dalle due parti in cui si presenta l’ultimo taglio. I nostri
vecchi, per preservarlo dalle mosche e dai topi utilizzavano degli specifici
contenitori chiusi dal lato libero da una finissima reticella e che venivano
tenuti sospesi, con una cordicella, ad un chiodo piantato nel soffitto. Questa
procedura, però, può essere utilizzata quando la famiglia è numerosa o quando
si mangia formaggio con una frequenza che il macrobiotico già considera
pericolosa.
In
considerazione di ciò, anche se la pratica della surgelazione non è l’ideale
dal punto di vista di un estimatore dei formaggi, la suddivisione della forma
in parti che ne consentano un utilizzo praticamente totale che vengono
surgelate racchiuse nell’alluminio e poi, all’occorrenza, prelevate e portate a
temperatura ambiente 24 ore prima dell’effettivo utilizzo, rappresenta pur
sempre il compromesso migliore che risolve contemporaneamente l’esigenza di
avere un formaggio in buone condizioni dal punto di vista gastronomico e, al
tempo stesso, l’esigenza macrobiotica di non fare diventare questo prodotto un
alimento utilizzato troppo frequentemente dal momento che i suoi grassi saturi
vanno a sovraccaricare il lavoro dei filtri naturali che conservano il nostro
organismo nelle migliori condizioni di equilibrio.
Per
chi avesse la possibilità di procurarsi del latte genuino si può suggerire la
produzione di un “formaggio” casalingo.
Con
gli opportuni fermenti e una yogurtiera si trasforma il latte in yogurt.
I
fermenti li possiamo trovare da un amico, li possiamo acquistare in farmacia,
possiamo recuperarli utilizzando una cucchiaiata di yogurt acquistato, purchè
sia senza conservanti e sia puro, nel senso che non sia “arricchito” con frutta
o altri aromi più o meno naturali.
La
yogurtiera è un ottimo strumento che facilita il lavoro ma non è
indispensabile, nel senso che basta intiepidire il latte in cui siano stati
sciolti i fermenti o diluito un po’ dello yogurt fatto in precedenza, latte che
poi dovrà essere conservato per alcune ore in un ambiente caldo, perchè la
trasformazione avvenga senza problemi.
Ottenuto lo yogurt lo si filtra con un telo di
lino o di cotone in modo che perda il siero e si solidifichi fino al punto da
diventare una crema che potrà essere conservata alcuni giorni in frigorifero.
Soprattutto nella stagione calda sarà bene che questa operazione di filtraggio,
che dura diverse ore, sia fatta tenendo il tutto, opportunamente coperto, in
frigorifero. Questa crema di yogurt non
sarà più acida perchè sarà stata separata dal siero e potrà essere consumata
tale e quale o potrà essere arricchita di sapore con il sale integrale, il sale
aromatizzato, il gomasio, la salsa di olive, ... e diventare una piacevole
variante nella preparazione di panini e tartine, per condire in modo diverso
una pasta asciutta, ....
Una
variazione da provare, per decidere poi quale sia preferibile, è anche quella
di sciogliere nel latte un po’ di sale integrale, prima di aggiungere i
fermenti: lo yogurt risulterà meno pungente e anche la formaggetta ottenuta
eliminando il siero avrà un sapore diverso.
Ovviamente,
lo yogurt e quindi il “formaggio” casalingo che potremo ottenere, sarà
certamente migliore se il latte sarà intero e non scremato.
La ciambella
È
una ricetta base che può consentire di fare torte diverse.
Non
è una ricetta macrobiotica ma, avendo relativamente poche uova e poco zucchero,
può diventare un ottimo dolce per un periodo di transizione da un’alimentazione
normale a una macrobiotica oppure, semplicemente, per cominciare ad abituarci
ai sapori di una volta, quando uova e zucchero erano usati con parsimonia: si
ottiene una ciambella un po’ asciutta ma è un ottimo dolce da colazione o da
tè.
Molti
la troveranno poco dolce, ma se si riuscirà ad adottare i principi macrobiotici
come regole di vita ci si renderà conto che un simile dolce è già qualcosa di
eccessivo, da utilizzare quindi con estrema moderazione e solo in casi
particolari: i nostri vecchi lo facevano costretti dalle ristrettezze
economiche, noi possiamo liberamente sceglierlo come regola di vita: è un modo
apparentemente banale per mettere in pratica l’invito nietzschano a liberarci
dalla verità, intesa come stili e abitudini oggi imperanti.
L’impasto
base è costituito da ¼ di litro di latte, due uova intere, due o tre dita di
olio extra vergine, otto cucchiai di zucchero, un cucchiaino di sale e,
eventualmente, un dito di liquore per aromatizzare il tutto e tanta farina per
avere una pasta abbastanza densa da poter essere trasferita, usando due
cucchiai, nel fornetto di alluminio, precedentemente oliato e infarinato.
