5.1 – Suggerimenti concreti.                       (htm)

 

 

Premessa

 

Diamo qui una serie di proposte e suggerimenti che sono arrivati da persone diverse.

Tutte cose che già sono conosciute e praticate, ma potranno risultare ancora interessanti per chi approda al sapere macrobiotico partendo da una dimensione culturale condizionata dalla pubblicità di chi ormai da troppi anni accumula denaro dalla nostra tendenza a lasciarci guidare da chi afferma di sapere qual è il nostro bene.

Per il momento i vari argomenti sono elencati in ordine intuitivamente alfabetico; in futuro, quando la mole complessiva dei suggerimenti, che continuano ad arrivare, giustificheranno la modifica, si farà all’interno di questa quinta parte una suddivisione in capitoli più articolati, come già è stato fatto per altri settori.

 

L’acqua demineralizzata

In alcune località l’acqua che arriva nelle case con l’acquedotto municipale è leggera al punto da non creare problema alcuno di incrostazioni nelle tubature, nelle pentole, nel ferro da stiro ...., ma nella maggior parte dei casi l’acqua è dura e i depositi calcarei da questa lasciati costituiscono un problema.

Oggi in commercio si trovano addolcitori d’acqua che utilizzano tecnologie diverse ma, in realtà, finiscono spesso per creare a loro volta inconvenienti per quanto riguarda il rispetto per l’ambiente, per non parlare del fatto che l’acqua così addolcita può anche suscitare perplessità dal punto di vista macrobiotico per un uso continuo come acqua potabile.

Noi pertanto suggeriamo di utilizzare, salvo casi locali molto particolari, l’acqua distribuita dagli acquedotti pubblici sia come bevanda che per la preparazione dei cibi. Può essere utile tuttavia sapere come prodursi in casa, non per usi alimentari, un po’ di acqua demineralizzata, senza doverla comperare.

Questa acqua demineralizzata si può produrre anche utilizzando la vecchia stufa a legna che magari ancora utilizziamo in cucina: si riempie una grossa pentola di acqua del rubinetto che viene portata a bollore e poi lasciata lentamente raffreddare per alcuni giorni, portandola progressivamente in ambienti sempre più freddi. Dopo alcuni giorni l’acqua viene filtrata con un filtro di carta che la rende perfettamente limpida trattenendo tutti i sali di calcio precipitati che non si sono ancorati alle pareti e al fondo della pentola. In tal modo si ha una buona quantità di acqua che può ritenersi demineralizzata e che può essere usata per il ferro da stiro e per fare il sapone liquido. C’è però il non lieve inconveniente di dover ripulire con una paglietta di ottone o di acciaio la pentola, per evitare l’accumulo delle successive incrostazioni ed è un lavoro abbastanza faticoso.

Ora la tecnologia moderna ci offre un sistema migliore: si può acquistare un deumidificatore che nello scantinato o, d’inverno, nel locale dove si asciuga la biancheria, può giungere ad estrarre dall’aria circostante, che viene fatta circolare attraverso la serpentina refrigerata, anche diversi litri d’acqua al giorno. E’ un’acqua perfettamente demineralizzata che può essere utilizzata per il ferro da stiro, per bagnare i fiori, per fare lo shampoo, per fare il detersivo per la lavatrice, per fare il sapone liquido....., e il consumo di energia elettrica del deumidificatore è ampiamente ripagato dal risanamento della cantina e dalla produzione di acqua demineralizzata.

Si può ottenere acqua demineralizzata con metodo “fai da te” anche in modi diversi, per esempio raccogliendo l’acqua piovana o facendo sciogliere la neve, ma si tratta di situazioni particolari che, dal punto di vista concreto, non sono sempre agibili. Per non parlare del fatto che in molte zone il fenomeno delle piogge acide è una realtà che ci testimonia la superficialità dell’essere umano che deve sbattere il naso contro le conseguenze dell’inquinamento che egli stesso ha prodotto per rendersi conto che la natura in cui siamo inseriti costituisce, con noi, un organismo vivente unico.

 

Ricicliamo la caffettiera

Scegliendo di vivere secondo i principi macrobiotici si lascia, se prima ce l’avevamo, l’abitudine di bere il caffè, semplicemente perchè l’organismo fisico diventa molto più sensibile e segnala con evidenza la squilibrante potenza della caffeina che in un normale caffè all’italiana è già contenuta: non è facile, nei primi tempi, perdere questa abitudine perchè si sperimenta su se stessi, in piccolo, una vera e propria crisi di astinenza determinata dalla assuefazione sedimentata; d’altra parte questa decisione è ineludibile, dal momento che si viene a percepire in modo netto la “frustata” della caffeina. La decisione è facilitata dal fatto che con una alimentazione equilibrata si viene a godere di uno stato di benessere psicofisico costante per cui sparisce il bisogno fisico di darsi un po’ di tono con una tazza di caffè. Resta, forse più difficile da vincere, il bisogno psicologico legato al rito della preparazione e assunzione della bevanda, rito con il quale la giornata aveva le sue scansioni; questo bisogno psicologico ci permetterà di fare qualche interessante riflessione sul fatto che quello che chiamiamo il nostro io sia costituito in misura così vistosa da abitudini capaci di contrastare pesantemente le motivazioni razionali che ci hanno portato a voler cambiare il nostro modo di vivere. Si può contrastare e risolvere il bisogno, almeno dal punto di vista psicologico, mantenendo il rito e la scansione oraria precedente usando come sostituto il caffè d’orzo o passando all’utilizzo del tè che, se pure portatore di uno stimolante come la teina, ha nel nostro organismo un impatto meno pesante anche perchè possiamo imparare a ridurre le dosi del tè utilizzato.

Già è stato fatto il discorso circa la differenza tra il tè verde naturale e i tè fermentati, quando non anche addizionati con altre sostanze per modificarne il profumo e l’aroma. Qui vogliamo proporre un nuovo utilizzo della caffettiera moka di cui l’ex bevitore di caffè possiede molto spesso diversi esemplari.

La caffettiera moka da una tazza può essere riciclata solo per preparare il caffè di orzo mentre quelle da tre tazze e quelle ancora più capienti possono essere recuperate per fare il tè e infusi vari. Queste caffettiere vengono quasi sempre vendute con un apposito riduttore che consente di poter utilizzare, per esempio, la caffettiera da tre tazze per farne una sola e così via, in progressione, con le caffettiere di capacità superiore.

Utilizziamo come descrizione concreta del procedimento una caffettiera moka da dodici tazze dal momento che per le altre, di capacità inferiore, basterà ridurre proporzionalmente le dosi.

Nella base della caffettiera si mette l’acqua in misura maggiore di quanto suggerito per fare il caffè in modo tale che inserendo il filtro, che prima veniva riempito di caffè macinato, l’acqua compaia già sulla base dello stesso filtro. Si mette nell’acqua poco più di ½ cucchiaino di tè e poi si posiziona il riduttore all’interno del filtro che risulterà praticamente vuoto rispetto a quando si faceva il caffè; questo fatto, tra l’altro, elimina il rischio di avere problemi con la valvola di sicurezza che risulterà molto probabilmente sotto il livello dell’acqua che abbiamo inserito nella caffettiera.

In alcuni casi, con determinati tipi di caffettiere, per impedire al riduttore di spostarsi dalla sua corretta posizione, è opportuno inserire su di esso qualcosa che lo renda più pesante e lo tenga ben fermo in posizione: in questo caso si può, per esempio, utilizzare una rondella di rame, di bronzo o di ottone grande quanto basta per raggiungere lo scopo e che verrà sempre utilizzata come corredo alla caffettiera.

Si ottiene in questo modo un ottimo tè che ci permetterà di ridurre in modo notevolissimo le dosi che normalmente vengono consigliate -un cucchiaino di tè per ogni tazza più uno per la teiera- dosi che, comunque, ciascuno arriverà a determinare sulla base dei propri gusti.

Con questa caffettiera si potrà anche fare il tè nel modo giapponese più tradizionale, che prevede la tostatura del tè verde e la sua polverizzazione in un apposito mortaio. In questo caso, tuttavia, occorrerà risolvere l’inconveniente dovuto al fatto che i fori dei filtri di cui è provvista la caffettiera risulteranno troppo grandi per evitare che il tè risulti poco limpido. Si dovrà allora preparare un filtro di carta nel quale inserire il ½, o anche meno, cucchiaino di polvere di tè: basta acquistare la carta adatta che verrà tagliata nelle dimensioni corrette e sulla quale si versa la polvere di tè; la carta viene poi ripiegata in modo da comporre come un piccolo pacchetto le cui estremità di carta ripiegata potranno essere tenute ben ferme da due mollette di acciaio che verranno anche in questo caso utilizzate come corredo della nostra ex caffettiera. Avremo costruito così una busta-filtro di carta che potrà essere inserita nel filtro della caffettiera, sotto il riduttore, dove nel caso sopra esemplificato avevamo messo il nostro tè in foglie.

Modificando le variabili che possiamo tenere sotto controllo si potrà fare diventare la nostra ex caffettiera uno strumento polivalente che potrà servire per gli infusi più vari perchè, per esempio, oltre a dosare a piacere la quantità di tè o di altre erbe aromatiche utilizzate, si potrà variare la quantità di acqua, in modo da modificare il tempo in cui viene fatto l’infuso. Se, infatti, utilizziamo una quantità di acqua come sopra descritto nel nostro esempio, il tè o le erbe risulteranno già a bagno nell’acqua fredda che verrà gradatamente scaldandosi fino a che la pressione del vapore la farà salire nella parte alta della caffettiera; utilizzando una minore quantità di acqua l’infuso risulterà meno intenso perchè le erbe verranno a contatto con l’acqua solo quando questa avrà raggiunto la temperatura di ebollizione e questo contatto sarà ridotto nel tempo.

 

La cuccia dei cani

La cuccia di cui si propone la costruzione andrà sistemata sotto un portico o, comunque, in un luogo al riparo dalle intemperie e tale che, d’inverno, il sole basso all’orizzonte la possa riscaldare e, d’estate, possa restare all’ombra.

Andando nei negozi di articoli “fai da te” più attrezzati ci si potrà addirittura già fare tagliare su misura i pezzi di compensato necessari.

Le misure dovranno essere, ovviamente, rapportate alla dimensione del/dei cani. L’importante è che l’apertura di ingresso non sia a filo terra ma circa trenta centimetri dal terreno, in modo che il cane sia costretto a valicare un ostacolo il quale ha lo scopo di contenere all’interno della cuccia uno strato di circa 20 centimetri di sabbia, in modo che questa non possa più uscire.

Il tetto della cuccia è piano perchè sarà costituito da un pezzo di compensato che risulterà semplicemente appoggiato sulla sottostante struttura a cassetta: in questo modo, quando si vorrà pulire la cuccia, basterà portare con un normale carrello a mano (quelli con l’”unghia” anteriore estensibile) la cuccia al sole e togliere l’asse che fa da tetto e coperchio: ci penserà il sole a ripristinare nella sabbia, opportunamente smossa qualche volta, condizioni più che accettabili di igiene.

Le pareti esterne della cuccia potranno essere verniciate, non necessariamente, invece, quelle interne. Perchè il tetto/coperchio rimanga stabile basterà appoggiarci sopra un qualunque peso, anche un vaso di fiori, ma, se le misure della apertura da cui il cane deve entrare saranno state calcolate correttamente, non ci sarà bisogno di interventi particolari. Per assicurare una buona circolazione dell’aria sarà bene inserire sul perimetro di base, sotto la cuccia, dei mattoni forati per creare una intercapedine isolante dal pavimento.

Quando devono nascere dei cuccioli sarà bene togliere la sabbia e sostituirla con uno strato di paglia o di fieno. Quando i cuccioli avranno imparato a fare i loro bisogni fuori si potrà tornare al letto di sabbia e, all’esterno, si costruirà con qualche mattone una piccola scala di accesso che permetterà l’ingresso ai cuccioli.

Il cane non mancherà di apprezzare d’estate il senso di fresco fornito dallo strato di sabbia che, d’altra parte, gli permetterà di asciugarsi rapidamente quando la pioggia lo avrà inzaccherato. D’inverno la sabbia assumerà la forma ottimale di una conca nella quale il cane si sentirà a suo agio anche perchè la sabbia trattiene a lungo il calore trasmesso dal corpo dell’animale -si pensi alle grosse rocce che, dopo una giornata di sole, rimangono tiepide per ore dopo il tramonto- .

Ci sarà ogni tanto da scopare, sotto il portico, le tracce di sabbia che, soprattutto nei giorni di pioggia, il cane si porterà fuori dalla cuccia nei suoi andirivieni, ma il gioco vale la candela.

In una situazione ottimale il cane non deve vivere in casa, ma all’esterno. In casa lo si potrà lasciare entrare solo con regole precise, che verranno da esso rispettate.

Chi ha suggerito la costruzione di questa cuccia, per esempio, fa entrare i suoi due cani solo dopo cena nelle ore in cui, in cucina, si svolgono le normali attività serali. La casa dispone di più uscite sulla zona esterna dove si trovano il portico, l’area del garage e la zona dell’orto e del frutteto ma i cani, abituatisi ad entrare solo dalla porta della cucina, non ci provano neppure ad entrare quando, con la bella stagione, le altre porte sono aperte. In cucina, poi, si sono abituati ad entrare e sistemarsi su un telo molleggiato che essi trovano in un angolo immediatamente dietro la porta di ingresso e, avendo scorrazzato tutto il giorno all’esterno, passano queste ore accucciati e tranquilli tanto da addormentarsi dopo pochi minuti, cullati dai suoni e dalle parole di un ambiente abitato da quelle che per loro sono autentiche semidivinità.

Il rispetto delle regole è tale che, se la porta della cucina è aperta essi non entrano quando non vedono il telo disposto nel luogo loro riservato e, anzi, quando vedono che esso viene aperto e sistemato sul pavimento rimangono lì vicino, in attesa, fino a che non venga steso sulla stuoia un vecchio asciugamano che permette di salvaguardare il telo molleggiato la cui pulizia è meno semplice. Quando l’asciugamano è steso fanno a gara a chi riesce a saltare per primo e, dopo avere ricevuto le coccole rituali, si accovacciano tranquilli.

L’unico caso in cui è consentita loro una posizione diversa è durante i temporali estivi: quando sentono i primi tuoni si rifugiano nell’angolo più interno della cucina che dà loro il senso di una maggiore sicurezza.

Quando, sul tardi, sentono nel bagno adiacente il rumore dell’idropulsore utilizzato per l’igiene dentale e l’ultima persona che sta preparandosi per andare a letto esce dal bagno, si fanno già trovare vicino alla porta, pronti ad uscire. D’inverno, quando il tepore della casa rende più difficile il rispetto della regola, bastano una carezza e qualche parola di incoraggiamento per convincerli.

Le regole sono fondamentali e il loro rispetto rende migliore la convivenza: se noi abituiamo il cane a mangiare soltanto quando gli mettiamo la ciotola nel solito posto lo vedremo tranquillamente accucciato vicino a noi anche quando stiamo facendo uno spuntino: dargli un bocconcino in quel momento significa nel suo caso farlo diventare in futuro un questuante e, nel nostro caso, perdere la dignità.

 

Il dado per la zuppa vegetariana dei cani e dei gatti

Si legge da più parti che cani e gatti per vivere sani richiedono una dieta a base di carne: affermazione che è solo parzialmente vera, nel senso che alle loro origini e anche oggi allo stato selvatico sopravvivono come predatori, ma come animali domestici si può fare un discorso diverso.

Più vicina al vero, invece, è l’affermazione che per vivere sani abbisognano di cibi freschi perchè una alimentazione esclusivamente basata su cibi preconfezionati, prodotti industrialmente e stoccati per mesi nei magazzini è foriera, con il tempo, di malattie gravi e morte prematura, anche se questo tipo di dieta risulta gradita agli animali, dal momento che i cibi preconfezionati vengono resi appetibili con tutta una serie di additivi che ne esaltano l’odore e la sapidità; si arriva, addirittura, ad utilizzare dei coloranti artificiali ma, in questo caso, la manipolazione viene fatta per attirare gli acquirenti umani, dal momento che per gli animali in questione il problema estetico non si pone.

In realtà il problema della freschezza del cibo si pone, per molti versi, analogamente per gli esseri umani nel senso che la pasta, i fiocchi di cereali, così come i croccantini prodotti come derivati dalla macellazione degli animali, in quanto addizionati di conservanti e antiossidanti vari per cui vengono dichiarati utilizzabili per molti mesi quando non alcuni anni dalla data di produzione, sono sicuramente dannosi alla salute per gli animali quando costituiscono il 100% della loro alimentazione, così come lo sarebbero gli analoghi preparati per l’alimentazione umana quando pretendessero di costituire, da soli, tutta la dieta.

Dobbiamo ancora una volta ribadire che la vita si alimenta con la vita e questi prodotti in cui i naturali processi di biodegradazione sono bloccati per molti mesi creano all’interno dell’organismo vivente problemi che vengono immediatamente segnalati quando l’essere umano o animale è in perfetto equilibrio.

Naturalmente la situazione non è perfettamente uguale, per cui l’animale ha un grado di tolleranza relativamente più ampio; ciò è dovuto al fatto che nell’essere umano i corpi sottili, pure presenti negli animali inferiori, hanno in lui uno sviluppo incomparabilmente superiore: da ciò la dottrina macrobiotica afferma che un essere umano è estremamente più sensibile ad una carenza di energia sottile, che è poi la vita nella sua attualità e presenza reale.

Possiamo ulteriormente recuperare una precisa corrispondenza tra esseri umani e animali: mangiare una bistecca di un animale appena macellato è sicuramente meglio, dal punto di vista della buona conservazione dei corpi sottili, che non mangiare un salame o un prosciutto prodotto mesi prima che, pure, risultano graditi al pari della bistecca sia agli esseri umani che ai cani e ai gatti. Il fatto è che, comunque, se è vero che la bistecca è portatrice di una potente energia sia sul piano materiale che eterico si tratta pur sempre di una energia eterica di tipo ferino che, se riporta i nostri cani e gatti ad un livello di efficienza fisica analogo a quella dei loro cugini selvatici, riporta l’essere umano molto più indietro nella sua evoluzione, nel senso che si ritroverà un corpo evoluto in un processo di milioni di anni come strumento al servizio di corpi sottili di tipo animalesco.

A questo punto il cane e il gatto che vivono nelle nostre case provviste di riscaldamento invernale e che si ritrovano la carne fresca assicurata quotidianamente avranno, esattamente come i loro padroni, problemi di eccesso di peso con tutti i malanni fisici conseguenti ad una iperalimentazione che instaura nell’organismo tutta una serie di meccanismi esasperati di espulsione dell’eccesso di alimentazione come, tanto per fare un esempio negli esseri umani, l’osteoporosi. Quando poi l’alimentazione è basata in modo eccessivo sui prodotti conservati -prosciutti e salami/crocchette, tanto per esemplificare sintetizzando- avremo l’insorgenza di malattie degenerative più violente come i tumori innescati anche dal fatto che, in quel contesto alimentare, risulterà molto appetito il grande yin condensato nei dolci; e mentre gli esseri umani sono attratti anche dallo yin ancora più potente degli alcolici, per gli animali come i cani e i gatti, che sono fisicamente più yang,  il cibo che contiene lo zucchero è più che sufficiente per riequilibrare un eccesso di yang non diversamente utilizzato.

Per cui, e concludiamo questo discorso introduttivo, sia gli esseri umani che i suoi cani e gatti hanno bisogno per vivere sani di una alimentazione capace di portare nutrimento materiale al corpo ed energia eterica ai loro corpi sottili: un essere umano che voglia costruirsi in modo da trovarsi nelle migliori condizioni per favorire la propria evoluzione spirituale si produrrà ogni giorno o, almeno, quanto più spesso possibile, il chapati con la farina di cereali macinati sul momento: questi gli porteranno una sorgente di energia fluida e potente che scorrerà senza inciampi nei meridiani attorno ai quali si ristruttura attimo per attimo il suo corpo.

Per i nostri cani e gatti domestici proponiamo una serie di suggerimenti che hanno avuto la verifica di una pratica di ormai diversi decenni.

Il cane

Parliamo di animali che vivono praticamente sempre all’aperto, dove dispongono di circa mille metri quadrati di terreno in cui muoversi e correre, che hanno la cuccia al riparo dalle intemperie sistemata sotto un portico e che entrano in casa solo alcune ore, la sera dopo cena, e lì, dopo le scorribande della giornata, si appisolano tranquilli godendosi la protettiva atmosfera dell’ambiente abitato dalla famiglia che li ha adottati.

Per i primi anni di vita viene dato loro da mangiare due volte al giorno eccetto che nella stagione più calda quando il loro bisogno calorico si riduce; ovviamente si dovrà tenere conto della lunghezza del loro pelo che, a parità di peso complessivo, può ridurre in misura anche notevole il bisogno di cibo. Quando l’animale è di età più avanzata ci si stabilizza su un solo pasto quotidiano variandone opportunamente le dimensioni in base alle diverse stagioni.

Al mattino la zuppa, preparata la sera precedente, è costituita di riso rotto, fiocchi di cereali e verdure fresche, costituite dalle parti “meno nobili” messe da parte nella pratica culinaria quotidiana della casa; la zuppa viene insaporita da una piccola quantità di croccantini che vengono fatti cuocere insieme agli altri componenti: per intenderci, una piccola manciata di questi croccantini è più che sufficiente per dare sapore alla zuppa complessiva di due cani che pesano ciascuno circa cinque chilogrammi. La sera i componenti del pasto sono il riso rotto, i fiocchi di cereali, la pasta e le verdura fresca; in questo caso per insaporire il tutto si utilizzano, a turno, cose diverse: si va dagli scarti della cucina quando, eccezionalmente, si è utilizzato il pesce, ai prodotti preconfezionati, ma utilizzati nella misura dei croccantini. Per intenderci, sempre per i due animali su citati, con una scatola di carne per cani nella confezione di otto ettogrammi vengono confezionati circa quaranta sacchetti di circa venti grammi che vengono posti nel congelatore e che, uno per volta, costituiranno il “dado” per insaporire la zuppa. La preparazione di questi pacchetti richiede un po’ di tempo perchè si utilizza il polietilene venduto in rotoli che, tagliato opportunamente e disteso su una ciotola, consente di confezionare dei sacchetti la cui chiusura ermetica viene assicurata dal semplice attorcigliare a pressione i lembi più esterni della pellicola.

Si possono utilizzare tanti altri prodotti per variare i sapori del dado: si va dall’uovo scaduto che ci si ritrova dimenticato nel frigorifero, agli scarti di formaggio, ai bastoncini di carne secca che vengono venduti nei negozi specializzati. Si trovano, infatti, sia i bastoncini costituiti di strisce di pelle di bue arrotolata e che vengono utilizzati per consentire periodicamente al cane di “ripulirsi” la dentatura mordendo fino ad ammorbidirla e sminuzzarla questa dura striscia di cuoio, ma si trovano anche quelli, molto più morbidi e proposti per cani di piccola taglia, costituiti di scarti di carne, tendini, grasso e pelle macinati, seccati e pressati: basta mezzo bastoncino, eventualmente tagliato a tocchetti con una tenaglia o sminuzzato con una pinza per dare un sapore diverso alla zuppa, che risulterà gradito soprattutto nella stagione più fredda. Allo stesso modo potrà essere utilizzato, per dare sapore, il fondo di olio della scatola di tonno o di sardine, ma dosandolo con prudenza e usandolo piuttosto nella stagione fredda.