In
questa pasta, ovviamente prima di trasferirla nel fornetto per la cottura, per
fare le diverse focacce, si possono aggiungere, rispettivamente: nocciole,
noci, arachidi o mandorle tostate oppure, ancora, uvetta sultanina o altra
frutta fatta similmente seccare come prugne, fichi, … o, ancora, 50 grammi di
cioccolato fondente tagliato a pezzetti (in questo ultimo caso si aggiungono
alla farina anche due cucchiaiate di cacao in polvere). In questo modo si
possono ottenere, dallo stesso impasto base, dieci o dodici varianti che
permettono di avere una serie di dolci che non stancano mai.
Quando
l’impasto è ben amalgamato si aggiunge ancora una ½ bustina di lievito in
polvere (oppure un cucchiaino di bicarbonato e uno di cremor tartaro) e,
quindi, si mette l’impasto nel fornetto e sulla fiamma di media potenza tenuta
per 5’ al massimo, per 15’ a media potenza e ancora 30’ al minimo.
Sfornata,
la si lascia raffreddare e può essere tagliata a pezzi in modo da poterla
ritirare ben sigillata nel congelatore, in modo da avere ogni volta la
ciambella fresca quanto più possibile.
Quando
avremo modificato le nostre abitudini alimentari tanto da trovare questa
ciambella come eccezionalmente dolce, potremo sostituire il latte con la stessa
quantità di acqua e avremo così fatto un passo avanti verso una alimentazione
che il nostro corpo non mancherà di farci sentire come più adatta agli scopi
che ci siamo prefissati.
Una
importante precisazione va fatta sulle uova che devono essere quanto più
possibile naturali (ecco il senso della affermazione che le uova devono essere
“gallate”). Per chi vive in città e non ha quindi la possibilità di avere il
pollaio di fianco alla propria casa, si dovrà cercare nei negozi le confezioni
di uova sulle quali il produttore dichiara che le uova provengono da galline
che hanno la possibilità di razzolare sul terreno e che sono alimentate
unicamente con cereali e verdure.
La cioccolata
Ci
si può fare la cioccolata in casa, utilizzando la classica ricetta dei nostri
vecchi: per ogni persona un cucchiaio di cacao, un cucchiaio di zucchero, mezzo
cucchiaio di farina, un pizzico di sale e 200 cc. di latte: si porta lentamente
a bollore, sempre rimescolando, finchè non addensa. E’ ottima sia calda che
fredda e, tolta dal frigorifero, può sostituire il gelato. Non è una cosa da
mangiare sovente, ma nelle grandi occasioni o nella fase di transizione alla
alimentazione macrobiotica, può rappresentare un momento piacevole che rallegra
lo spirito.
Si
può sostituire al latte l’acqua naturale: in questo caso la cioccolata diventa
più digeribile ma, naturalmente, il sapore sarà più spartano. Chi pratica
seriamente la macrobiotica farà le sue scelte valutando l’opportunità di questa
sostituzione sulla base della frequenza con cui vuole concedersi questa bevanda
tenendo conto dei segnali che il suo organismo non mancherà di evidenziare ogni
volta che, dopo un periodo di astinenza, ricompare nella dieta il latte che non
può essere considerato un alimento adatto all’essere umano che abbia superato i
primi mesi di vita.
Un
altro sostituto del gelato o, meglio, del sorbetto, è costituito dalla frutta
cotta con un po’ di sale (vedi 3.7), come se si trattasse di una qualunque
verdura e poi utilizzata fredda; può essere anche conservata nel congelatore.
La marmellata
per dolcificare il tè
Quando
si ha la possibilità di avere la nostra frutta e non si possa farne parte agli
amici e ai conoscenti, magari perchè in quel momento si dispone tutti del tipo
di frutta in questione, si può utilizzarla per preparare della ottima
marmellata casalinga che si conserverà per anni e potrà essere utilizzata in
tutti i casi in cui un dolcificante con quel particolare sapore di frutta sia
opportuno. Solitamente il regalo di una nostra marmellata viene gradito ancora
più che non quello della frutta fresca.
Una
possibile ricetta per preparare la nostra marmellata.
La
frutta viene pulita e, se occorre, opportunamente lavata.
Partendo
dal presupposto che stiamo parlando della frutta di nostra produzione, sappiamo
che un po’ di acqua corrente è più che sufficiente per togliere la polvere o i
residui di terra che fossero presenti. Se si tratta di frutta acquistata
cerchiamo di essere sicuri che si tratti di prodotti coltivati senza concimi e
senza trattamenti antiparassitari perchè molti di questi lasciano tracce
consistenti che l’acqua corrente, da sola, non può eliminare.
La
frutta viene tagliata a pezzi, cercando per quanto possibile di utilizzarla
nella sua completezza, e viene posta in una pentola in cui, se necessario, si
mette sul fondo un po’ di acqua per facilitare la cottura.
Prima
di metterla sul fuoco si pesa per stabilire il quantitativo netto di frutta che
si sta utilizzando.
Quando
il tutto comincerà a bollire si versa nella pentola una quantità di zucchero
pari al peso netto precedentemente calcolato e un cucchiaino da tè di sale
integrale e si attende che il tutto riprenda il bollore, rimescolando di tanto
in tanto soprattutto sul fondo della pentola. Si lascia bollire per circa
trenta minuti e poi si invasa con la seguente procedura.
I
vasi devono essere puliti e asciutti e il coperchio deve essere nuovo.
Mentre
la pentola di marmellata viene sempre tenuta alla temperatura di ebollizione
lasciandola sulla fiamma più piccola del gas al minimo, con un mestolo di
dimensioni adatte si riempiono con calma i vasi che vengono immediatamente
chiusi e sistemati uno accanto all’altro su un ripiano di legno e poi tenuti
coperti in modo che il forte calore della marmellata sterilizzi naturalmente
vasi e coperchi creando, con il progressivo raffreddamento, le condizioni di
vuoto che garantiranno la perfetta conservazione anche per diversi anni. Un
metodo semplice e pratico può essere quello di utilizzare un tagliere di legno
come sostegno di base su cui si pone un giornale ripiegato; su questo si apre
un mollettone sul quale si posano i vasi appena richiusi e tenuti accostati. Su
questi si piega il mollettone già durante gli intervalli di tempo intercorrenti
nel riempimento dei singoli vasi e poi, alla fine, si piega e si copre
definitivamente il mollettone che conserverà il calore per molte ore, tanto che
il giorno successivo sarà possibile trovare ancora i vasi tiepidi che potranno
così essere portati in cantina dove la temperatura costante e l’oscurità
garantiranno le migliori condizioni per una lunga conservazione.
Questa
marmellata può diventare un ottimo modo per dolcificare in sostituzione dello
zucchero, risultando, per certi versi, ancora migliore dello zucchero di canna
non raffinato in quanto viene arricchito con i sali minerali e gli elementi
propri della frutta utilizzata.
Per
ottenere, in questo caso, i risultati migliori occorre utilizzare durante la
preparazione un mixer: quando la frutta comincia a bollire nella pentola, la si
lascia cuocere per circa 15 minuti e poi, con il mixer, la si fa diventare una
crema ben omogeneizzata. A questo punto si aggiungono lo zucchero e il sale
integrale, nelle dosi sopra indicate e si lascia riprendere il bollore
rimescolando di tanto in tanto.
In
questo modo non si otterrà più una marmellata in cui si individuano i pezzi di
frutta, ma avremo una crema che si scioglierà perfettamente nelle bevande,
dando il sapore particolare della frutta utilizzata.
Una
tazza di tè, il caffè di orzo o anche solo l’acqua del rubinetto, che in certi
casi lascia sentire i residui dei trattamenti di potabilizzazione subiti,
dolcificati in questo modo saranno sempre graditi e, per chi avrà imparato ad
apprezzare i sapori dei prodotti naturali, risulterà un piacere che, se pure da
gestire sempre con moderazione, non rischierà di farci pagare a tempi lunghi le
conseguenze che i prodotti industriali, inevitabilmente, comportano.
Il pane bianco
Si
può fare il pane bianco per i giorni di festa o come pane da utilizzare in un
regime di transizione, per non passare direttamente dal pane che si trova oggi
in vendita al pane di farina integrale con lievito naturale.
Ecco
le dosi, approssimative, per ½ litro di acqua e un kg. di farina.
Si
sciolgono preventivamente nell’acqua una o due cucchiaiate di zucchero, un cucchiaino da tè di sale integrale e ½
confezione di lievito di birra, corrispondente a circa 10 grammi e, infine si
uniscono alcune cucchiaiate di olio extra vergine di oliva. (Le confezioni di
lievito di birra, di gr. 20 possono essere tagliate a metà, ricoprendo la parte
scoperta con un po’ di alluminio e si conservano perfettamente per mesi nel
congelatore).
Si
macinano alcune cucchiaiate di granoturco da polenta e si unisce la farina così
ottenuta al chilogrammo di farina bianca e si lavora finchè l’impasto risulti
morbido, omogeneo e si stacchi bene dalla spianatoia. Si formano le pagnottelle
sistemandole nella teglia sul cui fondo sia stata distesa la carta da forno che
può essere riutilizzata più volte. Sulle pagnottelle si fa un taglio, in modo
da potervi inserire un cucchiaino di acqua e si copre poi il tutto con un
asciugamano lasciando lievitare per due o tre ore.
Si
inforna a forno caldo a 300° per circa un’ora.
Chi
si abitua a questo pane, anche se non decide di alimentarsi in modo
macrobioticamente corretto, non andrà più a comperare il pane di prima.