Lavorando nell’orto si possono trovare lumache e chiocciole -vedi comunque la nota specifica- che risultano anch’esse gradite: mentre si contribuisce a salvaguardare le verdure che faticosamente stiamo coltivando si sacrificano forme di vita che vanno ad alimentare un livello di coscienza superiore; l’importante è uccidere le chiocciole nel modo, per esse, meno doloroso possibile: la soluzione migliore è buttarle nell’acqua che già abbia raggiunto il bollore perchè la morte è immediata e dopo pochi minuti, avendole raffreddate con un getto di acqua corrente, potranno essere estratte dal guscio con una forchetta. Anche con questi molluschi privati del guscio si confezionano i sacchetti di circa venti grammi che verranno congelati e che costituiranno una variazione possibile dei sapori della zuppa quotidiana.

In sintesi, possiamo dire che la quantità di proteine animali con la quale viene variato il sapore del cibo quotidiano, che nella sua base resta sempre fondato sui cereali, è di circa due grammi giornalieri per ogni chilogrammo di peso del cane.

Questa pratica è stata ormai sperimentata da diversi decenni su animali diversi, da chi l’ha proposta, e non ha mai dato origine a problemi di salute per i cani che, anzi, sono vissuti in perfetta efficienza, pieni di energia e di gioia di vivere fino a tarda età. Il loro istinto di predatori si è volto alla caccia, oltre che delle lucertole, dei ratti i quali, trattandosi di una casa di campagna, possono costituire una presenza inquietante e dannosa e la dimensione di questi roditori è tale per cui i due cani di taglia relativamente piccola e quindi molto agili svolgono un lavoro di prevenzione e di pulizia che raramente i gatti saprebbero fare. Anche per questo diventa fondamentale un costante controllo veterinario perchè le dimensioni e la aggressività dei ratti rendono necessaria una vaccinazione che metta i nostri cani al riparo da possibili infezioni.

Quando i cani vengono abituati a questa dieta sostanzialmente vegetariana fin da cuccioli non si pongono problemi che, invece, possono sorgere quando già sono adulti e abituati alla dieta carnea.

In una casa con terreno circostante non recintato un cane, che era stato adottato prelevandolo da un canile dove, sostanzialmente, aveva avuto da tempo una alimentazione sufficiente, non si è adattato alla dieta vegetariana, avendo scoperto che nel rione c’erano persone che gli offrivano avanzi di cucina ben più appetitosi e ha deciso, di conseguenza, di scegliere la libera professione diventando il cane di quartiere più che della famiglia che lo aveva adottato: il suo caso diventa emblematico delle difficoltà che si incontrano, a livello umano, quando si prende in considerazione la prospettiva della scelta vegetariana senza avere realizzato una solida rivoluzione culturale.

Possiamo però, anche, riferire un caso diverso di cane adulto femmina che è stato abbandonato dai precedenti proprietari e che nel suo vagare alla ricerca di un possibile rifugio si accucciò stremata e smagrita per la fame davanti al cancello di quella stessa casa che, anni prima, aveva avuto l’esperienza del cane che aveva scelto la libera professione. In questo caso la cagna si adattò perfettamente alla dieta vegetariana e visse ancora per molti anni, dando vita a cuccioli sani e dimostrandosi preziosa per la guardia e la caccia ai topi ma, soprattutto, rivelando una sensibilità e capacità di dare e ricevere affetto incredibili.

Il gatto

Anche in questo caso parliamo di esperienze reali e sempre di una famiglia che ha una casa di campagna: precisazione che, nel caso del gatto, si rivela di importanza ancora maggiore.

Riferiamo di due casi diversi, entrambi di cuccioli adottati appena svezzati e subito abituati alla dieta vegetariana già descritta per i cani, con una breve fase iniziale di transizione in cui la zuppa veniva fatta utilizzando il latte invece dell’acqua. In entrambi i casi non ci sono stati problemi e, anzi, in uno di questi il passaggio ad una alimentazione costituita sostanzialmente di riso integrale già bollito, prelevato dalle razioni utilizzate in casa e poi fatto ulteriormente cuocere nel latte, riuscì in breve tempo a sverminare il cucciolo che appariva all’inizio magro e denutrito e che, da quel momento, letteralmente rifiorì.

E’ importante tuttavia una precisazione: in tutti e due i casi dei gatti citati questi hanno provveduto autonomamente ad una sorta di “integrazione alimentare” nel senso che il loro naturale istinto di cacciatori si svolse nella campagna circostante non più come oggi succede spesso ai nostri gatti ipernutriti come modo per passare piacevolmente il tempo, ma ritornò ad essere una attività capace di assicurare loro la sopravvivenza, per cui l’alimentazione vegetariana veniva loro fornita in casa solo su esplicita richiesta dell’animale, quando la fame evidente garantiva che nella ciotola non sarebbero rimasti avanzi di cibo non utilizzato. In uno di questi casi, poi, la gatta aveva un modo molto particolare di segnalare il suo bisogno di cibo: si sedeva con il busto eretto e gli occhi chiusi nell’angolo in cui le veniva posta la ciotola del cibo e rimaneva lì, senza il miagolio piagnucoloso tipico dei gatti che chiedono il cibo, fino a che ci si rendeva conto della sua segnalazione. Quando affermiamo che gli animali sono i nostri fratelli minori è, anche, perchè nelle specie superiori diventa evidentissima la diversa personalità con la quale essi tengono la scena del mondo e, anche per loro, si può dire che signori si nasce.

Evidentemente il discorso cambierebbe in modo significativo nel caso di gatti che vivono in un appartamento di città.

 

Difesa delle aiuole dalla scorribande dei cani

Lavorata la terra, tracciati i solchi necessari e fatta la semina si può impedire ai cani di piccola taglia di considerare il solco come una traccia preferenziale per i loro trasferimenti disseminando nel solco dei rametti o picchetti di plastica sufficientemente robusti e piantati nel terreno quanto basta per rendere loro impossibile correre nel solco stesso. Di solito funziona perchè l’idea di utilizzare il solco segnato dai picchetti come una pista di slalom non li sfiora, a meno che non siano stati precedentemente costretti a farlo per diventare dei bravi esemplari da gara o da circo equestre.

Questi paletti servono poco, invece, nei confronti dei gatti adulti e dei cuccioli di cane, la cui tendenza a scavare nel terreno appena smosso risulta incoercibile.

 

Cera per i mobili

Per i mobili di pregio in particolare, ma in genere per la manutenzione preventiva di qualunque mobile, il migliore prodotto in assoluto è ottenibile dalla cera delle api: con questa si ottiene un prodotto cremoso quanto basta per essere steso con un pennello.

Si parte dalla cera vergine che deve essere ridotta in scaglie, con un coltello utilizzato come raschiatoio, come se si trattasse di fare i riccioli di burro. Si mettono queste scaglie , senza comprimerle troppo, in una latta di metallo che abbia un coperchio a tenuta stagna come, per esempio, una lattina vuota di impregnante per il legno; si coprono le scaglie di acquaragia e si chiude bene la lattina: dopo alcuni mesi si troverà la cera ammorbidita perché avrà assorbito l’acquaragia. Se, in superficie, si troverà ancora dell’acquaragia basterà rimescolare il tutto e in pochi minuti si avrà una crema omogenea di cera che potrà essere applicata con un pennello, badando a “tirare” bene le pennellate, in modo che risulti sul mobile un velo praticamente impercettibile di cera che, dopo 24 ore, potrà essere lucidato con un panno di lana.

Se dobbiamo recuperare un vecchio mobile abbandonato in soffitta da parecchi anni si potrà fare un lavoro di recupero radicale prima pulendolo con un aspirapolvere e poi spennellando tutte le parti interne e anche la parte esterna posteriore del mobile con l’acquaragia pura per eliminare le spore di muffa e i parassiti che potranno esservi annidati per poi applicare, successivamente, l’impregnante (vedi più avanti la ricetta) o la nostra cera; mentre sulle superfici esterne in vista, ovviamente dopo avere eliminato ogni traccia di vernici date in precedenza, applicheremo anche più volte la nostra cera: in questo caso il mobile dovrà restare qualche giorno all’aria perché possa asciugare bene: in tal modo il mobile così ripulito e risanato tornerà al suo antico splendore.

Tra l’altro, con la cera così spennellabile, potranno anche essere trattati vecchi oggetti di ferro arrugginito come, per esempio, gli attrezzi del caminetto: dopo averli ripuliti dalla ruggine con un robusto trattamento con la carta vetro e una spazzola di ferro o, meglio ancora, con una spazzola di acciaio montata su un trapano, una mano di cera e la successiva lucidatura con uno straccio li renderà splendidi oggetti di arredamento che con un minimo di attenzione risulteranno da quel momento molto più difesi dalla aggressività della ruggine.

 

Chiocciole e lumache

In condizioni normali c’è un sostanziale equilibrio in natura, per cui se in un orto familiare si nota che i germogli d’insalata appena spuntati vengono azzerati dalle lumache o dalle chiocciole basta, nei pressi della aiuola interessata, capovolgere una vecchia tegola mantenuta umida o fare un piccolo mucchio di erba sradicata da poco per trovare il giorno successivo un buon numero di questi molluschi lì sotto rifugiati e si può così nel giro di pochi giorni ridimensionare in misura accettabile il problema.

Purtroppo oggi le chiocciole, ma soprattutto le lumache possono costituire un grave problema poichè i rospi, loro naturali predatori, sono praticamente scomparsi, falcidiati dal fatto che si è preferito ricorrere ai veleni per eliminare tutte le presenze indesiderate; chi ha deciso di rompere l’infernale circolo vizioso, per cui i veleni uccidono le presenze che ci danno fastidio ma anche, contemporaneamente, i loro naturali predatori determinando così una situazione senza via di uscita, rischia di trovarsi a pagare la corresponsabilità di un karma collettivo quando, con le migliori intenzioni di rispettare le dinamiche naturali, il suo orto si trova circondato da terreni in cui si spargono in quantità veleni che rendono per certi versi velleitario il tentativo della conversione ad una coltivazione biologicamente corretta.

Nell’armonico equilibrio della natura, infatti, la capacità di riproduzione delle prede e dei loro predatori è tale che una eliminazione cieca e indiscriminata degli uni e delle altre attuata con veleni prodotti dall’uomo fa il gioco delle prede che sono, poi, le presenze a noi sgradite che danneggiano i prodotti delle nostre coltivazioni. Chiocciole e lumache, infatti, per la loro diffusione sul territorio, la loro capacità di riproduzione e per la illimitata disponibilità di cibo da loro appetibile, finiscono per sopravvivere comunque come specie dando origine, per di più, a ceppi in grado di resistere ai veleni utilizzati, innescando da parte dell’uomo ignorante ed egoista la ricerca di veleni sempre più potenti che, oltre a non risolvere il problema, finiranno prima o poi in qualche modo anche nei nostri cibi.

La regola basilare, macrobioticamente corretta, che deve guidare i nostri passi è che il nostro intervento non deve mai mirare alla eliminazione totale dell’elemento naturale a noi sgradito e, al tempo stesso, non deve mai creare il benchè minimo disagio a forme di vita antagoniste a quella che ci risulta fastidiosa.

Cerchiamo di chiarire questa affermazione esponendo e commentando un caso concreto in cui il nuovo riequilibrio naturale ha richiesto molti anni anche perchè il microambiente di cui parliamo, prima era stato oggetto di interventi con veleni di sintesi e resta tuttora inserito in un più ampio contesto in cui gli interventi fitosanitari e la concimazione con prodotti di sintesi sono la regola.

Si tratta di una casa costruita nel 1968 alla periferia di un paese della pianura padana su un terreno che, già a quell’epoca, era da anni lavorato dall’agricoltore, che ne era il precedente proprietario, con l’utilizzo di concimi chimici e diserbanti.

I nuovi proprietari decisero di coltivare l’orto attiguo alla casa eliminando tutti i prodotti di sintesi e attuando il diserbo manuale ma dovettero constatare una presenza di lumache così massiccia da rendere praticamente impossibile la coltivazione della maggior parte di verdure: l’insalata, gli zucchini, i cetrioli, i cavoli, le biete, cipolle e scalogni, ... appena spuntavano venivano sistematicamente azzerati dalle lumache. L’unica coltivazione non appetita risultò essere l’aglio che cresceva bene, stante la eliminazione dei concimi che prima erano la regola.

I proprietari uscivano la sera, al buio, e con la luce delle torce elettriche portatili potevano vedere una quantità incredibile di lumache sulle aiuole appena lavorate e seminate.

Si tentò di riportare i rospi andando a prelevarli sulle pendici delle montagne ma, stante la non recinzione del terreno, finirono per sparire anche perchè le lumache che si dibattevano nell’agonia, a causa dei veleni ampiamente utilizzati nei terreni limitrofi, li attiravano irresistibilmente.

Si cominciò allora, alla luce delle torce elettriche, ad uccidere le lumache tagliandole a metà con le forbici e se ne contavano, ogni sera, oltre duecento. Si andò così avanti per anni ogni estate, sopportando durante queste uscite gli assalti delle zanzare che venivano disturbate nel loro ambiente naturale, riuscendo a far crescere qualcosa riducendo i tipi di verdura in modo da poterne aumentare la superficie di coltivazione: si seminavano, ad esempio, zucchini in quantità tale da essere sufficienti per decine di persone per poi ritrovarsi con quelle poche piante sopravvissute che davano una risicata produzione che, spesso, non era neppure sufficiente per una sola famiglia. Ci si era, tra l’altro, resi conto che queste lumache si aggredivano tra loro nel senso che la lumaca che veniva tagliata a metà veniva durante la notte divorata da quelle che nelle ore successive arrivavano nei paraggi e, per quella notte, l’insalatina novella lì attorno veniva salvata perchè i cadaveri freschi dei loro simili risultavano alle lumache più appetibili delle verdure. Durante la giornata i resti di questo schifoso banchetto erano eliminati dalle formiche e la notte successiva bisognava ripetere l’intervento se si voleva salvare qualcosa delle verdure appena spuntate.

Sono stati anni di fatica e di scoramento anche perchè non tutte le sere si era in grado di uscire per uccidere le prime lumache e ci si ritrovava, dopo una sola notte in cui non si era potuto intervenire, con il lavoro precedente praticamente annullato.

Dopo diversi anni di risultati molto scarsi, a fronte della fatica e impegno profusi, si decise di non utilizzare più la motozappa e di fare dei camminamenti con traversine ferroviarie dismesse di cui si era venuti in possesso e, forse, furono proprio queste due scelte a risultare decisive.

La motozappa non venne più utilizzata perchè si era constatato che il suo intervento era devastante nel senso che tutti i lombrichi di dimensioni appena accettabili venivano sistematicamente tritati dalle lame dell’attrezzo; le traversine vennero posate sul terreno e utilizzate come cornice alle aiuole in modo da poterci camminare su senza infangarsi i piedi quando il terreno era bagnato: questa decisione suscitò l’ilarità dei vicini che osservavano, non senza ragione, che la terra era già bassa di suo e in questo modo si rendeva ancora più faticoso il lavoro manuale di diserbo e la caccia alle lumache che restavano gli unici interventi di sostegno praticati alle colture. Per rivoltare la terra, in sostituzione della motozappa, non si utilizzò neppure la vanga a lama piatta, colpevole anch’essa di tagliare come un coltello tutto ciò che incontrava nella sua penetrazione e si preferì utilizzare una vanga a quattro denti che svolge egregiamente il lavoro con un impatto sul terreno meno pesante.

Alcuni anni dopo, con un lento e progressivo miglioramento, la situazione è sostanzialmente cambiata: intanto si è notata, progressivamente crescente nel terreno con il passare degli anni, la presenza degli orbettini, probabilmente non più falcidiati dalla motozappa e che, con le traversine, hanno potuto trovare strisce di terreno in cui nessun attrezzo andava a sconvolgere le loro eventuali tane. Le lumache sono diventate piuttosto rare e, poichè sono “nemiche” delle chiocciole, si è avuto un relativo aumento di queste ultime che, comunque, restano in quantità tale da non costituire un grosso problema per le colture. Quando, lavorando l’orto, ci si imbatte in questi molluschi di dimensioni medio-grandi ora vengono prelevati e messi in un vaso di vetro fino a che, nel giro di alcuni giorni, non si arriva alla quantità sufficiente per giustificare la loro trasformazione in dado per la zuppa dei cani, mentre quelli di piccole dimensioni non vengono più uccisi e rimangono nel terreno a “tenere in piedi il mondo” per garantire la continuazione del raggiunto equilibrio dinamico tra predati e predatori.

Si è finalmente potuto ristabilire in loco e per quello specifico problema una possibile convivenza tra i diversi elementi yin e yang.

Nell’immediato futuro, stante la avvenuta recinzione dell’orto, si tornerà in montagna a prelevare nella primavera una coppia di rospi per vedere se ora riusciranno a sopravvivere in modo da rendere superflua anche la caccia a chiocciole e lumache più grandi: gli orbettini, infatti, svolgono la loro caccia prevalentemente nel terreno mentre i rospi farebbero pulizia in superficie.

Il periodo giusto per cercare i rospi, volendo trovarli in coppia, è la settimana che precede la Pasqua che, come festa mobile collegata ai cicli lunari, indica sempre il momento in cui le forze della natura si risvegliano: se in tali giorni ci si trova nei pressi di uno stagno situato ad una altitudine tra i 500 e i 1.000 metri si potrà con un po’ di fortuna individuare una coppia di rospi. Se nell’orto disponiamo di uno stagno o di una vasca in cui raccogliamo l’acqua piovana scaricata dai tetti, la femmina vi deporrà le sue uova. Fino a poco più della metà del ventesimo secolo nelle campagne della pianura padana si potevano trovare in questo periodo i rospi nei pressi di qualunque stagno, ma oggi sono ormai talmente rari che, dove sono sopravvissuti, sono specie protetta e in quel caso è vietato prelevarli.

 

A proposito di compost

Se si dispone, nell’orto, di un po’ di spazio corrispondente ad una aiuola da tenere libera nel corso dell’annata, si potrà operare una progressiva rotazione che permetterà a quella parcella di terreno di riposare e di arricchirsi in modo eccezionale diventando la migliore compostiera possibile: lì finiranno tutti i rifiuti biodegradabili della casa e tutto ciò che nell’orto non potrà essere diversamente utilizzato; nel primo anno si formerà il mucchio di materiale da biodegradare dove non sarà necessario inserire i costosi attivatori di fermentazione venduti nei negozi di giardinaggio. Le deiezioni di qualunque essere vivente sono possibili fonti di fermentazione ma, in mancanza di queste, sarà sufficiente inserire saltuariamente, nel mucchio che si va formando, dell’erba sradicata in modo che rimanga della terra attorno alle sue radici e a questo punto miliardi di microrganismi si daranno da fare per demolire gli scarti trasformandoli in elemento prezioso per la fertilità del vostro orto.

L’anno successivo si comincerà a costruire in un’aiuola diversa il nuovo deposito di scarti e l’aiuola con il cumulo di compost in via di maturazione diventerà la parcella di terreno in cui si potranno seminare o trapiantare le zucche: queste su un simile sostrato si svilupperanno in modo rigogliosissimo e con l’ombreggiatura fornita dal loro fogliame proteggeranno il cumulo dal calore estivo riducendo al minimo il bisogno di innaffiare le zucche, per altri versi esigenti in fatto di irrigazione.

L’anno ancora successivo, e sarà il terzo da quando si era iniziato a depositare sulla prima aiuola gli scarti, la si potrà rastrellare per raccogliere gli elementi più grossolani, ancora da ulteriormente decomporre, che verranno trasferiti nel nuovo cumulo in formazione e si potrà lavorare per il nuovo ciclo di coltivazioni il terreno di quell’aiuola che rimarrà fertile per diversi anni di seguito.

Nelle altre aiuole, quando viene vangato il terreno, oltre al compost maturo eventualmente prelevato dal cumulo degli anni precedenti, si possono interrare in misura ragionevole anche erbacce e scarti non ancora biodegradati: in misura ragionevole nel senso che, rivoltando la terra con la vanga, dopo tre o quattro passate si potrà scavare con la zappa un solco nel quale interrare il materiale di cui si dispone, come per esempio l’erba sradicata per pulire il terreno prima della vangatura; questo solco verrà ricoperto con la terra asportata con la zappa e con le zolle rivoltate con la prima passata del prosieguo della vangatura e il successivo solco in cui verranno interrati altri scarti risulterà distante circa un metro dal precedente.

E’ vero che se si usa il compost maturo non è necessario fare il lavoro di interramento e basta distribuirlo in superficie sul terreno appena lavorato per poi amalgamare il tutto con il rastrello ed è anche vero che interrare le erbacce appena sradicate può spesso significare anche “riseminare” le erbacce, ma questo è un problema relativo nella nostra visione del mondo. Con l’interramento degli scarti non ancora biodegradati, infatti, i fermenti presenti nello strato superficiale del terreno -quei venti/trenta centimetri di profondità a cui può arrivare la nostra lavorazione manuale- si attivano e ci faranno trovare l’anno successivo, quando ripeteremo l’operazione della vangatura, un prodotto biodegradato al punto giusto da diventare nutrimento di uso immediato e totale da parte delle nostre verdure. In quanto al fatto che si offre l’opportunità alle erbacce di riemergere dai loro stessi semi che avremo interrato, si tratta di entrare nell’ottica, macrobioticamente corretta, per cui nel mondo il diritto alla vita non è solo per noi e per le forme viventi che in questo particolare momento ci fanno comodo perchè questa pretesa è figlia della presuntuosa ignoranza di chi non ha ancora capito che quella che noi abbiamo definita erbaccia invadente è un momento necessario di un equilibrio e di una armonia superiori che, forse, noi stessi abbiamo reso necessari: se non impariamo a convivere serenamente e ragionevolmente anche con ciò che non ci fa comodo prima o poi dovremo subire le conseguenze di una giustizia e razionalità agli occhi della quale anche l’essere umano potrà risultare una erbaccia da sradicare.

 

Stillicidio di corrente elettrica

Evitiamo lo stillicidio di corrente elettrica degli “stand by”, cioè dei dispositivi per cui la radio, il televisore, lo stereo, il videoregistratore, la segreteria telefonica, ... così come le multiprese e tutte le apparecchiature contenenti le spie di segnalazione del collegamento alla rete in atto, per cui sono pronti all’uso al minimo tocco del telecomando: le apparecchiature sono spente ma continuano a consumare corrente elettrica perchè grazie ad essa stanno mantenendo in memoria l’ultima stazione a cui ci siamo collegati, le istruzioni e la programmazione precedente o, semplicemente, sono pronte ad entrare in funzione anche se noi in quel momento non siamo per nulla interessati al loro utilizzo.