Variazioni sfizioso-invernali sul tema della pasta
asciutta
Si
prende ¼ di litro di latte, si aggiunge ancora un po’ di acqua e si mette una
cipolla, se si vuole dare quel sapore particolare, oppure semplicemente il sale
aromatizzato con petali di fiori profumati, con bucce di arancia fatte seccare,
con alghe marine…, ogni volta variando le cose in modo che venga una specie di
latte salato aromatizzato e lo si fa cuocere un momento, magari facendolo
addensare con una cucchiaiata di farina tostata, che può essere di grano, di
mais, di riso, oppure addensandolo con fiocchi di cereali. Mentre cuoce la
pasta si prendono 50 grammi di formaggio che può variare dal pecorino al grana,
alla crescenza al provolone, così, tanto per cambiare. Questi formaggi si
possono conservare nel congelatore già divisi in porzioni da 50 grammi in modo
da utilizzare di volta in volta quello che serve. In questo caso occorre
tirarlo fuori qualche ora prima, lo si sminuzza a pezzettini e lo butta nel
latte che, mentre la pasta cuoce, è già caldo.
Quando
la pasta è cotta la si scola e la si versa nella pentola in cui c’è il latte
aromatizzato e il formaggio a pezzetti e, sempre col fuoco acceso, si comincia
a rimescolare la pasta in modo che assorba questa pastella di latte, farina e
formaggio.
Per
chi è digiuno da 24 ore è delizioso e l’unico problema è quello di seguire la
regola fondamentale di masticare a fondo e lentamente, benedicendo le forme di
vita che sono state sacrificate per passare ad un superiore livello di
coscienza.
Il tè
Nei negozi
di prodotti macrobiotici si trovano diversi tipi di tè che vengono garantiti
come prodotti in modo biologicamente corretto e non trattati con sostanze,
aromi e procedure di fermentazione ed essiccazione discutibili.
Questo non
significa che si debba buttare il tè “normale” che ci troviamo in casa,
acquistato in precedenza, dal momento che c’è un modo per ridurne in buona
parte le componenti pericolose.
Si fa il
tè seguendo la procedura classica oppure quella suggerita nella parte quinta
(Suggerimenti pratici ...) e poi lo si lascia raffreddare.
Quando
avrà raggiunto la temperatura ambiente si noterà alla superficie un velo oleoso
che potrà essere eliminato filtrando il tè con un normale colino, naturalmente
versandolo lentamente e cercando per quanto possibile di non polverizzare
questo velo oleoso che potrà così essere trattenuto dalle maglie del colino.
In questo
modo noi avremo eliminato la parte più nociva e potenzialmente cancerogena,
conseguenza del processo di lavorazione a cui, in molti casi, le foglioline di
tè sono state sottoposte.
Così
filtrata, la bevanda potrà essere conservata in frigorifero e bevuta fredda,
eventualmente dolcificata con le marmellata fatta in casa con la frutta del
nostro orto (vedi sopra).
Già abbiamo in precedenza (capitolo 3.7) accennato al fatto che si può fare il “tè” di verdure e, in questo caso, si potrà utilizzare un po’ di sale integrale o di tamari, quest’ultimo aggiunto durante la cottura delle verdure nell’acqua. Durante l’estate il tè di verdure è un ottimo idratante e, insieme, un ottimo modo per reintegrare i sali minerali perduti con la traspirazione: quando avremo raggiunto un buon equilibrio macrobiotico sarà il nostro organismo a segnalarci con le sue “voglie” quale sia il decotto di verdure che meglio ci riporta in equilibrio in quel particolare momento.
Il succo di uva fragola fermentato
Il vino è molto yin e già è stato detto che un macrobiotico vegetariano lo utilizza più come “condimento” che come bevanda. Tuttavia anche all’interno di una scelta vegetariana si può raggiungere una situazione di equilibrio solido e robusto, che possiamo definire “yang”, tale da poterci permettere una moderata quantità di vino anche tutti i giorni.
A questo punto il problema è di come procurarci
un vino genuino: non è semplice, dal momento che le leggi che ne regolano la
produzione e la vendita nei paesi dell’area europea ammettono, nel processo di
produzione, una lista di additivi e di trattamenti impressionante, senza alcun
obbligo di precisarli nella etichetta di presentazione del vino.
Ci si
trova quindi di fronte ad una situazione che riduce notevolmente le possibilità
di acquisto per chi vive in città perchè o si conosce personalmente il
contadino produttore per acquisti diretti, come si faceva per la maggior parte
nel secolo scorso, o ci si affida a chi lo produce su scala industriale e fa
pagare molto caro il suo prodotto su cui grava l’ammortamento dei capitali
investiti per garantire una produzione così impegnativa sul piano della
quantità e della qualità. Su tale qualità, visti i trattamenti antiparassitari
durante la coltivazione dell’uva, gli additivi, i correttivi, i conservanti,
gli stabilizzanti, gli illimpidenti, ... tutti regolarmente ammessi dalle
leggi, che vengono regolarmente utilizzati da chi produce su scala industriale,
il macrobiotico avrebbe comunque parecchio da ridire.