Analogo consumo, che sfugge ad un controllo visivo perchè in questo caso non ci sono spie luminose in vista, si verifica sovente nelle apparecchiature che hanno al loro interno inserito un trasformatore che porta la corrente di rete, che è corrente alternata a 220 volt, in corrente continua a basso voltaggio. Per capire in quali casi questo trasformatore è in funzione anche con l’apparecchio spento occorre guardare lo schema elettrico della apparecchiatura oppure, più semplicemente, fare alcune semplici verifiche. Se l’apparecchiatura ha una doppia presa, una per l’alimentazione a 220 volt e un’altra per l’ingresso della corrente continua possiamo stare tranquilli perchè in questo caso il trasformatore di corrente non è inserito nell’apparecchio ma, se pure fornito come corredo all’atto dell’acquisto, dovrà essere sistemato all’esterno e basterà stare attenti a non dimenticarlo inserito nella corrente di rete. Se, invece, c’è soltanto la presa per la corrente a 220 volt e l’apparecchio funziona a corrente continua -e questo particolare è precisato anche nella etichetta che ogni apparecchiatura riporta sul retro-, significa che ha inserito al proprio interno il trasformatore e allora, se non riusciamo a capire dallo schema elettrico se il trasformatore sia a monte o a valle dell’interruttore di accensione per essere sicuri che non consumi corrente occorre sempre accertarsi che la spina del filo di alimentazione sia disinserita dalla rete.

Staccare la spina è l’intervento risolutivo radicale, ma non è sempre comodo visto che le prese di corrente sono normalmente poste vicino al pavimento e molto spesso occultate da un tavolo, una poltrona, ...: un conto è fare questa operazione quando, d’estate, scoppia un violento temporale per cui vogliamo essere sicuri che il nostro computer non subisca danni da qualche scarica di fulmini, un conto è ripetere l’operazione ogni volta che si vuole accendere la radio.

Si tratta, allora, di inserire nel cavo che porta la corrente all’apparecchio, nella posizione e ad una altezza dal pavimento che risulti comoda, un interruttore a due vie: basta tagliare il filo e in quel punto inserire l’interruttore al cui interno i due fili di alimentazione risulteranno uno sempre collegato e l’altro in cui l’interruttore stabilirà o interromperà il collegamento, per cui agendo sull’interruttore sarà come se avessimo inserito o tolto la spina dalla presa di corrente.

 

Il dentifricio

Si può fare da sé, alternandolo al dentifricio normale.

Questo dentifricio è in polvere ed è costituito per 2/3 di bicarbonato di sodio e 1/3 di sale integrale; quest’ultimo va fatto asciugare bene, poi pestato nel mortaio e ridotto in polvere fine, mescolato al bicarbonato e, insieme a questa polvere ben amalgamata, si può aggiungere un cucchiaino di argilla ventilata, oppure un cucchiaino di cenere di legna, ovviamente ben setacciata; qualcuno sostiene che l’ideale sarebbe usare la cenere di legno d’ulivo, ma qui entriamo nelle finezze su cui si può sorvolare. Insieme si possono aggiungere dei profumi, per esempio alcune foglie di salvia seccate e sbriciolate e poi ridotte in polvere nel mortaio. Ohsawa suggerirebbe di aggiungere un po’ di dentì,  polvere ottenuta pestando nel mortaio della buccia di melanzana arrostita che, essendo così diventata molto yang, potrebbe essere curativa per gengive delicate: questa polvere curativa può comunque essere cercata anche nelle erboristerie.

Su questa polvere, tenuta in un vasetto di vetro, si appoggia la parte superiore delle setole inumidite dello spazzolino e abbiamo così un dentifricio particolarmente adatto a rimuovere i depositi di tartaro sulla parte visibile dei denti. Nulla da fare invece sui depositi di tartaro sul colletto dei denti, sotto le gengive, per cui solo l’intervento di pulizia del dentista può agire. Tuttavia se si sceglie la versione vegetariana della macrobiotica si scoprirà che anche la formazione del tartaro si riduce in modo sorprendente.

L’igiene della bocca trarrà ancora vantaggio dall’uso del filo interdentale. Al posto del filo si può provare ad utilizzare bastoncini di legno morbido e resistente, con i quali si liberano completamente gli spazi interdentali su cui non sempre lo spazzolino riesce ad agire: vengono venduti in farmacia come “stuzzicadenti stimolatori interdentali”, ma ce li possiamo produrre utilizzando i rametti terminali di betulle, olivo o altre piante che, decorticati ed appuntiti, hanno le dimensioni e la consistenza giuste. Al termine di questa operazione, un massaggio delle gengive con l’idropulsore completa l’opera di pulizia asportando tutto ciò che nella pulizia precedente si è smosso. Può sembrare un lavoro noioso ma se si riesce ad imparare a mangiare una sola volta al giorno merita farlo dopo il pasto, perché i risultati sono assicurati.

Si è detto sopra che il dentifricio in polvere di nostra produzione si può alternare al dentifricio normale, ma occorre una precisazione.

E’ bene utilizzare dentifrici diversi evitando quelli alla menta che risultano eccessivamente yin; molto meglio quelli al sapore salino, con un occhio di riguardo ai componenti.

Tutti i medici dentisti ribadiscono che il “Sodium Laureth (o Lauryl) Sulfate (SLS)” utilizzato come componente schiumogeno nella maggior parte dei dentifrici non è cancerogeno nelle dosi presenti nel dentifricio, ma il fatto è che questo componente, sicuramente cancerogeno in dosi consistenti, ce lo ritroviamo in molti altri prodotti utilizzati per l’igiene personale, per esempio negli shampoo: siamo proprio sicuri che il sovrapporsi di più dosi, ciascuna “garantita” come insufficiente per innescare la formazione di tumori, sia sempre perfettamente tollerabile dall’organismo considerata, anche, la concomitanza di tanti altri fattori di inquinamento con i quali siamo costretti a convivere? A questo punto è bene dare un’occhiata ai componenti della pasta dentifricia e alternare prodotti diversi, ulteriormente diversificandone l’uso con l’utilizzo di buoni collutori: con poche gocce di essi sullo spazzolino ci assicuriamo una buona pulizia dei denti con l’azione meccanica dello stesso spazzolino e un’azione di protezione gengivale e antiplacca con il collutorio.

In tal modo il nostro dentifricio in polvere verrà usato una volta ogni tanto, diciamo una volta alla settimana, risultandone così un utilizzo ottimale, dal momento che la sua azione risulterà piuttosto energica, come un vero e proprio lucidante per la presenza dell’argilla ventilata o della cenere.

Una visita semestrale di controllo dal proprio dentista è comunque necessaria perchè, se si comincia la pratica macrobiotica in età adulta, avendo già in precedenza dovuto fare sui denti interventi di un certo rilievo che tuttavia non li abbiano completamente devitalizzati, occorrerà seguire con cura l’evoluzione della situazione. I denti rimasti vitali, infatti, con una dieta macrobiotica ben equilibrata modificheranno la loro consistenza: si tratta di modifiche lente e praticamente inavvertibili, ma che verranno segnalate dal fatto che le vecchie otturazioni prima o poi salteranno proprio in quanto il dente è ancora vivo e, nel tempo, si modifica impercettibilmente; in tale caso un intervento tempestivo consente di fare una buona pulizia sostituendo la vecchia otturazione con una che potrà per diversi anni garantire un ottimale utilizzo dei denti, consentendo quella efficace masticazione che è un fondamentale presupposto per conservare la salute.

Una ultima osservazione sull’utilizzo dei normali dentifrici in commercio.

Nella pubblicità ricorrente, dove viene esibita una dentatura smagliante, si sottolinea accanto a questa l’immagine di uno spazzolino interamente ricoperto di pasta dentifricia che esce da un tubetto che ha un foro di uscita di diametro enorme: con un simile volume di erogazione stendere sullo spazzolino mezzo centimetro di dentifricio basta e avanza e in molti casi saranno più che sufficienti pochi millimetri; in questo modo la pulizia dei denti è comunque assicurata dalle setole dello spazzolino, che va scelto con cura e manovrato con attenzione insistendo soprattutto nella parte posteriore dei denti, riducendo così contemporaneamente la quantità di sostanze chimiche sulla cui innocuità si potrebbe ancora discutere.

 

 

Il deodorante

Con la pratica macrobiotica si diventa molto sensibili alle sostanze chimiche di sintesi, per cui si scopre che il 90% dei deodoranti comprati crea dei problemi alla pelle.

Come deodorante si può cercare in profumeria dei sali minerali di bauxite prodotti in forma di stick  di circa 3 centimetri di diametro. Secondo le istruzioni basta passare lo stick sulla pelle bagnata e automaticamente viene lasciata una traccia di sali di bauxite che sono naturali e frenano la traspirazione.

Si può fare, però, una cosa diversa: si può ricavare al centro dello stick, nella parte che verrà a contatto con la pelle, raschiandolo leggermente, un accenno di conca nella quale si potrà depositare qualche goccia di profumo, magari un profumo fatto in casa utilizzando le erbe profumate del nostro orto, messe in infusione nell’alcool etilico. In questo modo, invece di passare lo stick asciutto sulla pelle bagnata si farà il contrario, passando lo stick inumidito di profumo sulla pelle asciutta: così facendo l’epidermide, oltre ad essere profumata, resterà asciutta in modo più piacevole, con questo accorgimento si ha inoltre la possibilità di cambiare i profumi, usando erbe diverse.

 

Il detersivo per lavatrice

Come primo intervento, si possono addizionare al fustino o alla ricarica del normale detersivo in polvere che si trova in commercio una o più scatole di bicarbonato come correttivo della durezza dell’acqua del posto, evitando così di acquistare i preparati anticalcare che vengono venduti a prezzi esorbitanti.

Per i lavaggi sia con ciclo normale che per biancheria delicata ci si può preparare un detersivo economico, efficace e, rispetto ai detersivi in commercio, biodegradabile in misura nettamente superiore.

Occorre utilizzare uno di quei misurini che vengono dati insieme ai detersivi liquidi per lavatrice: sono palline di plastica, con una capienza prevista per un normale carico di 5 kg. di biancheria e che hanno il coperchio forato, per consentire una graduale dispersione del detersivo nell’acqua di lavaggio. In questo misurino si mette una quantità di normale detersivo liquido per piatti pari a circa 1/10 del suo volume, in rapporto al carico di biancheria. Insieme a questo detersivo si aggiungono uno o al massimo due cucchiai di normale detersivo in polvere per lavatrici e infine si riempie il misurino con il sapone di Marsiglia liquido preparato in casa.

Questa mistura, costituita per la maggior parte di sapone di Marsiglia, di un cucchiaio di detersivo in polvere e di una limitata quantità di detersivo liquido per i piatti, ha diversi pregi: inquina molto meno dei detersivi oggi venduti per lavatrici perché è biodegradabile in misura maggiore e, inoltre, costa molto meno.

Dopo qualche tentativo si scopre qual è la giusta misura di detersivo liquido per i piatti, che è quello che fa più schiuma, in rapporto al carico e al tipo di biancheria da lavare, osservando la quantità di schiuma che si sviluppa durante il lavaggio: questa schiuma deve esserci, perché altrimenti significa cha la quantità che è stata utilizzata non è sufficiente per sciogliere a fondo lo sporco accumulato nei vestiti e non deve, d’altra parte, essere troppa perché, oltre ad essere un inutile spreco inquinante, rischia di creare problemi alla lavatrice.

Non ci si deve aspettare di ottenere il bucato bianco come con i detersivi normali, che contengono dei prodotti chimici più potenti, però la biancheria che esce con questo detersivo casalingo rivela il profumo di pulito. Non ha il bianco degli sbiancanti ma, d’altra parte, la biancheria dura anche molto di più, perché gli sbiancanti sono aggressivi nel confronto delle fibre, per cui avremo un detersivo che risolve il problema del lavaggio, costa molto meno e fa durare di più la biancheria, oltre che risultare meno dannoso per l’ambiente.

 

Costruiamo un essiccatore

Si parte da un tubo di metallo, di grosso diametro, verniciato di nero. Ideale è un bidone da olio che ci si può far regalare da un meccanico: in questo caso c’è il lavoro di preparazione preliminare che consiste nella asportazione dei due fondi, in modo da farlo diventare un tubo di grosso diametro: un robusto apriscatole tradizionale, a leva, un martello per ribattere, una lima per rifinire i resti taglienti della lamiera asportata e un po’ di pazienza risolveranno il problema.

Poi si fanno con un trapano i fori necessari per la creazione dei ripiani di essiccazione. Per ogni ripiano occorreranno 4 fori, dal momento che questi verranno utilizzati per fare passare i tondini di ferro su cui verranno poi posate le griglie con la frutta o le erbe da essiccare. Ovviamente i quattro fori dovranno essere posizionati con cura per far sì che i due tondini di ferro, che li attraversano a due a due, creino una base di appoggio per la griglia che dovrà essere quanto più possibile in piano. Nel caso del bidone il calcolo sarà reso molto più semplice dalle nervature ad anello delle pareti laterali del bidone e che costituiranno un ottimo punto di riferimento.

Le griglie si possono costruire acquistando da un negozio di ferramenta della rete zincata sufficientemente robusta e di altezza adeguata e poi con una tenaglia e un altro po’ di pazienza si sagomerà la rete facendola diventare di forma circolare di diametro adeguato.

Terminati questi lavori di preparazione, si vernicia di nero la parte esterna dell’ex bidone e lo si mette al sole sollevato da terra con tre mattoni: si creerà al suo interno una corrente ascensionale di aria calda che assicura un risultato soddisfacente.

Fatto lo sforzo iniziale per costruirlo, l’energia per il suo funzionamento sarà fornita gratuitamente dal sole.

 

Trappole anticalabroni per difendere la frutta

Qualcuno usa, come trappole, appendere sui rami degli alberi da frutto da difendere delle bottiglie di plastica dell’acqua minerale con, all’interno, qualche centimetro di birra che non attira molto le api. L’acqua zuccherata non è invece così selettiva e finirebbe per catturare senza distinzioni api, calabroni e mosche.

La trappola diventa ancora più efficiente se si taglia la parte superiore della bottiglia -circa 8, 10 centimetri- inserendo poi questa parte superiore, capovolta come fosse un imbuto, nel rimanente corpo della bottiglia, in modo che l’imbuto favorisce l’ingresso nella trappola e, nella direzione opposta, ne rende più complessa l’uscita.

Se la produzione di frutta avviene in un frutteto famigliare dove non si tratta di produrre per il mercato, è meglio lasciare spazio anche a questi insetti: a tempi lunghi rispettare l’ambiente e le sue leggi naturali è sempre il migliore investimento perchè prima o poi si creeranno automaticamente le condizioni perchè possano svilupparsi i predatori degli insetti “dannosi” che ristabiliranno l’equilibrio. (vedi lumache)

 

Irrigare l’orto risparmiando acqua

Ci sono piante e verdure a ciclo annuale che hanno il maggiore bisogno di acqua nella stagione calda, quando la pioggia si fa attendere a volte anche più di un mese.

Bagnando in modo tradizionale a pioggia o facendo scorrere nel terreno l’acqua, questa viene in buona parte sprecata a causa della rapida evaporazione dell’acqua superficiale che, in tal modo, forma anche una crosta sul terreno che per capillarità creerà le condizioni fisiche per l’evaporazione dell’acqua anche dagli strati più profondi.

In un piccolo orto familiare non è necessario ricorrere al costoso impianto di tubi interrati che, costruiti con materiale poroso, rilasciano goccia a goccia l’acqua nel terreno circostante; tale impianto, oltre tutto, diventa presto da sostituire quando l’acqua utilizzata è, come spesso succede, piuttosto dura e il calcare che si deposita nelle pareti dei tubi ne riduce presto l’efficienza.

La proposta, già ampiamente praticata, è di utilizzare le bottiglie di plastica dell’acqua minerale, da un litro e mezzo o, meglio ancora, da due litri. A queste bottiglie si asporta con una lama affilata il fondo e poi con un punteruolo si praticano due o quattro fori sul collo della bottiglia, quanto più possibile vicino al tappo che dovrà essere ben chiuso. Se si utilizza un punteruolo e si lavora a mano, senza usare un trapano per il quale risulta necessaria anche una morsa che tenga ben ferma la bottiglia durante la foratura, si andrà a fare i buchi nel punto in cui la plastica, che è spessa e consistente nella zona in cui è avvitato il tappo, diventando più sottile permette agevolmente l’introduzione del punteruolo.

Le bottiglie verranno interrate fino a metà in posizione capovolta, in modo che dal terreno sporga il fondo che risulterà aperto e verranno posizionate in modo che si troveranno, per esempio, al centro di un quadrato ai cui quattro angoli saranno seminati o trapiantati gli ortaggi di cui ci interessa irrigare le radici: in questo modo il terreno superficiale resterà asciutto riducendo così il bisogno delle erpicature continue per trattenere l’acqua negli strati più profondi. Si eviteranno anche, in tal modo, i danni causati dalla reazione del calore ambientale con l’acqua che ha temperatura più bassa e dell’”effetto lente” creato dalle gocce d’acqua colpite dal sole che letteralmente “bruciano” le foglie degli ortaggi. In altre parole, si consuma solo l’acqua necessaria che va direttamente alle radici che la utilizzano.

C’è chi, in questo modo, riempiendo con un innaffiatoio le bottiglie interrate, nei giorni in cui le piante ne hanno bisogno, riesce a prodursi nel proprio orto i 20 kg. di granoturco che gli garantiscono la polenta migliore del mondo per tutto l’anno.

 

Un impregnante per il legno

Per conservare in buono stato una palizzata di legno per la quale si abbiano esigenze di sostanza più che non esigenze di carattere estetico, ci si può produrre un ottimo impregnante che risulta anche economico.

E’ composto per il 50% di gasolio unito con lo stesso volume di olio di lino crudo: quest’ultimo ha la funzione di conservare “giovane” il legname mentre il gasolio assicura la funzione antifungina e antiparassitaria.

Le percentuali di gasolio e di olio di lino potranno variare in rapporto alle condizioni del legname da trattare nel senso che, se questo è ancora in buone condizioni si potrà ridurre la percentuale di olio di lino crudo che, altrimenti, non verrebbe completamente assorbito. Anche le pennellate dovranno essere calibrate: se il legno è stato ormai da anni sottoposto al sole e alle intemperie assorbirà molto di più e saranno necessarie anche due o tre passate. Per una normale manutenzione è sufficiente una ripassata ogni anno.

Un rapporto 3/4 - 1/4 rispettivamente di gasolio e olio di lino crudo è anche efficace come tarmicida: in questo caso la soluzione va iniettata con una siringa fino a saturazione del foro che andrà poi richiuso per evitare in seguito di rifare il trattamento nello stesso punto.

Per otturare il foro si potranno usare prodotti diversi, a seconda del maggiore o minore pregio del legno che è stato trattato.

Nel caso di un mobile antico il prodotto migliore è senz’altro il propoli, una sostanza resinosa e vischiosa che viene utilizzato dalle api per chiudere gli interstizi tra i vari melari: lo si può acquistare nei negozi di erboristeria o specializzati in prodotti biologici, ma viene fatto pagare molto caro. Se conoscete un apicoltore lo potete acquistare da lui a prezzo molto più vantaggioso, magari prestandovi qualche ora per aiutarlo a ripulire i vecchi melari: in questo caso il prodotto risulta più “ruspante”, ma è perfetto per l’uso che viene qui suggerito. La pallina di propoli potrà essere conservata in un sacchetto di plastica e, all’occorrenza, sarà sufficiente il calore delle dita per rammorbidirla in modo da poterla spalmare sul buco che deve essere sigillato.

Per tale lavoro è consigliabile utilizzare una spatola di legno che ci si può costruire tagliando in diagonale un rametto di pochi millimetri di diametro tratto da un legno sufficientemente consistente come un ciliegio, un pero, un melo, … .

Nel caso invece di manufatti di legno meno pregiati si potranno utilizzare, per la otturazione dei buchi originati dalle tarme, prodotti come la cera di candele opportunamente colorate, la pasta con cui vengono fissati i vetri al telaio delle finestre, le cere da modellare che vengono vendute nei negozi di giocattoli per l’infanzia: in questo caso si possono acquistare le tavolette di cera nei colori base che, mescolate opportunamente, potranno assumere i colori più confacenti per essere utilizzati sul legno che dobbiamo trattare. Queste tavolette, conservate nella loro confezione, si conserveranno morbide per molti anni.

Va, comunque, precisato che se il mobile su cui dobbiamo fare il trattamento tarmicida è costituita da una essenza chiara, per cui le iniezioni di gasolio e di olio di lino finirebbero per creare nelle venature una antiestetica macchia scura, il miglior tarmicida da iniettare resta sempre l’acquaragia che è incolore e non crea mai problemi.

 

 

Un lumino particolare

Ci si può fare un lumino particolare per non disturbare la moglie quando si va a letto tardi.

Immaginate un porta candela che ha una boccia di vetro -come se fosse un lumino a petrolio- che protegge la fiamma dalle correnti d’aria; se ne trovano ancora nei mercatini dell’usato.

Se voi, andando a letto tardi, utilizzate questa candela potete evitare di accendere le luci e così  non disturbate chi dorme; quando si è pronti per infilarsi sotto le coperte si copre lo sfiato superiore della boccia di vetro del portacandela con un vasetto capovolto: restano circa 30 secondi di tempo per infilarsi a letto e sistemare le coperte, intanto la fiamma della candela consuma l’ossigeno che è contenuto nella boccia e si spegne lentamente senza un filo di fumo e di odore, perché il fumo e l’odore si formano dal momento in cui, spegnendo con un soffio la candela, rimane ancora il lucignolo incandescente che continua ad ossidare la paraffina della candela, mentre invece in questo modo il lucignolo si raffredda a mano a mano che, riducendosi l’ossigeno, si rimpicciolisce progressivamente la fiamma.

 

Un altro lumino particolare può essere fatto riciclando l’olio della friggitrice.

Si utilizza un vasetto come contenitore dell’olio, come lucignolo una stringa di cotone nuova o anche usata purchè opportunamente sgrassata. Per sostenere il lucignolo si taglia un dischetto di sughero da un tappo e lo si fodera con dell’alluminio un po’ consistente, come quello dei contenitori da forno; si fora al centro del galleggiante così ottenuto, in modo da fare passare di stretta misura la stringa-lucignolo.

Come tutti i lumini a olio dopo un po’ di tempo occorre pulire il lucignolo togliendo la parte superiore carbonizzata e questa pulizia sarà tanto più frequente quanto più denso risulterà l’olio, però la durata di una buona fiamma sarà più che sufficiente per tenere un po’ di compagnia o per essere utilizzata come scaldavivande.

Avendo due o tre lumini da utilizzare in successione, in modo da assicurare la continuità della fiamma senza dovere fare la pulizia del lucignolo, si possono con la fantasia scoprire usi diversi: c’è chi si è costruito uno scaldino per i piedi, utilizzando una lastra di ferro di diversi chili che, posata sopra un contenitore di plastica al cui interno sono disposti uno o più lumini, raggiunge una temperatura ottimale sia per essere utilizzata come scaldino che come piastra su cui appoggiare prodotti che devono lievitare, come l’impasto del pane.

Sono quelle piccole cose che danno la sensazione di essere padroni della nostra vita e non totalmente dipendenti da un mondo sempre più tecnologicamente lontano dalle nostre possibilità di intervento e di scelta.

 

 

Un pennello per ungere il fornetto

Quando si usa il fornetto e si deve rendere antiaderente la sua superficie interna, la si può ungere di olio e poi stenderci su un velo di farina. Per ungere di olio la superficie interna di alluminio si può utilizzare un comune pennello che, poi, dovrà essere utilizzato solo per questa operazione perchè in realtà non è più possibile lavare e sgrassare perfettamente il pennello, soprattutto alla base delle setole; i problemi poi aumentano con il passare del tempo perchè il pennello comincerà a perdere setole, in conseguenza del fatto che risulterà diffcicile mantenerlo in buone condizioni.

Si può risolvere il problema con un pennello autocostruito.