Ora, se è
vero che non è poi un problema così grave, dal momento che il vino è un
prodotto sfizioso dal punto di vista macrobiotico, per nulla indispensabile
come il pane azzimo o i cereali, è però altrettanto vero che si tratta di una
bevanda che, se preparata come si deve, ci permette di recuperare radici
culturali antiche di millenni.
Per chi
vive in campagna e ha un orto anche solo di poche centinaia di metri quadri di
superficie possiamo suggerire una ricetta per produrre un vino che non potrà
essere venduto, perchè il procedimento seguito prevede l’utilizzo dello
zucchero che le legge non ammette, ma che nessuna legge può impedire quando il
vino così prodotto è utilizzato per l’autoconsumo o per regalarlo agli amici.
Cominciamo
con la qualità dell’uva.
Chi ha
suggerito questa ricetta ha nel proprio orto sei piante di uva fragola (o vite
americana, “vitis labrusca”, tenendo conto del fatto che, di questa specie,
esistono diversi ibridi) ognuna delle quali produce mediamente trenta
chilogrammi di uva. Ciascuna pianta si è sviluppata per una lunghezza di circa
12 metri ad un altezza di 180 centimetri dal suolo.
Si è
scelta questa qualità di uva, che è considerata scadente sia come uva da tavola
che per la vinificazione, perchè non necessita di alcun trattamento
antiparassitario “antico” come il verderame e lo zolfo nè, tanto meno, dei
moderni antiparassitari più aggressivi. E’ per questa sua notevole rusticità
che in tutte le vecchie case coloniche dell’alta Italia si trovava sempre
qualche esemplare di questa pianta che, imperterrita, fruttificava
costantemente tutti gli anni garantendo il companatico alle merende dei bambini
che razzolavano nel cortile.
Tornando
alla nostra scelta, occorre ancora sottolineare che il vigore di questa pianta
riesce a sopportare una quantità di gemme da frutto incredibilmente alto senza
richiedere concimazioni particolari, dal momento che le viti utilizzano la
concimazione del terreno circostante. I 12 metri di sviluppo lineare di ogni
pianta delimitano infatti degli spazi di terreno lunghi metri 12 e larghi 6 che
vengono utilizzati per la produzione di ortaggi. Su queste lingue di terreno si
usa come concimazione il compost ottenuto con la naturale decomposizione di
tutti gli scarti organici della casa e delle erbe spontanee che vengono tolte
dal terreno, ogni qual volta si procede alla pulizia e al dissodamento per le
semine ricorrenti.
La potatura delle viti viene fatta al termine dell’inverno, in luna calante, prima che le piante riprendano il nuovo ciclo vegetativo. Una seconda potatura, sempre in luna calante, viene fatta quando i grappoli sono già in evidenza e hanno terminato la fioritura: in questo caso si lasciano su ogni singolo tralcio fruttifero al massimo due grappoli recidendo il tralcio in modo da lasciare due/tre foglie a valle del secondo grappolo.
La enorme
quantità di grappoli lasciata a ogni pianta porterà l’uva ad una maturazione
scalare che consentirà poi, proprio per questo, che una sola persona possa
procedere ad una particolare vendemmia mentre, normalmente, si lasciano pochi
grappoli per ogni pianta per avere una maturazione contemporanea,
indispensabile in un sistema di produzione su larga scala.
Il grande
uso di fitofarmaci nella normale tenuta dei vigneti ha lo scopo di ottenere dei
grappoli quanto più possibile senza marciumi o attacchi di parassiti, ma questi
trattamenti lasciano comunque sempre tracce nel vino e, a tempi lunghi,
indeboliscono la pianta che non ha più bisogno di autodifendersi e perde la sua
normale capacità reattiva agli attacchi dei parassiti.
Nella
pianura padana questa uva fragola comincia a maturare nel mese di settembre, ma
proprio la grande quantità di grappoli lasciata ad ogni pianta permetterà di
fare la vendemmia nell’arco di un mese raccogliendo di volta in volta i
grappoli maturati meglio, evidenziati dalle api e dalle vespe che vanno a
banchettare dove gli acini sono più dolci.
L’attrezzatura
per la vinificazione secondo questa ricetta è alla portata di chiunque e
consente di portare a termine tutti i lavori sempre con l’impegno di una sola
persona e per poche ore al giorno, dal momento che si fa tutto su piccola
scala. I vasi per la fermentazione dell’uva sono costituiti da damigiane della
capacità di 54 litri, una misura standard in Italia e gli attrezzi usati sono
semplici (imbuto, passaverdura, colapasta, pentola, mestolo, colini, …), ma è
bene sceglierli di acciaio inossidabile. Ne guadagneremo in praticità, igiene e
garanzia di ottimi risultati.