Ci si procura un tubo di plastica di circa 1,5 centimetri di diametro e lungo circa 20 centimetri: si potrebbe utilizzare, per esempio, un pezzo di scarto dei tubi che gli elettricisti utilizzano per installare i fili dell’impianto elettrico nelle case.

Una estremità del tubo potrà, volendo, essere chiusa con un tappo e, dalla parte opposta, si farà un taglio di alcuni centimetri in corrispondenza delle estremità del suo diametro: in questo modo il tubo, dalla parte tagliata, potrà allargarsi se sottoposto ad una forza dilatante che agisce dall’interno, mantenendo la capacità, come una molla, di richiudersi appena possibile fino alla misura del proprio diametro. In questa parte tagliata del tubo si potrà inserire un pezzo di tela o di stoffa arrotolata su se stessa in modo che il rotolo abbia un diametro leggermente superiore a cm. 1,5: in questo modo trattenuto saldamente dalla superficie interna del tubo di plastica che tenderà a mantenere la sua dimensione normale. Il rotolo di tela risulterà perciò da un lato inserito nel tubo di plastica e dall’altro potrà funzionare come un pennello per spargere l’olio sulla superficie del fornetto.

Se il fornetto verrà utilizzato almeno una volta la settimana non sarà necessario lavare ogni volta la tela che rimane imbevuta di olio e sarà così riutilizzata senza problemi per diverso tempo. Il pennello autocostruito potrà essere ritirato in un vasetto di vetro a sua volta coperto con un sacchetto di plastica per riparare il tutto dalla polvere.

Al posto della tela si può anche usare la carta assorbente di un rotolo asciugatutto: quelli di buona qualità non si sfaldano nè si sbriciolano facilmente e potrà essere così utilizzato per diverso tempo e, quando sarà il momento di cambiare la carta, questa potrà essere riciclata come combustibile nella stufa o nel forno per il pane.

 

Le pile ricaricabili

Le pile ricaricabili sono da utilizzare quanto più possibile in sostituzione di quelle normali alcaline che risultano certamente più potenti e durature ma, una volta scariche, sono da buttare e risultano altamente inquinanti.

Anche le pile ricaricabili sono pesantemente inquinanti, ma usandole con accortezza durano anni e diventano quindi un buon investimento non soltanto dal punto di vista economico; a questo proposito occorre però fare un discorso che non tutti conoscono.

Le pile ricaricabili della prima generazione sono ancora oggi le più vendute perchè sono meno costose di quelle più recenti: le prime sono pile al nichel-cadmio, le seconde al nichel-metal-idruro. Le prime presentano come problema l’effetto-memoria, per cui se non vengono correttamente ricaricate finiscono per non essere più efficaci; le seconde sono più evolute da questo punto di vista, pur non essendo ancora perfette, ma vengono fatte pagare molto di più e sono ancora poco diffuse. E’ bene perciò imparare ad utilizzare quanto meglio possibile le pile al nichel-cadmio.

Perchè la loro ricarica sia quanto migliore possibile devono essere completamente scaricate, il che non avviene quando le togliamo dalla radio perchè la tensione da esse erogata si è abbassata sotto la soglia minima che garantisce un buon funzionamento dell’apparecchio. In questo caso occorre avere già pronte, di scorta, una confezione di pile già ricaricate e quelle tolte dalla radio possono essere inserite in una torcia portatile nella quale risulti schiacciato il pulsante di accensione: la torcia non darà alcuna luce perchè la tensione delle pile non è più in grado di accendere la lampadina, ma il circuito interno, in quanto chiuso, continua a scaricare le pile che nel giro di qualche tempo risulteranno veramente azzerate e, quindi, in grado di essere ricaricate al massimo della loro effcienza.

E’ bene seguire questa procedura, saltuariamente, anche per le pile ricaricabili di seconda generazione, se vogliamo averle in perfetta efficienza per anni.

In ogni caso, comunque, tutte le pile ricaricabili vanno ricaricate solo quando è previsto il loro utilizzo a tempi brevi, perchè tendono a scaricarsi anche se non utilizzate, a differenza di quelle alcaline. A questo scopo può essere utile questo suggerimento pratico: se si utilizza una apparecchiatura nella quale sono inserite diverse pile ricaricabili si può tenere, di riserva, un pari numero di pile alcaline che possono essere tenute di scorta per molti mesi senza che perdano significativamente la loro carica. In questo periodo ogni volta che le pile ricaricabili che assicurano il funzionamento dell’apparecchio vengono meno possono essere sostituite in blocco e, nel giro di poche ore, potranno essere completamente scaricate e ricaricate, in modo da tornare quanto prima possibile ad avere le pile alcaline come scorta. E’ una procedura che farà arricciare il naso ai più, ormai irrimediabilmente contagiati dalla fretta che li porta a non tollerare una simile procedura, ma costoro ignorano quanto danno all’ambiente portano questi usa e getta chimicamente così aggressivi. D’altra parte le nostre proposte di “yoga tecnologico-occidentale” non hanno la pretesa di essere attraenti per questo genere di persone.

 

Per conservare la fragranza originale dei profumi.

Sia che vi piaccia cambiare ogni giorno il profumo che, invece, preferiate utilizzarne uno solo si può risolvere il problema del fatto che, con il tempo, la fragranza originale tende irrimediabilmente a perdersi con il progressivo ridursi del contenuto e con gli scuotimenti che, con il contenitore aperto per l’uso quotidiano, disperdono nell’aria le essenze più volatili.

A tale scopo si possono utilizzare quelle confezioni mignon che vengono offerte in omaggio come prova. Con un imbuto apposito che si trova nelle profumerie si possono riempire questi mini contenitori, per cui le confezioni originali di profumo si aprono solo quelle poche volte in cui si riempie la confezione usata quotidianamente.

 

Il sapone di Marsiglia liquido

Si prende un qualunque contenitore di plastica trasparente o semitrasparente, pensate ad esempio alle confezioni di un litro e mezzo di detersivo per i piatti; si mettono due o tre cucchiaiate di sapone di Marsiglia in scaglie e poi lo si riempie di acqua demineralizzata.

Bisogna avere l’avvertenza di scuotere subito il contenitore e poi due, tre, quattro volte nell’arco delle 24 ore, poi lo si scuote soltanto più ogni 2, 3 giorni, finchè la soluzione diventa una omogenea gelatina che potrà essere più o meno densa, a piacere, variando la quantità di acqua o di scaglie di sapone; se non si scuote, il sapone tenderà a formare una massa molto densa sul fondo del contenitore e ciò ne renderà più difficile l’utilizzo.

Non aspettatevi che funzioni con la potenza di un detersivo liquido normalmente in commercio; però quando mettiamo la biancheria in lavatrice e preventivamente stendiamo questo sapone liquido con uno spazzolino sui polsini, sul colletto e sulle macchie un po’ particolari in modo che il sapone penetri bene nelle fibre, il lavaggio risulta soddisfacente; non dimentichiamo che si ottiene lo stesso risultato bagnando le parti da trattare e poi sfregandovi sopra il pezzo di sapone.

Il sapone di Marsiglia liquido, così prodotto in casa, risulta ottimo anche per il lavaggio a mano sia dei capi delicati che di altri capi come gli asciugamani, quando non abbiamo la quantità di capi da lavare che giustifichi l’uso della lavatrice.

Usando il sapone liquido utilizziamo il tempo come energia che finisce per potenziare la forza sgrassante: si lasciano i capi nell’acqua saponata fredda per 24 ore, avendo l’avvertenza di smuovere la biancheria in ammollo tre o quattro volte. Passate le 24 ore se l’acqua saponata fa ancora schiuma, il che testimonia ancora una sua capacità detergente, tolti i capi già lasciati a bagno si potranno ulteriormente mettere in ammollo capi meno delicati, come calze e fazzoletti. I capi delicati in precedenza lasciati in ammollo e poi strizzati sarà bene lasciarli ancora qualche ora a bagno in una bacinella con acqua pulita, in modo che questo secondo ammollo sciolga bene i residui di sapone; al termine un ultimo risciacquo in acqua pulita ci permetterà di avere la biancheria perfettamente pulita.

Sottolineiamo che pulita non significa “candida”: i panni possono essere puliti pur conservando le macchie o gli aloni lasciati da frutta, erbe o verdure particolari. L’uso dei candeggianti, aggressivi nei confronti dei tessuti trattati e dell’ambiente è inaccettabile dal punto di vista macrobiotico e risulta più saggio acquistare tessuti e panni per l’uso della cucina tali per cui il loro colore di fondo renda in qualche modo accettabile anche il successivo sovrapporsi dei colori della frutta e verdure con cui saranno venuti a contatto: a noi interessano le cose fondamentali come il rispetto per l’ambiente e la salute assicurata dall’igiene resa possibile dal nostro detersivo di sapone di Marsiglia. Il profumo che il sole e il vento lasciano nei nostri panni così lavati renderà insignificante l’eventuale alone di colore che ne testimonia l’uso: il nostro intento, caso mai, è di dare vita ad una nuova tendenza, quella dei “teli mimetici” da cucina.

 

 

 

Lo yoga della saponetta

La saponetta che usiamo per lavarci può essere pregiata o potrebbe anche essere, semplicemente, un buon sapone di Marsiglia ma, alla fine, molti buttano l’ultimo pezzo che è ormai troppo piccolo per essere utilizzato normalmente.

Si può ovviare a questo spreco facendo, contemporaneamente, una pratica di yoga che ci aiuta a conservare un maggiore livello di consapevolezza anche nei momenti di banale pratica quotidiana.

Partiamo dalla saponetta nuova. Normalmente si prende la saponetta con le mani asciutte e poi si bagnano sotto il rubinetto mani e sapone, sovente con il rubinetto aperto al massimo. Si tratta di decidere di comportarci in modo esattamente opposto: si apre il rubinetto quanto meno possibile, ci si bagnano le mani, si scuote l’acqua in eccesso e poi si prende la saponetta facendola girare più volte nel palmo delle mani, in modo che si consumino prevalentemente i bordi esterni fino a che la saponetta non sia più bagnata, tanto da poterla riporre senza che si formi l’antiestetica ed antieconomica gelatina di sapone molliccio alla sua base. Fatto questo, ci si ribagna le mani e, mettendoci il tempo necessario rigirando le mani e riinumidendole ogni volta che sarà necessario, si trasforma lo strato denso di sapone che inizialmente era stato asportato dalla saponetta in una bella schiuma con la quale ci si può lavare. Adesso si può aprire in modo più deciso il rubinetto e procedere al risciacquo: in questo modo si risparmia l’acqua e, doppiamente, il sapone perché se ne usa ogni volta lo stretto necessario e, con il tempo, si arriva a fare assumere alla saponetta una forma quanto più possibile vicino a quella sferica. Quando, con l’uso, la saponetta avrà assunto dimensioni più ridotte si potrà usarla nel modo solito, per cui finirà per avere una forma a “osso di seppia” che non rischierà più di rompersi perché troppo lungo: in quel momento potrà essere utilizzato per il bidet e quando poi, anche per il bidè, diventa troppo piccola, si può farla aderire alla saponetta nuova, utilizzando come collante un sapone derivato dall’olio di palma: un sapone di colore verde/giallo venduto in una confezione di cellophane e di consistenza morbida, al punto da poter essere spalmato con la lama di un coltello sulla nuova saponetta per fare in tal modo aderire l’ultimo residuo della vecchia saponetta.

Questa non è avarizia al limite della psicosi, è rispetto per le cose minute, è una cosciente forma di ribellione al tipo di cultura proprio dei paesi che dominano il pianeta insozzandolo con i loro rifiuti con i quali si moltiplicano milioni di topi che prima o poi si riveleranno un problema gravissimo e incontrollabile. E’, in ultima analisi, cercare di vivere con un maggiore livello di consapevolezza: per questo lo abbiamo chiamato yoga della saponetta. Le nostre quotidiane attività possono diventare occasione per una crescita interiore e, in questo senso, si può affermare che yoga supremo è fare qualunque cosa in cui siamo impegnati, anche quella apparentemente più insignificante, nel modo migliore possibile. Questo non significa che bisogna andare a cercare regole codificate da seguire passivamente, ma cercare di avere quanto più possibile presente che il nostro livello di consapevolezza va spinto sempre oltre, mai paghi dei risultati raggiunti.

Può essere pratica yoga, trovandosi chiusi in un convento, interrompere il sonno per la recita del Mattutino così come, per una persona che vive immersa nel ritmo frenetico di una grande metropoli, ricordarsi di respirare a fondo, non in modo meccanico, per giungere progressivamente a vivere perchè lo vogliamo noi, non perchè ci troviamo ad essere vivi.

Ancora una volta abbiamo l’occasione per sottolineare gli aspetti potenzialmente negativi di una scelta come quella di entrare in un convento che ci costringe al rispetto di una regola di vita che, nel corso del tempo, potrà essere occasionalmente vissuta come una costrizione a cui non ci si può più sottrarre. La comunità ideale è, secondo noi, quella che rispetta il tuo ritmo evolutivo consentendoti di essere, in ogni momento, responsabile delle tue scelte: in questo caso la presenza delle persone che compongono la comunità diventa semplice testimonianza di una visione della vita che tu pure condividi e, in questo senso, un potente fattore di stimolo e di supporto che, però, mai ti costringe al rispetto di regole che devi invece darti da solo, con la progressiva maturazione che vai realizzando.

Come può diventare un momento di evoluzione positiva il “ricordarsi di respirare a fondo” così si può raggiungere lo stesso scopo imparando a parlare con calma: se si parla rapidamente si può pur sempre seguire un filo logico ed esprimere cose sensate ma, se il discorso è lungo ed articolato, finisce per prevalere il nostro io mentale inferiore, quello che sgomita per trovarsi in prima fila, quello che costituirà la quarta morte che necessariamente dovremo affrontare –dopo quella fisica, eterica, astrale- di quell’io di cui dovremo assolutamente liberarci: se è così difficile ricordarci di essere già esistiti è perchè la maggior parte di noi riduce ancora la quasi totalità della propria consapevolezza al proprio io mentale inferiore. Coloro che sentono come vera la dottrina della reincarnazione hanno già cominciato a dare più spazio al mentale superiore: imparando a parlare con calma si dà il tempo alla nostra coscienza di cogliere stimoli e intuizioni che compaiono sullo sfondo di essa, passandoli in rassegna e dando loro l’opportunità di proporsi come argomenti da sviluppare che, altrimenti, verrebbero oscurati dalle forme pensiero più agitate, quelle che abbiamo coltivato magari nelle ultime ore sotto l’influsso di eventi esterni o stimoli passionali.

Quello che abbiamo chiamato yoga della saponetta si inserisce nel progetto di yoga supremo che dobbiamo perseguire e che possiamo sintetizzare nei seguenti tre punti:

1)- Sapere in che direzione vuoi andare

2)- Individuare, in conseguenza di ciò, le cose che devi fare

3)- Farle nel modo migliore possibile.

La consapevolezza contemporanea dei tre punti è propria dell’illuminato. Una persona che sceglie di vivere con maggiore consapevolezza deve cominciare con il fare quanto meglio possibile le cose contemplate dal suo stato presente, come condizione risultante di un karma pregresso a cui nessuno può sottrarsi: in tal modo pone le migliori premesse per poter fare progressivamente chiarezza dentro di sè, mettendo così sempre meglio a fuoco la meta verso cui dirigere i suoi passi: in quel momento la capacità di autocontrollo maturata nella pratica del terzo punto lo porterà a individuare, sul piano concreto della pratica quotidiana, le scelte migliori in funzione di ciò che si è deciso di diventare.

E’ con questa progressiva crescita di coscienza che chi vive praticando la filosofia macrobiotica non potrà più sopportare la schizofrenica condizione di lavorare in un  settore in cui la produzione è finalizzata a scopi inaccettabili dal punto di vista etico (armi, prodotti chimici inquinanti, progetti che riducono la vita umana, animale e vegetale a strumento per il profitto, ...). Nel caso in cui il contesto lavorativo in cui ci si trova inseriti sia volto in direzioni oggettivamente contrastanti con i principi macrobiotici –chi opera nella maggior parte degli ospedali, nelle attuali produzioni alimentari e, praticamente, in tutte le grandi industrie multinazionali, ...- saprà trovare la flessibilità necessaria per non irrigidirsi e abbandonare il suo “campo di battaglia”: anche chi lavora in un ospedale tradizionale, così come chi produce gelati potrà vivere e svolgere il proprio lavoro in modo da essere preziosa testimonianza e stimolo perchè altri rivedano criticamente la propria concezione della vita.

 

 

Lo yoga della scopa di saggina

Consumandosi con l’uso, la vecchia scopa di saggina si presenta solitamente con la parte inferiore, che si usura contro il terreno, consumata in modo asimmetrico perchè è stata usata sempre dalla stessa parte, evidenziando in modo sempre più netto la naturale inclinazione con la quale viene manovrata. La asimmetricità dell’usura viene poi ad aumentare progressivamente dal momento che si avrà sempre più la tendenza ad utilizzarla con la stessa procedura. Alla fine del suo utilizzo ci si troverà con una parte in cui la saggina risulterà completamente consumata e, dall’altra, ci sarà ancora un lungo “pennello” ricurvo di saggina buono soltanto per stanare dagli angoli qualche ragno riottoso.

Lo yoga della scopa di saggina consiste nell’avere l’accortezza, fin da quando la scopa è nuova, di utilizzarla sempre tenendo presente che si deve tenerla girata esattamente al contrario di come essa tenderebbe a portarci, essendosi già in qualche modo evidenziato un principio di usura asimmetrica.

Anche qui il vero scopo di questa scelta non sta solo nella valutazione economica della maggiore durata nella sua massima efficienza quanto piuttosto nel fatto che ci abituiamo a vivere nel modo in cui noi, a ragion veduta, decidiamo di scegliere, non più trovandoci a camminare in una certa direzione perchè così portati da una successione di eventi che abbiamo passivamente accettato. Questa scelta non viene fatta, d’altra parte, con la pretesa di dominare il mondo in modo perfetto perchè, comunque, una tendenza al consumo asimmetrico ci sarà pur sempre, ma un conto è trovarsi con una asimmetricità per noi irreversibile e costringente cosa diversa è sentirne la presenza potendola contrastare per scelta cosciente e, all’occorrenza, sfruttandone la ineliminabile presenza quando abbiamo a che fare con i ragni riottosi.

Il fatto poi che la saggina tenda sempre più ad incurvarsi da una parte rendendo sempre più difficile il controllo della asimmetricità del consumo è anche data dal fatto che la scopa non utilizzata viene di solito lasciata in un angolo con tutto il suo peso che si scarica sulla parte più morbida della saggina. Il problema è facilmente risolvibile.

Si può forare con un trapano la parte superiore del manico di legno inserendo poi un anello di spago sufficientemente robusto, potendola così appendere in modo da tenerla sollevata da terra. Nel vano adibito a deposito della nostra scopa basterà fissare al muro, all’altezza ottimale, con due tasselli ad espansione una lista di legno lunga e spessa quanto basta per avvitarvi tutta una serie di ganci a cui appendere gli attrezzi di pulizia, rendendoci così più facile anche questa pratica di yoga.

Il giorno in cui avremo costruito una comunità capace di convivere con la tecnologia più raffinata avendo la sensibilità di riutilizzare il manico della nostra scopa di saggina usurata, il mondo avrà ancora tanti altri problemi da risolvere, ma questa comunità sarà tornata a gustare la serenità di fondo che i nostri vecchi ormai da troppi decenni si limitano solo più a rimpiangere.

 

 

 

Lo shampoo

Per il lavaggio dei capelli si può acquistare un normale shampoo neutro e se ne riduce alla metà o ad un terzo il contenuto, versandolo in altri contenitori. I contenitori così ottenuti si possono riempire con il sapone liquido di Marsiglia, che ci si può fare in casa, magari anche profumandolo con le erbe dell’orto, come si suggeriva per il deodorante.

 

La pulizia delle stoviglie

Quando non si usano più in cucina cibi e condimenti di origine animale si semplificano anche le operazioni di pulizia nel senso che i detersivi oggi in commercio non sono più necessari.

Le pentole e i piatti in cui si sono fatti cuocere e si sono mangiate la frutta e le verdure non utilizzando neppure i grassi vegetali si lavano perfettamente con l’acqua fredda e una spugna, quando si sarà usato l’olio di oliva basterà l’acqua calda; se si ha la sensazione che permanga un velo di unto sarà la prova che si è esagerato nell’utilizzo dei grassi vegetali: la quantità macrobioticamente corretta dell’olio deve essere così ridotta da risultare tutta incorporata nelle verdure e qualunque traccia di esso che rimanga sul fondo del tegame testimonia la nostra mano pesante nell’uso del condimento. Siamo piuttosto lontani dalle abitudini della cucina normale di oggi e non per nulla chi segue i principi macrobiotici non sa che cosa sia l’eccesso di peso.

Quando si è esagerato nel condimento o si è eccezionalmente utilizzato un grasso animale o, peggio ancora, grassi idrogenati, ci vorrà oltre all’acqua calda anche del sapone di Marsiglia liquido; i detersivi sintetici sono indubbiamente più potenti, ma sono inquinanti e con la loro semplificazione delle pulizie diventano proprio uno degli elementi abitudinari della nostra vita di cui facciamo fatica a privarci, anche perchè essi rendono meno evidenti le esagerazioni e gli squilibri, in questo caso dei grassi usati nella nostra alimentazione, che non riusciamo più a “vedere come eccessi”. In questo senso affermiamo che l’utilizzo dei detersivi sintetici finisce per giustificare abitudini alimentari che spiegano i problemi di salute propri delle civiltà cosiddette avanzate: le pentole e i piatti che per diventare puliti richiedono prodotti chimici così aggressivi e inquinanti ci fanno intuire quali problemi questo tipo di cucina necessariamente crea nel nostro organismo intasandone i filtri naturali e creando depositi di tossine e di grassi saturi che con il tempo innescano processi patologici.

Eliminando i grassi animali e limitando notevolmente la quantità di quelli vegetali gli strumenti da utilizzare nelle normali operazioni di pulizia delle stoviglie potranno essere uno straccio o una spugna morbida di cellulosa mentre nel caso di incrostazioni sulle pentole di acciaio o di pirex si potrà usare una spugna di acciaio inossidabile.

Esistono spugne naturali ma, non prendendo in considerazioni quelle marine che risultano costose in quanto sempre più rare, si può utilizzare la spugna di luffa, prodotta da una pianta che cresce perfettamente alle nostre latitudini: non bisogna aspettarsi la morbidezza della spugna marina ma, anzi, ha il giusto grado di rigidità che permette una preziosa azione abrasiva sulle stoviglie.

Oggi, comunque, si trovano in commercio spugne che da un lato sono costituite di cellulosa, e sono quindi molto morbide, e dall’altro sono abrasive ma non troppo, tanto da poter essere utilizzate anche sulle pentole di coccio e sulle pentole smaltate.

Non dimentichiamo, però, che uno straccio di canapa risolve egregiamente il problema, permettendoci di riciclare i pezzi di tela che altrimenti finirebbero al macero: questi stracci possono essere lavati innumerevoli volte risultando, a conti fatti, la soluzione migliore.

La spugna di acciaio inossidabile è lo strumento ideale per le pentole di acciaio e serve per restituire loro la lucentezza originaria, tanto da far considerare queste pentole come il miglior compromesso tra le caratteristiche di cottura e la praticità di uso oggi possibili.