In ogni
damigiana si mettono circa 40-45 kg. di uva, aggiungendo tre cucchiaini da tè
di sale integrale e da 4 a 6 kg. di zucchero. L’utilizzo dello zucchero è
vietato in Italia, dal momento che in questo modo si potrebbe fare il “vino”
partendo da qualunque succo di frutta ma, dal momento che stiamo parlando di un
prodotto per l’autoconsumo, il divieto imposto dalla legge non ha alcun motivo
di essere rispettato.
La
vendemmia e la successiva cernita dell’uva è il momento più delicato e
laborioso e richiede una pazienza certosina: dopo avere raccolto i grappoli
maturi al punto giusto e averli depositati con cautela in cassette senza
sovrapporre troppi strati, dal momento che si tratta di uva piuttosto delicata,
si separano manualmente gli acini uno ad uno, scegliendo solo quelli sani e
puliti: gli acini vengono staccati dal grappolo curando di togliere anche il
peduncolo e, in tal modo, si produce una lacerazione nella buccia, per cui il
succo diventa visibile.
Gli acini
così cerniti vengono messi nella damigiana dopo essere stati schiacciati. A tal
fine si utilizza un passaverdura con la piastra di filtro con i buchi più
grossolani, dal momento che tutti i componenti degli acini devono concorrere
alla fermentazione. Se si utilizza un imbuto sufficientemente grande si potrà
sistemare il passaverdura sull’imbuto, direttamente sopra la damigiana.
E’ bene
mettere sul fondo della damigiana, prima di iniziare, i tre cucchiaini da tè di
sale integrale e un kg. di zucchero. La parte rimanente dello zucchero verrà
poi aggiunta progressivamente, mentre si porta avanti la procedura di schiacciamento
dei 40-
Per quanto
riguarda la quantità dello zucchero ognuno dovrà regolarsi sulla base dei
risultati finali che si vogliono ottenere, considerato anche il tenore di
zucchero dell’uva in quella particolare annata. A titolo indicativo possiamo
precisare che con circa 4 kg. di zucchero si ottiene un “vino” con un grado
alcolico sufficiente a garantire una buona capacità di conservazione, con circa
5 kg. di zucchero la capacità di conservazione sarà sempre ottima, mentre con 6
kg. si avrà una bevanda con un contenuto di alcool così alto da impedire la
trasformazione di tutto lo zucchero presente, per cui al termine della
fermentazione sarà ancora dolce.
Al termine
di queste operazioni la damigiana dovrà essere occupata per circa ¾ del suo
volume e potrà svilupparsi in essa il processo di fermentazione senza che il
contenuto debordi.
La
damigiana dovrà essere chiusa con quei tappi a sifone nei quali l’acqua versata
nell’apposito vano del tappo consentirà lo scarico dell’anidride carbonica
prodotta dalla fermentazione senza che l’ossigeno possa penetrare all’interno
della damigiana.
La
fermentazione inizia normalmente entro tre o quattro giorni, ma se le operazioni
di riempimento della damigiana saranno durate più a lungo sarà già avviata
quando si procederà alla chiusura con il tappo a sifone. La fermentazione
durerà anche una decina di giorni e sarà visibile perchè nei tappi a sifone
sarà evidenziata dalle bolle di anidride carbonica che verranno espulse dalla
damigiana. In realtà la fermentazione durerà ancora ben oltre in misura
progressivamente rallentata.
Nella
damigiana non si avranno processi di degrado perchè il suo interno risulterà
saturo di anidride carbonica, per cui i
processi di ossidazione saranno impossibili.
Le
damigiane dovranno restare ben chiuse, controllando che l’acqua contenuta nel
tappo-sifone non scenda mai al livello minimo oltre il quale si avrebbe
l’ingresso di ossigeno e di insetti a contatto con il vino.
Il vino
potrà essere estratto a partire dal mese di gennaio fino al mese di luglio.
Il succo
di uva fragola così fermentato avrà un sapore diverso dal solito, anche perchè
in esso saranno macerati i semi dell’uva: sarà un “vino” più potente perchè
avrà assorbito una parte dell’energia eterica dei semi che, così trattati, non
saranno più vitali; dovrà essere bevuto con moderazione non solo perchè la
gradazione alcolica potrà essere piuttosto elevata ma anche per la
consapevolezza che si tratta di un prodotto che sarà omeopaticamente arricchito
del principio vitale racchiuso nei vinaccioli, nei quali si condensa l’energia
e il senso della vita che la pianta ha maturato per tutta l’estate.
Anche per
l’estrazione del vino dalle damigiane si può procedere in modo da non avere
bisogno che di una sola persona.
Le
damigiane dovranno essere state sistemate, nel momento del riempimento, ad una
altezza dal suolo di circa ½ metro.
Il succo
di uva fermentato, se si fa questo lavoro da soli, si estrae a più riprese
piegando lentamente sul fianco la damigiana in modo che il liquido scenda in un
colapasta sistemato su una pentola di misura adeguata. Facendo questa
operazione con prudenza non si avrà la fuoriuscita della parte più densa del
contenuto della damigiana perché il
riposo e la immobilità di diversi mesi avranno provveduto a compattarla a
sufficienza al punto che il colapasta finirà per raccogliere soltanto le poche
cucchiaiate di parti solide che comunque, nel travaso, potranno fuoriuscire.
Il liquido
travasato nella pentola sarà ulteriormente filtrato e lasciato riposare per
24-48 ore in un contenitore di vetro sufficientemente capiente, ma ancora
facilmente manipolabile come, per esempio, una damigiana da cinque litri.
Il
filtraggio di cui sopra viene fatto utilizzando quattro colini: due molto fini
e due un po’ meno, usati sovrapponendo nell’imbuto quello più grossolano a
quello più fine; quando quest’ultimo è intasato viene sostituito con il secondo
colino fine, che funziona da riserva per svuotare il precedente che viene
subito lavato sotto l’acqua corrente con uno spazzolino.
Dopo uno o
due giorni di riposo il contenuto della damigiana da cinque litri potrà essere
direttamente versato nelle bottiglie o nei bottiglioni: se l’operazione viene
effettuata con la calma necessaria si potrà avere un “vino” già limpido da
poter essere usato direttamente. Il fondo della damigiana, che risulterà
piuttosto denso, potrà essere versato in un bottiglione che raccoglierà anche i
fondi successivi: una sedimentazione di una settimana consentirà di estrarre
una quantità non indifferente di liquido ancora utilizzabile mentre la parte
finale, se proprio ci spiace buttarla via, potremo sempre utilizzarla come
integrazione del lievito naturale del nostro pane integrale al 30%.
La
operazione sopra descritta (damigiana da 54 litri piegata lentamente per
raccoglier il liquido in una pentola, con il colapasta che funge da primo
filtro grossolano) viene ripetuta fino a quando uscirà del liquido tenendo
presente che ne vedremo ancora uscire una quantità interessante anche se nella
precedente operazione avevamo riscontrato che la damigiana sembrava ormai avere
dato tutto il liquido perché durante le 24-48 ore di attesa, in cui abbiamo
svolto le successive operazioni di filtraggio e di imbottigliamento,
all’interno della grossa damigiana la notevole quantità di bucce e di
vinaccioli che erano rimasti a macerare nel vino avrà potuto lasciare scolare
sul fondo altro liquido utilizzabile.
Quando
sembrerà che tutto il liquido sia fuoriuscito si potrà capovolgere, sempre
molto lentamente, la damigiana sopra la pentola. Per questa operazione chi
propone questa ricetta utilizza un piccolo lavatoio sul quale dispone delle
assi di legno in modo che al centro del lavatoio rimanga lo spazio libero per
il collo della damigiana che si troverà così sopra all’insieme
colapasta/pentola sistemato sul fondo del lavatoio. L’operazione è fattibile da
una persona sola perché dalla damigiana saranno a questo punto già stati
estratti oltre venti litri di liquido.
Dopo
alcune ore, quando dalla damigiana inclinata non verrà più fuori del liquido,
si potrà togliere la pentola e sostituirla con un contenitore di plastica in
cui faremo cadere la fanghiglia rimasta nella grossa damigiana usando, a tale
scopo, un filo di ferro sufficientemente robusto piegato ad uncino, nella
estremità che verrà utilizzata per smuovere la massa addensata che tende a
bloccarsi nella strozzatura del collo della damigiana, e opportunamente
sagomato dalla parte opposta per facilitare le operazioni necessarie.
In
conclusione, dalla nostra damigiana in cui abbiamo introdotto circa 40-
Il vino
così ottenuto può essere travasato in bottiglioni da due litri che verranno
tappati in modo ermetico e lì sarà lasciato riposare per circa un anno. A
questo punto, manipolando con attenzione i bottiglioni, in modo da non smuovere
il deposito che si sarà creato sul fondo, si potrà procedere
all’imbottigliamento e alla chiusura finale, per la conservazione definitiva.
Quando,
magari dopo diversi anni, apriremo una bottiglia del nostro vino, la dovremo ancora
manipolare con attenzione perché, comunque, si sarà nuovamente creato del
deposito: stappando la bottiglia se ne travaserà, con attenzione, il contenuto
che sarà così diventato perfettamente limpido, per separarlo dal fondo che sarà
testimonianza di un prodotto genuino curato con l’amore e la pazienza di una
persona che invece di farsi schiavizzare dal tempo lo sa dominare.
Variazioni possibili delle ricette tradizionali
Un esempio
concreto di come si possano utilizzare in modo macrobioticamente più
consapevole le moltissime ricette disponibili sui testi più vari, può essere
offerto da questa “Riso e porri”:
(tratto da:
Gevaert/Van der Seelen,Vivere sani con cibi sani, ed Eubiotica )
(Dosi per 4
persone)
4 porri ( solo la parte bianca)
2 tazze di riso
1 cipolla tritata
50 gr. di parmigiano grattugiato
1 foglia di alloro
1rametto di timo
1 cucchiaio di tamari
sale
1 cucchiaio di olio di sesamo o girasole
4 tazze d'acqua
50 gr. di burro
Fate dorare la cipolla nell'olio,
aggiungete i porri tagliati a pezzi,condite e lasciate soffriggere per 2 o 3
minuti . Aggiungete il riso, il sale, il tamari, il timo, l'alloro e l'acqua.
Fate cuocere a fuoco vivo per 5 minuti, quindi riducete la fiamma e fate
cuocere per circa un'ora. A cottura ultimata, togliete il timo e l'alloro,
aggiungete il burro e il formaggio e servite ben caldo.
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La
ricetta, così come viene proposta dal testo citato, può essere utilizzata come
ricetta sfiziosa per occasioni particolari o nel periodo di transizione tra una
alimentazione “normale” a quella macrobiotica che applica coerentemente la
filosofia che sta alla base della nostra scelta di vita.
Quando si è fatta la scelta con maggiore consapevolezza, infatti, si eliminano sia il burro che il formaggio in quanto prodotti che nel nostro corpo danno reazioni che non possono passare inosservate sul piano fisico e, su un piano più sottile, appannano a tempi lunghi la nostra capacità di ricevere e inviare energie di pensiero spiritualmente più elevato.
Eliminando
i prodotti di origine animale il sapore dei porri viene esaltato o, se
vogliamo, riequilibrato utilizzando il sale integrale o il sale aromatizzato e
il gomasio in una delle loro possibili varianti, la salamoia delle olive, il
dado vegetale, ... per cui anche l’utilizzo del tamari può essere limitato come
una possibile variante della ricetta, in quest’ultimo caso per la
considerazione che è un prodotto che ancora non possiamo produrci
autonomamente.
La
revisione più importante, però, che ben evidenzia la consapevolezza filosofica
di una scelta macrobiotica più matura, è quella relativa alla verdura, in
questo caso specifico i porri.
L’indicazione
di utilizzare solo la parte bianca è ancora testimonianza di un cordone
ombelicale che ci lega ad una cultura e civiltà che ha perso il senso del
tutto, dell’unità dell’Essere: quando si recupera questa dimensione di
consapevolezza non possiamo più affermare che nel mondo ci sono le piante utili
e quelle dannose e, anche nelle piante utili, distinguiamo la parte
commestibile e quella da buttare. E’ con questo tipo di scelte che siamo giunti
a comperare il pane bianco o il riso brillato per poi, quando magari si accende
un primo barlume di consapevolezza, andare ad acquistare in farmacia le pillole
di crusca.
Per
questo, allora, del porro si utilizzeranno tutte le parti, dalle foglie verdi
alle radici opportunamente lavate. Tra l’altro, in questo modo, togliendo dalla
terra le verdure con le loro radici e mettendole in un recipiente con un po’ di
acqua sul fondo, si conserveranno perfettamente fresche nella cantina per
diversi giorni. Un risultato interessante quando, in autunno e in primavera, le
piogge insistenti rendono scomode le visite nell’orto.
Il
principio della utilizzazione del prodotto offertoci dalla natura nella sua
totalità non deve portarci ad una applicazione rigida e “libresca”. Se
pretendiamo di cuocere le carote con tutte le loro foglie verdi otterremo un
piatto che non riusciremo più a mangiare perchè il sapore dolce delle carote
sarà coperto da quello più aspro delle foglie. Per questo motivo, all’inizio faremo
cuocere insieme alle nostre carote, così come alle rape, ai finocchi, ... solo
una modesta percentuale delle loro foglie più tenere, quelle del germoglio e
poi, con il tempo, ciascuno troverà la composizione che più gli aggrada.
Potremo
anche unire un po’ di queste parti di vegetali, che ora vengono abitualmente
scartate, al minestrone di verdure ma, tutto questo, con flessibilità e
intelligenza anche tenendo conto della dialettica yin/yang: le foglie
appassiscono in poche ore mentre la radice si conserva per molti giorni per
cui, nella dimensione yin propria della verdura, è quindi la radice che
rappresenta la materializzazione più yang, quella che, in questo caso, ci porta
ad un equilibrio più stabile e sicuro.
Proprio da una maggiore consapevolezza e flessibilità nascerà la constatazione che il colletto delle carote, intendendo la parte in cui dalla radice nascono le foglie, può essere utilizzato sempre nella sua interezza mentre il colletto dei porri non si presta a tale utilizzo, dal momento che è molto più difficile ripulirlo in modo adeguato dalla terra.